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A che punto è la sinistra? Cosa fanno i comunisti?

settembre: 2008
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A che punto è la sinistra? Che fanno i comunisti?

 

Abbiamo detto, noi persone di sinistra, e ci siamo detti, noi appartenenti alle diverse anime e organizzazioni della sinistra, che ci vorrebbe una nuova unità, una nuova forza, un nuovo partito.

Sembra però, che ci siano due tendenze – legittime e rispettabili – che vogliano cose opposte nell’immediato. Una parte che (sintetizzo per comodità) con Vendola ed una parte di Prc ed SD propongono un partito nuovo della sinistra. Un’altra parte che con Ferrero e Prc e Diliberto e Pdci propongono un ri-costruito partito comunista.

Ora fino a che si era nella fase di studio delle proposte, per onestà nei confronti di chi si cimenta con passione e con i (pochi) milioni di persone che si aspettano qualcosa da chi vuole cambiare questa società, era pure consentito il tira e molla. Il dire e non dire. Allo stato delle cose non è più consentito. L’avevamo scritto qualche giorno fa. L’abbiamo confermato con la lettera aperta a Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero. Lo ribadiamo ancora una volta: senza nervosismi, senza saccenza, senza sicumere di sorta; ma con la forza della linearità, della logica e del coraggio politico delle proprie azioni. E, in questi frangenti, storici e di passione politica, il coraggio sta tutto nel mettersi in gioco ponendo all’attenzione quella che ad ogni dirigente pare essere la soluzione, la strada da seguire migliore per le attese degli ultimi della società e per chi utilizza le forze organizzate al fine di far star meglio – alla ricerca di conquiste di diritti negati – chi alla sinistra organizzata, sia essa partito o movimento o sindacato si è rivolta.

Per questo, dopo la chiarezza espositiva di Fabio Mussi; dopo l’esplicitazione del partito da costruire secondo l’accezione e la declinazione politica indicata dalla manifestazione del 27 da Vendola e Fava; è del tutto inutile attendere lo strappo ufficiale delle liste alle europee o in qualche elezione locale. Ognuno, sia per la prima parte, che per la seconda, prenda atto che non c’è più spazio per mediazioni. E, sperando di marciare divisi per colpire uniti, come si diceva un tempo, si costruiscano questi nuovi partiti: quello socialdemocratico di Vendola e Fava e quello comunista di Diliberto e Ferrero. Ogni ora che si perde nella ricerca di questa presa di coscienza è tempo che viene sottratto alla chiarezza e al consenso da cercare tra quei cittadini, quei giovani e quei lavoratori che non sanno a che santo rivolgersi. Insomma un delitto.

Siamo, sulla china che porta alla discesa ripida, se non si mostrano al più presto gli appigli sicuri, l’unica deriva che verrà individuata sarà non dentro questa dicotomia, ma all’interno del calderone del PD. In quel caso, non cinque o dieci,forse neppure quindici anni saranno sufficienti ad invertire la fase. A me, che sono un convinto sostenitore della ri-costruzione del partito comunista di massa (piano piano, un consenso alla volta, ma sicuro nella direzione da indicare a chi si rivolge o già sta guardando a noi), questa fotografia rapida è l’unica cosa che è venuta alla mente nel presentare gli opposti interventi di questi giorni sul tema della sinistra, dei partiti e del partito comunista in Italia per l’attualità e per il futuro prossimo.

Maurizio Aversa

Le belle bandiere

è il titolo scelto da Andrea Colombo per svolgere la cronaca della giornata del 27 a Roma

L’applauso più lungo e partecipato, con le mani battute a ritmo come in un corteo, come ad accompagnare uno slogan, arriva quando Nichi Vendola, al termine della suo lungo discorso conclusivo esclama, alzando improvvisamente la voce: “Basta con gli annunci. Basta col dire che abbiamo deciso che decideremo. Noi dobbiamo aprire qui e ora i cantieri della nuova sinistra. Dobbiamo iniziare qui e ora il percorso costituente”.

Qui. A Roma, Parco Brin, Garbatella, quartiere un tempo periferico, oggi di gran moda in virtù delle sue magnifiche ex case popolari, e tuttavia in larga misura ancora abitato da quelli che ci sono andati a vivere quando, qualche decennio fa, dire Garbatella, nella capitale, significava intendere periferia estrema. Sotto un tendone che non ce la fa a coprire da qualche sporadico scroscio di pioggia le circa milleduecento persone arrivate per verificare se davvero stavolta c’è il caso che a sinistra nasca qualcosa di nuovo, riparta una speranza, si apra una possibilità di impegno reale, o se siamo, tanto per cambiare, all’ennesima sventagliata di parole.

Qui. Nella prima assemblea dell’area “Rifondazione per la Sinistra”, nata la sera stessa della sconfitta della mozione Vendola al congresso del Prc di Chianciano ma con l’ambizione di andare oltre i suoi confini, di non restare una corrente di partito, sia pur fortissima (il 43,7% di Rifondazione), ma di dar vita a un’area tanto interna quanto esterna a quel partito. Il nucleo fondante di un nuovo soggetto politico.

Ora. Nel settembre del 2008, anno di grazia che a sinistra nessuno dimenticherà mai. L’anno dell’uragano. L’anno di una catastrofe che ha spazzato via tutto quel che c’era e che pareva solidissimo. Una tempesta devastante i cui effetti hanno appena cominciato a dispiegarsi e che minaccia di cancellare anche le tracce della sinistra italiana.

 Di questa sconfitta, delle sue ragioni profonde, delle sue radici e del quadro desolato che ci ha consegnato, avevano già parlato in molti. Maria Luisa Boccia, nella sua ricchissima relazione introduttiva. Scipione Semeraro, soffermandosi sul fronte del lavoro, Massimo Serafini, piazzando sotto l’obiettivo l’ambiente. Ma ci torna più e più volte anche Vendola, perché nulla oggi è più pericoloso e scioccamente rassicurante, del fingere di aver già capito tutto di quel disastro, o del convincersi che non ci sia niente da capire. Colpa nostra. Non siamo stati abbastanza combattivi. Basta tornare in piazza, ricollocarci nei territori, urlare forte, manifestare qualche volta, rinominarci “partito sociale” e l’incubo svanirà, tutto tornerà come prima.

Non è così. Perché la sconfitta non è solo faccenda “di flussi elettorali”. Prima di quei flussi, a determinarli, c’è stata la capacità della destra di imporre “un sistema di sogni di incubi, sino a far condividere a quella che viene di solito definita ‘opinione pubblica’ i suoi di diseguaglianza e i suoi incubi securitari”. Non è così. Perché ancor prima di quell’offensiva, culturale ancor più che politica della destra italiana, viene una trasformazione del processo produttivo che ha reciso gli antichi e costitutivi legami della sinistra storica con il lavoro.
Non son cose che si possano affrontare proclamandosi partito sociale e urlando forte per darsi coraggio, come bimbi persi nel buio. Occorre molto di più. Una capacità di mettere in moto contemporaneamente nuove analisi e nuove forme organizzative, entrambe capaci di liberarsi dai condizionamenti del passato, entrambe adeguate ai tempi con i quali la sinistra è chiamata e obbligata, pena la scomparsa, a confrontarsi.

“C’è una sinistra – dice Vendola – che vuole dissolversi usando il vocabolario delle compatibilità. C’è una sinistra che vuole seppellirsi usando il vocabolario della testimonianza. Sono due facce della stessa medaglia”. Tra questi due estremi falsamente antagonisti c’è l’oceano in cui dovrà muoversi il nuovo soggetto della sinistra italiana ed europea, le pagine bianche da riempire inventando un nuovo vocabolario. Questo e non altro è il suo compito.
Ma le gente che ha passato il suo sabato alla Garbatella non attende solo analisi. Aspetta qualche indicazione concreta, qualche segnale sul che fare. Dentro Rifondazione, la parola scissione non la pronuncia nessuno ma la pensano tutti. Qualcuno auspicandola, qualcuno temendola, qualcuno, i più, oscillando incerti. “Invece ci chiederci come ci collochiamo, se dentro o fuori Rifondazione – suggerisce Nichi Vendola – domandiamoci cosa facciamo, come intrecciamo i fili della sinistra”.

 La sua indicazione è secca. Iniziare subito un tesseramento dell’area, aperto anche a chi non faccia parte del Prc. Non è una scissione. E’ un passo reale, però, e di quelli che non prevedono retromarce possibili. Gli applausi scrosciano di nuovo.  Come quando Claudio Fava, qualche ora prima, aveva affermato che non si può ripetere in eterno che “abbiamo fatto il primo passo”. Siamo già oltre, e non ha senso chiedersi “se debba venire prima il contenuto o il contenitore. Il contenuto del nuovo soggetto siamo noi. Sono quindici di anni di lotte a sinistra della sinistra”. O come quando Alfonso Gianni, in mattinata, aveva ripreso l’intervista di Fabio Mussi a “Liberazione” per dire chiaro, per una volta senza giochi di parole, che serve un nuovo partito. Nulla di meno.

Fava ha tutte le ragioni. L’assemblea di ieri a Roma non è un primo passo. Non apre una fase. Al contrario, ne chiude una.  E’ l’ultima scena di un prologo, l’ultima sede nella quale si potessero fare annunci, esprimere auspici. Il soggetto di cui parliamo da mesi, nelle prossime settimane, dovrà passare la prova del fuoco, che è sempre e solo quella dei fatti. Dovrà darsi una fisionomia, cioè dar vita a un coordinamento comune tra tutte le aree che compongono, iniziare il tesseramento annunciato da Vendola, moltiplicare le inziative comuni, aprire, ovunque possibile, le case della sinistra, forse trovare una sede centrale che dia il senso, anche simbolicamente, della comparsa in campo di una soggettività nuova. E alla fine riuscire a imporre una presenza condizionante, egemonica, nelle manifestazioni del prossimo autunno, da quella dell’11 ottobre allo sciopero generale della scuola.
Se non ci riusciremo più che di belle bandiere si dovrà parlare, e non per la prima volta, di belle parole.

E le parole, fossero pure le più belle, profonde, intelligenti e analiticamente ben attrezzate, stavolta proprio non possono bastare.

 

Sintesi delle conclusione del segretario nazionale Paolo Ferrero all’Assemblea del 14 settembre al Teatro Brancaccio di Roma.

La cosa che mi ha colpito di più della bella e istruttiva discussione di oggi è questa: che da un lato, lo diceva prima il segretario del circolo dell’Alitalia, i lavoratori si sentono abbandonati, si sentono soli, c’è un sentimento enorme di solitudine, di disperazione. Dall’altro si parla di ricostruire la speranza; il compagno De Angelis, diceva: “vorrei parlare non in quanto io sono licenziato, ma a partire dal fatto che uno come me venga licenziato” per vedere come si ricostruisce una lotta; oppure il compagno dei Giovani Comunisti di Catania che ci ha raccontato come in una realtà difficile si possano far valere la propria dignità e le proprie ragioni.
Il nostro principale problema politico è proprio questo: solitudine e disperazione da un lato; speranza e dignità dall’altra: difficoltà a trovare i percorsi per passare, a livello di massa, da una condizione all’altra, a tenere insieme questi due nodi. Colpisce questa difficoltà perché, ci sono state altre fasi della storia del movimento operaio del nostro Paese in cui denunciavi la condizione di sofferenza, di bassi salari ma, nel contempo, vedevi anche il percorso attraverso cui cambiare concretamente la realtà e ricostruire la speranza.
Oggi non è così e per questo penso che il problema di una politica di sinistra sia questo, di come riusciamo a costruire un percorso, una connessione tra la disperazione e la speranza. O riusciamo a fare questo, oppure la nostra politica è muta e quel legame lo costruisce in modo fittizio la destra populista attraverso l’individuazione del nemico, del capro espiatorio.

In Italia manca l’opposizione
E’ proprio per ricostruire questo percorso, questo nesso che oggi abbiamo convocato questa assemblea – e ringrazio il migliaio di compagni e compagne che ha voluto partecipare – sul tema “ricominciamo dall’opposizione”. Perché la vera novità negativa di questo Paese non è che il governo Berlusconi stia governando, non è la prima volta. Il problema è che è la prima volta che di fronte ad un governo di Berlusconi e Confindustria non c’è un’opposizione degna di questo nome. Questa è la vera novità che abbiamo davanti. Non è vera opposizione l’antiberlusconismo giustizialista di Di Pietro ne il profilo emendatario di Veltroni, perché nessuna delle due opposizioni parlamentari si sogna nemmeno lontanamente di fare opposizione alle politiche di Confindustria che è la vera ispiratrice del governo. Il fatto che non ci sia nessuna opposizione reale in questo Paese è dato da questo fatto: non c’è un’opposizione complessiva al disegno del governo e al disegno di Confindustria, non c’è un’opposizione che proponga un’alternativa; ci sono degli emendamenti, c’è l’opposizione su un punto specifico, magari giustissimo come il Lodo Alfano, ma non c’è un disegno alternativo.
Dobbiamo quindi ricominciare dall’opposizione, costruire una opposizione di sinistra come scelta di fase, perché il disagio della società italiana non comincia da oggi ma è il frutto di un lungo processo di attacco alle conquiste operaie e del movimento; parte dagli anni ‘80. Pensiamo solo alla drastica redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto avvenuta nel nostro paese, redistribuzione che ha determinato un vero e proprio impoverimento progressivo, di massa, che ha riguardato larga parte della popolazione. Questo impoverimento è stato vissuto, ed è vissuta oggi, dalla nostra gente, come un problema individuale che non ha avuto se non molto parzialmente, risposte collettive.

La questione sociale vissuta come dramma individuale
Questo è il secondo nodo politico che voglio sottolineare: La gente ha paura perché vive come un fatto individuale quello che è un dramma sociale.
Possiamo raccontarcela come vogliamo ma il nodo che abbiamo davanti è questo qui: di un governo di destra che marcia alla velocità della luce assieme alla Confindustria e dell’assenza di un’opposizione; di una sofferenza concreta, quotidiana di milioni di persone che non si riesce a connettere alla speranza; del fatto che questa sofferenza viene vissuta come un fatto individuale, sovente come un dramma di cui vergognarsi.
Quanta gente c’è che non ha il coraggio di dire che è sfrattata, perché in ufficio fai la figura del poveraccio se dici che sei sfrattato? Quanta gente c’è che ha smesso di fare la spesa nel negozio sotto casa e deve andare al Discount a prendere roba, magari non di eccelsa qualità, perché altrimenti non ce la fa ad arrivare alla fine del mese? Quanta gente c’è il cui nonno dà i soldi al nipote per uscire il sabato perché i genitori non hanno i soldi per darglieli? Quanta gente c’è in queste condizioni?
In questa solitudine cresce la paura del futuro, cresce la disperazione. Noi non partiamo solo da una sconfitta della sinistra. Noi partiamo da una sconfitta della sinistra dentro al fatto che il drammatico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone non viene vissuto come problema politico, come problema collettivo, ma come dramma individuale.
In questo quadro di atomizzazione sociale la destra si muove perseguendo un disegno organico come hanno fatto notare gli interventi di oggi. Innanzitutto punta alla distruzione del Contratto nazionale di lavoro e vuole obbligare i lavoratori ad un rapporto individuale col loro datore di lavoro, senza più nessuna tutela collettiva. Per questo si usa la vicenda dell’Alitalia per smontare il contratto nazionale e proporre l’aziendalizzazione del contratto, per questo Brunetta attacca il Pubblico Impiego, perché per smontare i contratti nazionali di lavoro, bisogna distruggere il contratto nazionale del Pubblico Impiego.
Smontare i contratti nazionali significa cambiare natura al sindacato; non è niente di meno di quanto provò a fare Berlusconi nel 2002 rispetto all’articolo 18, è la stessa idea: cancellare il sindacato di classe per trasformarlo in un sindacato che gestisce il collocamento della forza lavoro precarizzata.
Così come persegue un disegno organico sulle grandi opere, dove il denaro pubblico, a discapito dell’ambiente e delle comunità locali, serve a foraggiare le imprese e a ridistribuire ulteriore reddito.
Così come utilizza l’emergenza rifiuti di Napoli per imporre la logica degli inceneritori. Una logica aberrante in cui invece di agire sulla riduzione dei rifiuti e sulla raccolta differenziata, si costruisce il business dell’incenerimento, ovviamente a cura dei privati, in cui gli affari vengono fatti a discapito dell’ambiente e della salute pubblica. Una logica aberrante a cui ci opponiamo duramente.
Parallelamente l’attacco alla scuola e ai servizi non è solo fatto per risparmiare risorse ma per favorire il settore privato e contemporaneamente per introdurre modelli culturali reazionari.
Così come il federalismo fiscale determinerà la riduzione del welfare ma anche la riproduzione a livello territoriale della guerra tra i poveri. Se se passa il principio che le Regioni sono titolari delle tasse e poi le Regioni, quelle più ricche, per bontà loro, mettono una quota di risorse per un fondo perequativo nazionale, la prima cosa che succede è che alle prossime elezioni regionali, nelle regioni più ricche, vincerà chi propone di non mettere niente nel fondo di perequazione, di tenere i soldi a casa propria.
Si potrebbe proseguire sulla magistratura e lo diceva prima Peppino Di Lello; il modo con cui viene proposta la riforma della magistratura fa leva sul fatto che la gente è insoddisfatta di come funzionano i tribunali, ma il risultato concreto è quello di mettere la mordacchia ai giudici, cioè far sì che l’Esecutivo possa, nei fatti, decidere quali sono i reati che si perseguono e quelli che non si perseguono.

Il disegno della destra
L’obiettivo della destra è quindi un ridisegno complessivo del Paese in cui gli elementi del patriarcato, del sessismo, del razzismo, non sono elementi accessori, non sono il rimasuglio di un passato che non passa – come si vede dalle dichiarazioni fasciste di La Russa e nel rifiuto di dichiararsi antifascista da parte di Berlusconi – sono un pezzo costitutivo.
Questa destra, peggiora le condizioni di vita della gente con la sua politica confindustriale e poi ricostruisce consenso facendo leva sulle paure e costruendo capri espiatori. La destra dice: “guardate la situazione è di crisi, non ce ne è per tutti. Come ci si salva se la coperta si stringe? Mettendo fuori dalla coperta i piedi di qualcun altro.” e allora la Lega Nord dice che non bisogna dare i soldi al sud; agli operai, tolgono il contratto nazionale di lavoro ma propongono “salvati tu nella tua azienda, facendo straordinari, contro gli altri operai e le altre aziende”; con il federalismo fiscale ti dicono “salvati tu nella tua regione contro le altre regioni”, ecc. E’ la logica di guerra tra i poveri come modalità concreta di gestione del consenso in una fase di peggioramento delle condizioni di vita. Questa è la destra. Alla destra non basta sconfiggere la sinistra, deve distruggere il conflitto di classe per poter governare.
È una destra che utilizza l’insicurezza sociale prodotta dalle sue politiche per fare leva sulla paura per costruire idee reazionarie, contro l’immigrato, contro lo zingaro, contro il diverso… diventa lui il nemico, diventa lui il capro espiatorio.
Non è una destra che ha qualche rimasuglio di fascismo, di culture reazionarie; è una destra che è razzista, sessista, legata al patriarcato, perché questi sono nodi fondanti per costruire su un terreno ideologico e delle paure, il consenso che non può costruire e non potrebbe costruire sul terreno delle politiche economiche e sociali.

Per battere la destra
La costruzione di una opposizione di sinistra efficace vuol dire quindi costruire un immaginario alternativo a quello dominante e parallelamente ricostruire il conflitto sociale; o ricostruiamo il conflitto di classe in questo Paese, del basso contro l’altro, oppure vince la guerra tra poveri; il punto della ricostruzione del conflitto è decisivo per cambiare i rapporti di forza, ma anche per cambiare il rapporto tra la società e la politica; altrimenti una società che ha paura del domani e che si sente impotente non può far altro, rispetto alla politica, che chiedere “per favore” . Non a caso il paradosso che viene fuori, è che più la condizione sociale peggiora e più le destre al governo si consolidano, perché la pratica della clientela, del favore, del “per favore”, diventa l’unico tramite tra la società e la politica. La ricostruzione della lotta serve a cambiare i rapporti di forza ma in primo luogo è la ricostruzione della tua dignità e della consapevolezza che assieme si possono cambiare le cose.
Al Congresso abbiamo detto che la piena autonomia politica dal Partito Democratico è una condizione necessaria ma non sufficiente per ricostruire tutto questo. Svolta a sinistra vuol dire una cosa semplice: che riconosciamo il fatto che il Partito Democratico, col suo profilo confindustriale, non ha un disegno alternativo a quello delle destre e per questo non può efficacemente affrontare i problemi sociali del paese. Per questo diciamo che è inutile stare lì a tirare la giacchetta al Partito Democratico, bisogna che la sinistra e i comunisti siano in grado di proporre una costruzione dell’opposizione e dell’alternativa a partire dalle proprie forze; è inutile pensare che Veltroni cambi idea perché glielo chiediamo. Il PD può cambiare idea se nella società si costruisce un movimento di massa che sia in grado di modificare il senso comune di massa. Se non c’è lotta di classe ma guerra tra poveri, non ci sarà altro che l’inseguimento a destra verso la Lega e verso l’UDC. Questo non vuol dire che dobbiamo passare il tempo a litigare col PD ma semplicemente che occorre tirarsi su le maniche, smetterla di lamentarsi per il fatto che il PD non fa le cose che ci piacerebbe facesse e provare sul serio a costruire una alternativa. Nessun settarismo ma chiarezza dei nostri compiti, nella consapevolezza che non siamo l’estrema sinistra del PD ma un’altra sinistra. Dobbiamo avere chiarezza che le sinistre sono due e noi non siamo l’ala estremista della sinistra moderata.

Contro l’Europa dei padroni
In primo luogo occorre mettere al centro la lotta per un’altra Europa perché quello europeo è un laccio enorme per il conflitto sociale. Un tempo dicevamo “contro l’Europa dei padroni bisogna costruire l’Europa dei popoli”, credo che dobbiamo riprendere questa parola d’ordine di fronte ad un Parlamento italiano che qualche mese fa ha votato all’unanimità, dalla Lega Nord al PD, l’adozione del trattato di Lisbona. Questa Europa, in cui la Banca Centrale Europea opera al di fuori i qualsiasi controllo politico o sociale e ha come unico compito la stabilità della moneta è una Europa strutturalmente Liberista e in quanto tale antioperaia e antipopolare. Occorre riprendere con forza, anche a partire dal Forum Sociale di Malmo questa battaglia, rafforzando le reti europee di movimento e individuando scadenze di lotta comuni. Pensiamo solo alla direttiva europea sugli orari di lavoro a cui faceva cenno Roberto Musacchio nel suo intervento: una schifezza in cui l’orario settimanale può tranquillamente raggiungere le 65 ore. Una Europa che serve ad obbligare i singoli stati a fare politiche antipopolari come nessun singolo governo nazionale avrebbe il potere di fare da solo. Bisogna rilanciare questa battaglia forte, contro questa Europa del patronato senza timidezze. Noi non siamo nazionalisti, noi vogliamo un’Europa dei popoli, contro questa Europa delle tecnocrazie e dei padroni dobbiamo lavorare di più con il Partito della Sinistra Europea.

La manifestazione dell’11 ottobre
Il secondo nodo è la costruzione di una mobilitazione generale contro la linea del governo e contro la Confindustria, per questo abbiamo lavorato alla manifestazione dell’11 ottobre, una manifestazione che unisce tutte le forze della sinistra, che dobbiamo ulteriormente allargare nei prossimi giorni. Una manifestazione che deve dialogare con le altre iniziative che ci sono, dalla mobilitazione del 18 settembre contro il carovita, alla mobilitazione del 27 della CGIL, al 4 ottobre la manifestazione dei migranti, allo sciopero generale del 17 ottobre del sindacalismo di base che salutiamo con assoluto favore e a cui aderiremo come Rifondazione Comunista. Noi dobbiamo lavorare a far riuscire la manifestazione dell’11 ottobre e dobbiamo costruire il massimo di sintesi, di sinergia, tra tutte le mobilitazioni. Dobbiamo costruire una opposizione di sinistra che è tale perché contro governo e Confindustria; che è tale perché si muove sulle questioni sociali come su quelle democratiche, come su quelle dell’ambiente, dei diritti civili e della laicità dello Stato. Una opposizione di sinistra perché tiene insieme tutti questi obiettivi e quindi propone un’alternativa. La centralità della mobilitazione dell’11 ottobre è questa: ricostruire una opposizione di sinistra.
De Angelis diceva “c’è bisogno di unità”. Giusto, il massimo di unità sulle cose da fare nella costruzione dell’opposizione, nella consapevolezza che ognuno di noi, dentro questo movimento, ci sta con la propria identità.
Quindi, nessuna sbavatura, nessun settarismo; abbiamo lavorato perché la manifestazione dell’11 si costruisse come un appello di firme, di persone, questo ha permesso a tutti di starci dentro. In questa opposizione noi ci vogliamo stare con la nostra identità, perché pesiamo che il problema fondamentale – lo ha dimostrato la vicenda del governo Prodi – è l’unità su contenuti e percorsi chiari. Quindi il massimo di unità sulle cose da fare nella costruzione dell’opposizione nella chiarezza che ognuno ci sta con il proprio profilo.
Per questo la manifestazione dell’11 è un punto decisivo. Non vogliamo più andare alle manifestazioni degli altri, vogliamo costruire un movimento, largo plurale e di sinistra, in cui provare a costruire l’alternativa.

Costruire vertenzialità e mutualismo
Bisogna sapere che però non basta la manifestazione nazionale; dobbiamo cominciare a costruire concretamente delle vertenze sui territori. Bisogna ricostruire nei territori un elemento di partecipazione vertenziale; sarà la vertenza contro l’aumento delle tariffe dei comuni, o per abbassare le tariffe sui servizi, sugli asili nido, sulle scuole materne; sarà la vertenza per ottenere che gli alloggi pubblici che ora sono sfitti vengano ristrutturati e dati agli sfrattati, sarà la vertenza fatta per obbligare un supermercato a bloccare alcuni prezzi e tenerli fermi per un anno. Sarà la vertenza, in Val di Susa, per impedire che partano i lavori della TAV; sarà la vertenza a Vicenza per vincere il referendum contro la base militare statunitense. Dobbiamo ricostruire una capacità di costruire vertenze sui territori; un tempo si sarebbe chiamata contrattazione articolata. Dobbiamo costruire la manifestazione, l’iniziativa centrale, ma dobbiamo essere capaci sui territori a ricostruire la nostra presenza, la nostra utilità sociale rispetto ai problemi che la gente vive quotidianamente tutti. Noi, a chi non arriva alla fine del mese, non gli possiamo solo dire di venire alla manifestazione a Roma; è necessario, ma nel frattempo quello continua a non arrivare alla fine del mese. Dobbiamo anche costruire dei percorsi di lotta che cambino quella situazione, provare ad aggregare, provare a far sì che quella disperazione si possa tradurre in un percorso di conflitto, che si agisce collettivamente.
Non basta la propaganda: propongo che ogni Federazione provi a costruire almeno una lotta esemplare sulla questione del caro vita, da costruire con altri soggetti. Propongo il tema del caro vita non perché sia l’unico. E’ evidente che ci sono tante questioni, dalla precarietà, alla scuola, all’ambiente. Ci sono mille questioni su cui dobbiamo costruire conflitto e partecipazione ma propongo di tenere il filo rosso del caro vita perché questa è la questione maggiormente unificante a livello di massa. Non voglio fare gerarchie ma individuare una priorità per rompere l’isolamento individuale.
Oltre alle vertenze penso che dovremmo aprire una attenzione e un intervento sulle questioni delle forme di solidarietà e di mutualismo.
L’altro giorno, quando c’è stata l’assemblea dei ferrovieri, discutevamo per vedere cosa fare rispetto al licenziamento di De Angelis, ho avanzato la proposta di fare una cassa di resistenza contro i licenziamenti politici, affinchè uno non si trovi solo quando viene licenziato. Vi proporrei di ragionare sul fatto che nella storia del movimento operaio, sempre c’è stato l’elemento della lotta e della rivendicazione, ma anche la capacità di dare delle risposte concrete. L’altro giorno ero alla Festa di Liberazione di Venezia e c’era la compagna responsabile della cucina, che mi raccontava di come nel suo passato avesse cominciato a fare il “capocuoco” alle mense dell’UDI (Unione Donne Italiane), che a Chioggia negli anni ‘50 organizzavano le colonie per i bambini e le bambine della pedemontana veneta, di Belluno, di Treviso, che non avevano i soldi per andare al mare. L’UDI, in rapporto con il Partito Comunista, organizzava le colonie dai paesi di montagna.
Io penso che la storia del movimento operaio è piena di episodi di questo tipo, cioè di una capacità di costruire forme di solidarietà e di mutualità. Negli ultimi anni abbiamo solo saputo rivendicare e quando dalla rivendicazione non si portava a casa nulla, dire “è colpa loro”. Su questo “è colpa loro”, senza altre proposte, è maturato un pezzo dell’impotenza generale che viviamo. Io penso che bisogna saper rivendicare, fare la rivendicazione generale, fare la rivendicazione concreta, ma anche organizzarci per dare un pezzo di risposta ai bisogni concreti. In quella organizzazione di un pezzo di risposta mutualistica, organizzare la tua gente, non lasciarla da sola una volta che è finita la manifestazione. Dobbiamo imparare dalla storia del movimento operaio come dai centri sociali.
Questo è il senso della svolta in basso che dobbiamo fare come Rifondazione Comunista. Dobbiamo aprire questo lavoro politico senza fare gerarchie tra battaglie di libertà e di giustizia ma valorizzando il fatto che ognuno parta a far politica dal suo specifico, che ognuno ed ognuna diventi un organizzatore, a partire dalla condizione che vive. Se stai nella scuola parti dalla scuola, se sei sfrattato partirai dalla casa, se sei in un ufficio, partirai dalle questioni dell’ufficio. Quella è la buona politica.
Dobbiamo riprendere quanto abbiamo detto a Genova e cioè che c’è una politicità del conflitto sociale, ce lo dobbiamo ridire, perché troppo spesso ce lo siamo scordato. Il lavoro nelle istituzioni è il 30% del lavoro politico, il restante 70% deve essere la capacità di agire concretamente nella società e allora ognuno parta da dove è. Come ci hanno insegnato le compagne, ognuno parta da sé; non ci sono luoghi privilegiati della politica, non c’è la frontiera più avanzata della politica, ognuno parta dalle contraddizioni che ha e che vive nel suo quotidiano e provi a renderle elemento di discussione e organizzazione collettiva.

Lo sfruttamento non è “normale”.
Nella costruzione di un percorso collettivo ci sta il nostro essere comunisti; il punto non è solo il rapporto con la nostra memoria e la sua analisi critica, il dirsi comunisti e antistalinisti; il punto è la costruzione di un immaginario, di un sistema di valori, di una ideologia alternativa a quella dominante. Abbiamo detto che nell’immaginario collettivo si è affermata l’idea che questo stato di cose sia naturale, normale, e che quindi non ci sia nulla da fare. Questa “naturalizzazione” dello sfruttamento genera impotenza, disperazione. Essere comunisti vuol dire che non è vero che chi è ricco ha ragione, che chi è povero ha torto; che siamo nati tutti eguali e che la diseguaglianza non è un fatto naturale. Che la libertà non è solo la libertà di scegliere alle lezioni tra due schieramenti, ma la libertà di ogni individuo di autoderminare la propria esistenza in un quadro in cui l’eguaglianza rispetti le differenze. In questo capitalismo distruttivo il nodo della rifondazione comunista è più attuale che mai.

Contro la nuove legge elettorale per le europee
Da ultimo sappiamo che le buone idee hanno bisogno di gambe su cui marciare. Per questo difendiamo il fatto che questo nostro partito ci sia, possa continuare ad esistere, e non abbiamo nessuna vergogna di opporci alla schifezza di legge elettorale che Berlusconi vuole fare per le europee, perché quello è un tentativo di omicidio di Rifondazione Comunista. Il motivo per cui Berlusconi propone la legge è duplice: impedire alla sinistra di entrare nel Parlamento europeo ed impedire ai cittadini di scegliersi i propri rappresentanti attraverso l’abolizione delle preferenze. In questo modo i due grandi partiti possono sostanzialmente decidere tutti gli eletti, senza più che i cittadini possano decidere niente. Noi contro questa legge dobbiamo fare le barricate e a chi ci viene a dire che lo facciamo per difendere la nostra presenza anche nelle istituzioni, io penso che bisogna rispondere di si, perché il fatto che esista una sinistra, che esista Rifondazione Comunista è utile per la civiltà del paese.
Per concludere, io penso che noi da domani dobbiamo provare a rimetterci in cammino, come opera collettiva, come Partito, al di là delle diverse opinioni che abbiamo e su cui ci continueremo a confrontare.
Costruire l’opposizione sul piano europeo e nazionale come grande opposizione unitaria, di sinistra; costruire vertenze e mutualismo; lottare contro il golpe della nuova legge elettorale. In questo percorso di lotta credo potremo anche ricostruire il senso della nostra opera collettiva, della nostra comunità.

 

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pietre

la loro consistenza è fatta per testimoniare che la durezza è una cosa che oltre ad essere spiegata, descritta, temuta o ricercata; è, anche un punto fermo. Sì, la pietra ha insito nella parola che sia una cosa consistente e dura. Sarà per questo che decenni fa chi organizzava gli operai, anzi i proletari – quelli che non avevano altro che vendere l’azione possibile con le proprie braccia – ricorrevano alla semplicità degli esempi alla portata di tutti. Sarà per questo che, anche nel tempo, le parole semplici (oltre che le analisi complicate) hanno sempre affascinato gli “intellettuali organici” quelli che non si sono mai sognati di tradire la classe operaia, i lavoratori, che quindi, hanno utilizzato e divulgato i significati di quelle parole. Sia nel loro valore concreto (cosa rappresentavano e rappresentano: il martello, la falce, la pietra etc) che nel loro significato allegorico. Così ancora oggi, tra le parole in uso nel linguaggio del confronto della politica organizzata (soprattutto di sinistra), nei confronti sulle questioni prioritarie (soprattutto economiche), nei riscontri delle ipotesi e proposte (soprattutto sindacali e contrattuali), è ricorrente l’uso della parola pietra. Una delle tante metafore in uso in questi giorni, in queste ore, è “le parole sono pietre”; il pensiero è una pietra di paragone; il muro di sostegno della casa comune che si sgretola pietra dopo pietra. Chissà se Fausto Bertinotti, Franco Giordano, Gennaro Migliore e Nichi Vendola abbiano avuto modo, in queste ore di riflettere su tale circostanza. Banalmente. Il bipolarismo, sembra non sopravvivere né alla legislatura, né al duemilanove e neppure a Veltroni e Berlusconi. La crisi economica che decreta la fine degli osanna per il liberismo somiglia all’anticamera dello sfascio totale a cui dover rispondere solo col cambio di fase o di sistema ( ma senza predeterminazionismo immobile) ovvero con una alternativa sociale al capitalismo. Le forze operaie, o di ispirazione e provenienti dal ceppo del movimento operaio (inclusi i milioni di persone che non sono in fabbrica o cantiere o ufficio e sono de-contrattualizzati) hanno la oggettiva necessità di rispondere alla deriva culturale, sociale e politica in cui è sprofondata parte della sinistra. Il compito è gravoso. La via è semplice. Riunire l’idea originaria, che è moderna perché la situazione di questa fase storica ha esattamente la medesima matrice dellos contro originario: con altri nomi, altri soggetti, ma stesse conseguenze. La crisi la fanno pagare ai più deboli. I soggetti di difesa dei lavoratori e dei cittadini deboli (per esempio gli studenti o i pensionati) vengono attaccati, emarginati, svuotati. E’ semplice la risposta. Riunirsi, con l’originaria idea comunista, chiamare a raccolta i più e dimostrare che questo pensiero duro come le pietre; può essere termine e pietra di paragone per chiunque si smarrisca; basta fare riferimento ad un po’ di analisi concreta di chi sta pagando (operai, lavoratori, pensionati, studenti, migranti, donne…) di chi si sta colpendo (sindacati di sinistra, partiti di sinistra, movimenti non allineati…) di quale uscita viene proposta (presidenzialismo plebiscitario, destra arrembante e neofascista, razzismo come modello sociale…) per capire in un sol colpo che il maggior comune denominatore si deve fare con le parole che sono pietre. Con i pensieri duri e comprensibili. Ecco, questa è la fase dell’unità dei comunisti che può essere artefice della ricostruzione del solido muro della casa della sinistra fatta con le pietre di tutti a cominciare da quelle delle idee comuniste. Ecco perché l’argilla non lavorata e non cotta di Vendola e gli altri compagni rischia semplicemente di sciogliersi con la prima pioggia intanto che il Pd modernizzato non capisce più ne cosa sia una pala, né una carriola e calpesta l’argilla che non userà: figurarsi le pietre!

Fiat: “anche il sequestro politico non armato” alla francese

Fiat Piccolo acronimo dal grande e potente segno. Segno grafico imposto nel tempo della prorompente epopea industriale italiana. Segno dei tempi con la personificazione del prefascismo, del fascismo e del post fascismo comportamentale e dei costumi ed usi degli Agnelli. Segno attuale del globalismo e gigantismo apparentemente da industria primaria. In realtà da potenza economica ibrida con elevate quote decisionali (economiche, politiche, industriali perfino) in mano a finanze italiane ed estere e a banche italiane ed estere. Di fronte a questo Golia, da sempre nella pratica quotidiana, e nella memoria diffusa, nel cosiddetto immaginario collettivo, un antagonista: la classe operaia. I metalmeccanici. Ma, nel tempo, proprio perché i lavoratori sono Davide, ma non sono scemi, hanno saputo distinguere il crogiuolo delle lotte operaie, dall’insieme delle lotte dei lavoratori. Hanno evitato le sottigliezze dei camici bianchi differenti da…. Ma un po’ il clima politico, molto la grancassa padronale, hanno invogliato e fatto credere ai colletti bianchi che c’era una aristocrazia operaia da respingere. Fu la marcia di Torino e l’inizio dello smembramento dei fabbriconi in policentri che decentrarono il lavoro. Di fatto indebolirono le rappresentanze dei lavoratori, disperdendole. E polverizzarono l’universo del famoso indotto addosso ad ogni piccolo centro, di fatto regionalizzato: Melfi, Pomigliano, Cassino, Termini Imerese etc. Oggi, il Grande Disegno. Il vincente Marchionne che (sia detto chiaramente, ha avuto come unico merito quello di condividere –e non facendolo pagare al padrone- ciò che i sindacati Interni Fiat ed esterni ma del settore dicevano da tempo, il mestiere fiat è fare auto e non accumulare finanze creative!) appare agli occhi del mondo come un piccolo mago, non lo è. Per questo, il confronto e lo scontro, sia nazionale che globale, non può prescindere da questo giudizio. Altrimenti diventa (e inutilmente oltre che eticamente intollerabile) la guerra dei garantiti siti “italiani” contro quelli meno garantiti “tedeschi” e degli “americani” chi se frega. Non è così questo gioco. E non è un gioco è un dramma. Un dramma che può avere risposta solo utilizzando la stessa matrice: redistribuire la ricchezza. All’interno di questo, e solo all’interno di questo assunto, valido a Chicago, come a Francoforte così come a Melfi e Torino c’è il ruolo della rappresentanza sindacale. Sindacato che non deve scandalizzarsi delle “fratture all’interno” che sono tutt’altro segno dall’impazzimento sociale, dal luddismo, o dai sindacati gialli. Le “fratture dall’interno” possono riguardare la rappresentanza, il disagio fatta rabbia, l’asfissia degli orizzonti che il comportamento di Marchionne e c. non valutano, anzi sembra utilizzino come semi-ricatto. Questa tensione è drammatica. Hanno ragione gli osservatori della sinistra che sottolineano ciò. Ma non è pericolosa e non va strumentalizzata né per pacificare (ridicola Marcegaglia), né per disinteressarsene (col cazzo che parla il loquace piduista o l’inutile fascista governativo di turno). Parlano degli spintoni…Persino Rinaldini credo possa essere d’accordo nel dire che “vengano uno cento mille spintoni” se si fa un vero accordo industriale dalla parte dei lavoratori e togliendosi dalle scatole inutili trattative da pantomima filogovernativa. Detto ciò resta il comportamento letto come messaggio. Ai lavoratori che hanno rotto il tabù Fiom va fatto sapere a chiare lettere che il messaggio è arrivato. Che la “frattura interna” può essere sanata. Ma che i contenuti della piattaforma, la trasparenza per gestirla, i tempi per articolarla e le forme di lotte per combatterla saranno di tutti.Anche se si sceglierà il “sequestro politico non armato” come in Francia. (maurizio aversa)

massimo

massimo è il profitto che cerca ogni padrone che si appresta ad attivare la sua più grande fatica: prender una idea, renderla tecnicamente valida, irretire - per fame, per necessità, per illusione perfino - uno o centinaia di lavoratori e ricavarne il di più. Che proprio perchè i più ne cerca il massimo. Anche una scuola, una università, che sia capace di insegnare e trasmettere il sapere; e trasformare questa azione con un ritorno di nuovo sapere che si autoalimenta dell'ampliamento delle conoscenze, è il massimo di democrazia del sapere che si può auspicare. Totalmente differente dal sapere centellinato, passato sottobanco a pochi eletti; così come la possibilità di "accedere" a sminari esclusivi; a corsi riservati; a cenacoli preselezionati ad invito; questo è quello che rappresenta il massimo della divisione di classe del sapere; questo è il massimo della raffinatezza ello sfruttamento che si può mettere in campo da parte di una classe dirigente e padronale capitalistica. Ma, massimo è anche un dirigente del Pd. Un ex presidente del consiglio. Un ex segretario. Un ex capopartito e capo parlamentare. A suo dire non un ex comunista. Pensa, il massimo in questione - è questo è davvero il massimo - che sia il più comunista rimasto in circolazione. Il colorito personaggio del film di Verdone direbbe: mica so' comunista così (con un pugno alzato), io sso' communista cosììì (raddoppiando le doppie, alzando il tono della voce e tutte e due i pugni in alto!!!). Ecco, poichè questa cavolata, a parte il luogo che si prestava al gioco delle parti (una intervista comica di Crozza nel suo show), è tale che non avrà bisogno di alcuna smentita, noi vogliamo solo rivolgere un pensiero conclusivo sull'argomento Pd-comunismo: forse qualcuno lo è stato; forse anche al meglio; forse molti sono pentiti di aver buttato bimbetto e acqua sporca insieme restando solo con la bacinella unta di sapone; forse parecchi stanno pensando di riaprire una linea di credibilità a quei comunisti che sono rimasti coerenti e non si sono mossi al meglio della furbizia e scaltrezza di qualche massimo che stava di là; tutti però possono giudicare che fare cinque minuti di comunista è bello, far sembrare di esserlo e non pensarci proprio è astuto ma essere comunisti, dirlo ed agire come tali è il massimo. Tastorosso

chiave

Negli anni sessanta, per usare una metafora che fosse ben compresa dal popolo minuto (pensate sia alla scarsità di media che divulgavano notizie, così come al bassissimo taso di scolarità) Pietro Nenni, per intendere che i socialisti stavano facendo un passo per andare a governare e portare una ventata di riforme (la storia vuole che sia stato fatto con l'accordo del Pci di Togliatti) nell'esecutivo fino ad allora solo democristiani, disse questo concetto: entriamo nella stanza dei bottoni così avremo la chiave per le decisioni. E' importante la chiave. Simboleggia il possesso, ma anche la condivisione; il focolare e la casa, ma anche il paese d'origine. C'è chi, questa chiave, la vive con una simbologia ancora più drammatica, tragica. Sono i palestinesi cacciati dalle proprie terre e che ora sono esuli in Libano (come nei campi di Shabra e Chatila); in Giordania (nei dintorni di Damasco così come in tutto il paese); così come nella striscia di Gaza o in Cisgiordania. In tutte queste realtà, ogni famiglia palestinese ha appesa all'esterno della baracca, o della tenda o della situazione abitativa precaria in cui versa, una chiave. Che è insieme, la chiave materiale della casa che è stata costretta ad abbandonare e che magari ora è abbattuta. Che è anche una chiave simbolica perchè sta lì a sottolineare che l'intento e l'obiettivo della vita - insieme rivendicazione e sogno d'ogni singolo palestinese - è fare ritorno "a casa" portando le proprie chiavi. Per questo la manifestazione di sabato 29 è stata aperta, ancor prima della bandiera palestinese, da una gigantesca chiave che simboleggia questo sogno-diritto. Oggi, poi, a pochi giorni dal documento internazionale firmato a Damasco sul diritto al ritorno; questo simbolo ha maggior forza di diritto perchè sotto l'egida internazionale si è scritta una importante pagina per ogni rifugiato in esilio, a maggior ragione proprio per il popolo palestinese, in quanto è stato riconosciuto il diritto al ritorno. tastorosso

contenuto

di una bottiglia o di una busta tetrapak di latte è il latte. E, solitamente, quando voglio acquistare del latte, pur avendo preferenze tra vetro o tetrapak o pet o plastica, mi è abbastanza facile decidere di prendere l'uno o l'altro involucro in quanto ciò che mi fa decidere è il contenuto, il latte stesso. Allo stesso modo, se nello scompartimento del lattaio o del supermercato trovo tante bottiglie tutte insieme, o tante marche di bottiglie tutte insieme, ovvero solo un paio di tipologie del latte che sto cercando io, ciò che mi farà decidere quale acquistare è quel latte che piace a me. No, non sono impazzito, nè devo proporvi il tre per due alla coop. E' semplicemente che questo banale esempio su contenitore e contenuto mi è venuto in mente dopo aver letto l'agenzia stampa della Dire in cui vari esponenti del Pd, in primis Tonini - braccio e mente destri di Veltroni - che spiegano cosa e perchè lo faranno a proposito dello sciopero del 12 dicembre. Bene, Damiano, l'ex ministro, ex segretario della fiom, ha detto che anche se il Pd, suo partito, che dirige con altri, non partecipa nè aderisce, conta di stare lì al fianco degli operai. Al contrario, Tonini, ritiene sbagliato lo sciopero, sbagliato aderire, sbagliato partecipare. La chicca è la motivazione: perchè siccome lo promuove un solo sindacato, la Cgil, il Pd non vuole essere o fare da cinghia di trasmissione. Ed ecco il punto. Sia Damiano che Tonini, ci hanno parlato del tetrapak e della bottiglia. Ma del contenuto? Le motivazioni dello sciopero: contro il governo e contro i padroni (in verità la Cgil è stata pure timida nei manifesti, perchè ha chiamato a raccolta contro ...la crisi) sono o non sono condivise? Piace questo contenuto o no? Compagno Damiano se quel contenuto lo condividi non è una cosa da poco ricevere una sportellata in faccia dal tuo partito: è roba da mandarli al diavolo e cambiare collocazione (oppure è opportuno, per te restare? Appunto da opportunista?). Fratel Tonini, sii più esplicito, senza nascondere la linea del Pd dietro il tetrapak: tu non partecipi perchè la linea politica che esprimi in questo contenuto è pari a quella del governo e dei padroni: allora, con chiarezza mandaci al diavolo, a noi che saremo in piazza il 12 dicembre. E noi, ma anche gli altri lavoratori avranno più nitida l'immagine di fronte di chi sta con chi. E soprattutto dove sta nascosto l'amico del giaguaro. Il contenuto è il contenuto, la bottiglia è la bottiglia, specie quando è vuota. tatsorosso

sommarietto 22 novembre

qui sotto, per il "moderno vocabolario politico-sociale" abbiamo aggiunto il tema "parte". Nelle pagine sopra la testata abbiamo arricchito di notizie e commenti i contenitori "Editoriale", "Internazionale" e "Bandierrossa". Nella prima pagina ciò che vedete anche in evoluzione, perchè, come possiamo, aggiorniamo con contributi "catturati" altrove, o giunti ad arricchire da singoli e soggetti sociali, o da noi sollecitati. Ultima nota odierna, per chi legge da Castelli romani e Lazio, stiamo partendo con la pagina specifica (sempre sopra la testata) Castelli.

parte

la realtà delle cose, nella società occidentale, non ha armonia. Per lo più è divisa in due parti. Una parte che sfrutta e cerca alleanze, connivenze, sodalizi, complicità tutta volta a soggiogare un'altra parte che è solidale, debole e che cerca di resistere allo sfruttamento. Anzi ad opporsi ad esso e se vi riesce anche a smantellare lo sfruttamento stesso. Per lo più i capitalisti, molti corrotti, la stragrande maggioranza degli opportunisti, i padroni antelitteram ed i padroncini autoillusi di essere i padroni-capitalisti sono in questa parte. I lavoratori, i precari, i senza lavoro, gli artigiani che soffrono la doppia condizione di essere piccoli imprenditori imprigionati nel sistema ma che non vogliono sfruttare i propri addetti, chi opera nel sociale, è nella seconda parte. Per lo più i referenti politici della prima parte sono le attuali forze del governo guidato dal piduista Berlusconi (ma spesso a costoro va bene qualunque direzione filo governativa e filo potere), ma anche gli oppositori (loro malgrado) della destra, ma anche buona parte della attuale opposizione parlamentare (siano essi i dipietristi che i veltroniani). Al contrario, la seconda parte fa quasi tutta riferimento alla attuale sinistra extraparlamentare e a quell'arcipelago di sociale e movimento di idee ribelli e di comunisti non ancora ben organizzati. Ora per rendere le cose chiare, semplici, visibili e, quindi, costringere ognuno di noi che potrebbe essere debole, se solo, di fronte all'arroganza e alla prepotenza degli sfruttatori occorre fare una basilare operazione verità sulla parte e su ognuno. Ognuno ha il diritto di stare dalla parte che crede lo rappresenti: ma deve chiaramente essere riconosciuto che quella prima parte lo iscrive nella parte degli sfruttatori, dei capitalisti, dei padroni e delle destre. Così come, chi si crede di essere di sinistra, progressista, anticapitalista e contro gli sfruttatori non ha alibi di sorta, la sua parte è la seconda. Ora che per parte in commedia qualcuno si mascheri e si faccia gli affari propri, è umanamente comprensibile; un po' da fessi e francamente incomprensibile è reggere il moccolo e fare la clacque a chi mischia le carte fregando i più. Perchè, l'ultima cosa ce lo testimoniano i numeri, la prima parte basa il proprio inganno sociale e politico facendo credere ad ognuno che comunque potrà far parte del giro (degli sfruttatori e potenti ed averne i privilegi), ma non è così. Al di là dell'etica, che a nessuno di costoro frega nulla, è certificato che l'espansione della ricchezza nelle classi medio alte è aumentata per le altissime (euromultimilionari), ha fatto un piccolo balzo (circa 20.000 famiglie in tutta italia negli ultimi anni) per le classi medie (euromilionari) ed invece si è ristretta per la classe media (i benestanti che hanno proprie attività e proprietà). Ecco allora che la parte inconsapevole che si affida alla parte prima e alla destra governativa forse si sta fregando da sola. Ed ecco dimostrato che chi affida alla parte seconda pensando di garantirsi con gli oppositori comodi (Pd, Idv) si troveranno ugualmente turlupinati. Quelli che non hanno nulla da perdere e che sono già sostenitori della parte sana della società possono essere il solo punto di riferimento. Per rimettere, se non altro, le cose in chiaro e dare ad ognuna il proprio nome: i padroni sono padroni, la destra è destra, la sinistra è contro lo sfruttamento e il cambiamento nasce dalla lotta dell'opposizione sociale e politica non dai minuetti del teatrino gelliano. Quindi le due parti, in realtà vanno interpretate non come di quà e di là fittizie ma come sopra e sotto, e destra e sinistra: e la nostra scelta rivoluzionaria è far coincidere chi sta sotto con la sinistra. Allora il blocco sociale e politico potrà proporsi come parte della società che rappresenta gli interessi di tutti: contro solo gli sfruttatori. tastorosso

sommarietto 18 novembre

E' allarmante l'assenza di notizie certe di quanto stia accadendo in Palestina a Gaza, per questo nella pagina Internazionale vi diamo qualche elemento in più di quanto Israele non dica e non permetta di sapere dalla stampa che caccia via. Dure accuse ai dirigenti Thyssen. Ha ragione il pm Guariniello ad affermare che forse nel paese si può realizzare una svolta sulle responsabilità per le morti da lavoro. Purtroppo con una giornata già funestata, oltre che dal dolore deif amiliari della Thyssen, anche dalle vite bruciate a Sasso Marconi. Il governo, intanto, è intento ad attivare il gioco delle tre carte per far assistere alla prestidigitazione del piduista capo dell'esecutivo che alla fine dirà: qui investiamo, qui togliamo e per far star buoni i sudditi a fine anno gli diamo un contentino che ci facciamo restituire con qualche prelievo fantastico del giocoliere Tremonti. Non solo governo; la grande sorpresa nel suo proporsi più democristiano di Casini, ormai Fini è lanciatissimo. O pensa che Berlusconi ne abbia per poco e quindi accelera; oppure pensa che più va veloce ora meno conti pagherà elettoralmente...ma noi, impertinenti, gli ricordiamo la foto di famiglia fornitaci dal Mercante di Venezia.tastorosso

solidarietà

la prima solidarietà importante che viene alla mente è quella dei due testimoni che, in quella magnifica terra di civiltà e di cultura che è l'emilia romagna, in presenza di criminali con la tara razzista che hanno dato fuoco al più inerme degli esseri umani, un senzacasa senzalavoro senzafamiglia, non ci hanno pensato su un attimo e sono corsi a collaborare per punire i colpevoli del gesto criminale. Solidarietà è quella che viene in mente verso gli operai ed i lavoratori e dipendenti dell'Alitalia che attivano il fronte del no. Perchè sono lì, mi ha scritto un compagno, in quanto non possono non dire no al nulla che gli viene prospettato. E' così. E allora l'altra solidarietà è quella dirimpetto a tale situazione e che salta subito agli occhi. Quella che dovrebbe garantire ogni forza che si richiama al sindacalismo e ai diritti del lavoro. E cosa distingue una piccola comunità di difensori dei propri diritti ed interessi rispetto ad una grande forza sindacale? E' la solidarietà che quest'ultima deve essere in grado di esercitare svolgendo perfino un ruolo - oltre che rivendicazionista - anche di compensatore sociale. E cosa sta compensando la Cisl Ricerca e la Cisl scuola, quando abbandona a se stessi quei genitori che si battono per non smantellare la parte di scuola che garantisce diritti e non rinuncia al diritto allo studio (inclusi atti solidali di diritti universali riconosciuti ed applicati come quello dell'integrazione tramite l'istruzione)? Cosa sta compensando quella Cisl quando non è più al fianco dei ricercatori che denunciano periodicamente da giornali e schermi televisivi che per fare quello che amano ed in cui riescono meglio - tra l'altro con molto vantaggio per il paese e per qualche azienda capitalista italiana - devono recarsi in parti dell'occidente dove vengono apprezzati, pagati, spremuti e poi o integrati al sistema in cui si trovano o rispediti a casa? Cosa sta compensando ed in quale stile solidale quella cisl che vedrà solo dalle finistre sfilare la grande manifestazione degli studenti medi ed universitari che si sta preparando per il 12 a Roma? E quale solidarietà Cisl e Uil nell'incontro con il cappello in mano ed il capo chino chiamati dal capo piduista del governo hanno potuto esprimere se non quella verso la Marcegaglia che era lì a chiedere e ordinare che i padroni fossero aiutati, e la segretaria del sindacato fascista ripulito pronta ad incassare solidarietà politica per appartenere ai vincitori (alla faccia dell'accusa di gestione "politica" della Cgil della fase contrattuale attuale)? Ecco la solidarietà è una delle chiavi che muovono l'appartenenza alla cultura italiana fatta di quotidianità e di frequentazione condivisa verso chi ha bisogno di aiuto, di sostegno, di forza morale e materiale da mostrare in frangenti difficili (una lotta, una esclusione sociale etc). Per questo il quesito, oltre quello pubblico che può sempre essere urlato come denuncia, sulla solidarietà mancata, ogni sera che Bonanni fa ritorno a casa e, oltre che da sindacalista, anche da buon cattolico, sarà abituato a farsi esame di coscienza, come si porrà la domanda?: quanto ho fatto contento il padrone e il governo per essere stato solidale col più forte? Oppure, quanto sono stato solidale col pubblico impiego avendoli convinti che a fronte di più di cento euro di ogni contratto fin qui firmato, il loro è proprio buona cosa averlo siglato a 70 euro lordi? Oppure, ancora, si chiederà quanto sono stato solidale con la Uil e l'Ugl per aver messo all'angolo la Cgil. Un po' come voleva un pezzo di Pd, tutta l'Udc e buona parte del Pdl per trattare le posizioni di sinistra (anche sindacali) come "radicali" perchè appartenenti a forze vicine agli "extraparlamentari" ed ai comunisti, cioè quelli da cancellare? Bonanni, complimenti per la genuflessione al piduista intanto che ti facevi servo del padrone e crumiro coi lavoratori: l'unica solidarietà che possiamo offrirti, oltre quella del rinsavimento politico-sindacale, è di consigliarti di non farti vedere dalle parti dei lavoratori in lotta. tastorosso

lavoro

In tre notizie che riportiamo di seguito, Obama, Napolitano e Lula, e la produzione Istat, c'è un condensato di cosa diavolo sta accadendo all'economia. All'economia capitalistica. A questa parte di mondo che noi abitiamo e che dobbiamo il più presto possibile iniziare a rivoltare sottosopra se non vogliamo impazzire delle cose che potremmo pensare. La chiave è il lavoro. Questa nostra società capitalistica ha prodotto (tramite il lavoro sfruttato che ha arricchito pochi capitalisti) una immensa quantità di beni che non sa più a chi dare. Intendiamoci il problema sarà, da qui a quando lo sapremo affrontare, anche come far coniugare un lavoro (possibilmente piacevole e poco alienante) e il prodotto di questo impegno dell'ingegno, del tempo e della fatica umana. Intanto però il dato è che le macchine, le automobili hanno riempito buona parte del pianeta da noi calpestato. Le cementificazioni per case, palazzi, paesi e città ha distrutto un bel po' di spazio non riproducibile e lasciato la vecchia edilizia per lo più abbandonata a se stessa, tutto ciò ha prodotto lavoro. Ma questi frutti sono diventati non alla portata. Allora, la fertile mente del capitalista, che pensa sempre che al mattina di casa esce un furbo e un cojone, ha inventato i subprime. Cioè, non ce la fai a comprarti la casa col mutuo perchè non hai garanzie (ha detto e fatto Bush, che guarda caso ha nella famiglia grandi interessi con l'immobiliare internazionale Carlyle), non ti preoccupare. Noi inventiamo una carta (futures) che diamo alle banche che riceveranno soldi per clienti che le acquisteranno e che guadagneranno sopra essa quando tu finalmente pagherai il tuo debito. Insomma la vendita della dilazione di pagamento di un debito che era già un mutuo. Accade che 5.000.000 cinque milioni di famiglie non ce la fanno a pagare il mutuo e allora si corre ai ripari. Bush, e tutto il capitalismo occidentale hanno la trovata. Il lavoro non c'è. Allora lo stato (ogni stato) può pagare quei debiti alle banche che si trovano in mano carta straccia che vengono rivendicate come soldi dai creditori (tra cui Bush e tutti quelli che con banche, finanziarie e immobiliari hanno a che fare nel capitalismo occidentale imperante). E cominciano a frullare somme da capogiro. 700 miliardi di dollari mettono sul tavolo gli States. 2-3-400 i vari stati europei.Sempre per pagare soldi che hanno valore di carta straccia e carta straccia che assume valore di soldi. Bisogna interessare il Fondo Monetario Internazionale etc. Ma nessuno ancora ha tirato fuori come priorità il lavoro per chi non lo ha così da metterlo in condizione di provvedere a se stesso. Ed eccoci alle tre notizie. Obama, saluta la vittoria e dice che salvaguarderà ed interverrà per sostenere la classe media. Poi penserà anche ai ceti più deboli. Alla faccia della logica e dei valori cristiani sventolati. Prima si pensa alla classe media e poi ai più diseredati..se ce l'avranno fatta a resistere. Lula dice a Napolitano, guarda che così "compagnero" non va. Il G8 deve pensare alla parte di mondo che sta galappando verso il progresso economico, tecnologico, sociale. Tutti i grandi si devono misurare con noi e distribuire meglio le ricchezze e le risorse del pianeta. E' un po' il risvolto, non ancora affrontato, delle cose e della qualità e quantità da produrre. L'Istat, che analizza con numeri crudi ogni cosa, e quindi anche il lavoro, per quanto riguarda il nostro paese decreta che peggio di così stavano dieci anni fa. Alla faccia del progresso capitalista. Intendiamoci, non è che c'è un marziano che nel frattempo si è istallato sulla terra da altri mondi e sta rubando il nostro lavoro, i nostri soldi ed i nostri beni. No, semplicemente ci sono una serie di appartenenti al capitalismo occidentale (sempre quelli che operano con finanze e spostamenti di crediti tra banche e immobiliari, che magari stanno al governo o partecipano a salvataggi di aziende italiane che hanno bisogno: a proposito è ottimo l'impegno di Caltagirone per l'Alitalia; coincidenza tra i beni di Alitalia ci sono ettari ed ettari di terreno tra la magliana e Fiumicino) che stanno arricchendosi in modo spropositato, facendo storcere il naso perfino a gente col pelo sullo stomaco (cribbio, ha detto il piduista Berlusconi, capo del governo, è ora di finirla con queste speculazioni finanziarie. Se lo dice lui...).Ecco allora che i milioni di euro che vengono dichiarati per essere impiegati qui o là, non potranno non partire, ed ogni poverocristo avrà il diritto di urlarlo a squarciagola, dalla salvaguardia dei servizi, del lavoro sano e produttivo che c'è, anche se a pagare (per una volta, con minor guadagno non con la bancarotta o il suicidio) sarà qualche capitalista. Dal lavoro, ricominciare dal lavoro, questa è la chiave, modificando, già ora le produzioni inutili là dove ci sono ed utilizzando tutte le tutele sociali per garantire un minimo di vita dignitosa per tutti. Tastorosso

sociale

è emergenza sociale se si possono certificare, cioè riconoscere come esistenti, sette milioni e mezzo di poveri nel nostro paese. E' questione sociale preminente, per tutta la società italiana, il fatto che migliaia di famiglie, molte monoreddito, sono restate, stanno rimanendo o rimarranno senza una delle entrate principali economiche per le fabbriche che chiuderanno ed i posti di lavoro che verranno meno. E' incazzatura sociale, il movimento diffuso ormai in mille rivoli di lotte locali, regionali, distrettuali, settoriali, nazionali che stanno prendendo piede come arma di denuncia e di richiesta di misure da adottare in tutto il paese da parte di impiegati, lavoratori, operai, stagionali e giornalieri. A conferma della valenza generale dei temi dell'istruzione, della ricerca e della formazione delle nuove intelligenze che guideranno il paese, è stato giusto che i protagonisti dell'Onda studentesca, si siano recati nel parlamentino della Fiom, motivando che per coincidenza della questione sociale che li abbraccia, è bene che d'ora in avanti le lotte di studenti e operai si facciano insieme. Sociale, potrebbe essere un intervento mirato a tutelare (letteralmente, con una tata) il presidente del consiglio che riesce ogni volta che pensa di essere originale a fare più danni di un elefante che faccia piroette in un negozio di cristalli. Assolutamente di rilievo sociale sono ormai le inquietanti presenze politiche che i grupposcoli fascisti sparsi nel paese, cercano di far passare come "normali" al solo fine di non garantire più agibilità democratica alla vita istituzionale e politica del paese di tanti giovani democratici. E', sindacale, politico, economico, e, finalmente, sociale, la decisione della Cgil - e cisl e uil in quanto sigle facciano quel che credono -di indire al più presto lo sciopero generale in tutto il paese. Ribadiamo è risposta economica e sindacale, ha indubbi aspetti politici, ma è sicuramente, in questo periodo, il più grande intervento sociale che si potesse ipotizzare. maurizio aversa

nessuna

Sembra che il sessanta per cento degli aventi diritto al voto abbia partecipato alla elezione del nuovo presidente degli States, Brak Obama. Quindi della poco più della metà, di tutti quelli che avrebbero potuto, in qualità di cittadini, andare ad iscriversi, due ogni tredici hanno esercitato il diritto di voto. Per spiegare con cose di casa nostra: è come se dei 23 milioni di elettori, una parte, circa 12 milioni si vanno a prenotare per esercitare il diritto. Di questi solo 8 milioni vanno effettivamente a votare. Tra i quali, il 52 per cento ha scelto il candidato vincente. Quindi 4,5 milioni. Cioè, l'Italia sarebbe governata da una forza capace di suscitare consensi tra il sette-otto per cento di tutta la popolazione. Questo è stato l'esercizio formale, per dire di altro, della applicazione delle regole democratiche del più grande paese nel mondo occidentale che vuole recarsi in ogni dove ad "insegnare" i valori e le regole della democrazia. Ma Tocqueville non ha proprio nulla da dire? Nessuna remora dunque che tutti i fulminati sulla via di Damasco, pur non essendo nessuno Saul, si siano sbracciati per certificare l'evento storico. Nessuna regola od idea per quanto di spessore o per quanto di retaggio storico(nel senso dei secoli trascorsi) può davvero accreditare, se non fermandosi alla superficie, l'appellativo di storico a quanto accaduto oggi. Nessuna meraviglia, immagino, susciterebbe in alcuno se nel comune xy sperduto in Italia, si venisse a sapere che tutte le amministrazioni che si sono succedute dal dopoguerra ad oggi, con varie formazioni politiche e con ricambi continui, hanno datocome risultato della assenza totale di nepotismo, raggiri, abusi d'ufficio, appalti pilotati e porcherie simili. Nessuna meraviglia tranne che dire, vi siete decisi ad essere normali!. Ecco, è quanto è accaduto negli immaginifici Usa, dove un presidente eletto, solo per il fatto di essere afroamericano, invece che latino o indoeuropeo abbia potuto esultare "Siamo gli Stati Uniti la nazione dove tutto può succedere". Cioè, quindi, anche essere normali. Ce l'avete fatta. Cominciate a mettervi a paro. Che i vostri retaggi, che nessuna politica progressista (mica comunista) vi ha mai richiesto, ha avuto per lascito il germe del razzismo di ritorno in europa e nel nostro paese. Nessuna meraviglia dunque che i veltroniani abbiano immediatamente mutuato usi e costumi di Kojac per festeggiare. Va bene motivare che vi chiamate allo stesso modo, va bene che una festa illusoriamente sognata da voi autosufficienti vi era rimasta "in canna"; però se proprio volevate festeggiare l'accortezza di non farlo al centro del centro quasi elitario potevate sceglierla. E, comunque, nessuna, nessuna pietà per l'orribile scelta kojachiana di offrire ciambelle e caffè americano invece di fette di pane, porchetta e vino dei Castelli.

centralità

Un governo, quello guidato dal piduista Berlusconi portatore non sano di giganteschi conflitti di interesse, che tiene in modo particolare a dividere il fronte sindacale con prebende e ammaliamenti, tutto nonostante la propria indiscutibile attuale forza politico-elettorale, in verità non avrà paura della crescita di coscienza che sta riaffiorando nella società per la centralità del lavoro? Una classe padronale che ha al proprio inetrno e nelle organizzazioni che esprime quei padroni che volevano prendere a calci in culo i sindacalisti che sarebbero andati "a rompergli i cogl..", così come quelli che hanno teorizzato circa l'ineluttabilità della tragedia Thyssen o - addirittura - della richiesta di risarcimento danni ai morti nel silos della umbria olii di Campello sul Clitunno, in realtà non hanno tutta questa libertà di manovra perchè non è più visibile la centralità del lavoro e non si vede ancora bene il profilo della nuova moderna centralità del lavoro? I giovani comunisti che nel movimento per la scuola contro la Gelmini pensano a gestire un centro di mutualità concreta come è l'aiuto giuridico per le imbecillità delle direttive da questurino che il ministro dell'interno emana sulle occupazioni, non sono complementari alla proposta di Gianni Rinaldini che annunciando losciopero generale lo vede come costruito e realizzato assieme al movimento degli studenti, ed ambedue non sono la rappresentazione visiva della nuova moderna necessità di dare vita ad una nuova centralità del lavoro? Lavoro come espressione umana, come mezzo di sostentamento e di contribuzione alla società delle proprie capacità da condividere; lavoro come rappresentazione in acrne ed ossa delle persone, gli operai ed i lavoratori che ne sono gli artefici primi; lavoro come nuovo lavoro, nelle modalità di espletamento - quando volontario è fattore di positività - e nelle dinamiche di nuovo sfruttamento come il precariato e la parcellizazione inerente che colpisce soprattutto giovani, donne ed espulsi da precedenti cicli produttivi. E tutto ciò non è denuncia, necessità manifesta di una nuova centralità del lavoro, dei lavoratori salariati? E chi se non il riconoscersi in classe, classe lavoratrice, classe operaia ci dà l'immediatezza della risposta alla richiesta di centralità? Chi se non l'organizzazione dei lavoratori, fatta dai lavoratori, pensata, guidata, diretta dai lavoratori è garanzia di questa rinnovata centralità? Chi se non un partito comunista ri-costruito qui ed ora, qui nel nostro paese e ora nel duemilaotto è la risposta più moderna per far partire valori sociali e salvaguardia per gli individui liberi è la risposta per ripartire dalla centralità del lavoro e dell'umanesimo sociale nel nostro paese? Tastorosso

Oppure

Oppure hanno ragione le assistenti di volo che non hanno firmato l’accordo perché è davvero umiliante, oltre che materialmente impossibile, far coincidere dei tempi di lavoro “asettici” come se gli orari di vita non comprendessero la cura delle persone congiunte o presenti in casa. Oppure si deve fare proprio come hanno fatto il sindacalismo alternativo e la Cgil Funzione Pubblica che hanno mandato a quel paese il governo e Brunetta che irresponsabilmente e disumanamente ha fatto finta di non sapere che 40 euro nette in due anni sono meno di una elemosina non proposta a nessun altro contratto affrontato fino ad ora (dove ci si è orientati, anche se insufficienti per la crisi, attorno alle 100-120 euro annui); così come ha taciuto che dei 2 miliardi impiegati lo scorso anno ne prevede meno della metà per i prossimi due. Oppure hanno ragione i lavoratori che si indignano e che vogliono raggiungere ben altri risultati a fronte di una economia che si presenta come “capitalismo in difficoltà” in cui occorre tirare la cinghia e quella a cui vengono aggiunti i buchi per restringere è sempre quella dei lavoratori mentre le Banche – per le operazioni della finanza, dell’economia di carta -, trova ampia disponibilità nelle casse Bankitalia. Cioè la nostra banca nazionale. Quella stessa a cui attinge il piduista Berlusconi per i suoi giochi finanziari affidati alle innumeroveli presenze societarie nazionali e internazionali e multinazionali tramite figli, parenti, amici e sodali. Oppure hanno dalla loro parte la ragione della storia e degli avvenimenti coloro che gridano allo scandalo per il fatto che il consegnatario della tessera P2 numero 1816, Licio Gelli, benché ai domiciliari, benché vecchio e malandato, stia ancora lì a blaterare per tifare Silvio Berlusconi. Oppure abbiamo ragione pure noi che gli abbiamo dedicato lo sdegno di Sonia Alfano, il grido di Paolo Bolognesi ed il nostro schifo con uno sputo in faccia. Oppure tutto questo non è sufficiente se non ci unisce, come comunisti, per dare coraggio e speranza alla sinistra che aggregando le forze democratiche ricacci nelle fogne il lordume fascista, i mestatori che operano nell’ombra e finalmente prospettino un approdo della società che superi lo sfruttamento, che superi i disvalori, che superi il capitalismo come ci ricorda Paolo Ferrero nel bel documento redatto oggi. Tastorosso

MENTRE

Mentre poliziotti e carabinieri disattenti si facevano distrarre dai mille colori della pantera ritornata, e dai ruggiti di un movimento di lotta che non ci stà a finirla così, quarantaquattro fascisti manganellatori - ci sarà l'accusa di vilipendio per questi incolti che hanno dipinto i colori della bandiera sui loro vigliacchi bastoni? - la facevano quasi da padroni. Ma la giovane pantera non è un micetto. Quindi prima ha respinto l'assalto ed in seguito ha destinato le proprie energie a continuare la propria lotta, fatta di manifestazione e di ricerca del consenso contro un governo che "governa" i propri sondaggi come un pastore le pecore. Mentre gli studenti lottano, le fabbriche chiudono. Perchè la famosa colonna portante dell'economia italiana fatta da piccole e medie imprese, è lesta a chiedere ed ottenere prebende, esoneri, finanziamenti, commesse pubbliche ed altro, così come è sveltissima a chiudere aziende - anche quando sono sane - mettendo sul lastrico migliaia di famiglie. Perchè il succo del mercato capitalistico è che servono le mani libere (più mercato e meno stato hanno gridato all'ossesso Comunione e Liberazione, poi i socialisti craxiani, poi la confindustria, poi il loro governo servo del piduista Berlusconi), infatti hanno ottenuto denari pubblici (cioè di tutti noi) per salvare iniziative e fondi finanziari privati (cioè i loro) e non avere così più un euro per scuola, ambiente e lavoratori (cioè le cose che interessano noi). La conclusione è che mentre accade tutto ciò, sarà bene che chiunque stia lottando per qualche giustizia sociale da rivendicare, agisca anche sul piano politico. Ricordando contro chi si sta lottando oggi, mentre l'informazione è manipolata; domani, mentre i poteri forti tenteranno di anestetizzare qualunque spinta sociale e culturale e - appunto - politica da cui tutto ciò potrà derivare; e perfino in un futuro più lontano, mentre le forze di sinistra e di progresso, a cominciare dalla forza comunista, saranno nuovamente l'unico approdo sicuro per coniugare libertà con giustizia sociale. tastorosso
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