S.O.S. GAZA
Raccolta di fondi per l’ospedale Al Awda di Jabalya
La feroce aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza arriva dopo anni di un embargo internazionale voluto da Israele, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Come conseguenza di questo embargo criminale, le strutture sanitarie e sociali di Gaza erano prossime al collasso già prima dell’ultima offensiva israeliana.
In questo momento drammatico, la crisi umanitaria a Gaza è totale, ed è una crisi voluta dallo Stato sionista ed i suoi alleati, perché funzionale alla pulizia etnica, che continua ad essere il vero obiettivo strategico di Tel Aviv.
Per dare il nostro contributo concreto alla lotta dei Palestinesi di Gaza contro l’annientamento, ci impegniamo in una campagna straordinaria di raccolta fondi, in collaborazione con l’Unione dei Comitati della Sanità di Gaza e l’ospedale Al Awda di Jabalya. Iniziamo ora questa campagna straordinaria per essere in grado di far pervenire i contributi non appena sarà possibile, coordinandoci con i comitati popolari che operano in Egitto, nel Sinai, nelle immediate vicinanze del confine con la Striscia di Gaza.
Abbiamo deciso di raccogliere contributi in denaro perché il materiale sanitario e umanitario di cui c’è bisogno a Gaza è reperibile in Egitto a costi inferiori rispetto a quelli italiani e perché questo consentirà una maggiora puntualità delle scelte, anche in relazione alla somma che riusciremo a raccogliere. Invitiamo dunque i comitati, le associazioni e chiunque voglia contribuire, anche attraverso l’organizzazione di iniziative specifiche, a far pervenire i contributi sul conto corrente postale n. 47209002, intestato a Monti Germano, con la causale S.O.S. Gaza.Il codice IBAN è IT59 C076 0103 2000 0004 7209 002. Si prega di dare comunicazione del versamento alla casella di posta del forum. In questo modo l’elenco dei contributi pervenuti sarà trasparente e verrà aggiornato in tempo reale sui siti www.forumpalestina.org e www.udap.net.
Forum Palestina – Unione Democratica Arabo-Palestinese
Al 18 gennaio, la sottoscrizione per l’ospedale Al Awda di Jabalya, nella Striscia di Gaza, ha raggiunto i 2.700 euro. Si tratta di un primo risultato, ma bisogna continuare, per poter portare al più presto il massimo di solidarietà ad una struttura sanitaria colpita in maniera criminale dalle truppe di occupazione sioniste. Molti compagni ci hanno segnalato la preparazione di diverse iniziative di sottoscrizione, quali cene sociali, concerti e mostre, nei prossimi giorni, e la Federazione delle Rappresentanze di Base sta verificando la possibilità di destinare un’ora di lavoro al sostegno alle strutture di Gaza. Diamoci da fare.
Palestina-Onu
IL prEsidentE deLl’AssembleA gEnErale deLl’ONU INVITA AL boICOTTAGGIO dEL rEgime israEliANO DELL’APARTHEID… MA IN ITALIA NON SI DEVE SAPERE.
“Sono stupefatto che si continui ad insistere sulla pazienza mentre i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi sono crocifissi. La pazienza è una virtù nella quale io credo. Ma non c’è alcuna virtù nell’essere pazienti con la sofferenza degli altri”.
L’Assemblea generale dell’ONU ha esaminato il 24 e 25 novembre 2008 il rapporto del Segretario generale sulla situazione in Palestina.
Il Presidente dell’Assemblea, Miguel d’Escoto Brockmann (Nicaragua), ha fatto di questo dibattito una questione di principio. Aprendo la seduta, ha dichiarato: « Io invito la comunità internazionale ad alzare la sua voce contro la punizione collettiva della popolazione di Gaza, una politica che non possiamo tollerare. Noi esigiamo la fine delle violazioni di massa dei Diritti dell’uomo e facciamo appello ad Israele, la Potenza occupante, affinché lasci entrare immediatamente gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Questa mattina ho parlato dell’apartheid e di come il comportamento della polizia israeliana nei Territori palestinesi occupati sembri così simile a quello dell’apartheid, ad un’epoca passata, un continente più lontano. Io credo che sia importante che noi, all’ONU, impieghiamo questo termine. Non dobbiamo avere paura di chiamare le cose con il loro nome. Dopotutto, sono le Nazioni Unite che hanno elaborato la Convenzione internazionale contro il crimine dell’apartheid, esplicitando al mondo intero che tali pratiche di discriminazione istituzionale devono essere bandite ogni volta che siano praticate.
Abbiamo ascoltato oggi un rappresentante della società civile sudafricana. Sappiamo che in tutto il mondo organizzazioni della società civile lavorano per difendere i diritti dei Palestinesi e tentano di proteggere la popolazione palestinese che noi, Nazioni Unite, non siamo riusciti a proteggere. Più di 20 anni fa noi, le Nazioni Unite, abbiamo raccolto il testimone della società civile quando abbiamo convenuto che le sanzioni erano necessarie per esercitare una pressione non violenta sul Sud Africa. Oggi, forse, noi, le Nazioni Unite, dobbiamo considerare di seguire l’esempio di una nuova generazione della società civile chef a appello per una analoga campagna di boicottaggio, di disinvestimento e di sanzioni per fare pressione su Israele. Ho assistito a numerose riunioni sui Diritti del popolo palestinese. Sono stupefatto che si continui ad insistere sulla pazienza mentre i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi sono crocifissi. La pazienza è una virtù nella quale io credo. Ma non c’è alcuna virtù nell’essere pazienti con la sofferenza degli altri. Noi dobbiamo agire con tutto il nostro cuore per mettere fine alle sofferenze del popolo palestinese (…) Tengo ugualmente a ricordare ai miei fratelli e sorelle israeliani che, anche se hanno lo scudo protettore degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, nessun atto di intimidazione cambierà la Risoluzione 181, adottata 61 anni fa, che invita alla creazione di due Stati. Vergognosamente, oggi non c’è uno Stato palestinese che noi possiamo celebrare e questa prospettiva appare più lontana che mai. Qualunque siano le spiegazioni, questo fatto centrale porta derisione all’ONU e nuoce gravemente alla sua immagine ed al suo prestigio. Come possiamo continuare così?».
L’ambasciatore Miguel d’Escoto Brockmann è un sacerdote cattolico, teologo della liberazione e membro del Comitato politico del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN). Personalità morale riconosciuta, è stato eletto per acclamazione, il 4 giugno 2008, Presidente dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
L’Anti-Defamation League (ADL) è stata la prima organizzazione sionista a reagire, chiedendo al Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki Moon, di mettere fine a questo « circo » così come alla « cosiddetta giornata di solidarietà con il popolo palestinese ». Infine, ha denunciato il carattere a suo dire « antisemita » delle proposte del Presidente Miguel d’Escoto Brockmann che essa ritiene ispirate da un secolare antigiudaismo cattolico.
Palestina
Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas quale legittimo rappresentante del popolo palestinese.
di Angela Lano (Infopal)
Ho iniziato a occuparmi di Palestina partendo da “sinistra”, negli anni ’80, studentessa di Orientalistica a Torino, e poi dopo, come giornalista. I miei interlocutori palestinesi erano amici del FPLP, sia in Italia sia in Palestina. A loro e al compianto prof. Ascanio Dumontel, intellettuale di sinistra, devo il mio interesse per la Questione Palestinese, oggetto di gran parte dei miei studi universitari e della mia tesi di laurea. Partendo da questa prospettiva, per anni ho “letto” Hamas come mera “reazione” alla corruzione palese della dirigenza di Fatah. Ne percepivo la popolarità nella Striscia di Gaza degli anni ’90 in quanto area depressa e povera. Insomma, era per me un fenomeno populista, e maschilista, da studiare con attenzione. Ma Hamas è qualcosa d’altro. È un movimento patriottico, di sostegno concreto, economico, politico, sanitario, morale al popolo palestinese oppresso e impoverito da embarghi, assedi, Muro, bantustan, e aggressioni. Una formazione politica che ha abbracciato il pragmatismo, che si è lasciata alle spalle la terribile, e discutibile, stagione degli attentati kamikaze (peraltro, organizzati da TUTTE le fazioni palestinesi, anche da quelle “laiche”), e imboccato la via del governo. Dall’altra parte, da anni, c’è un’ANP guidata da una leadership di Fatah corrotta, collaborazionista, anti-patriottica. Per tutte queste cose insieme, il Movimento di Resistenza islamica, il 25 gennaio del 2006, ha vinto forse le prime elezioni democratiche della regione, controllate da Osservatori internazionali. Pardon, le ha stravinte. Votato da musulmani, da cristiani – preti e suore comprese – entusiasti, atei, comunisti. Le elezioni erano state incoraggiate da Europa e Stati Uniti, arrogantemente certi che avrebbe vinto Fatah. Gli osservatori hanno impedito eventuali brogli e la vittoria è toccata all’innominabile Hamas. Da lì, è nata la tragedia nella tragedia: il disumano embargo internazionale, economico e politico. Parallelamente, gli Usa hanno incrementato il loro sostegno a Fatah, attraverso ingenti finanziamenti, armi, addestramenti in campi allestiti dalla Cia. Come avvenne durante i famigerati regimi dittatoriali latino-americani degli anni ’70-’80, leader locali corrotti si sono dimostrati pronti, e senza tanti scrupoli, a svendere il proprio popolo e la propria terra in cambio di capitali, potere, legittimità che altrimenti non avrebbero posseduto. Squadroni della Morte, in stile salvadoregno, addestrati a uccidere e a terrorizzare, hanno iniziato a scorrazzare per la Striscia di Gaza fino alla “presa di potere” (perché, poi, usiamo questa espressione, visto che il potere ce l’aveva già avendo vinto le elezioni?) di Hamas, a giugno dell’anno scorso, e l’espulsione della frangia golpista di Fatah. Ecco allora che il mondo, a destra e a sinistra, ha gridato al “colpo di Stato”, dimenticando volontariamente, e in malafede, l’esito elettorale dell’anno precedente. A destra e a sinistra, in Italia, Hamas è considerata un’organizzazione terroristica. Nella migliore delle ipotesi, un movimento di pericolosi fondamentalisti, scellerati, misogeni, violenti e invasati. Una vera minaccia ai “valori secolari e democratici”…Ma non illudiamoci di essere in grado di pensare queste cose con le nostre illustri teste, l’imbeccata viene sempre dalle solite fonti: gli Usa e Israele, ovviamente. Per loro, il Movimento di Resistenza islamica NON deve essere riconosciuto in quanto unico vero ANTAGONISTA al progetto sionista di totale occupazione della Palestina, di pulizia etnica, di crimini di guerra rimasti impuniti. Il disegno è chiaro, ma c’è ancora chi crede, o fa finta di credere, per comodità, ignoranza, potere, carriera e altro, allo “scontro di civiltà”, alla “guerra globale contro il terrorismo islamico”, e, in nome della “democrazia” in stile Grande Fratello orwelliano, accetta le vergognose e dittatoriali black-lists made in Usa. Black-list in cui Hamas è stato inserito, a tutto vantaggio di Israele, appunto… Ma torniamo all’arena politica palestinese. Dall’anno scorso, e su base giornaliera, le forze dell’ANP in Cisgiordania aggrediscono, rapiscono e torturano membri o simpatizzanti di Hamas – intellettuali, professionisti, imam, studenti -, nel silenzio mondiale della maggior parte dei “sostenitori di sinistra” della Palestina. Sono forze di un’Autorità che collabora con l’occupante, che coordina la “sicurezza”, ma che, in realtà, perseguita la resistenza. Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas. Perché è il movimento che ha vinto democratiche e trasparenti elezioni, volute, incoraggiate, monitorate dall’Occidente. Perché la resistenza dei popoli oppressi è riconosciuta dalle leggi internazionali. Perché Hamas è un movimento di resistenza patriottica. Perché difende le istanze e i principi che un tempo erano retaggio dell’Olp, tra cui il “diritto al ritorno”. Perché attraverso una fitta rete di associazioni e organizzazioni (molte delle quali attaccate e chiuse dalle forze israeliani e dell’ANP) “dà da mangiare agli affamati” e non si costruisce i palazzi con i soldi destinati agli indigenti. Perché i suoi leader, a Gaza, conducono una vita onesta e frugale, lontano dagli sfarzi di altri capi, a Ramallah, rinchiusi in ville di holliwoodiana memoria. Il premier eletto, e dunque legittimo, Ismail Haniyah, abita ancora in un campo profughi, in mezzo alla sua gente. Perché ha leader carismatici, come Haniyah e Mesha’al, mentre dall’altra parte c’è l’insignificante Abu Mazen, pronto a “dialogare” con un Israele che vuole solo espandersi ai danni di ciò che resta della Palestina, che erige un Muro della Vergogna alto 8 metri e lungo 700 km, che ha ridotto i T.O. in tanti bantustan, ottenendo un’impotente condanna del Tribunale internazionale dell’Aja, che uccide civili, che usa armi di distruzione di massa e a micro-onde (contro Libano e Striscia di Gaza, nell’estate del 2006). Sulla Via di Damasco. I dubbi che, come persona, e donna, di “sinistra”, ancora potevo serbare, sono stati fugati dalla recente partecipazione, come membro della delegazione italiana, al Congresso arabo-internazionale sul Diritto al Ritorno, svoltosi dal 23 al 24 novembre a Damasco. La sera del 23 la nostra delegazione, insieme a quella parlamentare greca e britannica, ha incontrato l’Ufficio politico di Hamas al completo. È inutile nascondere l’ottima impressione personale che il gruppo ha dato a me e a tutti gli altri ospiti. Un’impressione di levatura intellettuale, morale, umana, di cordialità e rispetto al di là delle differenze culturali, religiose, di genere, ecc. Dunque, ci siamo trovati di fronte ai “terroristi”, secondo la dizione israelo-americana avallata dalla succube Europa, di Hamas, Khaled Mesha’al in testa, che, con toni pacati e con argomenti condivisibili e razionali, ci hanno spiegato la loro linea politica e di lotta contro una delle più feroci occupazioni militari contemporanee. Mesha’al ci ha ricordato che, pur essendo nato in Palestina, non vi può far ritorno, come milioni di altri palestinesi in diaspora. Ha sottolineato che il problema “non è con gli ebrei o con l’ebraismo, ma con l’occupazione israeliana” e che ognuno “è libero di professare liberamente la propria fede”. Ha evidenziato come, pur avendo vinto regolari e democratiche elezioni, Hamas non abbia sedi diplomatiche in Occidente e ha chiesto all’energica e coraggiosa baronessa Jennifer Tonge di esercitare pressioni affinché il movimento, e il governo, siano riconosciuti ufficialmente. È questa, infatti, la grande sfida che l’Europa, antica patria storica del Diritto, deve lanciare a Israele e agli Usa: dimostrare concretamente, al di là dei proclami di principio sulla presunta “democrazia da esportazione” (nuovo volto e nuova semantica delle guerre di rapina e conquista), che sa essere giusta e civile. Che sa riconoscere la legittimità e la legalità che propaganda dai megafoni istituzionali dei governi e dell’Europarlamento. Che sa accettare l’esito elettorale dei Paesi del “Sud” del mondo, anche quando non combacia con le sue aspettative e previsioni. Che sa sdoganarsi dal giogo pesante delle scelte di politica estera statunitense e sa prendere le distanze dai crimini commessi da 60 anni a questa parte dallo stato amico israeliano. Domande retoriche. Perché noi ci ostiniamo a dialogare con questa forza, l’ANP di Ramallah, la cui dirigenza non è stata eletta, il cui premier, Salaam Fayyad, non è stato scelto dal popolo? Perché i nostri leader europei fanno loro visita, ma non accettano di essere ricevuti dal governo legittimo di Ismail Haniyah? Perché non si battono per la liberazione dei loro colleghi palestinesi rinchiusi da tre anni, senza imputazione alcuna, nelle carceri di Israele? Sono domande che si pongono i cittadini comuni che hanno la fortuna e il privilegio di non informarsi attraverso i nostri sempre più illegibili e inguardabili quotidiani e tv – sguaiatamente di parte. Se lo chiedono uomini e donne onesti che hanno a cuore la Giustizia e la verità. Il buon esempio dovrebbe darlo la cosiddetta “sinistra” (lasciamo stare quella, ormai perduta, “per Israele”), alleata, a suo dire, dei popoli oppressi della Terra, mettendo da parte quell’aria di insopportabile snobismo politico che la porta ad accettare tutto ciò che sia solo e squisitamente “laico”. Che vi/ci piaccia o meno, Hamas è uno dei movimenti di resistenza più amato dai palestinesi. Forse uno dei pochi rimasti di autentica “resistenza” politica contro l’occupazione. La sinistra, in Italia, ha perso anche su questo fronte: non ha avuto il coraggio di prendere posizioni nette contro i crimini israeliani. Ha nicchiato, tergiversato, accennato e ritrattato, indugiato alla Don Abbondio dei nostri tempi. Ed è stata mandata a stendere dal suo elettorato. Giustamente. Anche su questo. Basta leggere i suoi quotidiani, per rendersi conto della débâcle: non sembrano più di sinistra, ma emanazione degli stessi padroni, delle stesse lobbies degli altri… L’orrido termine di “Hamastan” (territorio dominato da Hamas) è usato anche da loro, quale inno all’ignoranza e all’incapacità di capire dinamiche, percorsi e nuovi scenari. L’incapacità di leggere il presente e immaginare il futuro. Di cambiare, di modificare pensieri e visioni. Di crescere. Di testimoniare e accogliere realtà altre…In nome della democrazia e del diritto internazionale tanto propagandati, l’Europa e i suoi leader riconoscano Hamas quale legittimo rappresentante del popolo oppresso di Palestina. Abbiano il coraggio di riconoscerlo ufficialmente e cancellino quel nome dalla black-list imposta loro da Israele e dagli Stati Uniti d’America. Per coerenza, contro l’ipocrisia imperante.
Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas quale legittimo rappresentante del popolo palestinese.
di Angela Lano (Infopal)
Ho iniziato a occuparmi di Palestina partendo da “sinistra”, negli anni ’80, studentessa di Orientalistica a Torino, e poi dopo, come giornalista. I miei interlocutori palestinesi erano amici del FPLP, sia in Italia sia in Palestina. A loro e al compianto prof. Ascanio Dumontel, intellettuale di sinistra, devo il mio interesse per la Questione Palestinese, oggetto di gran parte dei miei studi universitari e della mia tesi di laurea. Partendo da questa prospettiva, per anni ho “letto” Hamas come mera “reazione” alla corruzione palese della dirigenza di Fatah. Ne percepivo la popolarità nella Striscia di Gaza degli anni ’90 in quanto area depressa e povera. Insomma, era per me un fenomeno populista, e maschilista, da studiare con attenzione. Ma Hamas è qualcosa d’altro. È un movimento patriottico, di sostegno concreto, economico, politico, sanitario, morale al popolo palestinese oppresso e impoverito da embarghi, assedi, Muro, bantustan, e aggressioni. Una formazione politica che ha abbracciato il pragmatismo, che si è lasciata alle spalle la terribile, e discutibile, stagione degli attentati kamikaze (peraltro, organizzati da TUTTE le fazioni palestinesi, anche da quelle “laiche”), e imboccato la via del governo. Dall’altra parte, da anni, c’è un’ANP guidata da una leadership di Fatah corrotta, collaborazionista, anti-patriottica. Per tutte queste cose insieme, il Movimento di Resistenza islamica, il 25 gennaio del 2006, ha vinto forse le prime elezioni democratiche della regione, controllate da Osservatori internazionali. Pardon, le ha stravinte. Votato da musulmani, da cristiani – preti e suore comprese – entusiasti, atei, comunisti. Le elezioni erano state incoraggiate da Europa e Stati Uniti, arrogantemente certi che avrebbe vinto Fatah. Gli osservatori hanno impedito eventuali brogli e la vittoria è toccata all’innominabile Hamas. Da lì, è nata la tragedia nella tragedia: il disumano embargo internazionale, economico e politico. Parallelamente, gli Usa hanno incrementato il loro sostegno a Fatah, attraverso ingenti finanziamenti, armi, addestramenti in campi allestiti dalla Cia. Come avvenne durante i famigerati regimi dittatoriali latino-americani degli anni ’70-’80, leader locali corrotti si sono dimostrati pronti, e senza tanti scrupoli, a svendere il proprio popolo e la propria terra in cambio di capitali, potere, legittimità che altrimenti non avrebbero posseduto. Squadroni della Morte, in stile salvadoregno, addestrati a uccidere e a terrorizzare, hanno iniziato a scorrazzare per la Striscia di Gaza fino alla “presa di potere” (perché, poi, usiamo questa espressione, visto che il potere ce l’aveva già avendo vinto le elezioni?) di Hamas, a giugno dell’anno scorso, e l’espulsione della frangia golpista di Fatah. Ecco allora che il mondo, a destra e a sinistra, ha gridato al “colpo di Stato”, dimenticando volontariamente, e in malafede, l’esito elettorale dell’anno precedente. A destra e a sinistra, in Italia, Hamas è considerata un’organizzazione terroristica. Nella migliore delle ipotesi, un movimento di pericolosi fondamentalisti, scellerati, misogeni, violenti e invasati. Una vera minaccia ai “valori secolari e democratici”…Ma non illudiamoci di essere in grado di pensare queste cose con le nostre illustri teste, l’imbeccata viene sempre dalle solite fonti: gli Usa e Israele, ovviamente. Per loro, il Movimento di Resistenza islamica NON deve essere riconosciuto in quanto unico vero ANTAGONISTA al progetto sionista di totale occupazione della Palestina, di pulizia etnica, di crimini di guerra rimasti impuniti. Il disegno è chiaro, ma c’è ancora chi crede, o fa finta di credere, per comodità, ignoranza, potere, carriera e altro, allo “scontro di civiltà”, alla “guerra globale contro il terrorismo islamico”, e, in nome della “democrazia” in stile Grande Fratello orwelliano, accetta le vergognose e dittatoriali black-lists made in Usa. Black-list in cui Hamas è stato inserito, a tutto vantaggio di Israele, appunto… Ma torniamo all’arena politica palestinese. Dall’anno scorso, e su base giornaliera, le forze dell’ANP in Cisgiordania aggrediscono, rapiscono e torturano membri o simpatizzanti di Hamas – intellettuali, professionisti, imam, studenti -, nel silenzio mondiale della maggior parte dei “sostenitori di sinistra” della Palestina. Sono forze di un’Autorità che collabora con l’occupante, che coordina la “sicurezza”, ma che, in realtà, perseguita la resistenza. Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas. Perché è il movimento che ha vinto democratiche e trasparenti elezioni, volute, incoraggiate, monitorate dall’Occidente. Perché la resistenza dei popoli oppressi è riconosciuta dalle leggi internazionali. Perché Hamas è un movimento di resistenza patriottica. Perché difende le istanze e i principi che un tempo erano retaggio dell’Olp, tra cui il “diritto al ritorno”. Perché attraverso una fitta rete di associazioni e organizzazioni (molte delle quali attaccate e chiuse dalle forze israeliani e dell’ANP) “dà da mangiare agli affamati” e non si costruisce i palazzi con i soldi destinati agli indigenti. Perché i suoi leader, a Gaza, conducono una vita onesta e frugale, lontano dagli sfarzi di altri capi, a Ramallah, rinchiusi in ville di holliwoodiana memoria. Il premier eletto, e dunque legittimo, Ismail Haniyah, abita ancora in un campo profughi, in mezzo alla sua gente. Perché ha leader carismatici, come Haniyah e Mesha’al, mentre dall’altra parte c’è l’insignificante Abu Mazen, pronto a “dialogare” con un Israele che vuole solo espandersi ai danni di ciò che resta della Palestina, che erige un Muro della Vergogna alto 8 metri e lungo 700 km, che ha ridotto i T.O. in tanti bantustan, ottenendo un’impotente condanna del Tribunale internazionale dell’Aja, che uccide civili, che usa armi di distruzione di massa e a micro-onde (contro Libano e Striscia di Gaza, nell’estate del 2006). Sulla Via di Damasco. I dubbi che, come persona, e donna, di “sinistra”, ancora potevo serbare, sono stati fugati dalla recente partecipazione, come membro della delegazione italiana, al Congresso arabo-internazionale sul Diritto al Ritorno, svoltosi dal 23 al 24 novembre a Damasco. La sera del 23 la nostra delegazione, insieme a quella parlamentare greca e britannica, ha incontrato l’Ufficio politico di Hamas al completo. È inutile nascondere l’ottima impressione personale che il gruppo ha dato a me e a tutti gli altri ospiti. Un’impressione di levatura intellettuale, morale, umana, di cordialità e rispetto al di là delle differenze culturali, religiose, di genere, ecc. Dunque, ci siamo trovati di fronte ai “terroristi”, secondo la dizione israelo-americana avallata dalla succube Europa, di Hamas, Khaled Mesha’al in testa, che, con toni pacati e con argomenti condivisibili e razionali, ci hanno spiegato la loro linea politica e di lotta contro una delle più feroci occupazioni militari contemporanee. Mesha’al ci ha ricordato che, pur essendo nato in Palestina, non vi può far ritorno, come milioni di altri palestinesi in diaspora. Ha sottolineato che il problema “non è con gli ebrei o con l’ebraismo, ma con l’occupazione israeliana” e che ognuno “è libero di professare liberamente la propria fede”. Ha evidenziato come, pur avendo vinto regolari e democratiche elezioni, Hamas non abbia sedi diplomatiche in Occidente e ha chiesto all’energica e coraggiosa baronessa Jennifer Tonge di esercitare pressioni affinché il movimento, e il governo, siano riconosciuti ufficialmente. È questa, infatti, la grande sfida che l’Europa, antica patria storica del Diritto, deve lanciare a Israele e agli Usa: dimostrare concretamente, al di là dei proclami di principio sulla presunta “democrazia da esportazione” (nuovo volto e nuova semantica delle guerre di rapina e conquista), che sa essere giusta e civile. Che sa riconoscere la legittimità e la legalità che propaganda dai megafoni istituzionali dei governi e dell’Europarlamento. Che sa accettare l’esito elettorale dei Paesi del “Sud” del mondo, anche quando non combacia con le sue aspettative e previsioni. Che sa sdoganarsi dal giogo pesante delle scelte di politica estera statunitense e sa prendere le distanze dai crimini commessi da 60 anni a questa parte dallo stato amico israeliano. Domande retoriche. Perché noi ci ostiniamo a dialogare con questa forza, l’ANP di Ramallah, la cui dirigenza non è stata eletta, il cui premier, Salaam Fayyad, non è stato scelto dal popolo? Perché i nostri leader europei fanno loro visita, ma non accettano di essere ricevuti dal governo legittimo di Ismail Haniyah? Perché non si battono per la liberazione dei loro colleghi palestinesi rinchiusi da tre anni, senza imputazione alcuna, nelle carceri di Israele? Sono domande che si pongono i cittadini comuni che hanno la fortuna e il privilegio di non informarsi attraverso i nostri sempre più illegibili e inguardabili quotidiani e tv – sguaiatamente di parte. Se lo chiedono uomini e donne onesti che hanno a cuore la Giustizia e la verità. Il buon esempio dovrebbe darlo la cosiddetta “sinistra” (lasciamo stare quella, ormai perduta, “per Israele”), alleata, a suo dire, dei popoli oppressi della Terra, mettendo da parte quell’aria di insopportabile snobismo politico che la porta ad accettare tutto ciò che sia solo e squisitamente “laico”. Che vi/ci piaccia o meno, Hamas è uno dei movimenti di resistenza più amato dai palestinesi. Forse uno dei pochi rimasti di autentica “resistenza” politica contro l’occupazione. La sinistra, in Italia, ha perso anche su questo fronte: non ha avuto il coraggio di prendere posizioni nette contro i crimini israeliani. Ha nicchiato, tergiversato, accennato e ritrattato, indugiato alla Don Abbondio dei nostri tempi. Ed è stata mandata a stendere dal suo elettorato. Giustamente. Anche su questo. Basta leggere i suoi quotidiani, per rendersi conto della débâcle: non sembrano più di sinistra, ma emanazione degli stessi padroni, delle stesse lobbies degli altri… L’orrido termine di “Hamastan” (territorio dominato da Hamas) è usato anche da loro, quale inno all’ignoranza e all’incapacità di capire dinamiche, percorsi e nuovi scenari. L’incapacità di leggere il presente e immaginare il futuro. Di cambiare, di modificare pensieri e visioni. Di crescere. Di testimoniare e accogliere realtà altre…In nome della democrazia e del diritto internazionale tanto propagandati, l’Europa e i suoi leader riconoscano Hamas quale legittimo rappresentante del popolo oppresso di Palestina. Abbiano il coraggio di riconoscerlo ufficialmente e cancellino quel nome dalla black-list imposta loro da Israele e dagli Stati Uniti d’America. Per coerenza, contro l’ipocrisia imperante.
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In questo momento drammatico, la crisi umanitaria a Gaza è totale, ed è una crisi voluta dallo Stato sionista ed i suoi alleati, perché funzionale alla pulizia etnica, che continua ad essere il vero obiettivo strategico di Tel Aviv. Per dare il nostro contributo concreto alla lotta dei Palestinesi di Gaza contro l’annientamento, ci impegniamo in una campagna straordinaria di raccolta fondi, in collaborazione con l’Unione dei Comitati della Sanità di Gaza e l’ospedale Al Awda di Jabalya. Iniziamo ora questa campagna straordinaria per essere in grado di far pervenire i contributi non appena sarà possibile, coordinandoci con i comitati popolari che operano in Egitto, nel Sinai, nelle immediate vicinanze del confine con la Striscia di Gaza. Abbiamo deciso di raccogliere contributi in denaro perché il materiale sanitario e umanitario di cui c’è bisogno a Gaza è reperibile in Egitto a costi inferiori rispetto a quelli italiani e perché questo consentirà una maggiora puntualità delle scelte, anche in relazione alla somma che riusciremo a raccogliere. Invitiamo dunque i comitati, le associazioni e chiunque voglia contribuire, anche attraverso l’organizzazione di iniziative specifiche, a far pervenire i contributi sul conto corrente postale n. 47209002, intestato a Monti Germano, con la causale S.O.S. Gaza.Il codice IBAN è IT59 C076 0103 2000 0004 7209 002. Si prega di dare comunicazione del versamento alla casella di posta del forum. In questo modo l’elenco dei contributi pervenuti sarà trasparente e verrà aggiornato in tempo reale sui siti www.forumpalestina.org e www.udap.net.
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Al 18 gennaio, la sottoscrizione per l’ospedale Al Awda di Jabalya, nella Striscia di Gaza, ha raggiunto i 2.700 euro. Si tratta di un primo risultato, ma bisogna continuare, per poter portare al più presto il massimo di solidarietà ad una struttura sanitaria colpita in maniera criminale dalle truppe di occupazione sioniste. Molti compagni ci hanno segnalato la preparazione di diverse iniziative di sottoscrizione, quali cene sociali, concerti e mostre, nei prossimi giorni, e la Federazione delle Rappresentanze di Base sta verificando la possibilità di destinare un’ora di lavoro al sostegno alle strutture di Gaza. Diamoci da fare. |

IL prEsidentE deLl’AssembleA gEnErale deLl’ONU INVITA AL boICOTTAGGIO dEL rEgime israEliANO DELL’APARTHEID… MA IN ITALIA NON SI DEVE SAPERE.
“Sono stupefatto che si continui ad insistere sulla pazienza mentre i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi sono crocifissi. La pazienza è una virtù nella quale io credo. Ma non c’è alcuna virtù nell’essere pazienti con la sofferenza degli altri”.
L’Assemblea generale dell’ONU ha esaminato il 24 e 25 novembre 2008 il rapporto del Segretario generale sulla situazione in Palestina.
Il Presidente dell’Assemblea, Miguel d’Escoto Brockmann (Nicaragua), ha fatto di questo dibattito una questione di principio. Aprendo la seduta, ha dichiarato: « Io invito la comunità internazionale ad alzare la sua voce contro la punizione collettiva della popolazione di Gaza, una politica che non possiamo tollerare. Noi esigiamo la fine delle violazioni di massa dei Diritti dell’uomo e facciamo appello ad Israele, la Potenza occupante, affinché lasci entrare immediatamente gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Questa mattina ho parlato dell’apartheid e di come il comportamento della polizia israeliana nei Territori palestinesi occupati sembri così simile a quello dell’apartheid, ad un’epoca passata, un continente più lontano. Io credo che sia importante che noi, all’ONU, impieghiamo questo termine. Non dobbiamo avere paura di chiamare le cose con il loro nome. Dopotutto, sono le Nazioni Unite che hanno elaborato la Convenzione internazionale contro il crimine dell’apartheid, esplicitando al mondo intero che tali pratiche di discriminazione istituzionale devono essere bandite ogni volta che siano praticate.
Abbiamo ascoltato oggi un rappresentante della società civile sudafricana. Sappiamo che in tutto il mondo organizzazioni della società civile lavorano per difendere i diritti dei Palestinesi e tentano di proteggere la popolazione palestinese che noi, Nazioni Unite, non siamo riusciti a proteggere. Più di 20 anni fa noi, le Nazioni Unite, abbiamo raccolto il testimone della società civile quando abbiamo convenuto che le sanzioni erano necessarie per esercitare una pressione non violenta sul Sud Africa. Oggi, forse, noi, le Nazioni Unite, dobbiamo considerare di seguire l’esempio di una nuova generazione della società civile chef a appello per una analoga campagna di boicottaggio, di disinvestimento e di sanzioni per fare pressione su Israele. Ho assistito a numerose riunioni sui Diritti del popolo palestinese. Sono stupefatto che si continui ad insistere sulla pazienza mentre i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi sono crocifissi. La pazienza è una virtù nella quale io credo. Ma non c’è alcuna virtù nell’essere pazienti con la sofferenza degli altri. Noi dobbiamo agire con tutto il nostro cuore per mettere fine alle sofferenze del popolo palestinese (…) Tengo ugualmente a ricordare ai miei fratelli e sorelle israeliani che, anche se hanno lo scudo protettore degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, nessun atto di intimidazione cambierà la Risoluzione 181, adottata 61 anni fa, che invita alla creazione di due Stati. Vergognosamente, oggi non c’è uno Stato palestinese che noi possiamo celebrare e questa prospettiva appare più lontana che mai. Qualunque siano le spiegazioni, questo fatto centrale porta derisione all’ONU e nuoce gravemente alla sua immagine ed al suo prestigio. Come possiamo continuare così?».
L’ambasciatore Miguel d’Escoto Brockmann è un sacerdote cattolico, teologo della liberazione e membro del Comitato politico del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN). Personalità morale riconosciuta, è stato eletto per acclamazione, il 4 giugno 2008, Presidente dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
L’Anti-Defamation League (ADL) è stata la prima organizzazione sionista a reagire, chiedendo al Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki Moon, di mettere fine a questo « circo » così come alla « cosiddetta giornata di solidarietà con il popolo palestinese ». Infine, ha denunciato il carattere a suo dire « antisemita » delle proposte del Presidente Miguel d’Escoto Brockmann che essa ritiene ispirate da un secolare antigiudaismo cattolico.
Palestina
Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas quale legittimo rappresentante del popolo palestinese.
di Angela Lano (Infopal)
Ho iniziato a occuparmi di Palestina partendo da “sinistra”, negli anni ’80, studentessa di Orientalistica a Torino, e poi dopo, come giornalista. I miei interlocutori palestinesi erano amici del FPLP, sia in Italia sia in Palestina. A loro e al compianto prof. Ascanio Dumontel, intellettuale di sinistra, devo il mio interesse per la Questione Palestinese, oggetto di gran parte dei miei studi universitari e della mia tesi di laurea. Partendo da questa prospettiva, per anni ho “letto” Hamas come mera “reazione” alla corruzione palese della dirigenza di Fatah. Ne percepivo la popolarità nella Striscia di Gaza degli anni ’90 in quanto area depressa e povera. Insomma, era per me un fenomeno populista, e maschilista, da studiare con attenzione. Ma Hamas è qualcosa d’altro. È un movimento patriottico, di sostegno concreto, economico, politico, sanitario, morale al popolo palestinese oppresso e impoverito da embarghi, assedi, Muro, bantustan, e aggressioni. Una formazione politica che ha abbracciato il pragmatismo, che si è lasciata alle spalle la terribile, e discutibile, stagione degli attentati kamikaze (peraltro, organizzati da TUTTE le fazioni palestinesi, anche da quelle “laiche”), e imboccato la via del governo. Dall’altra parte, da anni, c’è un’ANP guidata da una leadership di Fatah corrotta, collaborazionista, anti-patriottica. Per tutte queste cose insieme, il Movimento di Resistenza islamica, il 25 gennaio del 2006, ha vinto forse le prime elezioni democratiche della regione, controllate da Osservatori internazionali. Pardon, le ha stravinte. Votato da musulmani, da cristiani – preti e suore comprese – entusiasti, atei, comunisti. Le elezioni erano state incoraggiate da Europa e Stati Uniti, arrogantemente certi che avrebbe vinto Fatah. Gli osservatori hanno impedito eventuali brogli e la vittoria è toccata all’innominabile Hamas. Da lì, è nata la tragedia nella tragedia: il disumano embargo internazionale, economico e politico. Parallelamente, gli Usa hanno incrementato il loro sostegno a Fatah, attraverso ingenti finanziamenti, armi, addestramenti in campi allestiti dalla Cia. Come avvenne durante i famigerati regimi dittatoriali latino-americani degli anni ’70-’80, leader locali corrotti si sono dimostrati pronti, e senza tanti scrupoli, a svendere il proprio popolo e la propria terra in cambio di capitali, potere, legittimità che altrimenti non avrebbero posseduto. Squadroni della Morte, in stile salvadoregno, addestrati a uccidere e a terrorizzare, hanno iniziato a scorrazzare per la Striscia di Gaza fino alla “presa di potere” (perché, poi, usiamo questa espressione, visto che il potere ce l’aveva già avendo vinto le elezioni?) di Hamas, a giugno dell’anno scorso, e l’espulsione della frangia golpista di Fatah. Ecco allora che il mondo, a destra e a sinistra, ha gridato al “colpo di Stato”, dimenticando volontariamente, e in malafede, l’esito elettorale dell’anno precedente. A destra e a sinistra, in Italia, Hamas è considerata un’organizzazione terroristica. Nella migliore delle ipotesi, un movimento di pericolosi fondamentalisti, scellerati, misogeni, violenti e invasati. Una vera minaccia ai “valori secolari e democratici”…Ma non illudiamoci di essere in grado di pensare queste cose con le nostre illustri teste, l’imbeccata viene sempre dalle solite fonti: gli Usa e Israele, ovviamente. Per loro, il Movimento di Resistenza islamica NON deve essere riconosciuto in quanto unico vero ANTAGONISTA al progetto sionista di totale occupazione della Palestina, di pulizia etnica, di crimini di guerra rimasti impuniti. Il disegno è chiaro, ma c’è ancora chi crede, o fa finta di credere, per comodità, ignoranza, potere, carriera e altro, allo “scontro di civiltà”, alla “guerra globale contro il terrorismo islamico”, e, in nome della “democrazia” in stile Grande Fratello orwelliano, accetta le vergognose e dittatoriali black-lists made in Usa. Black-list in cui Hamas è stato inserito, a tutto vantaggio di Israele, appunto… Ma torniamo all’arena politica palestinese. Dall’anno scorso, e su base giornaliera, le forze dell’ANP in Cisgiordania aggrediscono, rapiscono e torturano membri o simpatizzanti di Hamas – intellettuali, professionisti, imam, studenti -, nel silenzio mondiale della maggior parte dei “sostenitori di sinistra” della Palestina. Sono forze di un’Autorità che collabora con l’occupante, che coordina la “sicurezza”, ma che, in realtà, perseguita la resistenza. Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas. Perché è il movimento che ha vinto democratiche e trasparenti elezioni, volute, incoraggiate, monitorate dall’Occidente. Perché la resistenza dei popoli oppressi è riconosciuta dalle leggi internazionali. Perché Hamas è un movimento di resistenza patriottica. Perché difende le istanze e i principi che un tempo erano retaggio dell’Olp, tra cui il “diritto al ritorno”. Perché attraverso una fitta rete di associazioni e organizzazioni (molte delle quali attaccate e chiuse dalle forze israeliani e dell’ANP) “dà da mangiare agli affamati” e non si costruisce i palazzi con i soldi destinati agli indigenti. Perché i suoi leader, a Gaza, conducono una vita onesta e frugale, lontano dagli sfarzi di altri capi, a Ramallah, rinchiusi in ville di holliwoodiana memoria. Il premier eletto, e dunque legittimo, Ismail Haniyah, abita ancora in un campo profughi, in mezzo alla sua gente. Perché ha leader carismatici, come Haniyah e Mesha’al, mentre dall’altra parte c’è l’insignificante Abu Mazen, pronto a “dialogare” con un Israele che vuole solo espandersi ai danni di ciò che resta della Palestina, che erige un Muro della Vergogna alto 8 metri e lungo 700 km, che ha ridotto i T.O. in tanti bantustan, ottenendo un’impotente condanna del Tribunale internazionale dell’Aja, che uccide civili, che usa armi di distruzione di massa e a micro-onde (contro Libano e Striscia di Gaza, nell’estate del 2006). Sulla Via di Damasco. I dubbi che, come persona, e donna, di “sinistra”, ancora potevo serbare, sono stati fugati dalla recente partecipazione, come membro della delegazione italiana, al Congresso arabo-internazionale sul Diritto al Ritorno, svoltosi dal 23 al 24 novembre a Damasco. La sera del 23 la nostra delegazione, insieme a quella parlamentare greca e britannica, ha incontrato l’Ufficio politico di Hamas al completo. È inutile nascondere l’ottima impressione personale che il gruppo ha dato a me e a tutti gli altri ospiti. Un’impressione di levatura intellettuale, morale, umana, di cordialità e rispetto al di là delle differenze culturali, religiose, di genere, ecc. Dunque, ci siamo trovati di fronte ai “terroristi”, secondo la dizione israelo-americana avallata dalla succube Europa, di Hamas, Khaled Mesha’al in testa, che, con toni pacati e con argomenti condivisibili e razionali, ci hanno spiegato la loro linea politica e di lotta contro una delle più feroci occupazioni militari contemporanee. Mesha’al ci ha ricordato che, pur essendo nato in Palestina, non vi può far ritorno, come milioni di altri palestinesi in diaspora. Ha sottolineato che il problema “non è con gli ebrei o con l’ebraismo, ma con l’occupazione israeliana” e che ognuno “è libero di professare liberamente la propria fede”. Ha evidenziato come, pur avendo vinto regolari e democratiche elezioni, Hamas non abbia sedi diplomatiche in Occidente e ha chiesto all’energica e coraggiosa baronessa Jennifer Tonge di esercitare pressioni affinché il movimento, e il governo, siano riconosciuti ufficialmente. È questa, infatti, la grande sfida che l’Europa, antica patria storica del Diritto, deve lanciare a Israele e agli Usa: dimostrare concretamente, al di là dei proclami di principio sulla presunta “democrazia da esportazione” (nuovo volto e nuova semantica delle guerre di rapina e conquista), che sa essere giusta e civile. Che sa riconoscere la legittimità e la legalità che propaganda dai megafoni istituzionali dei governi e dell’Europarlamento. Che sa accettare l’esito elettorale dei Paesi del “Sud” del mondo, anche quando non combacia con le sue aspettative e previsioni. Che sa sdoganarsi dal giogo pesante delle scelte di politica estera statunitense e sa prendere le distanze dai crimini commessi da 60 anni a questa parte dallo stato amico israeliano. Domande retoriche. Perché noi ci ostiniamo a dialogare con questa forza, l’ANP di Ramallah, la cui dirigenza non è stata eletta, il cui premier, Salaam Fayyad, non è stato scelto dal popolo? Perché i nostri leader europei fanno loro visita, ma non accettano di essere ricevuti dal governo legittimo di Ismail Haniyah? Perché non si battono per la liberazione dei loro colleghi palestinesi rinchiusi da tre anni, senza imputazione alcuna, nelle carceri di Israele? Sono domande che si pongono i cittadini comuni che hanno la fortuna e il privilegio di non informarsi attraverso i nostri sempre più illegibili e inguardabili quotidiani e tv – sguaiatamente di parte. Se lo chiedono uomini e donne onesti che hanno a cuore la Giustizia e la verità. Il buon esempio dovrebbe darlo la cosiddetta “sinistra” (lasciamo stare quella, ormai perduta, “per Israele”), alleata, a suo dire, dei popoli oppressi della Terra, mettendo da parte quell’aria di insopportabile snobismo politico che la porta ad accettare tutto ciò che sia solo e squisitamente “laico”. Che vi/ci piaccia o meno, Hamas è uno dei movimenti di resistenza più amato dai palestinesi. Forse uno dei pochi rimasti di autentica “resistenza” politica contro l’occupazione. La sinistra, in Italia, ha perso anche su questo fronte: non ha avuto il coraggio di prendere posizioni nette contro i crimini israeliani. Ha nicchiato, tergiversato, accennato e ritrattato, indugiato alla Don Abbondio dei nostri tempi. Ed è stata mandata a stendere dal suo elettorato. Giustamente. Anche su questo. Basta leggere i suoi quotidiani, per rendersi conto della débâcle: non sembrano più di sinistra, ma emanazione degli stessi padroni, delle stesse lobbies degli altri… L’orrido termine di “Hamastan” (territorio dominato da Hamas) è usato anche da loro, quale inno all’ignoranza e all’incapacità di capire dinamiche, percorsi e nuovi scenari. L’incapacità di leggere il presente e immaginare il futuro. Di cambiare, di modificare pensieri e visioni. Di crescere. Di testimoniare e accogliere realtà altre…In nome della democrazia e del diritto internazionale tanto propagandati, l’Europa e i suoi leader riconoscano Hamas quale legittimo rappresentante del popolo oppresso di Palestina. Abbiano il coraggio di riconoscerlo ufficialmente e cancellino quel nome dalla black-list imposta loro da Israele e dagli Stati Uniti d’America. Per coerenza, contro l’ipocrisia imperante.
Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas quale legittimo rappresentante del popolo palestinese.
di Angela Lano (Infopal)
Ho iniziato a occuparmi di Palestina partendo da “sinistra”, negli anni ’80, studentessa di Orientalistica a Torino, e poi dopo, come giornalista. I miei interlocutori palestinesi erano amici del FPLP, sia in Italia sia in Palestina. A loro e al compianto prof. Ascanio Dumontel, intellettuale di sinistra, devo il mio interesse per la Questione Palestinese, oggetto di gran parte dei miei studi universitari e della mia tesi di laurea. Partendo da questa prospettiva, per anni ho “letto” Hamas come mera “reazione” alla corruzione palese della dirigenza di Fatah. Ne percepivo la popolarità nella Striscia di Gaza degli anni ’90 in quanto area depressa e povera. Insomma, era per me un fenomeno populista, e maschilista, da studiare con attenzione. Ma Hamas è qualcosa d’altro. È un movimento patriottico, di sostegno concreto, economico, politico, sanitario, morale al popolo palestinese oppresso e impoverito da embarghi, assedi, Muro, bantustan, e aggressioni. Una formazione politica che ha abbracciato il pragmatismo, che si è lasciata alle spalle la terribile, e discutibile, stagione degli attentati kamikaze (peraltro, organizzati da TUTTE le fazioni palestinesi, anche da quelle “laiche”), e imboccato la via del governo. Dall’altra parte, da anni, c’è un’ANP guidata da una leadership di Fatah corrotta, collaborazionista, anti-patriottica. Per tutte queste cose insieme, il Movimento di Resistenza islamica, il 25 gennaio del 2006, ha vinto forse le prime elezioni democratiche della regione, controllate da Osservatori internazionali. Pardon, le ha stravinte. Votato da musulmani, da cristiani – preti e suore comprese – entusiasti, atei, comunisti. Le elezioni erano state incoraggiate da Europa e Stati Uniti, arrogantemente certi che avrebbe vinto Fatah. Gli osservatori hanno impedito eventuali brogli e la vittoria è toccata all’innominabile Hamas. Da lì, è nata la tragedia nella tragedia: il disumano embargo internazionale, economico e politico. Parallelamente, gli Usa hanno incrementato il loro sostegno a Fatah, attraverso ingenti finanziamenti, armi, addestramenti in campi allestiti dalla Cia. Come avvenne durante i famigerati regimi dittatoriali latino-americani degli anni ’70-’80, leader locali corrotti si sono dimostrati pronti, e senza tanti scrupoli, a svendere il proprio popolo e la propria terra in cambio di capitali, potere, legittimità che altrimenti non avrebbero posseduto. Squadroni della Morte, in stile salvadoregno, addestrati a uccidere e a terrorizzare, hanno iniziato a scorrazzare per la Striscia di Gaza fino alla “presa di potere” (perché, poi, usiamo questa espressione, visto che il potere ce l’aveva già avendo vinto le elezioni?) di Hamas, a giugno dell’anno scorso, e l’espulsione della frangia golpista di Fatah. Ecco allora che il mondo, a destra e a sinistra, ha gridato al “colpo di Stato”, dimenticando volontariamente, e in malafede, l’esito elettorale dell’anno precedente. A destra e a sinistra, in Italia, Hamas è considerata un’organizzazione terroristica. Nella migliore delle ipotesi, un movimento di pericolosi fondamentalisti, scellerati, misogeni, violenti e invasati. Una vera minaccia ai “valori secolari e democratici”…Ma non illudiamoci di essere in grado di pensare queste cose con le nostre illustri teste, l’imbeccata viene sempre dalle solite fonti: gli Usa e Israele, ovviamente. Per loro, il Movimento di Resistenza islamica NON deve essere riconosciuto in quanto unico vero ANTAGONISTA al progetto sionista di totale occupazione della Palestina, di pulizia etnica, di crimini di guerra rimasti impuniti. Il disegno è chiaro, ma c’è ancora chi crede, o fa finta di credere, per comodità, ignoranza, potere, carriera e altro, allo “scontro di civiltà”, alla “guerra globale contro il terrorismo islamico”, e, in nome della “democrazia” in stile Grande Fratello orwelliano, accetta le vergognose e dittatoriali black-lists made in Usa. Black-list in cui Hamas è stato inserito, a tutto vantaggio di Israele, appunto… Ma torniamo all’arena politica palestinese. Dall’anno scorso, e su base giornaliera, le forze dell’ANP in Cisgiordania aggrediscono, rapiscono e torturano membri o simpatizzanti di Hamas – intellettuali, professionisti, imam, studenti -, nel silenzio mondiale della maggior parte dei “sostenitori di sinistra” della Palestina. Sono forze di un’Autorità che collabora con l’occupante, che coordina la “sicurezza”, ma che, in realtà, perseguita la resistenza. Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas. Perché è il movimento che ha vinto democratiche e trasparenti elezioni, volute, incoraggiate, monitorate dall’Occidente. Perché la resistenza dei popoli oppressi è riconosciuta dalle leggi internazionali. Perché Hamas è un movimento di resistenza patriottica. Perché difende le istanze e i principi che un tempo erano retaggio dell’Olp, tra cui il “diritto al ritorno”. Perché attraverso una fitta rete di associazioni e organizzazioni (molte delle quali attaccate e chiuse dalle forze israeliani e dell’ANP) “dà da mangiare agli affamati” e non si costruisce i palazzi con i soldi destinati agli indigenti. Perché i suoi leader, a Gaza, conducono una vita onesta e frugale, lontano dagli sfarzi di altri capi, a Ramallah, rinchiusi in ville di holliwoodiana memoria. Il premier eletto, e dunque legittimo, Ismail Haniyah, abita ancora in un campo profughi, in mezzo alla sua gente. Perché ha leader carismatici, come Haniyah e Mesha’al, mentre dall’altra parte c’è l’insignificante Abu Mazen, pronto a “dialogare” con un Israele che vuole solo espandersi ai danni di ciò che resta della Palestina, che erige un Muro della Vergogna alto 8 metri e lungo 700 km, che ha ridotto i T.O. in tanti bantustan, ottenendo un’impotente condanna del Tribunale internazionale dell’Aja, che uccide civili, che usa armi di distruzione di massa e a micro-onde (contro Libano e Striscia di Gaza, nell’estate del 2006). Sulla Via di Damasco. I dubbi che, come persona, e donna, di “sinistra”, ancora potevo serbare, sono stati fugati dalla recente partecipazione, come membro della delegazione italiana, al Congresso arabo-internazionale sul Diritto al Ritorno, svoltosi dal 23 al 24 novembre a Damasco. La sera del 23 la nostra delegazione, insieme a quella parlamentare greca e britannica, ha incontrato l’Ufficio politico di Hamas al completo. È inutile nascondere l’ottima impressione personale che il gruppo ha dato a me e a tutti gli altri ospiti. Un’impressione di levatura intellettuale, morale, umana, di cordialità e rispetto al di là delle differenze culturali, religiose, di genere, ecc. Dunque, ci siamo trovati di fronte ai “terroristi”, secondo la dizione israelo-americana avallata dalla succube Europa, di Hamas, Khaled Mesha’al in testa, che, con toni pacati e con argomenti condivisibili e razionali, ci hanno spiegato la loro linea politica e di lotta contro una delle più feroci occupazioni militari contemporanee. Mesha’al ci ha ricordato che, pur essendo nato in Palestina, non vi può far ritorno, come milioni di altri palestinesi in diaspora. Ha sottolineato che il problema “non è con gli ebrei o con l’ebraismo, ma con l’occupazione israeliana” e che ognuno “è libero di professare liberamente la propria fede”. Ha evidenziato come, pur avendo vinto regolari e democratiche elezioni, Hamas non abbia sedi diplomatiche in Occidente e ha chiesto all’energica e coraggiosa baronessa Jennifer Tonge di esercitare pressioni affinché il movimento, e il governo, siano riconosciuti ufficialmente. È questa, infatti, la grande sfida che l’Europa, antica patria storica del Diritto, deve lanciare a Israele e agli Usa: dimostrare concretamente, al di là dei proclami di principio sulla presunta “democrazia da esportazione” (nuovo volto e nuova semantica delle guerre di rapina e conquista), che sa essere giusta e civile. Che sa riconoscere la legittimità e la legalità che propaganda dai megafoni istituzionali dei governi e dell’Europarlamento. Che sa accettare l’esito elettorale dei Paesi del “Sud” del mondo, anche quando non combacia con le sue aspettative e previsioni. Che sa sdoganarsi dal giogo pesante delle scelte di politica estera statunitense e sa prendere le distanze dai crimini commessi da 60 anni a questa parte dallo stato amico israeliano. Domande retoriche. Perché noi ci ostiniamo a dialogare con questa forza, l’ANP di Ramallah, la cui dirigenza non è stata eletta, il cui premier, Salaam Fayyad, non è stato scelto dal popolo? Perché i nostri leader europei fanno loro visita, ma non accettano di essere ricevuti dal governo legittimo di Ismail Haniyah? Perché non si battono per la liberazione dei loro colleghi palestinesi rinchiusi da tre anni, senza imputazione alcuna, nelle carceri di Israele? Sono domande che si pongono i cittadini comuni che hanno la fortuna e il privilegio di non informarsi attraverso i nostri sempre più illegibili e inguardabili quotidiani e tv – sguaiatamente di parte. Se lo chiedono uomini e donne onesti che hanno a cuore la Giustizia e la verità. Il buon esempio dovrebbe darlo la cosiddetta “sinistra” (lasciamo stare quella, ormai perduta, “per Israele”), alleata, a suo dire, dei popoli oppressi della Terra, mettendo da parte quell’aria di insopportabile snobismo politico che la porta ad accettare tutto ciò che sia solo e squisitamente “laico”. Che vi/ci piaccia o meno, Hamas è uno dei movimenti di resistenza più amato dai palestinesi. Forse uno dei pochi rimasti di autentica “resistenza” politica contro l’occupazione. La sinistra, in Italia, ha perso anche su questo fronte: non ha avuto il coraggio di prendere posizioni nette contro i crimini israeliani. Ha nicchiato, tergiversato, accennato e ritrattato, indugiato alla Don Abbondio dei nostri tempi. Ed è stata mandata a stendere dal suo elettorato. Giustamente. Anche su questo. Basta leggere i suoi quotidiani, per rendersi conto della débâcle: non sembrano più di sinistra, ma emanazione degli stessi padroni, delle stesse lobbies degli altri… L’orrido termine di “Hamastan” (territorio dominato da Hamas) è usato anche da loro, quale inno all’ignoranza e all’incapacità di capire dinamiche, percorsi e nuovi scenari. L’incapacità di leggere il presente e immaginare il futuro. Di cambiare, di modificare pensieri e visioni. Di crescere. Di testimoniare e accogliere realtà altre…In nome della democrazia e del diritto internazionale tanto propagandati, l’Europa e i suoi leader riconoscano Hamas quale legittimo rappresentante del popolo oppresso di Palestina. Abbiano il coraggio di riconoscerlo ufficialmente e cancellino quel nome dalla black-list imposta loro da Israele e dagli Stati Uniti d’America. Per coerenza, contro l’ipocrisia imperante.
Con la manifestazione di sabato 29 novembre abbiamo concluso la campagna “2008 anno della Palestina”che avevamo aperto esattamente un anno fa esponendo una grande bandiera palestinese su via dei Fori Imperiali e al Colosseo.
L’obiettivo della Campagna, è stato quello di impedire che il 2008 vedesse solo le celebrazioni della nascita dello Stato di Israele omettendo completamente la Nakba palestinese e la pulizia etnica del ’48. Lo abbiamo fatto attraverso decine di assemblee in ventuno città grandi e piccole, attraverso la presentazione di libri sulla situazione palestinese, attraverso la campagna di boicottaggio dell’operazione “Fiera del Libro con Israele ospite d’onore” a Torino, lo abbiamo fatto attraverso tre delegazioni inviate una a Gaza (bloccata alla frontiera dalle autorità egiziane) e due nei campi profughi palestinesi in Libano, lo abbiamo fatto con due manifestazioni nazionali: una a maggio a Torino e l’altra sabato scorso a Roma.
a) La nostra valutazione sulla manifestazione di sabato 29 novembre è decisamente positiva sia per la partecipazione – le cinquemila persone in piazza c’erano veramente – che per la capacità di comunicazione messa in campo dal corteo. Se all’inizio del concentramento – come al solito – compagne e compagni rivelano sempre pessimismo (e ormai ne dovrebbero essere guariti) è stato evidente a tutti come a mano a mano che il corteo sfilava si sia ingrossato e arricchito.
La scelta di far aprire il corteo da una grande chiave a simboleggiare il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, il tintinnio di centinaia di chiavi durante il corteo, hanno spiegato e incuriosito molte persone che assistevano alla manifestazione. L’aver inaugurato Piazza Yasser Arafat con una targa in una piazza centrale di Roma; il saluto fortemente sentito del presidente dei partigiani del Lazio, Rendina, al corteo (che gli è costata preliminarmente una dura discussione con gli ex combattenti della Brigata Ebraica); il saluto di una compagna di Euskadi; lo striscione calato dai ragazzi di Sport sotto l’assedio al passaggio del corteo; l’aver megafonato durante tutto il corteo spiegando motivazioni e obiettivi della manifestazione ed infine gli interventi dal palco di due palestinesi provenienti da realtà significative come Gaza e Chatila – a parte la pioggia – sono tutti elementi che hanno consentito una buon risultato della manifestazione sotto molti aspetti.
b) Non possiamo sottovalutare l’assenza di settori di movimento (collettivi universitari, centri sociali) né che l’aumento delle adesioni e delle forze che – diversamente dagli anni scorsi – hanno aderito alla manifestazione non abbia prodotto molto sul piano della partecipazione numerica. Sono tutti elementi che dovremo discutere e del quale tener conto, ma che non potranno mai diventare degli alibi per cessare l’attività e le iniziative messe in campo questi anni. Se fossimo stati subordinati a questi parametri non avremmo mai fatto tutto il lavoro fatto dall’ottobre del 2001 a oggi.
c) E’ sempre bene ricordare che è assai diverso l’impatto di una manifestazione vista dall’Italia (e dagli articoli di merda dei suoi giornali) e vista dall’altra parte del Mediterraneo . Per la gente assediata a Gaza o nei campi profughi in Libano, per chi sta difendendo le sue case e i suoi ulivi in Cisgiordania, o per gli attivisti in tutto il Medio Oriente, vedere che nella capitale dello stato che ha come presidente della repubblica Napolitano c’è stata una manifestazione di migliaia di persone che dicevano cose completamente diverse su Israele e i diritti dei palestinesi, è estremamente importante.
Le immagini televisive e le foto della manifestazione di sabato stanno girando nelle televisioni e nei blog di tutto il mondo palestinese e in Medio Oriente. Sono iniziative che rendono la solidarietà un fatto concreto e dinamico e che aiutano a resistere chi sta in prima fila.
d) Nelle due riunioni nazionali di ottobre (Roma) e di novembre (Firenze) ci si era detti molto chiaramente che la manifestazione del 29 novembre non poteva che essere uno sforzo della soggettività a fronte del completo silenzio, disinteresse e rimozione della lotta del popolo palestinese nel sistema dei mass media e nell’agenda politica anche della sinistra italiana. Infine, nessuno dovrebbe trascurare il dettaglio che ha visto l’intero establishment italiano – da Confindustria alle banche, dal Presidente della Repubblica al governo, fino a scrittori e artisti – andare in massa in Israele a celebrare una alleanza politica, economica, militare e culturale con uno stato colonialista e – pertanto – simile ed integrato a quelli europei e agli USA. L’iniziativa di solidarietà con il popolo palestinese in Italia ha dunque davanti un quadro politico e un blocco di potere interamente schierato – e senza grandi contraddizioni – a sostegno di Israele e contro i palestinesi se non nella dimensione di “problema umanitario” ma negandone ogni dimensione politica. La nostra forza non potrà che essere fondata sulla realtà dei fatti e sul rapporto con la società, con i settori sociali che possiamo e dobbiamo raggiungere sul piano dell’informazione e della comunicazione sociale. Da questo punto di vista i limiti sono solo quelli che ci mettiamo da noi stessi.
e) Pensiamo di organizzare una riunione ai primi di febbraio per impostare il lavoro del prossimo anno sugli obiettivi in larga parte indicati alla conclusione della manifestazione:
- Sviluppo del dibattito intorno al tema dello Stato unico per palestinesi e israeliani
- Centralità della questione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi dentro qualsiasi ipotesi di negoziato credibile
- Progetto di una casa per la memoria storica del popolo palestinese che ricostruisca e documenti la verità storica dai primi del Novecento a oggi.
- Messa in campo di una campagna di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro lo stato di apartheid israeliano in sintonia con quello che agisce nel resto d’Europa. Ai primi di aprile tra l’altro c’è la conferenza dell’ONU sul razzismo a Ginevra (Durban II). Sul sito del forum troverete il documento che varie organizzazioni palestinesi presenteranno a questa conferenza. Il Forum Palestina
Invitiamo tutti coloro che vogliono intervenire con proprie valutazioni a scrivere a :
forumpalestina@libero.it e/o tastorosso@gmail.com
<!– By | –>La vittoria riportata alle elezioni regionali dalle liste che appoggiano il presidente venezuelano Hugo Chavez confermano alcune importanti cose. Innanzitutto, che – a dispetto di tutti gli osservatori internazionali che si aspettavano un crollo dei suoi consensi – la popolarità di Chavez è salda e stabile, nel suo paese, anche se in alcune realtà l’opposizione riscuote successi. Poi, che il presidente Chavez è un vero democratico, a dispetto di tutti quelli che lo dipingono – anche da noi in Italia – in modo caricaturale e che la sua esperienza di governo è, insieme, profondamente avanzata sul piano democratico e originale sul piano dell’affermazione di ideali rivoluzionari. Insomma, chi si aspettava per l’ennesima volta il “crollo” di Chavez, è rimasto deluso. Noi del Prc, invece, siamo contenti.
Palestina
Congresso arabo-internazionale sul diritto al ritorno
(Infopal) Damasco 24 novembre 2008
Da Damasco, Angela Lano. Infopal. Si è aperto ieri presso l’Umayyad Palace di Damasco, in Siria, il “Congresso arabo-internazionale sul Diritto al Ritorno”. I lavori sono stati aperti dalle relazioni degli organizzatori della conferenza e da leader e personaggi arabi e internazionali di spicco: Talal Naji, assistente – Segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – FPLP-CG, ‘Azmi Bishara, Faruq Qaddoumi, il capo dell’Ufficio politico di Hamas, Khaled Mesha’al, monsignor Capucci e molti altri ancora. Migliaia di persone provenienti da molti paesi arabi e islamici e dall’Occidente affollano le sale dell’Umayyad Palace per la due giorni dedicata al diritto al ritorno in Palestina dei profughi sparsi in tutto il mondo. Al termine, verrà rilasciata la “Dichiarazione di Damasco per il Diritto al Ritorno”. Il Congresso è parte delle celebrazioni commemorative per il 60° anniversario della Nakba, la Catastrofe che colpì il popolo palestinese nel 1948, con l’usurpazione delle terre, dei villaggi, delle città, delle proprietà da parte delle bande terroriste sioniste, e la conseguente creazione dello stato israeliano; nello stesso tempo, viene ricordata la risoluzione Onu n. 194 del 1948, che sancisce il diritto al Ritorno e alle compensazioni per i rifugiati palestinesi. Talal Naji, che presiede il Congresso, ha affermato che la “Palestina è afflitta da un’invasione coloniale, razzista che ha sottratto la sua terra e ha trasformato i suoi abitanti in rifugiati”. E ha sottolineato che i tentativi di spazzar via il diritto al ritorno sono stati sempre rifiutati dal popolo palestinese e che “la difesa di tale diritto è un dovere che dovrebbe essere incluso in ogni programma nazionale”. L’Ufficio politico di Hamas. Il discorso del leader del movimento di resistenza islamica, Khaled Meshaal, è stato accolto con molta partecipazione e interesse. Egli ha condannato la “inspiegabile indifferenza” araba e internazionale alla sofferenza dei cittadini di Gaza, definendone la tragedia una “grande vergogna per la Ummah araba”. Meshaal ha criticato la posizione del governo egiziano, che continua a tenere chiuso il valico di Rafah nonostante la catastrofe in cui si trova la popolazione della Striscia: “Non lasciate il mare ai sostenitori stranieri. Tutti gli stati arabi possono mandare navi a Gaza”, ha affermato, nel tentativo di scuotere l’orgoglio e il nazionalismo arabo. Negoziati inutili e pericolosi. Il capo politico di Hamas ha poi definito “inutili e infruttuosi” i negoziati tra l’ANP di Mahmoud Abbas e Israele, sottolineando che il suo movimento li condanna fermamente, anche perché avvengono “in mezzo alle divisioni politiche interne palestinesi”, che, dichiarerà poi in serata, durante una conferenza stampa con le delegazioni italiana, greca e britannica, “sono volute dagli Stati Uniti” che premono in tal senso sull’Autorità nazionale di Ramallah. “Per ciò che ci riguarda i colloqui palestino-israeliani – ha aggiunto – noi riteniamo che il negoziatore palestinese non è adatto e non è autorizzato a portarli avanti. Perché i negoziati si sono fermati cinque anni fa durante la presidenza di Yasser Arafat? E Perché sono rimasti congelati dopo che Hamas ha vinto le elezioni e sono iniziati solo dopo le divisioni politiche nell’arena palestinese? E’ chiaro che le divisioni politiche hanno l’obiettivo di coprire i negoziati e di dare ai negoziatori palestinesi mano libera per scendere a compromessi sui principi inalienabili palestinesi”. Dialogo nazionale. Meshaal ha spiegato che il suo movimento ha accolto con favore i tentativi egiziani di risanare la frattura tra Hamas e Fatah, ma ha aggiunto che essi sono falliti poiché “gli altri partiti non hanno mostrato interesse al dialogo”: “Essi volevano che Hamas criminalizzasse la resistenza, volevano imporre le condizioni del Quartetto”. Il leader di Hamas ha spiegato che “il problema non è con Fatah in generale, ma con una certa tendenza all’interno di una corrente di Fatah che ha cancellato la resistenza dalla carta dell’Olp e ha accettato di cedere Gerusalemme e altre terre palestinesi”. Rifiuto di compensazioni e naturalizzazioni, diritto al Ritorno. Meshaal ha spiegato poi che né Hamas né i rifugiati palestinesi intendono accettare compensazioni economiche o naturalizzazioni nei paesi ospiti come soluzione al problema dei Rifugiati, e ha aggiunto che “la resistenza è un diritto del popolo palestinese fino a quando non sarà posta fine all’occupazione” e che quello al ritorno è “un diritto inalienabile per qualsiasi palestinese espulso dalla propria terra”. Appello ai leader arabi. Meshaal si è poi rivolto ai leader e ai paesi arabi chiedendo loro di “aver compassione del popolo palestinese, garantendogli una vita onorevole e non costringendolo a cercare ospitalità in paesi stranieri. Il mondo arabo non è stato in grado di accogliere qualche centinaia di profughi palestinesi che sono fuggiti dall’Iraq distrutto dalla guerra e che hanno dovuto cercare rifugio in paesi scandinavi o in Sudamerica dopo che quelli arabi avevano chiuso loro le porte in faccia?”. Obama, il nuovo che nasce? Meshaal ha infine espresso dubbi sulla possibilità che il nuovo presidente Usa, Barack Obama, apporti cambiamenti nelle relazioni con il mondo arabo e nella gestione americana della Questione israelo-palestinese. Incontro tra l’Ufficio politico di Hamas e tre delegazioni europee. In serata si è svolto un cordiale incontro a porte chiuse tra le delegazioni di Gran Bretagna (guidata da Lord Nazir Ahmed e dalla Baronessa Jennifer Louise Tonge), Grecia e Italia (guidata dall’ex senatore Fernando Rossi), con dichiarazioni di sostegno alla causa palestinese, riconoscimento del ruolo di Hamas come legittimo rappresentante, democraticamente eletto, del popolo palestinese, della forte difficoltà nel veicolare informazioni corrette e veritiere sul conflitto tra il super-armato Israele e i palestinesi, sulla drammatica situazione nella Striscia di Gaza e sulle divisioni interne palestinesi alimentate dagli Stati Uniti. Il discorso della parlamentare britannica, la baronessa Jennifer Tonge, è stato “molto forte”: una denuncia dei meccanismi perversi della comunicazione mediatico-politica del conflitto, che vedono Israele come paese “vittima” del “terrorismo palestinese” e non viceversa, e il riconoscimento di Hamas quale rappresentante palestinese con cui dialogare. La Tonge ha sottolineato la necessità per l’Europa di relazionarsi a “tutte le parti palestinesi e non solo a una”. L’italiano Fernando Rossi, ex parlamentare e attuale coordinatore nazionale del PBC, ha definito il movimento di resistenza islamica “il legittimo rappresentante del popolo palestinese, in quanto partito eletto durante elezioni democratiche” e ha evidenziato l’importanza per le nazioni europee e la UE di esercitare pressioni su Israele al fine di sollevare l’ingiusto assedio alla Striscia di Gaza. Sia Rossi sia Tonge e lord Ahmed Nazir, hanno preso parte all’ultimo viaggio della nave Dignity, del Free Gaza mov., giunta a Gaza l’8 novembre scorso.
Pace in Medioriente
Per uno stato palestinese, adesso!
Venerdì 28 novembre 2008
Presso l’associazione bocciofila via Cisternense
Campoleone – Lanuvio
Ore 19,00
Dibattito
Kasem Al Aina, coord. Ong palestinesi in Libano
Giovannino Sanna, segretario Fed. Pdci Castelli
Sergio Cararo, Forum Palestina
Stefania Limiti, Comit. per non dimenticare Sabra e Chatila
Fabio Nobile, segreteria nazionale
Maurizio Musolino, responsabile Medioriente Pdci
Ore 20,00
Cena di solidarietà
Per prenotazioni rivolgersi a Serafino Bossoletti 06.9390676
Palestina

Appello al boicottaggio delle aziende italiane che andranno in Israele con NapolitanoAlla vigilia della visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano insieme ad una ampia delegazione di imprenditori italiani in Israele (26 e 27 novembre) il Forum Palestina lancia l’appello al boicottaggio delle “aziende italiane che scelgono di rendersi complici dell’economia di guerra israeliana”. Nel momento in cui le autorità israeliane continuano a strangolare un milione e ottocentomila palestinesi rinchiusi nella Striscia di Gaza, innescando quella che le stesse agenzie dell’ONU definiscono ormai una catastrofe umanitaria, “gli imprenditori italiani scelgono di collaborare sul piano economico, commerciale, tecnologico con questa politica di assedio e annientamento contro il popolo palestinese”. Il Presidente Napolitano sarà in Israele insieme con 300 imprenditori ma andrà da solo nei Territori Palestinesi amministrati dall’ANP. “La Confindustria ed alcuni enti locali come la Regione Emilia-Romagna scelgono dunque ancora i due pesi e due misure” dicono al Forum Palestina. Per questo motivo sul sito del forum compare una dettagliata lista delle aziende italiane che andranno in Israele – da colossi come la Fiat a piccole aziende come la FAMi di Vicenza o la Marpol di Sassomarconi – con l’esplicito invito a boicottare ogni acquisto o commessa in Italia di queste aziende. (per prendere visione delle aziende linkare http://www.forumpalestina.org/news/2008/Ottobre08/Aziendeitaliane/AziendeItaliane.htm)
Notazione: l’importanza dell’iniziativa risiede nel fatto che qualunque attività di scambio economico in una situazione di rapporti internazionali paritari, anche se una delle due parti fosse alle prese con situazioni di ordine pubblico interno, con le cautele del caso sarebbe “normale”. Ben sappiamo che così non è perchèe siamo in presenza: 1. di una situazione di belligenranza; 2. di una occupazione di uno stato nei confrotni del territorio di una altro stato; 3. della prosecuzione di un “programma” di intervento economico strutturale ed infrastrutturale che, escludendo la parte dello stato sottomesso, cerca in tal modo di realizzare con l’aiuto internazionale, ciò che forse non sarebbe in grado di compiere. Quindi, non di scambi economico-commerciali si parla, ma di aiuto alla economia utile alla sopraffazione di uno stato (Israele) su un territorio ed un popolo (palestinese). m.a.
Gaza, dalla prigione parla Vik, il pacifista italiano agli arresti
(l’Unità) di Rachele Gonnelli
Dal carcere israeliano di Ramle, parla Vittorio Arrigoni, il pacifista italiano arrivato a Gaza con la prima nave del movimento Free Gaza ad agosto e rimasto nella Striscia a tutelare i diritti dei palestinesi colpiti dall’embargo israeliano. Vittorio che ha 33 anni ed è di Cantù in Brianza è stato arrestato insieme a Darlene Wallach, americana, e Andrew Muncie, scozzese, tre giorni fa mentre si trovava con gli altri due osservatori internazionali indipendenti a bordo di un peschereccio palestinese a sette miglia dalla costa a largo della Striscia di Gaza. La sua voce dal carcere israeliano dove si trova arriva debole e piena di eco. Vittorio Arrigoni, Vik per gli amici, non è alla prima detenzione in Israele: è già incappato nelle maglie della sicurezza di Israele in passato facendo lo scudo umano nella West Bank. È più il tempo che passa in Medioriente a difendere i diritti dei palestinesi che quello che passa in patria, a Milano. Una tempra invidiabile, sempre sorridente, ironico. Ora però è un po’ provato. «No, senti, non va benissimo – dice – questo carcere è un posto veramente squallido dove i diritti umani vengono costantemente violati». Racconta. «Eh, ci sono un centinaio di persone, tutti rifugiati, molti eritrei, sì tutti rifugiati li hanno messi in questo blocco. Le celle sono lercie, piene di insetti di tutti i tipi e il personale calpesta i diritti qui, sai…Ho il corpo completamente coperto di piaghe e punture di insetti. Stamattina una ragazza è arrivata da Gerusalemme per portarmi le sigarette e una pomata per le punture degli insetti, ma non l’ hanno fatta passare, non hanno fatto passare niente. Per gli israeliani, hanno detto, questo carcere è pulitissimo e non ci sono problemi, negano tutto. Non lo so. Ho dovuto sospendere lo sciopero della fame sai perchè mi avevano tolto il cellulare e non potevo più comunicare neanche con il mio avvocato.» Ma leggendo il sito di Infopal vedo che forse vi espellono oggi tutti e tre, forse stai per uscire. «Non lo so, per tutto il pomeriggio abbiamo cercato di consultarci con gli altri attivisti negli Stati Uniti, in Francia e in Inghilterra per capire cosa fare. Alla fine credo che per domani – domenica ndr – pomeriggio sia previsto il mio rimpatrio forzato. Ma non finisce qui». Come non finisce qui, cosa farete? «I nostri legali stanno preparando un ricorso in grande stile contro le autorità israeliane perchè non si tratta di un arresto, siamo stati sequestrati. Non abbiamo commesso alcun crimine. Ma quando abbiamo annunciato lo sciopero della fame a me e Andrew ci hanno sbattuti in un cesso, perché non era una cella, senza acqua potabile, lurido. E ora mi deportano quando a Gaza ho lasciato tutto, compreso passaporto e soldi. L’ambasciata italiana mi ha dovuto fare un documento di accompagnamento e di identità perché altrimenti non avrei neppure potuto imbarcarmi sull’aereo che mi porterà a Roma».
E agli altri due cosa succederà? «L’ambasciata italiana si è mossa subito. Invece quelle della Gran Bretagna e degli Stati Uniti mi risulta che non abbiano ancora approntato questi documenti sostitutivi così per ora non saranno scarcerati. Credo che Darlene abbia anche lei smesso lo sciopero della fame per riavere il suo cellulare. Di Andrew invece non so nulla, nonostante le ripetute richieste ai miei carcerieri di avere notizie, di poterci parlare un attimo. Il suo cellulare non risponde quindi penso che non glielo abbiano ridato». Pensi che cercherai di tornare a Gaza? «Bè, mi hanno detto con un sms che ho vinto un biglietto gratis per una prossima nave di Free Gaza in partenza da Cipro. Vogliamo mandare una nave al mese a violare il blocco navale intorno alla Striscia che è illegale. Quanto a me, più mi feriscono e più aumentano la mia determinazione. Dal loro punto di vista sarebbe stato meglio lasciarmi libero». Vittorio Arrigoni, Darlene Wallach e Andrew Muncie avevano iniziato giovedì lo sciopero della fame per protesta contro la loro carcerazione ritenuta illegale. Le autorità israeliane, ha raccontato Wallach tramite un sito, «ci hanno abbordato a sette miglia dalla costa a bordo di tre navi e quattro zodiac. Sono saliti a bordo uomini-rana e hanno fatto indietreggiare Vik usando una pistola elettrica, un taser, che lo ha fatto sbattere contro un ferro tagliente. Vik si è buttato in mare e loro puntandogli i fucili lo hanno preso. Andrew ha chiesto in base a quale legge ci arrestavano. Loro hanno risposto in base agli accordi di Oslo che non consentono ai palestinesi di pescare a sette miglia e mezzo dalla costa. Ma secondo illegale di Andrew negli accordi di Oslo è consentita la pesca ai palestinesi entro le 20 miglia». Perciò i tre attivisti per la pace hanno deciso di digiunare fino a che i pescherecci palestinesi confiscati dai soldati israeliani non verranno restituiti. Ma a quel punto le autorità del carcere hanno inasprito la loro reclusione, hanno denunciato gli attivisti.In particolare Vittorio che ha accettato di sospendere il digiuno per riavere in mano il suo telefono cellulare e il collegamento con il mondo. Vittorio Arrigoni è anche un blogger e usa Internet per far sapere sempre dei suoi spostamenti. Una protesta per la sua detenzione è stata intanto inoltrata all’ambasciata italiana a Gerusalemme.
Comunicato stampa di Vittorio Arrigoni.
(Infopal) “Ho deciso, contro la mia istintintività combattente razionalmente di non resistere alla deportazione”.
In queste ore convulse è stato per me difficile prendere la decisione giusta, coerente con quello in cui credo e il più possibile razionale. Quella razionalità di cui spesso sono sprovvisto essendo l’istinto e la passione la mia naturale bussola. Ho deciso, contro la mia istintività combattente, razionalmente di non resistere alla deportazione. E di farmi imbarcare domattina su un aereo diretto a Roma.
Spero che nessuno dei miei più cari amici da Rafah agli USA mi considerino un codardo per questa scelta. Ho valutato rischi e benefici. Nella stessa misura di quando nuotando verso Gaza nel tentativo di resistere alla cattura circondato da otto navi da guerra israeliane, ho visto le mie mani colorate di blu e ho desistito nella fuga. Forse sarò più utile alla causa fuori da queste mura sbarrate, forse qui dentro sarei addirittura più di danno che di beneficio per le nostre prossime valorose missioni.
Il tempo smentirà o confermerà i miei dubbi e le mie decisioni. Ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuto e consigliato in questa frenetica giornata fatta di caffè lunghi georgiani, di tè eritrei e sigarette etiopi (gli insetti, invece, gentilmente offerti da Israele). In particolare ringrazio:
- Huweida dagli USA col suo accento yankee
- Paul, per il consiglio sullo streaptease
- Adam e Sacha dalla West Bank per le ricariche telefoniche e del morale
- Daniela da Al Quds per le sigarette mai pervenute
- Bianca dalla Francia per il vino bianco
- Leila sempre empatica
- Tutti i blogger guerrilleri della rete
- Mahfus e tutti i gazawi (tranne un certo Jamal)
- Fida, Donna, G., OJ (eat, eat!), Eva (sleep, sleep!) e la companera Cohime.
Ragazzi, sono orgoglioso di aver conosciuto e combattuto con esseri umani straordinari come voi, inshallah altre intifade marine nel nostro domani. Darlene, il migliore vino sta nelle botti piccole.
Andrei, mi devi sempre quella rivincita sul tavolo verde. E tutti coloro che colpevolmente ho dimenticato e che mi si sono dimostrati vicini in queste ore.
Il vostro mai domo Vik. Restiamo umani.
Flaviano Marrucci ci ha segnalato questo link che racchiude molte (tutte?) le informazioni relative ad un evento culturale (e dell’industria culturale): la programmazione del film sul Che che dovrebbe essere distribuito in due moduli separati…http://www.cineblog.it/tag/Che+Guevara
Continua, grazie alla collaborazione dell’Agenzia di stampa Palestinese Infopal,
abbiamo potuto operare una serie di notizie in evidenza. Pensiamo sia anche un modo per preparare meglio la manifestazione nazionale del 29 per la Palestina
Infopal, sabato 22 novembre 2008. Gli attivisti del Free Gaza movement e dell’International Solidarity Movement saranno scarcerati ed espulsi oggi.
Massiyahu Prison, Lida, Israel (20 November, 2008) – Tre osservatori per i Diritti umani dell’International Solidarity Movement domani inizieranno uno sciopero della fame per protestare contro la loro detenzione illegale da parte di Israele. I tre osservatori, Darlene Wallach, Usa, Vittorio Arrigoni, Italia, e Andrew Muncie, Scozia, martedì sono stati rapiti con la forza dalla Marina israeliana, mentre accompagnavano pescatori palestinesi disarmati al largo delle coste della Striscia di Gaza. Secondo Wallach, “Stavamo pescando a circa 7 miglia al largo di Gaza. I soldati israeliani sono arrivati a bordo di tre navi e di quattro Zodiacs. Uomini-rana sono saliti su ogni peschereccio. Hanno usato una pistola elettrica, taser, contro Vik mentre era ancora sulla barca, poi, hanno cercato di spingerlo all’indietro, contro un pezzo di legno tagliente. Lui si è buttato in mare per evitare di essere ferito ulteriormente ed è rimasto in acqua per un po’. Poi lo hanno raggiunto e costretto a salire sullo Zodiac puntandogli contro i fucili. Lo hanno rapito, insieme a Andrew e a Darlene e a tutti i pescatori palestinesi”.
Israele ha sequestrato e poi rilasciato 15 pescatori palestinesi e confiscato le loro imbarcazioni. Gli osservatori rifiutano di essere deportati e rifiutano di mangiare finché i pescherecci non verranno restituiti- intatti- ai loro legittimi proprietari a Gaza. In tribunale, oggi, Andrew Muncie ha chiesto al giudice in base a quale legge sono stati arrestati. Secondo il giudice, la loro detenzione è autorizzata dagli Accordi di Oslo in quanto “la legge militare ti proibisce di pescare a 7 miglia e mezzo dalla costa. Quella non è zona di pesca”. Tuttavia, gli Accordi di Oslo garantiscono ai palestinesi il diritto di pescare a 20 miglia al largo dalle coste gazesi. Quando l’avvocato di Andrew ha presentato al giudice una copia dell’Accordo di Oslo relativo a questo argomento, ella non ha fatto commenti. Il 23 agosto del 2008, Wallach, Muncie e Arrigoni erano tra i 44 membri del Free Gaza Movement, a bordo della prima imbarcazione entrata a Gaza via mare in 41 anni, per rompere l’assedio israeliano. Essi sono rimasti a Gaza per partecipare alle attività per i diritti umani dell’International Solidarity Movement. Hanno vissuto e lavorato a Gaza dall’estate, accompagnando i pescatori e i contadini palestinesi, e documentando gli abusi israeliani nella Striscia di Gaza. I tre inizieranno il digiuno domani mattina finché i pescherecci confiscati non verranno riconsegnati nelle stesse condizioni in cui si trovavano al momento del sequestro da parte degli uomini-rana e finché ogni danno non verrà riparato.
su VITTORIO ARRIGONI sequestrato articolo sul manifesto
http://www.infopal.it/testidet.php?id=9914
Comunicato stampa di Vittorio Agnoletto sul sequestro di VITTORIO ARRIGONI
http://www.infopal.it/testidet.php?id=9915
Bambini nel mirino di Israele: 8000 i minori arrestati dal 2000 ad oggi
http://www.infopal.it/testidet.php?id=9911
La striscia di Gaza a rischio di catastrofe umanitaria per mancanza di energia elettrica
http://www.infopal.it/testidet.php?id=9907
Esercito israeliano all’assalto di Deir al-Balah
http://www.infopal.it/testidet.php?id=9912
VENEZUELA
Chavez, domenica importante test sulle amministrative
Caracas, 21 nov. (Apcom) - Quasi 17 milioni di venezuelani sono chiamati alle urne domenica per rinnovare le amministrazioni del paese, appuntamento particolarmente sentito dal presidente Hugo Chavez che vede nel test elettorale un esame per la sua “rivoluzione bolivariana”. “In gioco c’è il futuro della rivoluzione, il futuro del socialismo, del Venezuela, del governo rivoluzionario e di Hugo Chavez”, ha detto il presidente. Dieci anni dopo l’elezione del presidente socialista, gli elettori dovranno scegliere 22 governatori, 328 sindaci e 233 membri dei consigli regionali, che resteranno in carica per quattro anni. Infaticabile, Hugo Chavez ha partecipato alla campagna elettorale come un vero e proprio candidato del partito socialista, percorrendo il Paese in lungo e il largo. Nell’ultima settimana il capo dello Stato è stato onnipresente arrivando ad avere anche tre passaggi televisivi al giorno e eclissando i temi tradizionali del dibattito politico delle elezioni regionali, come la sicurezza o l’efficacia dei servizi pubblici. “Chavez ha tentato di evitare questi argomenti, perché il bilancio della gestione del governo in questi settori è deficitario”, ha detto Luis Vicente Leon, dell’istituto di sondaggi Datanalisis. Il presidente ha preferito concentrare “l’attenzione su temi dove si sente più forte, come gli sventati tentativi di colpo di Stato e la rivoluzione bolivariana”, ha spiegato Leon. Ma Chavez ha anche inasprito i toni nei confronti dei suoi avversari, minacciando di rinchiudere in prigione gli oppositori e i dissidenti e di essere pronto a chiamare l’esercito nel caso in cui l’opposizione non dovesse accettare la sconfitta. “Chi tradisce Chavez è morto politicamente. Ma non tradisce me, tradisce il popolo venezuelano”, ha affermato il capo dello Stato aggiungendo di cercare “un gruppo veramente solido di governatori, di sindaci e di consiglieri regionali. Un gruppo, un governo”. Dagli ultimi sondaggi emerge che la sua popolarità – intorno al 55% di giudizi favorevoli nel suo partito – si è abbassata dal 2007 in particolare a causa delle polemiche sul mancato rinnovo della concessione alla televisione d’opposizione Rctv, che ha contribuito alla sconfitta del referendum costituzionale organizzato dal governo nel dicembre 2007. Chavez “sa di non essere più invincibile (…) e sa che la sua rivoluzione per avanzare ha bisogno di un solido consenso”, ha spiegato ancora Leon. In questo senso, le elezioni regionali saranno un test molto importante per la rivoluzione socialista del XXI secolo di Chavez, che dovrebbe lasciare il potere nel 2013. Se il partito socialista dovesse stravincere le elezioni regionali si aprirebbe la strada a un nuovo referendum costituzionale con cui assicurare la rielezione illimitata del presidente. (Fonte Afp)
Palestina
Prosegue la preparazione della manifestazione nazionale del 29 a Roma e, purtroppo si susseguono anche notizie drammatiche che quotidianamente investono i cittadini palestinesi in assedio delle forze armate israeliane. Sembrerebbe, secondo Infopal che anche attivisti di Free Gaza sia stati coinvolti. Un italiano, Vittorio Arrigoni, rapito dall’esercito. Solo attraverso una voce anonima in radio Israele ha reso noto di non saperne nulla. Di più non si sa.
http://www.forumpalestina.org/news/2008/Maggio08/11-05-08IntervistaJungeWelt.htm
(Dopo Torino prosegue la campagna “2008 anno della Palestina)
http://www.forumpalestina.org/news/2008/Novembre08/29-11-08MANIFESTO.htm
(Il manifesto di convocazione della manifestazione nazionale del 29 a Roma)
http://www.forumpalestina.org/news/2008/Ottobre08/08-10-08KillerWaelZwaiter.htm
(L’Italia sapeva chi erano i killer di Wael Zwaiter e non li ha arrestati)
Palestina
Grazie alla collaborazione dell’Agenzia di stampa Palestinese Infopal,
abbiamo potuto operare una serie di notizie in evidenza. Pensiamo sia anche un modo per preparare meglio la manifestazione nazionale del 29 per la Palestina.
http://www.infopal.it/testidet.php?id=9861 (attacco aereo a Gaza)
http://www.infopal.it/testidet.php?id=9860 (Israele contro i pescatori di Gaza)
http://www.infopal.it/testidet.php?id=9851 (Gaza nuovo ghetto di Varsavia?)
http://www.infopal.it/testidet.php?id=9855 (Una settimana di violazioni israeliane dei diritti umani)
Roma 29 ottobre 2008Ancora una votazione plebiscitaria contro il blocco Usa a Cuba. La votazione di oggi ha dato 185 voti a favore della fine del blocco, 3 voti contro e 2 astenuti. E’ un nuovo grande risultato della diplomazia cubana che evidenzia l’isolamento evidente degli Stati Uniti. E’ un successo che segue il ripristino delle relazioni di cooperazione fra Cuba e l’UE di pochi giorni fa. Oggi l’Unione Europea dovrebbe finalmente avere il coraggio di dare sostanza a questa ennesima risoluzione dell’ONU imponendo agli Usa l’osservanza di questa risoluzione da troppi anni vergognosamente disattesa. Come Comunisti Italiani continueremo a lavorare perché questo avvenga e vogliamo esprimere al governo cubano e alla sua rappresentanza diplomatica in Italia i nostri rallegramenti per questa votazione che, ancora un volta, fa capire come la battaglia di Cuba contro questa aberrante ingiustizia sia condivisa dalla quasi totalità dei paesi della Comunità internazionale.
Oltre il nostro naso, c’è tutto il resto. Oltre il naso dell’Italia, c’è l’Europa e tutto il mondo. Oltre il naso del continente europeo c’è il medio oriente e il mondo arabo e ancora di più. Oltre c’è l’eurasia, sia passando dalla sterminata Russia che approcciata dall’oceano indiano. E oltre gli oceani pacifico e atlantico ci sono l’australia e le americhe (quella del nord e quella del sud). Questa pagina, sia con pillole di notizie che con commenti ci farà vedere proprio cosa c’è oltre il naso.
di Sergio Cararo*
Le notizie che giungono dai Territori Palestinesi Occupati (continuiamo a chiamarli così almeno finchè non saranno liberati), indicano una situazione niente affatto pacificata o in stallo. L’indolenza e la disattenzione dei mass media italiani, infatti, non devono trarre in inganno.
Al contrario, ci sono numerosi e crescenti fattori che fanno ritenere come la questione palestinese stia di nuovo per esplodere ed imporsi nell’agenda politica e informativa sulla realtà del Medio Oriente.
La politica e i mass media, durante l’estate, si sono dedicati alla realtà di Gaza quando sono stati sollecitati dall’iniziativa delle navi della solidarietà che hanno rotto l’assedio della Striscia decretato da Israele e dal vergognoso embargo internazionale a cui partecipano anche l’Unione Europea (inclusa l’Italia) e l’Egitto. Ma sul piano degli scontri tra i palestinesi di Gaza e l’apparato militare israeliano, possiamo ammettere tranquillamente che la tregua ha retto e non ci sono stati episodi gravi.
Se i riflettori della politica e dei mass media si fossero dedicati alla situazione in Cisgiordania e Gerusalemme, la realtà che avrebbero visto sarebbe stata del tutto diversi e per certi versi più inquietante.
Nel corso dell’estate, vari rapporti –anche di fronte israeliana – hanno confermato la pesante escalation degli insediamenti coloniali israeliani sia in Cisgiordania che a Gerusalemme Est.
Ciò ha significato la costruzione di centinaia di edifici e migliaia di appartamenti per i coloni israeliani e centinaia di ettari di terreni palestinesi espropriati.. Dopo il vertice di Annapolis, è stata così confermata quella “dottrina di Oslo” che vedeva crescere come funghi gli insediamenti coloniali israeliani mentre erano in corso le trattative con i negoziatori palestinesi. Non solo. Agli insediamenti autorizzati dal governo israeliano si sono aggiunti i cosiddetti “insediamenti illegali” sui terreni palestinesi portati avanti dai gruppi di coloni più aggressivi.
Questa escalation, ha visto aumentare esponenzialmente i punti di tensione e scontro tra i palestinesi e i coloni in gran parte della Cisgiordania, a Gerusalemme ed anche nelle città oggi israeliane dove vivono i palestinesi del ’48.
A conferma di una situazione esplosiva, non abbiamo assistito solo al solito e drammatico scenario dell’occupazione militare e coloniale israeliana (incursioni dei soldati, 7 palestinesi uccisi tra luglio e settembre, attacchi dei coloni) ma anche ad una reazione palestinese molto violenta contro soldati e coloni israeliani. Tra luglio e settembre i palestinesi della Cisgiordania, di Gerusalemme e del ’48, hanno condotto 5 attacchi contro i militari e i coloni che hanno portato al ferimento di una ventina di soldati – in attacchi isolati e non organizzati – e all’uccisione di un bambino israeliano in una colonia.
La tensione e gli scontri sono cresciuti quotidianamente intorno a Nablus, Hebron, Gerusalemme fino a sfociare negli scontri tra abitanti ebrei e palestinesi ad Acri, nel cuore dei confini del’48 imposti da Israele con la pulizia etnica dell’epoca.
A questa situazione sul campo sempre più tesa, si accompagnano due ulteriori elementi di tensione politica che riguardano le leadership israeliana e palestinese:
a) esiste ed agisce con evidenza una crescente crisi politica e morale delle autorità israeliane. Presidenti e premier finiscono ripetutamente sotto inchiesta per scandali e fenomeni di corruzione, l’economia israeliana non potrà in alcun modo sottrarsi dagli effetti della crisi economica USA alla quale è legata a doppio filo, lo stesso progetto sionista della “Eretz Israel” sta entrando in crisi sotto i colpi del fallimento del progetto USA sul Grande Medio Oriente e della stessa ipotesi dei “due popoli due stati” dietro cui si sono nascosti i progetti israeliani di liquidazione della questione palestinese. Questa crisi strategica di Israele innesca tensioni e nervosismi all’interno stesso della società israeliana che vede scatenarsi i settori più aggressivi (i coloni, la destra sionista etc) che ne avvertono le difficoltà e cercano lo scontro diretto con i palestinesi per riproporre l’espulsione di tutti i palestinesi (inclusi quelli del ’48) come compimento della pulizia etnica iniziata nel ’48 e come soluzione ineluttabile per l’avvento di Israele come stato ebraico ed etnicamente “puro”.
Questo progetto vede con terrore il riaffacciarsi dell’ipotesi di uno Stato Unico per palestinesi ed ebrei, una ipotesi che comincia a guadagnare consensi ed interesse di fronte al fallimento sul campo di ogni possibilità degna di questo nome di uno stato palestinese a fianco di quello israeliano.
b) Una crisi diversa ma analoga investe anche la leadership palestinese. La crisi dell’ANP è evidente sul piano del fallimento dei negoziati con Israele (che continuano a non produrre alcun risultato concreto o spendibile nella società palestinese), sul piano del perdurante dualismo di potere tra il governo di Ramallah e il governo di Gaza, sul piano della devastante liquidazione dell’OLP – soppiantata dall’ANP – che ha reciso i legami con i palestinesi della diaspora e dei campi profughi disseminati nei paesi arabi confinanti. L’avanzamento del processo di riconciliazione nazionale tra Hamas e Al Fatah emerso negli incontri del Cairo, dovrà trovare anche obtorto collo un aggiustamento credibile sul rispetto dei tempi per la fine del mandato presidenziale di Abu Mazen. Una forzatura mal posta potrebbe far precipitare nuovamente il movimento nazionale verso lacerazioni dolorose. Pesa infine la non convocazione del congresso di Al Fatah, la principale organizzazione su cui e dentro cui si scaricano gran parte delle tensioni esistenti nel campo palestinese. Si parla in queste settimane di un congresso nei prossimi tre/quattro mesi, ma è prematuro accontentarsi di una indicazione che ha stentato a concretizzarsi negli anni producendo danni politici enormi.
I molti fallimenti accumulati dalla leadership dell’ANP in questi anni e l’accresciuta escalation israeliana in Cisgiordania, a Gerusalemme e nei territori del’48, aumentano la tensione e la rabbia anche dentro il campo palestinese. La mancanza di risultati e di prospettiva, non può essere sostituita dalla garanzia di essere l’unico “interlocutore credibile” per USA e Israele, anzi, rischia di diventare un pericoloso boomerang.
Si ricava dunque la netta sensazione che la tensione si stia accumulando a tutta forza in tutti i punti di contatto e frizione tra i palestinesi e gli apparati coloniali israeliani cioè in Cisgiordania, Gerusalemme e all’interno stesso dei territori occupati da Israele nel ‘48. Sono ancora in molti – nel governo della destra ed anche nella sinistra ex di governo – a sottovalutare compleramente i segnali che vengono da questa situazione esplosiva alle “porte di casa”. In questi anni abbiamo insistito su almeno due aspetti della questione:
a) Non è possibile alcuna pace in Medio Oriente senza giustizia per il popolo palestinese
b) Non è accettabile alcuna equidistanza tra occupanti ed occupati
Oggi, nonostante la questione palestinese stenti ancora a ripresentarsi con la dovuta attenzione nell’agenda politica, è necessario rimettere in campo l’iniziativa e l’informazione su quanto accade e svolgere la funzione che è propria della soggettività delle reti di solidarietà con le lotte di liberazione dei popoli: porre queste ultime all’attenzione pubblica anche quando tutti fanno finta di niente. Anche a questo, dopo lo straordinario successo della campagna e della manifestazione a Torino contro la Fiera del Libro dedicata a Israele, è importante tornare in piazza il 29 novembre per riaffermare il diritto alla vita, alla terra, al ritorno e alla libertà per il popolo palestinese.
* co-fondatore del Forum Palestina
Panorama al 9 ottobre 2008
Commenti in neretto a cura di maurizio aversa
Le vicende legate agli incontri diplomatici, mai come ora, sono legate a doppio filo non tanto e non solo alle specifiche vicende finanziarie che stanno mettendo alla corda tutti i paesi industrializzati e a capitalismo avanzato; ma soprattutto i ruoli della politica estera adottata, proprio in virtù del ruolo che si ricoperto o che si sta ricoprendo in questa parte di mondo. Le analisi di Sergio Romano, ad esempio, su questo punto sono condivisibili. In particolare sul fatto che c’è coscienza che lo sviluppo tumultuoso di tanta parte nuova dell’umanità (Cina India Brasile) coincide con la caduta del ruolo guida degli Usa e parzialmente dell’Europa e della Russia. Con una distinzione: Usa ed Europa hanno paura di perdere terreno e sanno che per quanta difesa adotteranno, alla fine dovranno capitolare. Al contrario, la Russia dimostra un dinamismo amicale e di buona vicinanza con tutte quelle realtà che si rifanno per l’attesa dei consumi o delle tecnologie e delle risorse prime proprio al poter svolgere un ruolo più complessivo nel nome del progresso e di maggiore peso internazionale con una impronta egalitaria. In sostanza, Romano crede che per poca esperienza o per mancanza di gruppi dirigenti adeguati, questi stati non ce la faranno e sarà la Russia a mediare per loro. Al contrario, pur col ruolo della Russia che vorrà esserci, non credo che Lula e Chavez o i burocrati di stato di Cina e India, non siano in grado di vedere scenari, scegliere in prospettiva e contrattare potere vero.
Ue-Russia: Medvedev discute con Sarkozy di sicurezza comune
Parigi, 8 ott – (Servizi-italiani.net) – Il presidente francese dell’Unione europea, Nicolas Sarkozy, nell’ambito di una conferenza internazionale ad Évian, incontrerà oggi l’omologo russo, Dmitri Medvedev, per discutere del dossier georgiano. Medvedev arriva in Francia, dove presenterà le sue “soluzioni” sui “problemi internazionali attuali”, con un atteggiamento più conciliante rispetto a quello avuto in questi mesi, dall’inizio della crisi in Georgia: “abbiamo tutti bisogno di fiducia reciproca”, ha dichiarato in previsione di questa visita. Il presidente russo difenderà il suo progetto di “trattato di sicurezza dell’Europa”, poiché “il vecchio sistema ha dimostrato la sua estrema inefficacia… in Iraq, Kossovo, Caucaso ed Afghanistan”. Per discutere di questo nuovo patto dalla “gestione collettiva”, i cui contorni non sono ancora stati resi noti e saranno sviluppati insieme con gli altri paesi, il Cremlino vuole tenere un esteso vertice. Da quando se ne è cominciato a parlare alcuni mesi fa, Parigi e l’Unione hanno però adottato una certa prudenza nei confronti di tale iniziativa.
Le cifre ufficiali ed ufficiose che stanno facendo giravolte sui tabloid inglesi per l’intervento dello stato in aiuto delle banche della Gran Bretagna sono insieme scandalose e significative. Drammatiche e rivelatrici. 50, 200 o 500 miliardi di sterline, questa è l’entità di cui si parla. Quel che non si dice è che banalmente sia il tatcherismo che il blairismo hanno negato ai sindacati inglesi quel ruolo sociale e politico che oggi sarebbe stata la vera soluzione economico-finanziaria. Infatti, negli utlimi anni non si è voluta soddisfare la richiesta di adeguamenti salariali avanzati dai sindacati. E, come nella peggior letteratura sociale, i drammi che sono stati fatti vivere in chiave politica, sociale, sindacale e quindi delle famiglie ha dato come risultato il restringimento della spesa. Di qualunque spesa. Con l’affanno a superare la terza settimana del mese. Ora ci si accorge che facendo una semplice operazione aritmetica, dividendo i cinquanta miliardi a fondo perduto che il governo sta gettando tra le fauci della borsa vorace, per il numero dei lavoratori attivi in Inghilterra, risulta un dato che equivale ad un aumento in quattro-cinque anni di circa ventimila euro. Se, quelle famiglie, quei cittadini, avessero avuto a disposizione quelle somme, che pensate che utilizzo ne avrebbero fatto? Sotto il mattone? O offshore? No, semplicemente avrebbero attivato il flusso virtuoso della spesa. Altro che speculazioni e truffe capitalistiche della finanza creativa che fanno soldi coi soldi promessi per acquisti futuri che non si sa se verranno. Sembra, secondo un economista globale come Rifkjn, che il valore circolare negli ambienti finanziari è sessanta volte superiore al valore reale di ciò che si sta commercializzando! Naturalmente ciò vale per l’inghilterra ma analoga realtà è quella di tutti i paesi europei.
Gran Bretagna, crisi finanziaria: pagheranno i servizi sociali
Londra, 8 ott – (Servizi-italiani.net) – Secondo alcuni dei maggiori esperti britannici in materia di economia e politiche sanitarie, è inevitabile che la crisi finanziaria porti ad una riduzione della spesa pubblica, in particolare per quanto riguarda la Sanità (Nhs), che ora è affidata parzialmente a fondazioni private. E fortunatamente, come ricorda il professor Robert Harris, responsabile delle politiche di Monitor (l’ente regolatore delle fondazioni), molte delle fondazioni che gestiscono gli ospedali pubblici possono contare su un bilancio positivo che le aiuterà nei momenti di difficoltà. “L’importante – afferma Harris – è che le fondazioni sappiano investire in servizi che attraggano il maggior numero di pazienti, come ad esempio quello per la prevenzione degli ictus”. A subire i maggiori effetti della crisi saranno invece i progetti di Partnership pubblico-privato (Ppp) secondo il professore John Tizard, del Centro per la partnership pubblica dell’Università di Birmingham: “le casse statali nel breve periodo saranno sotto forte pressione – afferma Tizard – e sarà difficile portare avanti dei progetti finché non si chiarirà quali sono le risorse a disposizione”. Secondo Tizard, non saranno solo i progetti sanitari ad essere colpiti, ma anche quelli scolastici e infrastrutturali che richiedono uno stanziamento di fondi pubblici.
L’Europa e la crisi finanziaria: tutta colpa di Berlino
Berlino, 8 ott – (Servizi-italiani.net) – Editoriale di Michaela Wiegel. I quotidiani francesi lanciano strali alla volta della Cancelleria tedesca: qualora la crisi dovesse degenerare fuori dal controllo dei governi europei – scrivono i francesi – la colpa sarà da attribuire anche all’ostinazione della Germania a voler perseguire una via solitaria verso la ripresa. A guidare le schiere degli anti-tedeschi è il giornalista economico Alain Minc – membro del team di consulenza del presidente Nicolas Sarkozy : “di norma si dice: la colpa è di Parigi”, ha dichiarato Minc in una trasmissione della rete privata Rtl (di proprietà del gruppo tedesco Bertelsmann), “adesso possiamo dire con certezza: la colpa è dei tedeschi; se gli ultimi giorni hanno portato un ulteriore crollo della fiducia nei cittadini”, commenta seccamente, “è perché Berlino ha voluto silurare lo scudo finanziario europeo”. La stampa di destra e di sinistra si unisce nel definire “suicida” la politica della cancelleria, imputando parte della responsabilità alle scarse doti diplomatiche del padrone di casa del recente G4, Nicolas Sarkozy. “Il cancelliere Merkel”, scrive Le Figaro, “con una mano addita l’assistzneialismo del governo irlandese, mentre con l’altra firma piani d’intervento volti a tuteloare solo e soltanto la salute degli istituti di casa”.
Panorama al 29 settembre 2008
Commenti in neretto a cura di maurizio aversa
Le due prime notizie in sequenza, sugli attentati in Libano e Siria, confermano la drammatica instablità di qualsiasi processo di pace potrà attuarsi nella regione mediorientale, senza che sia risolta del tutto, definitivamente e col rispetto dei diritti internazionali dei palestinesi, la questione dell’usurpazione del territorio da parte di Israele. Il resto è direttamente o indirettamente il gioco internazionale del capitale aggressivo in cerca di fonti energetiche, o la liturgia della ricerca del paese forte che faccia il guardiano d’area, che utilmente strumentalizzano (esaltando o negando l’evidenza delle cose) il conflitto base.
Libano. Autobomba contro Pulman, almeno quattro morti.
SIRIA: AUTOBOMBA A DAMASCO, 17 MORTI
Per la vicenda degli ostaggi, inclusa la notizia, data, poi smentita ed infine corretta, del blitz nei confronti dei rapitori del gruppo, si è ad un vicolo cieco. Certo per la complessità ed anomalia dell’accaduto, ma anche, e non è un dato secondario da tenere in considerazione per eventuali altri accadimenti simili, per la mancanza di correlazione e di fiducia reciproca tra i massimi esponenti politici europei al proprio interno (vedi il ruolo tedesco ed italiano, che secondo i giornali hanno un po’ giocato a non dirsi tutto) e nei rapporti tra europa e paesi africani, che nella migliore delle ipotesi si sono appoggiati all’Egitto per trovare una mano a comprendere dove avesse inizio il bandolo della matassa.
Kuwait City, 25 set – (Servizi-italiani.net) – L’incertezza avvolge ancora il destino degli undici turisti europei e dei loro otto accompagnatori egiziani rapiti venerdì scorso in Egitto in una zona desertica vicino al confine con il Sudan. Si è appreso che l’incidente non è il primo in quello zona. Secondo il quotidiano tedesco “Tag Spiegel”, il rapimento si poteva evitare se un altro cittadino tedesco, sequestrato mesi fa dai predoni del deserto nella stessa zona, avesse denunciato alle autorità la sua disavvenutra, che comunque si concluse felicemente. Il turista in questione ha spiegato che non aveva fatto denuncia per non perdere tempo in interrogatori.
Il Cairo, 26 set – (Servizi-italiani.net) – Proseguono gli sforzi delle autorità dell’Egitto per arrivare alla liberazione dei turisti e delle guide egiziane sequestrati ormai da una settimana nella zona di confine e poi portati in territorio sudanese. Per liberarli, Egitto e Sudan agiscono in stretto coordinamento, mantendendo come priorità assoluta la necessità di non mettere a repentaglio la vita dgli ostaggi. Ieri però improvisamente un portavoce ufficiale del ministero degli Esteri sudanese ha annunciato che la banda di criminali che ha sequestrato i 19 malcapitati li avrebbe spostai di circa 13-16 chilometri, penetrando nel territorio della Libia. Continua anche il negoziato condtotto dalla Germania con la banda di rapitori, che avrebbero chiesto un riscatto attraverso il proprietario dellagenzia turistica che aveva organizzato il viaggio nel Deserto occidentale dove poi è avvenuto il sequestro. I portavoce ufficiali tedeschi ed italiani hanno detto che il governo egiziano non è coinvolto in nessun negoziato sul riscatto chiesto dai sequestratori. L’Italia, da parte sua, ha rifiutato di partecipare direttamente alle trattative, che perciò vengono condotte dalla Germania; sembra che invece il governo del Sudan intenda svolgere un ruolo più attivo per risolvere la crisi.
Sequestro in Egitto: la giostra della verità. Le autorità del Sudan dichiarano con insistenza che i sequestratori responsabili del rapimento-lampo dei turisti italiani e tedeschi, avvenuto negli scorsi giorni in Egitto, erano tutti cittadini egiziani; fonti giornalistiche parlano invece di quattro sudanesi ed un cittadino del Ciad. Secondo Khartoum, l’intenzione dei rapitori sarebbe stata quella di condurre gli ostaggi nell’impervia regione del Darfur (ovest del Sudan) per sfuggire alla caccia delle autorità.
Da Londra ci giunge notizia della iniziativa filo al Quaeda che la lotta politico-etnico-economico-sociale che si sta svolgendo in Iraq, sta ora assumendo. In particolare da quando, estromessi i sunniti, gli sciiti, ma non tutti, hanno fatto marcia indietro sulle alleanze e sui reciproci ruoli predeterminati secondo la preparazione dell’abbandono del suolo iraqeno da parte degli Usa e degli aggressori della coalizione.
Londra, 26 set – (Servizi-italiani.net) – Il lader dell’autoproclamato Stato islamico dell’Iraq (ombrello politico di al-Qaeda in Mesopotamia), Abu Omar al-Baghdadi, ha definito il defunuto presidente iracheno, Saddam Hussein, “un agente degli Stati Uniti”, insediato al potere dagli Usa allo scopo di combattere la fede islamica in Iraq. Al Baghdadi ha poi invitato i miliziani sunniti di al-Sahawa (“risveglio”), finanziati ed armati dagli Usa appunto per combattere al-Qaeda ed i suoi accoliti, ad unirsi a lui nella lotta contro gli Usa e contro l’empio governo degli sciiti al potere a Baghdad.
Mentre fervono i preparativi del Forum Palestina in Italia ed in Europa per una nuova stagione di impegno e di lotta a favore dei diritti palestinesi, il confronto e lo scontro duro all’interno del popolo palestinese, impersonato da un lato da Hamas e dall’altro da Al Fatah, sono lì a testimoniare i rischi di tale situazione e il punto debole a disposizione dei guerrafondai internazionali di turno.
Riad, 25 set – (Servizi-italiani.net) – “Il conflitto è l’elemento comune fra i politici palestinesi e israeliani, ma in Israele questo fenomeno è sotto controllo”. Editoriale di Saleh al-Qallab. Non c’è niente di peggio dell’odierna situazione palestinese, frantumata come un vaso di vetro scaraventato da una roccia da un’altezza di mille metri. La situazione dei partiti politici israeliani non è comunque migliore, dato che in Israele sono in lotta ben 14 formazioni politiche quasi tutte equivalenti in termini di peso nella Knesset (il Parlamento israeliano) dove ciascuna cerca di ricattare l’altra. Tutti questi partiti ora provano una grande soddisfazione per le dimissioni del premier Ehud Olmert che ha imboccato la strada desolata della corruzione e dell’immoralità sulla quale si erano incamminati in passato diversi altri leader israeliani.
Londra, 26 set – (Servizi-italiani.net) – Un deputato di Hamas al Parlamento palestinese ha accusato il governo dell’Egitto di ingannare il Movimento palestinese di resistenza islamica (Hamas), pur di costringerlo ad accettare una cessazione delle ostilità con lo Stato ebraico. Intanto i responsabili egiziani hanno rivelato di lavorare ad un piano per ottenere il rilascio del soldato israeliano Gilad Shalit, tenuto prigioniero a Gaza da oltre 2 anni, mettere fine all’embargo di Israele sulla Striscia e riconsegnare quella regione nuovamente nelle mani dell’Autorità Nazionale Palestinese (il cui presidente, Mahmoud Abbas, è anche il leader di al-Fatah, l’organizzazione rivale di Hamas, ndr).
Beirut, 26 set – (Servizi-italiani.net) – Il consigliere politico del presidente palestinese Mahmoud Abbas, Nemer Hammad, ha rivelato nel corso della sua attuale visita negli Stati Uniti il “raiss”, chiederà garanzie sull’istituzione di uno Stato palestinese indipendente entro le frontiere esistenti prima del 4 giugno del 1967, ovvero nella fase antecedente alla Guerra dei sei giorni.
Londra, 25 set – (Servizi-italiani.net) – L’Oxford Research group sta preparando una tavola rotonda per rimettere in moto l’iniziativa di pace araba per il conflitto israelo-palestinese. Alla conferenza, prevista per il mese prossimo, dovrebbero prendere parte accademici britannici, statunitensi, europei, israeliani e arabi.
Dal Venezuela, giunge una conferma del grande ruolo internazionale che il presidente Chavez intende svolgere a partire dal ruolo di difensore degli averi naturali della nazione consistenti nelle materie prime ed in particolare dal petrolio e dal gas.
Il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha firmato ieri un accordo importante con la Cina in materia di energia e difesa. In virtù del nuovo contratto, la Cina diventerà uno dei principali compratori del petrolio venezuelano, una volta che le sue importazioni di crudo dal paese latino-americano raggiungeranno il milione di barili al giorno nel 2012. Nel 2009, invece, Pechino consegnerà a Caracas i primi aerei da addestramento K-8, per le Forze Armate, che sostituiranno i caccia dotati di tecnologia statunitense ormai fuori servizio.
Il presidente venezuelano, Hugo Chavez, dev’essere ricevuto oggi nel tardo pomeriggio dall’omologo francese, Nicolas Sarkozy, per affrontare questioni politiche ma pure economiche. Quella all’Eliseo è la penultima tappa del giro internazionale di visite che, tra l’altro, ha condotto Chavez in Russia e Cina. Parigi e Caracas intrattengono da molto tempo buone relazioni.
Preoccupazioni e differenti reazioni al crac finanziario delle banche statunitensi che hanno sostenuto l’effimera politica liberista di concedere mutui anche a fronte di impossibilità di copertura nei prestiti tra banche e società finanziarie di investimento. La campagna elettorale si infiamma anche su questo. Chi ne sta facendole spese sono naturalmente le circa cinque milioni di famiglie a cui è stata promessa una casa e che ora si trovano nelle condizioni di avere un bene con valore reale al 40% e con l’impossibilità materiale di far fronte al pagamento della conferma perfino di quella casa deprezzata.
L’investimento di cinque miliardi di dollari in Goldman Sachs da parte della società di investimenti di Warren Buffett, Berkshire Hathaway, dice molto sulla pressione subita da Goldman, a lungo considerata una delle istituzioni finanziarie più solide di Wall Street. Ieri Goldman ha reso noto di aver concluso un accordo separato in azioni per altri cinque miliardi di dollari. Con il suo investimento Buffett ha scommesso nella ripresa del mercato; ha dichiarato, infatti, di credere che il Congresso approverà il disegno di legge del governo per il salvataggio del sistema finanziario.
Tre cattive notizie preoccupano l’economia Usa. Le vendite di case nuove sono diminuite del 15 per cento ad agosto. Gli ordini di beni durevoli hanno subito nello stesso mese una flessione del 4,5 per cento. Le condizioni del mercato del lavoro continuano a peggiorare: le richieste di sussidi di disoccupazione presentate per la prima volta sono state 493 mila la scorsa settimana, contro le 461 mila di quella precedente.
Articolo di George Soros, presidente del Soros Fund Management. Il Congresso degli Stati Uniti abdicherebbe alla sua responsabilità se desse al segretario al Tesoro, Hank Paulson, un assegno in bianco. Il piano salva-finanza proposto dal governo merita una revisione e i risultati di Paulson non ispirano la fiducia necessaria a dargli piena discrezionalità su un pacchetto da 700 miliardi di dollari.
La finanza Usa subisce un altro duro colpo: il fallimento di Washington Mutual, il più grave della storia bancaria nazionale, in seguito al ritiro in massa dei depositi dopo la crisi dei mutui “subprime”. La Federal Deposit Insurance ha concluso un accordo per la cessione del nucleo principale delle attività della banca di Seattle a J.P. Morgan Chase & Co.
Germania, sicurezza sul lavoro: non sempre “più regole” è uguale a “meno regole”. Il responsabile della produzione delle acciaierie Krupp, Peter Krupp, parla con orgoglio delle norme di sicurezza in vigore nell’azienda: “grazie alla de-regolamentazione”, dice Krupp, “abbiamo portato la quota annua di infortuni intorno allo 0,5 per cento”;. Non in tutte le aziende la deregulation ha prodotto simli miracoli; spesso sono persino gli imprenditori a chiedere allo Stato criteri più chiari. “Chi, come noi, conosce bene la sua azienda”, prosegue il rampollo del celebre casato dell’acciaio, “sa dove intervenire per garantire la massima sicurezza ai lavoratori; spesso”, conclude, “quando sono calate dall’alto, le regole sono un impaccio”. Parere positivo rispetto alla riforma tedesca delle norme anti-infortuni è stato espresso anche da Hans-Ulrich Schurig, direttore dell’Ufficio nazionale per la sicurezza sul lavoro: “la deregulation sta portando risultati: da un lato le aziende sono tenute a presentare piani dettagliati sulla sicurezza interna, dall’altro vengono rimossi molti vincoli di scarsa efficacia”. Di parere decisamente contrario è invece Klaus Peter Roeskes, imprenditore nel settore della logistica: “con la deregulation”, dice, “se ne va un pezzo importante del nostro apparato di sicurezza; le aziende”, prosegue, “iniziano a muoversi in un’area in cui i confini tra regole e doveri sono sempre più nebulosi”.
SPECIALE Elezioni in Baviera e Austria
La notizia, che è stata enfatizzata oltre che riportata da molti commentatori dei media europei e nel mondo, riprova, a prima vista due verità. La prima è che la Grosse Koalition, che ha – di fatto – snaturato il bipolarismo d’area che vigeva in questa regione europea austro-bavarese. La seconda è che senza una connotazione di sinistra delle riforme o dei semplici adempimenti di governo nel gestire la contingenza (o grossa crisi) economica internazionale, l’elettorato scinde immediatamente il voto centrista giudicandolo non sufficiente e sottolinea la preferenza alla destra aggressiva.
(maurizio aversa)
Elezioni in Baviera: la fortezza è caduta. La perdita del 19 per cento dei consensi nelle elezioni regionali bavaresi è forse il più duro banco di prova mai affrontato dalla Csu (Unione cristiano-sociale, branca bavarese del centrodestra tedesco insieme alla Cdu, Unione cristiano-democratica; ndr); mentre all’interno del partito si cercano i responsabili della disfatta, il presidente della Bassa Sassonia, Christian Wulff (Cdu), lancia un monito: “riducendo le differenze, la Grande coalizione ha di fatto ridotto il potenziale di convincimento dei partiti di governo”.
Elezioni in Baviera: giù la testa. Editoriale di Albert Schaffer. Mai fino ad ora Erwin Huber e Gunher Beckstein erano apparsi così fragili, stanchi e disperati: i due uomini, che si erano proposti di raccogliere il testimone ceduto da Edmund Stoiber, hanno accolto il dato delle elezioni bavaresi come una conferma della loro inappellabile sconfitta.
Elezioni in Baviera: cronaca d’una disfatta annunciata. Editoriale di Berthold Kohler. Nessuno nella Csu può permettersi di cadere dalle nuvole: la disfatta nelle elezioni regionali bavaresi era già scritta nei risultati dei sondaggi condotti negli scorsi mesi; come sempre in questi casi, le responsabilità spettano all’intero gruppo dirigente del partito, “orfano” dell’imponente figura di Edmund Stoiber.
Elezioni in Austria: un nuovo sistema di coordinate politiche. Editoriale di Reinhard Olt. E’ necessaria cautela nell’uso della definizione “deriva a destra”; quella cui si è assistito in Austria, piuttosto che una migrazione dell’elettorato verso frange conservatrici e xenofobe è una vittoria del voto di dissenso, orientato a colpire ogni proposta di ricostituzione d’una grande coalizione formata da Spo (Partito socialdemocratico austriaco) e Ovp (Partito popolare austriaco).
Crisi finanziaria: Germania, non solo banche. Quali sono stati i pacchetti azionari del Dax (l’indice della Borsa di Francoforte) più duramente colpiti dall’esplosione della crisi finanziaria? La risposta più ovvia si orienterebbe verso il settore creditizio, dominato da nomi come Commerzbank e Deutsche Bank. A sorpresa sono invece le acciaierie Krupp e il gruppo motoristico Man ad aver incassato la batosta più dura.
Mercato valutario: il calo dell’inflazione interviene nella partita euro-dollaro. La moneta europea inizia a perdere colpi nei confronti del dollaro; una congiuntura debole, unita alla prospettiva d’un abbassamento del tasso di sconto da parte della Banca centrale europea (Bce) provocheranno con ogni probabilità una perdita di valore della moneta unitaria.






