Mirko Laurenti – Sinistra Democratica di Marino
Novembre 3, 2008 by rifondazionecastelgandolfo
Premetto che non sono un economista, ne tanto meno un sociologo o un politologo. Darò quindi, in queste righe, una mia impressione basata su quello che è il mio punto di vista di semplice cittadino attivo nella società e impegnato, in maniera del tutto volontaria, in politica. Il mio impegno, così come quello di tutta Sinistra Democratica, movimento nel quale ho scelto di militare dopo lo scioglimento dei DS e la conseguente nascita del PD, è teso proprio alla costruzione di una solida Sinistra Unitaria nel Paese. Una Sinistra dinamica che sappia stare dalla parte dei più deboli, ma che sappia anche sciogliere nodi che sono, in questo Paese, incancreniti. Una Sinistra, aperta, ampia ma allo stesso tempo chiaramente diversa e alternativa ai modelli oggi dominanti nel panorama politico italiano.
La discussione che vi proponete di sollevare ha un obiettivo ambizioso e assai difficile da raggiungere. Ampiamente condiviso e da me condivisibile. Credo infatti che il tema del superamento del sistema capitalistico, così come lo conosciamo oggi, sia una delle questioni più calde nella società moderna.
Chiederci come fare e quale percorso si debba imboccare è legittimo, attuale, doveroso. Soprattutto per chi, come voi di RC, ma anche come noi di SD e come tanti altri compagni del PdCI e dei Socialisti, di una parte dello stesso PD o dei Verdi, colloca le proprie origini nella Sinistra italiana.
L’attualità del tema è esplosa con il recente acuirsi della crisi economica mondiale, la quale ha messo a nudo in maniera drammatica i limiti del Capitale. Un Capitale che, a differenza dei primi 70-80 anni del secolo scorso, è oggi molto più virtuale che concreto. Un Capitale che proprio per il fatto di essere virtuale si muove e si moltiplica a velocità incredibili producendo però effetti concreti, visibili e misurabili nel mondo reale. Ed è proprio per questi effetti che il mondo di coloro che non giocano in Borsa e non fanno i manager dell’alta finanza si è reso drammaticamente conto della situazione.
Il denaro nasce come titolo di scambio, un oggetto cioè attraverso il quale ci si potesse scambiare merci differenti in diverse quantità in differenti parti del mondo. Una cosa quindi che per sua natura è molto “concreta” e chiede, in cambio, cose concrete. Un oggetto che ha sempre avuto la tendenza ad essere cumulato in risparmi e a generare interessi e, dunque, a moltiplicarsi.
Oggi però la situazione è cambiata. E’ cambiata e molto, la società. C’è Internet e i conti on-line, ci sono i Brokers e i consulenti finanziari virtuali. Il fatto che il Capitale abbia avuto una sua evoluzione divenendo molto fluido grazie alla “rete” ha fatto sì che divenisse molto arduo stabilire regole e confini certi al “nuovo” mercato e ciò ha favorito la moltiplicazione di modelli speculativi sempre più spregiudicati e affamati di interessi ovvero di nuovi capitali da spolpare. Ma, e qui c’è la prima e più grande contraddizione in questa mia analisi, il denaro virtuale esiste solo se c’è anche denaro concreto e tangibile. Ed è proprio dietro questa contraddizione che si nascondono i problemi e i “furbetti” dei nuovi Paradisi fiscali. E’ qui che è scoppiata la “bolla”. La necessità, sempre maggiore, di denaro “reale” ha fatto sì che proliferassero gli inganni e i raggiri nel mondo della finanza e che nascessero strumenti di speculazione sempre più aggressivi, governati da manager senza scrupoli, che agiscono con il solo obbiettivo di appropriarsi di nuovi capitali e di cumulare sempre più interessi, strumenti ovviamente indirizzati principalmente verso i piccoli e medi risparmiatori, più facili da coinvolgere (anzi da abbindolare) dietro il falso miraggio di interessi faraonici.
Il fenomeno è mondiale ma, rimanendo in Italia, va detto che qui gli effetti di questi “giochini” sono stati forse più evidenti fin dai primi casi eclatanti, avvenuti molti anni prima che si palesasse la recente crisi degli istituti di credito americani. Prima Cirio, poi Parmalat (i casi più noti), ma prima ancora tutti gli affari e le speculazioni del Gruppo Mediaset-Mediolanum, dei suoi partner più stretti, e quindi del loro capo: il Pidduista Berlusconi, coperto da complici e altolocate amicizie. Più di recente è scoppiato il caso conosciuto come quello dei “furbetti del quartierino” che ha avuto come protagonisti la Banca Popolare di Lodi e il trittico Geronzi-Ricucci-Fazio. Gli effetti dei maneggi e delle speculazioni in totale assenza di regole e di controlli certi sono stati qui da noi, devastanti. Migliaia di risparmiatori (pensionati, artigiani, commercianti, piccoli imprenditori) sono stati ridotti sul lastrico per il guadagno di pochi.
La situazione odierna ci mostra che è questa l’ultima evoluzione del Capitale. Un oggetto fluido e in continuo evolvere, un’entità sempre affamata e di cui spesso si fa fatica a capirne fino in fondo il senso nella società, né se ne vedono con chiarezza i confini, né tantomeno si riesce a stabilirne con certezza effetti e derive. E’ così per noi gente comune ma è evidentemente così anche (con le dovute differenze) per chi ha alimentato il “mostro”, per i poteri forti, per le banche e per i giganti della finanza che possono solo, e la situazione in cui ci si trova oggi lo dimostra, arginarne gli esplosivi effetti negativi (per i loro interessi, ovviamente) attraverso iniezioni di liquidità (denaro reale). Insomma ci guadagnano in pochi e solo se il capitale “virtuale” è in movimento (anche se in perdita basta che ci siano flussi che passano da una parte all’altra) e quei pochi sono i veri speculatori che non sempre coincidono con i giganti della finanza, e ci perdono in tanti. Tanti piccoli risparmiatori che hanno con fiducia affidato i loro risparmi (reali e molto concreti) a consulenti senza scrupoli o alle banche di cui sono clienti.
Questo è il quadro. Ma la crisi del sistema, divenuta ormai chiara anche in Italia grazie agli ultimi avvenimenti, era ben visibile da tempo e tutti, attraverso indicatori banali, potevamo osservarla quotidianamente. Il crescente e rapidissimo aumento dei costi dei beni di consumo, partendo dal pane e dal latte, trainati dagli esorbitanti costi raggiunti dai carburanti; così come l’evidente abbattimento del valore effettivo dei salari e quindi del loro potere di acquisto, l’aumento crescente del costo degli affitti e l’impennata del “mercato del mattone” (percepito nel nostro Paese sempre più come unico bene solido nel quale mettere al sicuro il proprio Capitale) erano e sono tuttora segnali impossibili da non vedere. Il tutto condito dal fatto che il motore che da sempre muove il sistema capitalistico, quello della concorrenza e del libero mercato, in Italia è spento da molto tempo (se mai sia stato acceso) e molti di coloro che sono sempre stati i sostenitori del libero mercato e dell’iniziativa privata in un sistema concorrenziale, sull’esempio americano (ma in america molti di loro avrebbero avuto fallimenti certi), non rischiano più un centesimo dei loro Capitali senza prima avere la certezza di un cospicuo guadagno. Arrivando addirittura ad attingere fondi e “aiutini” in modo evidente, dalle casse pubbliche, attraverso norme e decreti spesso creati ad arte. I casi che dimostrano ciò sono ormai decine e decine. Partendo dal sistema delle privatizzazioni – artificio nato sempre in un sistema di quasi totale deregulation e senza un adeguato controllo da parte del principale azionista di tutto ciò che ci si proponeva di vendere: lo Stato – che spesso ha lasciato le parti migliori della produttività italica nelle mani di cordate di imprenditori privati, lasciando allo Stato solo i debiti e gli esuberi da gestire. L’ultimo triste esempio (dopo le Poste, dopo Telecom, dopo le Ferrovie) è stato il caso Alitalia. Gestito in modo quasi criminale dall’attuale Governo, dopo un tentativo di vendita “secondo le regole” messo in piedi dal precedente esecutivo.
Indicatori questi che evidenziano come gli attacchi speculativi e la “fame di denaro” si siano ormai palesati in ogni angolo della nostra vita. Tutto ha un valore e un costo, tutto è mercato, tutto può divenire una voce di bilancio. Tutto deve essere guadagno per qualcuno. Tutto incide sul PIL ed il PIL è magicamente divenuto il Verbo, l’unico Verbo.
La crisi del sistema è evidente. Il problema sta poi nel cercare di dare a tutto ciò una lettura squisitamente politica. Cioè indirizzare le critiche e le risposte possibili alla crisi solo in un cambio di modello. Ossia affermare che il più logico e giusto superamento del Capitalismo stia nel tornare ad identificarsi in modelli di società che in passato venivano considerati alternativi, anzi diametralmente opposti al Capitalismo stesso, è la strada giusta?? Il modello capitalistico come è oggi produce e ha già prodotto (come in parte ho già detto) anche effetti indiretti in tutti i settori della società (infrastrutture, sanità, scuola, stato sociale, ecc.). In tutto il mondo e anche in Italia. Tutta la società è in continuo e sempre più veloce cambiamento ed è ovvio che si cerchi di stare al passo con i tempi. Dico questo perché penso che la risposta a cui vien più facile pensare non sia, da sola, quella più giusta e quella vincente. Mi spiego meglio. Noi tutti come Sinistra ci vogliamo proporre di guidare la società verso nuovi modelli alternativi a ciò che è oggi il Capitalismo. E’ giusto provarci, così come è giusto sostenere che il modello dominante (dopo la fine della Guerra Fredda, il crollo del Muro di Berlino e la nascita della nuova Russia) così come lo conosciamo oggi, va cambiato.
Ma farlo partendo da accezioni e schemi che si richiamano, ad esempio, a rigide copie di ciò che è stato il Comunismo non sarebbe, con molta probabilità, la scelta migliore e più completa. Quello che manca infatti nel ragionamento che avete innescato qui oggi è una profonda analisi della società odierna, della sua vera composizione, dei suoi punti critici. Manca, molto probabilmente a tutti noi, una lettura completa della realtà nella quale viviamo, non solo dal punto di vista economico o politico, così come non solo dal punto di vista sociale. La società di oggi è molto più articolata di quella di quaranta o di venti ma anche di dieci anni fa. Non esistono più i grossi blocchi ideologici, guidati da monolitici partiti di massa in grado di orientare le lotte e produrre significativi cambiamenti o arginare gli eccessi del mercato e/o della politica. Eccessi che da sempre si riflettono immediatamente in tutte le pieghe della società.
Sta infatti già succedendo qualcosa di dirompente, di nuovo (nelle forme, non nella sostanza). Qualcosa che molti si noi fanno fatica a capire e sicuramente tutti noi facciamo fatica a rappresentare a pieno, rimanendo nei nostri rispettivi (e ormai piccoli) recinti e identificazioni politiche. E’ infatti la società stessa, sono i lavoratori, gli studenti, i docenti, gli operatori sanitari, i precari – altro prodotto delle derive del modello capitalistico -, ma anche i piccoli e medi imprenditori che hanno scelto di voler essere onesti lavoratori in un sistema troppo spesso marcio, che hanno trovato il modo di dare ognuno una risposta agli attacchi a cui sono soggetti. Stanno facendo, forse inconsapevolmente, sistema. Stanno cercando, in modi e forme diverse, di arginare le pericolose derive di ciò che la deregulation e la corsa al profitto continuo hanno prodotto e continuano a produrre. Il nostro limite, il limite della Sinistra tutta, è stato quello di non vedere o di non voler capire gli evidenti segnali di tutto ciò, determinando uno scollamento dalla realtà e una conseguente ed evidente crisi di rappresentanza. Sono ormai in tanti quelli che non si sentono più rappresentati da questa sinistra, così com’è. Ancora oggi che siamo evidentemente fuori dal “Palazzo”. E questo dipende certamente dalla sensazione che nel recente passato i partiti di Sinistra in Italia hanno dato di essere troppo poco alternativi al modello dominante. Ma dipende, e molto, dalla nostra cronica incapacità di comunicare adeguatamente i nostri obbiettivi, e moltissimo dalle nostre evidenti divisioni e dalla presunzione di molti di coloro che si collocano a sinistra di essere i “puri” e di poter rappresentare sempre e comunque l’alternativa giusta e dunque il “dissenso”.
Non è più così, la gente sta dimostrando che riesce ad andare avanti da sola, a protestare e ad organizzarsi indipendentemente da ciò che facciamo noi o da ciò che fanno i sindacati.
E’ questo il problema. L’alternativa non siamo più solo noi. Ci sono le associazioni, i movimenti, i Comitati, singoli individui o categorie professionali che portano avanti lotte e posizioni alle quali sempre più spesso ogni partito o movimento di Sinistra si trova ad accodarsi, condividendone le motivazioni. Per questo ciò che determiniamo noi nelle nostre discussioni o dialoghi sarà sempre meno determinante e rischia di essere sempre meno aderente alla realtà quotidiana.
Per questo credo profondamente che anche la Sinistra debba fare un salto di qualità, discutere a tavolino delle alternative ai modelli dominanti del mercato così come della politica e della società, proponendo visioni parziali di ciò che è oggi il mondo o, peggio, richiamandosi alla purezza di esempi o modelli sociali che non avrebbero più nessuna aderenza alla realtà, non basta anzi è molto limitante. Dicevo che la società è cambiata, è molto più sfaccettata, ha molti più strati, parla molte più lingue, e ha colori indefinibili a priori, è più complessa. Noi, se vogliamo avere qualche chance, dobbiamo necessariamente assorbirne gli insegnamenti, seguirne i cambiamenti. Ciò vuol dire proporre novità sia nel modo di essere visibili, sia nel linguaggio comunicativo che nelle persone e ovviamente nel metodo di lotta. Questo vuol dire però essere chiari e allo stesso tempo fluidi, in grado di cambiare linguaggio, toni e modalità di espressione con velocità. Imparare a dichiarare in modo trasparente chi siamo a cosa vogliamo, quali sono i nostri obbiettivi sociali, politici, economici. Chi sono i nostri alleati e su quali basi, quali sono i modelli che proponiamo e quali sono invece quelli che aborriamo. Chi sono i nostri avversari e perché. La proposta chiara di modelli alternativi ma allo stesso tempo aderenti alla realtà attraverso i quali raggiungere gli obbiettivi prefissati.
Una Sinistra insomma che sia in grado di rappresentare gli spaccati della società di oggi e non guardando a ieri o all’altro ieri. Una Sinistra che però prima di tutto sia unita e abbia un percorso comune, che sappia demolire gli steccati che ancora la dividono, mettendo in comune invece le tantissime cose cha accomunano ogni singola forza che sia dichiaratamente di sinistra. Tutto questo, compagni e amici, si costruisce con “il fare”, uscendo, anzi aprendo ognuno i propri recinti e le proprie “case” proprio perché secondo me ci troviamo a rincorrere quello che tanti pezzi della società stessa stanno producendo attraverso le loro battaglie, abbiamo il dovere di metterci in marcia non guardando subito all’alternativa che abbiamo in mente, a seconda di chi siamo e da dove proveniamo, ma costruendola man mano che procediamo in un percorso basato cu ciò che ci accomuna, sulle nostre comuni radici. Costruendola dentro e con la società, con i precari, con i disoccupati, con gli operai, con gli studenti, con i docenti, con i pensionati, con i dipendenti pubblici (troppo spesso indicati come nullafacenti), con la parte più onesta della piccola e media impresa che produce e crea lavoro. Contro la criminalità organizzata, contro le speculazioni, contro i padroni del Capitale, contro il lavoro nero, contro ogni sfruttamento.
Quello che penso insomma è che parlare di superamento del Capitalismo sia cosa necessaria e complessa ma prima di poter fare seriamente questa disquisizione dovremmo capire dove ci troviamo, chi siamo, dove vogliamo arrivare e soprattutto a chi e come ci rivolgiamo. Tutto ciò si costruisce “facendo le cose” e costruendo le alternative nella società, dal basso con convinzione e con umiltà, aprendosi e parlando alla società includendone il più possibile le differenze e comprendendone le novità. Dubito che si possa partire da un orientamento dato, da uno schema fisso, parlando ognuno dal proprio pulpito, magari rimanendo fermi sulle proprie posizioni convinti di avere in mano l’unica verità. O riusciamo a cantare in coro, uscendo allo scoperto in maniera visibilmente unitaria oppure in breve tempo avremo, tutti, perso forse l’ultima occasione per tornare ad essere determinanti e rappresentativi di una società nuova, egualitaria, aperta, inclusiva e in grado di essere veramente alternativa al modello esistente.
Il mio ha voluto essere un ragionamento che si è allargato partendo dal tema in oggetto. Vorrei parlare allo stesso modo con tutti voi – con chi si dichiara Comunista, Socialista, Verde o ecologista o semplicemente riformista e di sinistra – e con chi sta fuori di qui, con chi è molto più giovane di me e con chi è molto più adulto. La necessità che ci si trovi tutti insieme a proporre qualcosa di nuovo non la sento solo io, non la si percepisce solo stando seduti qui o in una stanza di una sezione qualsiasi delle forze che si vantano di rappresentare la Sinistra italiana. E’ una sensazione forte e diffusa, la si sente per la strada, nelle scuole, nelle fabbriche, nei call center, nei supermercati: tra la gente. E’ molto più grande della percezione che si ha (o che, se volete, abbiamo noi) del fallimento del Capitalismo, ma da questo indubbiamente dipende, ciò che serve è proprio riuscire a spiegarlo andando oltre, tutti insieme. Fino ad ora, evidentemente, non siamo stati capaci. Senza dichiararsi a priori primi (o magari unici) eredi di questa o di quella “rifondazione”, di questo o di quel modello alternativo. Sarebbe solo una verità parziale, comunque, se non proprio artefatta.
Il mio diventa qui e a questo punto un chiaro appello all’unità, da subito, di tutte le forze della sinistra che tutti noi rappresentiamo. Per avviare quel cantiere di idee e percorsi, fatto di donne e di uomini che lavorano per raggiungere obbiettivi concreti. Un cantiere senza il quale avremo perso tutti.
Noi di Sinistra Democratica ci siamo. Siamo pronti. Apriamo ora e subito la Costituente, lasciando ognuno il proprio caldo, accogliente, rassicurante, ma ormai evidentemente limitato “rifugio”.
Mirko Laurenti – Sinistra Democratica
Cominciamo dalla fine così sgombriamo il campo e ci confrontiamo un po’ più da presso. Dice Mirko Laurenti che occorre abbandonare i recinti, aprire le case, unire etc., ma così è davvero politichese. Chi dice a chi? Allora, e con questo voglio sgombrare il campo, poichè diventerebbe stucchevole andare a vedere chi è il primo che bisogna seguire perchè ha alzato il dito, o è più giovane anagraficamente, oppure….. lasciamo stare i richiami. Giungiamo a conclusioni per confronto di analisi e di proposte, per condivisioni di idee che saranno, possibilmente un sistema di idee per tutti, e da lì capiremo, perchè abbiamo capacità ed intelligenza critica se sarà meglio la soluzione che “in questo momento” sembra gradire più un comagno un intellettuale invece che un altro; oppure se sarà meglio quello che altri stanno gradendo e pensando. L’economia di carta ed il peso che essa ha avuto nei cambiamenti della società. No non sono d’accordo. I cambiamenti della economia di carta sono feroci e terribili nei rapporti tra le macroeconomie, le lobbies, le strategie produttive, ma tutte all’interno del campo dei padroni, dei magnati, capitalisti. Quel che ne discende sono i rapporti già noti perchè la chiusura di una fabbrica invece che l’apertura di un’altra hanno sempre la stessa caratteristica: un padrone che sfrutta operai. Semmai, le novità sono a lato di questa “forza ideologica” che rappresenta l’affermazione dell’economia di carta: i soldi facili, senza quasi lavorare. Certo i crack finanziari hanno avuto come vittime anche risparmiatori (appunto altra forma di illusi dai soldi facili) ma non è questo il dato economico e sociale rilevante. Sono aspetti da approfondire, ma qualcuno ci sta provando, da tempo. Il sindacato, una parte, ha svolto nelle settimane scorse una indagine rappresentata su liberazione da Fabio Sebastiani, sulla condizione operaia, sulla qualità sociale della conduzione della vita da parte di questi operai. E’ una parte, è un aspetto, ma sono questi gli interventi, le antenne che occorrono a quella lettura a cui faceva riferimento MIrko. E, smentendo Mirko, ritengo che questo è già fare, è già leggere, ed interpretare, e non si è dovuto fermare nessuno che nel frattempo avrà anche seguitato ad interessarsi della vicenda Alitalia, o del movimento della scuola. Quindi, senza dover affrettare scelte politiche di tattica spicciola, c’è lo spazio per essere grandemente unitari e non essere per forza quello che oggi non si è. Del resto direttamente, l’economia di carta qualche calcione negli stinchi agli ultimi arivati alla corte del soldo facile già l’ha dato. Avrete letto che nella ristrutturazione delle conseguenze della bolla immobiliare riferita da Mirko, quindi quella in cui finanziari-capitalisti-immobiliaristi cioè anche palazzinari hannopensato di cominciare a giocare in difesa, danni diretti li hanno prodotti: 500 persone allontanate dalla sola tecnocasa in tutta Italia per predisporre la chiusura di alcune sedi. Ecco questo è altro terreno immediato di inziativa politica. Non nel senso che cercando qualcuno di questi venditori, che avrete visto sono tutti fatti con lo stampino da edilnord e girano con le carte visa come dice il cantautore, li andremmo a convincere di chissà cosa; ma far presente, ad esempio a santa maria delle mole dove sono ormai 14 le agenzie immobiliari – in attesa di speculazioni edilizie che il centrodestra al governo sta preparando – con una buona comunicazione ai giovani che vivono a contatto con questi altri giovani, che il modello “mi arricchisco facile” è una bufala non per indicazione ideologica dei comunisti, ma per certificazione del capitalismo e dei padroni delle mura che stanno mettendo per strada molti di quei giovani.
Un secondo aspetto centrato da Mirko che non ha esplicitato così, potremmo sintetizzarlo nella frase comunicata dai media di alcuni studenti che hanno detto “non ci rappresenta nessuno”. Ora la riflessione, seria affrontata nel contributo di Mirko molto preoccupata di dimostrare che era necessaria una “novità” politica, l’ha un po’ tradito nell’approccio che aveva avviato e che condivido. Nel senso che è falso che l’aria di destra del paese si sostanzia in un movimento di studenti qualunquista. Come non è vero che la famosa gestione “unitaria” di destra e sinistra del movimento sia nelle cose. E’ vero il contrario. C’è piazza navona, ma oltre quello c’è anche una illustrazione sui giornali delle varie esperienze nelle regioni italiane che, culminate in un sondaggio abbastanza serio sugli orientamenti, mostrano la maggior parte degli studenti come orientati verso il centrosinistra. Che considerano di sinistra il PD. Che si riconoscono nelle forze a sinistra del Pd per quasi il venti per cento degli intervistati. Verrebbe da dire che per il futuro partiamo col piede giusto. Dunque questo “orientamento” per carità, una cosa del momento da consolidare, dà però l’idea che non sono proprio ferrivecchi queste forze politiche che in questi mesi e queste settimane stanno proponendo, lottando, manifestando e così via. Per concludere affrontando l’ultima questione sottolineata da Mirko, quella dei duri e puri che sono sempre critici. No, non è così. I critici, sono quei compagni e quegli intellettuali che all’interno delle forze di sinistre, forti delle esperienze comuniste, sanno che il contributo vero che riescono a portare è la capacità analitica. Questa è un motore capace, specie se supportato da strumenti, da conoscenza diretta e da confronto franco, di stailire immediatamente le cose di rilievo. Gli indirizzi sociali, i rapporti di forza, le alleanze da perseguire, al fine di condurre battaglia su programmi condivisi. Ma questo lo si ha al meglio, e non si costringe il ricomincio della conta ogni volta, quando si è strutturati, quando c’è una organizzazione, che solitamente chiamiamo partito. Perchè è più facile con la solidarietà tra uguali, perseguire gli stessi metodi e semmai distinguersi su altre cose: le scelte finali o le modlità di perseguirle. Certo, il compagno Aldo Tortorella amava dire, sottolinenandolo quando pose i famosi undici quesiti a Berlinguer, che gli veniva bene fare domande, ma che era disponibile e sapeva che la forza delle questioni poste risiedevano massimamente nelle risposte. Qui mi sembra che le stiamo tracciando.
maurizio aversa
L’ideologia: questa cosa scomoda…
Novembre 7, 2008 by rifondazionecastelgandolfo
Le elezioni politiche dello scorso Aprile hanno segnato una svolta drammatica nella storia politica del nostro paese. Vorrei osservare come già da molto tempo a questa parte i grandi poteri economici e politici dominanti in Italia abbiano di fatto premuto fortemente affinché si realizzasse una vera e propria semplificazione del quadro politico nazionale allo scopo di rimuovere definitivamente ogni sorta di ostacolo al modello attuale di sviluppo fondato sulla contabilità ottusa e superficiale del PIL e sull’accumulazione capitalistica fine a se stessa. Le questioni legate alla distribuzione funzionale del reddito tra lavoro e profitto, la sostenibilità ambientale e la partecipazione democratica dei cittadini alla gestione del territorio, sono tutte questioni fin troppo delicate e scomode per essere compatibili con i grandi interessi strategici legati al capitale ed alla rendita. In effetti il messaggio principale che da tempo è stato diffuso dai mezzi di comunicazione di massa, e che presto si è radicato nella mentalità del cittadino qualunque, è che l’ideologia in quanto tale non solo sia ormai superflua, e ridotta ad una sorta di orpello culturale, ma che rappresenti persino un vero e proprio ostacolo al benessere egoistico individuale dei cittadini ed allo sviluppo economico del paese.
Certamente si è voluto immolare l’ideologia quale vittima sacrificale predestinata sull’altare della divina crescita economica, parametro di valutazione fondamentale di ogni politica di governo. Dunque la verità è che gli interessi in gioco erano e sono molto importanti e non ammettono opposizione alcuna, neppure a livello culturale: alla luce di questo si comprende bene anche la posizione di Veltroni il quale ha preferito sacrificare la sinistra con il cosiddetto voto utile, anzi, più correttamente, “voto inutile”, dato l’esito finale.
Nel contempo la destra sembra essere stata capace di interpretare e rappresentare il malessere profondo, diffuso anche tra i ceti sociali più deboli. Già dalle prime battute si comprende come l’azione del nuovo governo abbia voluto comunicare un forte senso di determinazione, coerenza ed efficienza, tutte caratteristiche spesso purtroppo alquanto carenti nel precedente governo con la conseguenza di far emergere un’immagine troppo spesso contraddittoria, debole ed inefficiente della sinistra
Ciò che emerge dal voto è una grave crisi della rappresentanza politica costituita dalla forma partito.
Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere come da troppo tempo la base elettorale si sia disamorata della partecipazione nei nostri circoli di partito. La sinistra dunque, prima che dai partiti, deve ripartire dalle lotte e dalla partecipazione attiva intorno alle questioni fondamentali del territorio, del lavoro e dell’ambiente. Solo dalla aggregazione spontanea dei cittadini e dei militanti vi può essere la speranza di ricostruire gradualmente le motivazioni stesse per la nascita di una nuova formazione politica. Dunque una sinistra non di partito ma di movimento, capace di cogliere il nuovo modo di essere e di pensare dei cittadini, sviluppando un’esperienza che già da tempo è andata maturando anche qui ai Castelli Romani.
Enrico Del Vescovo
Questa che ci riferisce Enrico Del Vescovo, a me sembra una curiosa “resa”. Non sia detto per offesa, ma per come le difficoltà e le contraddizioni, nostre e di sistema, vengono correlate tra loro e poi…dichiarate vincenti quelle del nostro antagonista. E’ giusto semplificare ed affermare che il capitale e le forze di potere connesse (diciamo la confindustria e il centrodestra) abbiano teso a martoriare la comunicazione e la cultura prepolitica affinchè digerisse l’eguaglianza: guai nella società = guai provenienti dalle ideologie. Ed il contrario, assenza di ideologie=tutto va bene. Le questioni aperte sono due e non solo una. Conseguentemente anche le risposte sono multiple. Prima questione dire che le ideologie portano guai, è la stessa cosa che dire “vedete un po’ se le ideologie portano guai”? No. Infatti, nel primo caso, si opera semplicemente un intervento ideologico (cioè si presenta un problema e si correla la risposta che viene indicata non per quel problema ma per altri quesiti non posti). Così che rispondendo al “dettato ideologico” che le ideologie fanno male(messaggio di confindustria e potere politico dominante) ottengo che tutte le ideologie (quindi magari incluse quelle islamiche ma anche quella della destra estrema) sono additate come negative, tranne la mia che sto praticando. La risposta multipla, come ha ben descritto Del Vescovo, risiede tutta negli interessi perseguiti da confindustria e c. Conclusioni: la prima è (come un po’ lascia intendere Del Vescovo) abbandoniamo la parola ideologia, il contenuto forte di ideologia, i simboli della ideologia,etc; la seconda risposta possibile è invertire, con l’azione politica, la comunicazione, la cultura, la conoscenza, il fare politica nel “nuovo modo ideologico”, quello di sola immagine e di contenuto leggero e di partito di plastica ect.
La seconda questione deriva dalla seconda affermazione circa niente ideologie allora va tutto bene e si congiunge con la risposta (seconda) di invertire con l’azione politica la direzione di fase a cui stiamo assistendo e/o operando. Nel senso che la nostra capacità critica ci porta a comprendere benissimo, come riconosce lo stesso Del Vescovo ad es., che l’assenza di ideologia non è vera. E’ apparente. Dietro il velo c’è forte, oltre il sorriso di disponibilità di confindustria, oltre il partito leggero che dietro le quinte controlla tutto in una connessione di conflitto di interessi da far rabbrividire, proprio il disegno di un complesso di scelte, una serie di comportamenti conseguenti, un richiamo ad un sistema di idee capitaliste ed iperliberiste che altro non sono che una ideologia ben precisa: quella capitalistica, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’arricchimento di pochi che elargiranno secondo capacità di moderazione verso le seconde file della scala del potere economico, social e politico della società. Allora non è sbagliato che noi ri-cominciamo ad attrezzarci, certo con forti innovazioni tanto da non fare un banale copia-incolla di tutto il nostro bagaglio di analisi, di lettura e di proprosta; così come ri-cominciare ad attivare il confronto fatto di dialogo con strumenti vecchi e nuovi, senza demonizzare o enfatizzare alcunchè. Va bene un ciclostile ed una fotocopiatrice, così come internet. Va bene la penna così come un sms. E’ utile il volantino come la posta elettronica. E, soprattutto, va bene ri-partire dalla condivisione delle nostre conoscenze perchè sono quelle che ci fanno diventare un intellettuale collettivo. Che non è una parolaccia, ma semplicemente il modo concreto di avere a disposizione strumenti simili per accogliere l’espansione del pensiero che altri utilizzeranno. Lo sapete che proprio questa filosofia politica è alla base di due tra i più grandi successi della quarta rivoluzione informatica? Che cosa è wikipedia se non un gigantesco intellettuale collettivo senza immediata finalità politica? E che cosa fa linux se non mettere a disposizione – pressochè gratuitamente – strumenti, architetture ed aggiornamenti utili a mettere in circolazione contenuti che senza queste piattaforme-veicoli resterebbero nel bel mezzo di una memoria di elaboratore elettronico. Ecco allora, che noi, con mille strumenti nuovi, possiamo – bisogna sceglierlo – non imboccare la strada più corta perchè è quella che vediamo prima. Ma, come inviterebbe Gramsci, prima studiare duramente e poi scegliere la migliore, che tanto sarà l’unica che paga. Quindi se è facile fare solo movimentismo, forse, senza escluderlo, non dovremmo accontentarci solo di ciò. Se la sezione è farraginosa nel suo vivere ed esercitare politica – ma vi garantisco che bisogna vedere pure come si riempie di domande vere e di inziative che rispondono alla società, ne abbiamo avuto riprova nel funzionamento delle attività calamitate da un territorio vasto proprio qui a Castel Gandolfo – vuol dire che si dovrà ri-cominciare a fare politica con quei tanti cittadini comunisti e di sinistra che stanno solo aspettando che noi gli si dica qualcosa.
maurizio aversa
Domandarsi dove va la sinistra
Novembre 3, 2008 by rifondazionecastelgandolfo
Domandarsi dove va la sinistra italiana non può essere un vezzo riservato a qualche politologo, ma l’imperativo che deve muovere le coscienze di tutti coloro i quali credono che, a sinistra, esista la porta che conduce ad un mondo nuovo. Come ha scritto Ingrao parlando della sua passione politica, interrogarsi sul futuro è necessario se chi si pone le domande avverte di essere “parte di un soggetto che si sente protagonista del mondo e del suo cambiamento”.
Per farlo, però, bisogna compiere una operazione tanto ambiziosa quanto difficile: svuotare se stessi delle proprie convinzioni, delle proprie credenze, delle proprie sicurezze. Ragionare senza posizioni preconcette è l’unica strada, infatti, che consente di evitare di finire nelle secche dei retaggi culturali del passato, tanto importanti per la formazione culturale di ognuno, quanto pericolosi per la comprensione della società attuale, così variegata, multiforme ed immersa in una vorticosa evoluzione.
Lo sviluppo di un percorso razionale non può non iniziare da una riflessione sull’essere e sul ruolo della storia. “Tutti li tempi tornano, li uomini sono sempre li medesimi” scriveva Machiavelli, esplicitando la convinzione che esiste una ciclicità della storia e che da essa è possibile trarre degli insegnamenti, senza che l’uomo, però, perda la propria capacità di agire, scadendo in una deriva deterministica. Come ha scritto il poeta argentino Borges, “la storia è un libro che stiamo scrivendo e al tempo stesso veniamo scritti”.
I romantici, a partire da Novalis, hanno focalizzato la loro attenzione sul ruolo della storia quale strumento di esplicazione della verità, concetto, a dirla tutta, che meriterebbe ben altra trattazione. Come sostenuto in termini diversi sia da Hegel che da Marx, è nel rapporto dialettico tra progresso e barbarie, elaborato già da Vico, che si esaurisce e si rigenera il percorso storico. Negli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra, Oswald Spengler, elaborando lo stoicismo e partendo dalle intuizioni di Goethe e Nietzsche, ha sostenuto nella sua opera più conosciuta che la società europea rischiava di essere sull’orlo del declino. Il tramonto dell’Occidente era segnato dall’ascesa della borghesia, dall’assoluto predominio dell’economia sulla politica, dalla perdita dei valori che rappresentavano il fondamento delle comunità europee.
Fabula de te narratur, potremmo dire oggi, perché quella decadenza, quella situazione di crisi economica e di valori sociali ha molto a che vedere con quello che stiamo vivendo attualmente. Molti commentatori hanno indicato la recessione economica che sta colpendo gli Usa e l’Europa come l’apocalisse del capitalismo, come il traguardo posto alla fine della lunga corsa del libersmo. Se così fosse, per la sinistra non ci sarebbe altro da fare che aspettare l’implosione del capitalismo per poi avere campo libero e rilanciare un modello di organizzazione politica e sociale fondato sull’uguaglianza, sulla libertà e non sullo sfruttamento. Bisognerebbe, in pratica, sedere al capezzale del capitalismo moribondo ed aspettare che tiri le cuoia. La realtà, purtroppo, tende ad essere più complessa.
Il capitalismo è un sistema di organizzazione economico-sociale che tende, come quelli lo hanno preceduto, a garantire la stabilità e soprattutto la gerarchia tra gli uomini. A dirlo è Adam Smith, teorizzando la regolazione spontanea dello scambio e delle attività produttive, senza bisogno di una volontà collettiva razionale ed a patto che non vi siano interventi esterni. La Mano Invisibile, infatti, ha un triplice effetto: permette l’equilibrio dei mercati attraverso la legge della domanda e dell’offerta, favorisce la crescita e lo sviluppo economico attraverso la piena occupazione e, come già accennato, crea un ordine sociale secondo la regola per cui ognuno perseguendo il proprio interesse compie l’interesse collettivo.
Come dice Machiavelli gli uomini sono sempre gli stessi ed indipendentemente dall’organizzazione sociale si mettono in moto meccanismi che tendono ad accumulare potere nelle mani di poche persone a scapito di tutti gli altri. Le esperienze del passato insegnano che in ogni epoca, in ogni esperienza sociale, in un tempo più o meno lungo, pochi hanno avuto la meglio su molti.
A questo fenomeno di concentrazione del potere segue un moto rivoluzionario in senso lato, di liberazione dall’oppressione, una esplosione di vita nuova. Oggi, però, siamo davvero alla fine del capitalismo? Siamo al capezzale del malato morente?
Max Gallo, ex parlamentare del partito socialista francese e membro dell’Académie française, ha recentemente scritto che “il capitalismo è sempre risorto dalle ceneri, perchè è una sua peculiarità quella di procedere di crisi in crisi, venendo poi salvato dall’iniziativa individuale, dalla voglia di guadagnare di ognuno”. Se così è, bisogna chiedersi quale spazio trova e quale ruolo gioca la sinistra in questo contesto.
La sfida più grande che oggi va affrontata è l’affrancazione della politica dall’economia, perché non è possibile costruire iniziativa se a guidare i percorsi è la speculazione. Da questo punto di vista va registrata l’iniezione di keynesismo con cui i governi inglese ed americano hanno cercato di coprire i crack bancari.
Rinnegando l’aforisma di Regan per cui “il governo non è la soluzione del nostro problema, il governo è il problema”, in molti si sono affannati ad auspicare che gli Stati e le banche centrali dettassero regole ferree per frenare l’avanzata del capitalismo del nuovo millennio, cioè la finanza speculativa. Questi operatori del mercato finanziario che traggono profitto dallo spostamento di capitali fittizi, non materialmente determinati, sono diventati i veri padroni dell’economia e spingono affinché i governi stiano al loro posto e si occupino di altre cose, di quelle meno importanti.
Ecco, lupus in fabula: come la borghesia diventò padrona del mondo nel novecento, oggi gli affaristi detengono il potere e chiedono, anzi pretendono, che la politica si faccia da parte, per ribadire il predominio dell’economia e del mercato, in realtà per salvaguardare il loro primato. In Italia a rappresentare questo genere di approccio è Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, l’istituto bancario più toccato dalla crisi dei mutui americani. Ridare il primato delle scelte alla politica potrebbe essere il primo passo, ma ancora non stiamo rispondendo alla domanda circa il ruolo della sinistra.
Dobbiamo, infatti, analizzare l’aspetto relativo alla crisi morale e di valori che viviamo. La società fonda il suo essere sul consumismo, sulla concentrazione di beni, sulla ricchezza e sempre meno attenzione viene posta ad aspetti fondamentali per l’esistenza dell’uomo, come il concetto di vita o di morte, come la ricerca delle risposte esistenziali, come la fede. Sembra strano, ma interrogarsi sul perché oggi ci sia una crisi profonda della religiosità equivale a procede alla frammentazione della realtà per comprenderne i meccanismi regolatori.
Il professor Per Beskov, studioso dei Padri della Chiesa all’Università di Lund, ha spiegato che “i giovani sono vittime dell’individualismo, non fanno politica, non socializzano, vivono nel mondo di Internet dove ognuno sta per conto suo, dove i messaggi si confondono e Dio è uguale a Satana”. Proprio Beskov ha coniato la figura di un nuovo modello sociale, cioè quello del rave party, in cui si entra e si esce nell’anonimato.
Un sociologo cattolico di Trento, Luigi Tomasi, ha spiegato come la gioventù dell’Europa sia immersa nell’iperconcreto, cioè in una dimensione in cui non si ha tempo di occuparsi del passato e non si comprende il futuro. Le religioni non vengono negate, ma sono fagocitate, assunte senza rielaborazione e quindi svuotate di senso. È un fenomeno complesso, fotografato dall’immagine di Jacques Sutter, secondo cui la religiosità è una eredità senza testamento.
In questo contesto sociale, anche la sinistra perde il suo valore utopico e la caratteristica dogmatica che troppo spesso l’ha contraddistinta. Proprio come tenere in mano un crocifisso, sventolare una bandiera rossa non è più simbolo di appartenenza, di condivisione di una strada, di un pensiero, perché è il pensiero stesso che manca. Oggi va rivisto il valore dell’individuo, concetto che negli ultimi anni ha avuto la capacità di assorbire tutti gli altri, elevandosi ad unico strumento per orientare il comportamento sociale. Esasperando Smith, ognuno persegue il proprio interesse, ma a ciò non corrisponde la conquista del bene collettivo.
In un nuovo rapporto tra l’io ed il tutto sta il fondamento della nuova sinistra italiana. Nella congiunzione di una visione locale e di insieme si crea la prospettiva per osservare i bisogni a cui cercare di dare risposte. Bisogna indagare e comprendere cosa vuol dire libertà, intesa in senso assoluto e non come desiderio, come aspettativa. La contraddizione che è necessario sciogliere è legata alla capacità di incidere nei percorsi di vita delle persone, troppo spesso lontane da discussioni che sembrano essere di un altro mondo.
Si cade sulla terra per sporcarsi le mani e fare i conti con la realtà, per modificare l’esistente. Il camminare domandando degli zapatisti rappresenta il metodo da seguire, ma non basta. A questo, infatti, va aggiunta una grande operazione di coraggio: ripartire dalla ricomposizione di chi vuole affrontare questo viaggio nelle tortuose acque dell’incertezza. Uomini e donne provenienti da realtà diverse che lavorano insieme per caricare le stive delle navi e salpare l’ancora: questo è il bisogno che sta alla base della rifondazione della sinistra italiana.
“La mia speranza e anche il sentimento che provo trovandovi qui è che da questo incontro e dalle cose che succederanno nel Paese esca rafforzata l’unità delle sinistre”: lo ha detto Pietro Ingrao il 9 dicembre 2007, ora sta a noi far si che ciò accada.
Giovanni Mazzamati
Circolo PRC di Albano Laziale
Maurizio Aversa: breve commento a Mazamati
Vasto e profondo lo scritto di Giovanni Mazzamati. E non d’impatto perchè ben fornito di citazione che interloquiscono tra loro, bensì proprio per le domande “dure” che pone. E giungere a quella finale “tutta politica” che è nelle mani di chi vorrà operare, di chi dovrà scegliere. Il filo della preoccupzione positiva, così l’ho interpretata, è quella di essere in grado di mettere a confronto vero, non solo in questa occasione, ma in questa fase di ricerca politico-sociale-culturale, le mille esperienze ed i mille pensieri che possano aiutare a “capire”, per “leggere” e quindi “scegliere”. Ricordo che tra le “lezioni” di Aldo Tortorella, uno dei fini intellettuali, oltre che dirigente del movimento comunista nel nostro paese, ce n’era una particolarmente originale. Il comunismo, le idee comuniste, nascono e si diffondono per contaminazione sociale e per organizzazione ed iniziativa politica – diceva – tuttavia, esse trovano vita anche semplicemente, per via della battaglia delle idee. Cioè, spiegava, è vero che un movimento di lotta che abbia al proprio interno persone -dirigenti o meno, molto attive o meno, ma purchè presenti- è facilitato nella volontà-capacità di diffondere i contenuti comunisti. Però è altrettanto vero, che in una situazione determinata, dove non esistano condizioni di lotte sociali, di grande presenza massiva, ma dove uno o più comunisti si attivano in vario modo, anche solo oralmente, a spiegare e rappresentare le idee e il programma comunista, con continuità e con dovizia di spegazioni, anche lì è possibile creare le condizioni per una presenza di massa di una organizzazione comunista. Questo mi è balzato immediatamente dai ricordi, proprio perchè il contributo di Mazzamati parte dalla necessità di sgombrare la mente e partire un po’ da zero rispetto agli ideologismi (non è scritto è sottinteso). Non mi convince del tutto. Nel senso che condivido appieno l’invito laicissimo, scientifico, da ricercatore direi, di non prefissare il percorso facendo affiorare tutti i sassi dall’acqua per passare il torrente. Però, che il torrente dobbiamo passarlo andando in quella direzione, e che qualche pietra l’abbiamo anche lasciata già alle spalle, va detto, altrimenti sembriamo un gruppo paleoculturale alla ricerca di un nuovo strumento adatto a far frullare idee all’interno al fine di shakerare qualche novità. Ecco, proprio questa del nuovismo è quello che, io credo d’aver capito così, Ingrao non ha mai indicato. La ricerca dell’innovazione, si. Il nuovismo no. Del resto, proprio su questo terreno, Enrico Berlinguer ce ne ha offerte di sponde qui ricercate da Mazzamati. Due su tutte. Da un lato, a cavallo della famigerata vicenda della crisi del 1973/74 con il dibattito di alto profilo che se seguì circa la adozione di politiche di austerità. E cosa indicò, oltre il contingente, guardando al lungo periodo, Enrico Berlinguer? Pose la questione di un diverso ordine mondiale per debellare le politiche di rapina che arricchivano oltre ogni analisi economica previsionale le economie dei paesi predatori (oltre ovviamente la denuncia dello sfruttamento e dell’ingiustizia sociale contro una parte dell’umanità). E per questo verso, Berlinguer – sostenuto in questo da molti contributi analitici di Alfredo Reichlin e di Silvano Andriani – denunciò l’assoluta abnormità dello sviluppo della economia di carta, portatrice, in quanto non figlia di produzioni, di vera contraddizione in termine delle società capitalistiche. Infatti, se ci pensate, siccome il capitalismo spesso ricorre alle parole per mascherare le proprie mistificazioni, come si chiamano quei giri di soldi, promessi, passati, tassati, speculati, partiti e tornati nelle banche? Si chiamano “prodotti”. La seconda sponda offerta da Berlinguer fu l’analisi sull’apporto nella società delle culture, figlie non tanto e non solo delle ispirazioni politiche, che poi furono utilizzate come ultima razio per la proposizione della cosiddetta politica del compromesso storico, quanto come risultato e prodotto della storia del paese. Se volete è quella stessa attenzione e quella stessa necessità che abbiamo e scegliamo di avere a che fare con i migranti sia quando sono “derelitti”, sia, semplicemente, quando sono “solo motivati da voglia di nuovo”. Cioè è quella capacità, laicissima, di ricerca, scientifica, di accogliere con domande e voglia di capire e al contempo misurarsi per stabilire se il nostro agire, le nostre priorità, sembrano ancora piacerci e si fanno ancora scegliere per convincimento da noi stessi. Ecco, nel percorso di Mazzamati che ho letto come leggere e scegliere insieme, vedo questa possibilità. Possibilità che, secondo me può trovare soddisfazione piena non nella casualità di incontro -anche vedersi per dieci anni senza scadenze e senza mete èincontrarsi casualmente – ma nella costruzione di una organizzazione che dedicandosi alla produzione di politica, cioè pensare idee condivise da diffondere, possa trovare proprio l’attuazione dei desiderata iniziali.
maurizio aversa
Ricostruire l’antagonismo
Novembre 3, 2008 by rifondazionecastelgandolfo
Questa pregevole iniziativa organizzata dal circolo di Castel Gandolfo, è della particolare importanza, dal momento che ci richiama al tema fondamentale che dovrebbe essere alla base di un confronto sia all’interno al nostro partito sia nell’ambito della sinistra tutta.
Chi si lancia in discussione su questo tema, sull’attualità de comunismo oggi viene spesso visto come un amante dei tempi andati, un romantico della politica che vive al di fuori della società di cui parla.
Io non credo che sia così, non ho mai ritenuto il comunismo un atteggiamento di pensiero, una bella favola soteriologia che non ha modo di attuarsi, di realizzarsi, ma credo che chi legge il comunismo così lo faccia innanzitutto per un nostro errore, un errore dei comunisti che continuano a usare un frasario e degli schemi che appartengono a una stagione del comunismo che ormai è passata, che leggono staticamente la storia e la società, o perché la volontà di rinnovamento a ogni costo che abbiamo avuto ha fatto sì che si buttasse anche il bambino oltre all’acqua sporca, per cui una larga parte della società, leggendo nella nostra volontà di cambiamento un piatto adeguarsi alle logiche del meno peggio all’interno della società capitalista, ci ha letto come un soggetto inutile e inaffidabile.
In un momento politico, come quello attuale, che vede una crisi economico-finanziaria mondiale e un attacco alla scuola e all’università pubblica senza precedenti, nonché il fiorire di un movimento capace di opporsi con concretezza alla riforma scolastica sapendo conciliare studenti insegnanti e genitori, ritengo che sia necessario sbrigarsi a chiarire le nostre connotazioni per ammodernare lo strumento partito per poter incidere nella società. Di questo compito dovremmo tutti sentirne l’urgenza e credo che l’ammodernamento dello strumento passi per una chiara lettura del contenuto dialettico del comunismo. Chi crede che sia inutile parlare oggi di comunismo, interpreta e fa coincidere il comunismo col movimento operaio e le sue vittorie, quella ne è una parte, anche importante, come una parte della storia del comunismo è stata la lotta al fascismo, perché lo spirito del comunismo è saper interpretare le logiche della società in cui si vive, ne sa intravedere le contraddizioni, le forze capaci di fare antagonismo, le sa organizzare cogliendo il potenziale di ogni singola vertenza e sa incanalare le singole vertenze in un progetto in grado di essere alternativo rispetto all’esistente.
Se oggi vogliamo tornare a rappresentare una parte della società civile e vogliamo tornare a essere riconosciuti come soggetto capace di promuovere un cambiamento, dobbiamo riprendere in mano gli strumenti che l’analisi dialettica del comunismo ci ha dato, oggi se vogliamo una società più giusta, più equa ed egalitaria, dobbiamo ricominciare a costruire l’antagonismo, con i soggetti che oggi sono antagonisti, oggi non è più l’operaio il motore del cambiamento, oggi lo sono i precari, lo sono gli studenti, lo sono le famiglie che subiscono l’aumento dei costi dei beni di consumo. Accanto al riconoscimento degli interlocutori, io credo, che sia necessario rivedere anche gli strumenti di propaganda, perché se il movimento operaio si riuniva nel consiglio di fabbrica, noi non abbiamo ancora creato o contribuito a creare l’equivalente per il precariato, o per il mondo della scuola.
Concludendo credo che i diversi momenti della storia del comunismo ci abbiamo consegnato non solo una serie di diritti acquisiti da difendere, e già questo sarebbe un motivo per cui vale ancora la pena di discuterne, ma accanto a questo, ci ha consegnato una chiave di lettura e un metodo di indagine e di trasformazione della società che è ancora attuale, il problema è che abbiamo cercato un’interlocuzione all’interno del sistema, convinti della possibilità di costruire un capitalismo dal volto umano, non abbiamo più sostenuto e dimostrato che un altro tipo di società non solo è possibile in teoria, ma si può anche far politica per costruirlo.
Marta Elisa Bevilacqua
Segretaria circolo PRC di Genzano

Della esposizione di Marta Elisa Bevilacqua, mi hanno colpito alcune affermazioni che vorrei commentare. 1.Il comunismo non è una favola ed dipeso da noi in passato non averlo fatto comprendere; 2.spesso s’è buttato via il bambino con l’acqua sporca; 3.l’antagonismo va costruito non con l’operaio ma con precari e famiglie in difficoltà dei consumi; 4.il modo di comunicare deve essere all’altezza dei tempi; 5.un’altra società è possibile perseguirla anche con la proposta politica. Per quanto attiene la prima affermazione, credo che il modo vero e concreto di proporre un impianto di idee che siano esse stesse “sistema comprensibile” che chiamiamo, storicamente, proposta comunista, debba passare necessariamente per l’esposizione. Mi spiego, credo che, con modi diversi nella gradualità espositiva, aggiornando metodi e modi (delle slide al posto della relazione, una intervista collettiva al posto del convegno cattedratico) l’unico strumento efficace è comunicare la conoscenza di quelle idee che noi intendiamo come sistema. Insomma, gramscianamente, sbaglieremmo se impostassimo questa base di conoscenza come una scorciatoia da imboccare per dialogare con nuovi simpatizzanti della cultura comunista. Meglio una scuola di partito diffusa sul territorio, meglio un approfondimento culturale specifico che non una idea-party con dialogatore solingo, magari noto alla società e alle cronache per altri motivi che non quelli della conoscenza specifica di ciò di cui stiamo dialogando nel determinato momento.
2. Per questo, si può evitare di buttare le cose buone, volendo “svecchiare” o addirittura “rompere” ed abbandonare una cosa non più sentita come “nostra”. Credo sia sufficiente dividere, con l’analisi di quel che stiamo affrontando, in tanti piccoli pensieri, o azioni, o comportamenti, o scelte…individuati i quali, siamo meglio attrezzati per stabilire cosa non va e cosa vogliamo assolutamente cambiare o assolutamente tenere. Ed una analisi attenta e minuziosa, non comporta di occuparsi solo di piccole cose, ma delle fondamenta stesse del nostro sistema di idee: che so’ queste idee avranno necessità di una organizzazione per condurle…ecco sminuzzare il tema a ritroso per vedere se è meglio organizzazione o spontaneismo; cosa comporta l’una e l’altro; da lì ne discende più o meno capacità di azione verso movimenti e coalizioni…etc.
3. Per quanto all’antagonismo, compiuta tale scelta, va condotta una seria analisi (nel senso di molto approfondita, di non fermarsi ad una frase ad effetto, magari pronunciata da un dirigente noto o da un intellettuale stimato) va tutto verificato soprattutto – credo fosse questo il senso dello scritto di Marta Elisa – che non ci sia alternatività di soggetto a cui rivolgersi tra operaio e precario o famiglia. Infatti, banalmente potremmo compunque dire che tutti questi soggetti, così come molti altri, subiscono il peso della crisi economica ed il peso della conduzione, da noi, di questo capitalismo asfissiante che gioca sulla eventuale “differenza immateriale” tra percepito e reale. A me ricorda molto la faccenda di cui sarcasticamente illustrava Trilussa circa la media dei polli mangiati. Ecco, l’analisi della realtà sociale – mutuata dalla attenzione dei movimenti concreti in atto, con le loro richieste e motivazioni (che è sempre una forma di analisi fatta con forme differenti) – può farci fare quel salto di concretezza che ci porti a distinguere, che so’ il corporativismo – ove ce ne fosse – dalle richieste di salvaguardia di tutele e diritti conquistati o praticati, ma giuridicamente non rivendicabili a tambur battente etc. Proprio questa azione ci permette di, ricordo ancora Gramsci, essere all’interno delle pieghe della società. Che è ben oltre quella superficiale bandiera della Lega che parla dei territori. Ho sentito anche alcuni compagni, per comodità, usare questa accezione. Vi invito a non farlo. Territori evoca non solo il locale e vicino (che sarebbe positivo); ma ha insito, il territorio, una cosa da gestire in quanto tabula rasa, una cosa amorfa (e questo ci farebbe assumere attegiamenti supponenti, di non conoscenza della società organizzata che lì vive ed opera, delle persone in carne ed ossa, di quello di cui sono portatrici che ci piaccia o no); al contrario, definire la vicinanza al locale come società diffusa, se non addirittura secondo un approccio già analitico circa la produzione culturale lì presente, o la realtà produttiva e la precarietà che lì si esprime e come; ecco così operando possiamo allearci con gli antagonisti come noi.
4. Comunicare. Come si vede stiamo utilizzando parole, semplici o complesse, e ragionamenti per articolare proposte che nascono da giudizi e scelte. Bene, questa è già comunicazione. Già la stiamo facendo bene. Intendo dire che il tema della comunicazione, evocato spesso da vari guru, lontano da me l’idea di negarla nella sua accezione di novità – siamo nel mondo della informazione – vorrei invitare tuttavia a non enfatizzare. Credo che la segretaria di Genzano abbia voluto sottolineare che dobbiamo utilizzare al meglio tutte le forme, anche le più moderne, per far veicolare le nostre proposte. Condivido questo auspicio. Sapendo che tale tema è immediatamente anche un tema attinente (oltre i contenuti che ora diamo per scontati) alla capacità organizzativa ed economica del soggetto politico che vuole svolgere comunicazione. Tutti i comunisti lo sanno. E tutti siamo in grado di stimare quali forze e quanta energia, quante persone e quanti fondi occorrono per una campagna di manifesti, o la gestione di giornali locali, o la presenza su internet etc. Ecco questa tipologia di “preoccupazioni pratiche della politica” secondo me andrebbero approfondite in relazione ai contenuti e ai tempi di cui disponiamo nei differenti momenti in cui scegliamo di comunicare (c’è differenza tra una campagna elettorale, che scade, con un sommovimento sociale, come il movimento degli studenti, che possiamo decidere di condividere, appoggiare, sostenere etc, senza sapere se e dove può dare frutti politici.
5. L’ultima questione che Marta Elisa ha sottolineato è la questione dei tempi circa la logica evoluzione tra cosa sosteniamo come complesso di idee comuniste e la proposta politica che avanziamo. Semplificando si potrebbe dire della attualità dell’utopia. Credo che abbia ragione. L’unica attenzione che porrei, proprio ad evitare di non essere compresi nel contenuto quando lo diffondiamo, è che le parole d’ordine alte ed efficaci vanno rese immediate ed interessanti perchè “già” condivise. Facciamo un esempio banale. Una idea comunista è anche statalizzare settori fondamentali (strategici direbbero i manager) della società (sia in ambito servizi che in ambito produttivo; sia di beni che di fruizioni immateriali; insomma dal Teatro all’energia etc.). Però se domani avessimo a disposizione la possibilità di comunicare a tutti i cittadini di un’area determinata una idea forte e dicessimo loro “noi vogliamo statalizzare il petrolio” probabilmente, tranne che un po’ di simpatia per le gabelle a cui ognuno sottostà nel pagare la benzina, crederebbe che non sia poi, alla fine, una cosa che vorremmo davvero fare. Ecco, noi dovremmo, invece comunicare un’altra cosa con esempi ed analisi dove la nazionalizzazione sia l’ultima cosa comunicata perchè ognuno ha già avuto modo, se appunto potessimo, e scegliendo di farlo, di ascoltare le nostre ragioni nel sostenere che le scelte che un paese come il nostro deve ridurre la dipendenza da fonti energetiche esauribili ed estere. Poi sosterremmo che intanto che ci approvvigionamo di nuove fonti, le rinnovabili, affrontiamo il riequilibrio tra import e produzione autoctona di petrolio. Quindi illustreremmo che un governo legittimamente eletto(quello di Chavez), con il fiato sopra il collo degli Stati Uniti e con gli interessi del più grande capitalismo mondiale (le multinazionali petrolifere americane) ha dimostrato che, fatto democraticamente, cioè con un programma elettorale motivato e sostenuto dalla popolazione, si può nazionalizzare la produzione di petrolio ed utilizzarlo per il bene del paese. Quindi, se ben motivata, se non ideologica, concordo con Marta Elisa, è possibile fare politica, proposta politica delle idee comuniste
maurizio aversa