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Riflessioni sulla ricostruzione di un partito comunista unito e adeguato

ottobre: 2013
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INVITO A LEGGERE QUESTO TESTO CHE MORO HA PUBBLICATO SU MARX XXI

festapdmarinocavaFatelo. Prendeti venti minuti o mezz’ora. Fatelo. Magari non vi offrirà una risposta precostituita ma vi metterà a disposizione uno strumento di lettura originale, efficace, personalizato dalla vostra diretta esperienza e conoscenza delle cose che avete intorno al vostro vivere quotidiano. Fatelo davvero. Questo di Domenico Moro è un contributo intellettuale fine, eppure è avvicinabile da tutti. Leggerlo, comprenderlo, riesce a innescare domande che per voi non saranno nuove. Semplicemente vi aiuterà a porre in modo chiaro quesiti (e le risposte che vorrete dare) che sono sempre stati sullo sfondo di questi ultimi decenni (sia che li abbiate vissuti, sia che che li abbiate solo appresi con letture e racconti) nelle cose riguardanti la dimensione della sinistra italiana. Nelle questioni del movimento operaio, del socialismo e del comunismo. Quindi staccate dallo sfondo impalpabile il contorno delle domande “toste”, forse vi faranno condividere una delle poche affermazioni che Moro riesce a dichiarare come punto critico: si è bloccata, non è più percepibile la coscienza di classe come consapevolezza del ruolo di emancipazione di tutta la società affidata alla classe lavoratrice. Che non è più la stessa “intruppata” nelle fabbriche fordiste, ma, che seppure diffusa, è l’unica che ancora è sottoposta ad attacco, ed è l’unica che può salvare le moderne società rivoltandole. Fatelo: leggete e ragionate. Domandatevi e rispondete ai quesiti. (m.a.)

di Domenico Moro
Una fase storica nuova e la fine del “Patto sociale” postbellico

domenico moroRicostruire il partito comunista, oggi, richiede il superamento della frammentazione organizzativa e dell’inadeguatezza tattica e, prima ancora, strategica dei comunisti. Infatti, unità ed adeguatezza ai compiti della fase storica sono inestricabilmente legati. Per questa ragione, per prima cosa, vanno chiarite, seppure schematicamente, le caratteristiche e gli aspetti di discontinuità della fase in cui siamo entrati rispetto a quella che l’ha preceduta. Ciò comporta anche il delicato compito di fare i conti con la storia del comunismo novecentesco.
La fase storica in cui siamo inseriti è il risultato di diversi fenomeni legati tra di loro, maturati nei decenni precedenti. La fine della Seconda guerra mondiale e la vittoria sul fascismo videro il fronte socialista internazionale e il movimento operaio europeo occidentale attestarsi su rapporti di forza avanzati, che si concretizzavano nelle Costituzioni antifasciste e nel “patto sociale” tra le classi. Su tali basi, si svolse una fase trentennale di lotte sia nei Paesi cosiddetti “avanzati” che nei Paesi periferici, che portò l’imperialismo, a partite dalla potenza-guida statunitense, ad una crisi di egemonia, aprendo la strada alla possibilità di un superamento del capitalismo. Il punto di più alto di queste lotte si ebbe tra la fine degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70, quando i movimenti antimperialisti ed il movimento operaio dei Paesi centrali, anche grazie al contesto di boom economico seguito alla ricostruzione post bellica, segnarono importanti successi, mentre l’Urss e il fronte dei Paesi socialisti sembrarono consolidare le loro posizioni. Nello stesso tempo, però, stavano maturando quelle trasformazioni nel modo di produzione capitalistico che ne hanno modificato la forma e le cui conseguenze, non essendo state ben comprese, hanno spiazzato il fronte internazionale socialista e dei lavoratori. Tra queste modifiche sono da annoverare, in primo luogo, l’aumento della esportazione dei capitali e la formazione di un mercato finanziario mondiale, che, uniti all’aumentata interconnessione e interdipendenza tra i vari capitali, ha dato avvio alla fase multinazionale e poi transnazionale del capitale. Queste trasformazioni, sempre a metà degli anni ’70, si sono incrociate con il ripresentarsi nei Paesi del centro imperialista della sovrapproduzione assoluta di capitale, rideterminando la conseguente tendenza alla caduta del saggio di profitto e le crisi generali.
A fronte della sua crisi economica e di egemonia, l’imperialismo Usa ed occidentale ideò, a metà degli anni ’70, una strategia di contro-attacco tesa a scaricare la crisi sulla classe operaia e a rinsaldare i rapporti di dominio nella periferia. Questa strategia era fondata su alcuni punti: contrasto alle rivendicazioni salariali e di welfare, privatizzazioni e liberalizzazioni, modificazioni istituzionali secondo il principio della “governabilità”, ovvero della subalternità dei parlamenti all’esecutivo e quindi alle esigenze dell’accumulazione capitalistica. In pratica, il modello classico del compromesso o patto sociale socialdemocratico e keynesiano, basato sulla spesa pubblica e sul welfare, doveva essere sostituito da un modello diverso, etichettato come neoliberista, e che in realtà non era altro che la riproposizione del capitalismo senza vincoli e quindi del mercato autoregolato come soluzione al calo dei profitti. Questa controffensiva trovò inizio con la vittoria della Thatcher nel Regno Unito e con l’elezione di Reagan negli Usa. Le nuove politiche di deregulation, assecondando i nuovi assetti del capitale, diedero un’ulteriore spinta all’internazionalizzazione del mercato, che negli anni ’80 si riportò al livello precedente alla Prima guerra mondiale. La cosiddetta globalizzazione e la contemporanea rivoluzione informatica diedero inizio ad un processo di ristrutturazione sociale enorme, che, da una parte, indebolì il movimento operaio dei Paesi avanzati e, dall’altra, erose, a partire dalla sua periferia, il fronte socialista, contribuendo a determinarne la dissoluzione. Nei Paesi avanzati la nuova strategia riuscì a realizzare un’ampia egemonia in un vasto schieramento di forze politiche e culturali che assorbirono le nuove linee guida. La stessa socialdemocrazia europea occidentale si fece interprete già prima della caduta dell’Urss, e in modo ancora più netto successivamente, delle nuove politiche, uniformandosi, in un atteggiamento bipartisan, al criterio della governabilità. Sempre in Europa occidentale la strategia neoliberista e liberalizzatrice si è concretizzata nella realizzazione della moneta unica e nei vincoli di bilancio che consentono di bypassare i parlamenti e scavalcare la resistenza dei movimenti operai nazionali, consentendo la deflazione salariale, le controriforme del welfare, del mercato del lavoro, delle pensioni e, in modo connesso, le modifiche istituzionali in senso governamentale.
Dunque, all’interno dei Paesi del centro la fase attuale si caratterizza non solo per il peggioramento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro salariato, ma, più in generale, per la modificazione profonda del contesto economico, sociale, politico ed istituzionale in cui si esercita la lotta di classe. I rapporti tra il grande capitale multinazionale e transnazionale e le classi subalterne non sono più improntati al compromesso, visto che il mantenimento di alti profitti passa non tanto per l’aumento della produttività e degli investimenti in capitale fisso quanto piuttosto per la contrazione del salario diretto, indiretto e differito. La forma stessa ed i contenuti dell’azione dello Stato sono stati modificati: l’aspetto di mediazione tra le classi si è indebolito, mentre quello del dominio sulla classe lavoratrice si è rafforzato, nonostante ed anzi grazie alla delega di alcuni aspetti dello Stato al livello sovrannazionale europeo. Le modificazioni istituzionali nei Paesi avanzati sono funzionali a mantenere la governabilità in presenza di importanti modificazioni sociali. Tra queste va in particolare segnalata la formazione di un consistente esercito industriale di riserva, all’interno del quale quella intermittente diventa la forma di rapporto di lavoro più diffusa. Di conseguenza, alla tendenza all’impoverimento relativo si è aggiunta, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale e, per certi versi, dagli anni ‘90 dell’800, la tendenza all’impoverimento assoluto dei lavoratori. La marginalizzazione dalla vita sociale e lavorativa, l’introduzione di leggi elettorali maggioritarie e di modifiche istituzionali, che rendono più difficile intervenire contro le politiche main stream, e soprattutto l’atteggiamento bipartisan dei principali partiti di centro-sinistra e di centro-destra, che si è tradotta in alcuni paesi europei nella formula delle “larghe intese” o “grande coalizione”, hanno prodotto un fenomeno di ripulsa verso la politica in milioni di lavoratori. Questa ripulsa, lì dove – come in Italia – è mancata una risposta strutturata di classe, si è tradotta o nell’adesione a forze politiche xenofobe, populiste e piccolo borghesi, o nell’apatia e nell’astensionismo.
La trentennale offensiva imperialista iniziata alla fine degli anni ’70 è arrivata a completamento in Europa occidentale grazie ai vincoli Ue e alla crisi dell’euro. Si rende così necessario che le forze della classe lavoratrice diano inizio, a loro volta, ad una fase di contro-attacco. A questo scopo, bisogna essere consapevoli che la radicalizzazione delle contraddizioni tra capitale e lavoro salariato ed il cambiamento del contesto generale implicano un mutamento di strategia e di tattica, rispetto alla fase storica precedente. È inoltre evidente che il riadeguamento strategico e tattico non può realizzarsi se non unitamente alla riunificazione dei comunisti ed alla ricostruzione di un partito organizzativamente ed teoricamente adeguato alla nuova fase.

1. Attualità storica del socialismo

La crisi di sovrapproduzione, manifestatasi nel ’74-’75 con una crisi generale che coinvolse tutti i Paesi più avanzati, si è ripresentata ciclicamente nei decenni successivi. Le crisi sono, però, diventate sempre più gravi e profonde e i periodi di ripresa più brevi e meno intensi, dal momento che la sovraccumulazione di capitale è andata aumentando, a causa del massiccio ricorso all’automazione e all’introduzione di nuove tecnologie (specie informatiche) per disarticolare la resistenza della classe lavoratrice ed aumentarne la produttività. Inoltre, durante l’ultimo quindicennio, nel tentativo di sostenere il mercato e i profitti, si è fatto un ricorso massiccio all’economia a credito, che ha favorito lo sviluppo abnorme del capitale fittizio e l’apertura di una fase di forte finanziarizzazione, creando una serie di bolle speculative che al loro scoppio hanno fatto ricadere l’economia in recessione. La crisi dell’euro, non a caso, origina dallo scoppio della bolla immobiliare nel 2007, che aveva incentivato la ripresa economica successiva allo scoppio della bolla di internet nel 2001. Infatti, la crescita del debito in molti Stati europei non deriva dall’aumento della spesa sociale o della spesa pubblica in sé stessa, ma dalla trasformazione dei debiti privati in debiti pubblici, mediante la socializzazione delle perdite delle banche.
Di fatto, l’economia di Usa e Giappone va avanti solamente grazie all’espansione dei debiti statali e all’immissione di una droga monetaria sempre più massiccia da parte delle banche centrali, che non risolve i problemi della sovraccumulazione, limitandosi a spostare un po’ più avanti lo scoppio di una crisi ancora più profonda. Nell’area euro, dove l’immissione di liquidità è più modesta a causa delle regole della Bce e i bilanci statali sono sottoposti ai vincoli di Maastricht, tutti i Paesi sono in recessione o in stagnazione. Dopo sei anni di crisi l’area euro è al di sotto del livello del Pil raggiunto nel 2007, l’Italia addirittura dell’8%.
Dunque, il processo di accumulazione capitalistico è ormai inceppato e quella in atto è la recessione più lunga dalla fine della Seconda guerra mondiale e, per alcuni, persino peggiore di quella degli anni ’30. In presenza di debiti pubblici già appesantiti e di fronte alla difficoltà da parte dell’imperialismo di risolvere, come in altre epoche storiche, la sua crisi generale con una guerra mondiale che ristabilisca condizioni favorevoli all’accumulazione di capitale, la situazione economica internazionale ristagna, accumulando tensioni e contraddizioni. Alla diffusione delle tensioni contribuisce anche la formazione di un mercato mondiale, che accentua la competizione tra Stati ed aree economiche e quindi l’instabilità generale del sistema. In particolare, l’emergere di nuove potenze economiche, soprattutto i Brics ed in particolare la Cina, sta progressivamente relativizzando il potere economico e politico di Usa ed Europa occidentale.
Le risposte del centro dell’imperialismo alla crisi ed alla perdita di potere relativo si incentrano, al suo interno, nello scatenamento di una vera e propria guerra di classe contro i lavoratori; e, all’esterno, vista l’impossibilità (almeno per ora e a causa del deterrente termonucleare) di un confronto militare generale, in operazioni di guerra economico-finanziaria, elettronica, oppure “limitata” o per procura, come nel caso dell’Iraq, del Libano, della Libia e della Siria. Si crea così una situazione di instabilità, disordine e crisi umanitarie in vaste aree mondiali. Appare così evidente che oggi l’imperialismo non è in grado di organizzare alcun “nuovo ordine mondiale”, determinando invece una situazione di caos, che caratterizzerà in modo crescente gli anni a venire. Siamo, quindi, in presenza non di una crisi finanziaria o del debito pubblico o dell’euro – sebbene queste siano le forme in cui si presenta – ma dinanzi a quella che può essere considerata una crisi storica del modo di produzione capitalistico. Tale la crisi non è risolvibile, dal punto di vista del capitale, secondo i metodi che sono stati impiegati in precedenza – compresi quelli keynesiani – ed è destinata ad aggravarsi, sebbene forse con dei brevi momenti di parziale ripresa. Questi momenti non saranno in grado di riassorbire la disoccupazione di massa e di evitare l’incancrenimento del sistema economico.
La crisi del modo di produzione vigente si verifica nel momento in cui lo sviluppo delle forze produttive ha raggiunto dei livelli molto alti, grazie anche allo straordinario sviluppo scientifico e tecnologico degli ultimi decenni, e l’umanità avrebbe la possibilità di soddisfare i suoi bisogni e riducendo insieme fatica e tempo di lavoro. Appare così oggi, con più evidenza che in passato, quanto Marx poneva alla base della sua riflessione sui limiti storici del capitale e sulla necessità del comunismo, ovvero la contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i limiti posti a questo stesso sviluppo dai rapporti di produzione capitalistici, che tendono al massimo profitto e non alla soddisfazione dei bisogni umani. Inoltre, negli ultimi decenni si è assistito alla crescita di due fenomeni, che sono stati previsti da Marx e che costituiscono il sostrato del superamento della società capitalistica. Il primo è rappresentato dalla cosiddetta “espropriazione degli espropriatori”, attraverso un processo ininterrotto di acquisizioni e fusioni transnazionali che hanno concentrato la proprietà dei mezzi di produzione e del capitale in sempre meno mani, favorendone una ulteriore socializzazione in forme collettive. L’altro è quello della mondializzazione dei rapporti di produzione e del mercato capitalistico. Ogni passo in avanti nello sviluppo delle forze produttive e nella interconnessione di vaste aree, un tempo marginali, all’interno del mercato capitalistico rende possibile una trasformazione che non è concepibile in altri termini che mondiali. Specialmente in considerazione della scarsa probabilità che, dati i livelli di mondializzazione raggiunti, si affermi l’egemonia di un unico Stato in grado di poter gestire le condizioni dell’accumulazione. Di fronte alla irrazionalità della concorrenza del mercato capitalistico e al manifestarsi, nelle crisi, delle forze produttive alla stregua di forze cieche della natura, pur essendo il prodotto dei rapporti sociali, va riproposta con forza la prospettiva di una società in cui le forze produttive siano ricondotte sotto il controllo dei produttori liberamente associati secondo un piano razionale.
In sostanza, su un piano oggettivo e materiale, ci stiamo avvicinando a una situazione in cui il socialismo, come fase di transizione al comunismo, riacquista attualità storica. Proprietà collettiva dei mezzi di produzione, pianificazione, e partecipazione dei lavoratori al potere dello Stato ridiventano soluzione, insieme necessaria e possibile, ai gravi problemi che minacciano l’umanità.

2. Gli errori dei comunisti

Che il socialismo sia storicamente attuale non significa ovviamente che sia politicamente attuale. Infatti, da marxisti, se è vero che dobbiamo sempre partire dalla base economica, non possiamo dimenticare che la forza materiale più importante che rende possibile una trasformazione sociale è l’esistenza di una diffusa coscienza di classe, ovvero l’acquisizione da parte della classe lavoratrice della consapevolezza della necessità della conquista del potere politico. La fase in cui viviamo presenta una contraddizione apparentemente paradossale. Proprio nel momento in cui si ripresentano con una evidenza maggiore che nel passato le ragioni e persino le basi oggettive per la modificazione dei rapporti di produzione in senso socialista, le forze soggettive della trasformazione non sono mai state così deboli e immature in Europa ed in Italia. I successi ottenuti dalle forze antimperialiste in altri Paesi, come quelli dell’America Latina, e i progressi economici della stessa Cina, non ci esimono dalla ricerca di una strategia che non può che essere specifica per le condizioni dei Paesi avanzati ed europei.
Si tratta di una contraddizione solo apparentemente paradossale, perché sono state la controffensiva imperialista iniziata alla fine degli anni ’70 e le trasformazioni del modo di produzione ad aver impresso, nel corso di tre decenni, la disarticolazione organizzativa e il disorientamento ideologico all’interno movimento dei lavoratori e finanche tra i comunisti e la sinistra anticapitalista. La dissoluzione dell’Urss e, nel nostro Paese, lo scioglimento del Pci, entrambi prodotti di quella offensiva, non solo pesano tutt’ora come un macigno sulla nostra capacità di rendere credibile alle larghe masse una opzione socialista di soluzione alla crisi del capitale ma hanno anche creato una situazione di grave confusione al nostro interno. Oggi, a fronte del diffondersi in alcuni strati delle classi subalterne di un certo grado di consapevolezza dei gravi limiti del capitalismo, il vero punto debole è rappresentato dalla definizione di una alternativa di sistema, che risponda al diffuso scetticismo verso il socialismo. Nel senso comune si è profondamente radicata l’idea della sua irrealizzabilità, che incentiva il fiorire di fuorvianti e finanche fantasiose ipotesi di soluzione alla crisi di civiltà che attraversiamo. Dunque, ridefinire una strategia rivoluzionaria in Occidente e riproporre una ipotesi di transizione socialista vuol dire anche effettuare un bilancio critico della nostra storia. Si tratta, in primo luogo, della spiegazione del perché si sia realizzata una sconfitta, e del perché questa non sia assoluta e definitiva ma relativa ad un esperimento storico specifico. Si tratta, inoltre, di trarre dalla esperienza concreta dell’Urss preziosi elementi che ci permettano di valorizzarla come il primo tentativo storico di società socialista, e, al medesimo tempo, di individuare e superarne gli errori e di approfondire le problematiche della società di transizione. Si tratta di questioni fondamentali come, ad esempio, la partecipazione della classe lavoratrice alla gestione dello Stato e dell’economia e il rapporto equilibrato tra sviluppo delle forze produttive e trasformazione dei rapporti di produzione. Eppure, ad un quarto di secolo dalla caduta dell’Urss, nulla, salvo qualche lodevole eccezione, è stato detto a livello complessivo di partiti comunisti in Italia. Una mancanza che non va sottovalutata, derubricandola a riflessione puramente intellettuale sui “massimi sistemi”, in quanto senza chiarezza sulla prospettiva (cioè su chi sei e cosa vuoi) non è possibile elaborare alcuna strategia.
Un altro aspetto importante di riflessione riguarda la storia del Pci. Anche in questo caso, come spesso accade anche nel caso dell’Urss, all’analisi critica si sostituiscono o una critica che “fa di ogni erba un fascio” o una celebrazione rassicurante che ci lasciano senza risposte adeguate sui perché della sconfitta e impossibilitati a ridefinire una linea d’azione per il presente ed il futuro. Sul Pci ci sono due questioni da affrontare: una è quella della strategia della cosiddetta “via italiana al socialismo” e l’altra quella del lento degradamento del Pci a partire dagli anni ’70. La via italiana al socialismo, basata su un percorso progressivo pensato attorno alle riforme di struttura e all’attuazione della Costituzione, si fondava sull’esistenza di un forte campo socialista, guidato da una rispettata Unione Sovietica, su una fase espansiva dell’economia, con una forte presenza dello Stato nell’economia, e soprattutto su una forma ancora prevalentemente nazionale del capitalismo e parlamentare di governo. Tutti aspetti questi che sono venuti a modificarsi tra la metà degli anni ’70 e la fine del secolo scorso.
Inoltre, nel corso dei decisivi anni ’70 ci sono stati importanti errori politici e cedimenti di carattere ideologico da parte del Pci. Le vicende cilene furono interpretate come la dimostrazione dell’impossibilità di governare con il 51% e della necessità di costruire un “compromesso storico” con la Dc, passando così dalla strategia dell’”alternativa di sinistra” a quella dell’”alternativa democratica”. Il Pci, incoraggiato dai successi elettorali e nel tentativo di dimostrarsi forza matura di governo, fece importanti concessioni, dalla linea dell’”austerità” (la politica dei due tempi, ovvero l’accettazione dei sacrifici per tirare fuori il paese dalle difficoltà), che spinse la Cgil al contenimento rivendicativo, fino al riconoscimento della Nato. In questo modo, il Pci rinunciava all’opposizione senza che fossero cadute le riserve nei suoi confronti e, pur essendo entrato nella maggioranza di governo durante la “solidarietà nazionale”, fu costretto ad uscirne subito dopo.
In sostanza il Pci fallì la sua strategia governista, alienandosi nello stesso tempo molte simpatie, soprattutto tra i giovani, e perdendo alle elezioni del ’79 tutti i guadagni realizzati nel ’76. La maggioranza del gruppo dirigente comunista non capì fino in fondo la natura di classe della Dc né le caratteristiche dell’offensiva del capitale in atto, basata proprio sull’austerità, illudendosi sulla natura neutrale delle istituzioni statali e della democrazia borghese. Dopo la sconfitta, Berlinguer tento di rettificare la linea politica del Pci, ma la morte gli impedì di proseguire. Successivamente, il Pci, privo di una leadership autorevole e sempre più permeabile all’offensiva politico-culturale avversaria e all’eclettismo ideologico, si trasformò in un partito sempre più lontano, soprattutto nel nuovo gruppo dirigente che si stava formando, dalle sue radici comuniste. Il suo scioglimento e la trasformazione in Pds furono, dunque, il risultato di errori di strategia e soprattutto di una lunga operazione di svuotamento ideologico dall’interno.
Quello che, però, lascia più perplessi è che, dopo lo scioglimento del Pci, né in Rifondazione né nel Pdci si sia svolta una riflessione veramente collettiva sul Pci, a parte alcuni meritori tentativi soggettivi. Non è, quindi, un caso se negli ultimi venti anni i comunisti abbiano ripetuto errori che mostrano impressionanti analogie con il passato. Pur in una situazione molto diversa, una parte dei gruppi dirigenti continuano a ragionare – qualche volta in modo “automatico” – secondo i principi dell’ultima riflessione strategica cioè la “via italiana al socialismo”, vecchia di oltre sessanta anni. Una strategia intesa in una accezione, fra l’altro, che è implicitamente piegata al tatticismo anche più di quanto non fosse avvenuto nell’ultimo Pci. L’esperienza negativa del Pci, che pure era un partito incommensurabilmente più forte ed agiva in un contesto molto più favorevole, ha insegnato poco a proposito di spinta al governismo, politica dei due tempi – come dimostrato nell’esperienza dei governi Prodi -, e politica della alleanze.
Fino al suo scioglimento, nonostante errori e debolezze, il Pci conservò una forza elettorale ed organizzativa notevoli, dimostrando che avrebbe potuto validamente sopravvivere al crollo dell’Urss, che invece fu l’occasione per il nuovo gruppo dirigente per decretarne la morte. Il Pds, il principale partito che scaturì dallo scioglimento del Pci, fu da subito più liberaldemocratico che socialdemocratico in senso classico, a riprova di quanto il processo di trasformazione (anche ideologica) dall’interno fosse andato in profondità. Alle elezioni (Camera) del 1992, dal 27% del Pci il Pds crollò al 16%, mentre Rifondazione si attestava su un positivo 5,6%. Il Prc crebbe, fino alle politiche del 1996, raggiungendo l’8,5% mentre i sondaggi di poco prima della scissione del Pdci, lo davano prossimo alle due cifre percentuali. C’è, quindi, da chiedersi come sia stato possibile che i comunisti nel 2008, dopo soli dodici anni dalle politiche del ‘96, siano stati sbattuti fuori dal Parlamento e, cosa ancora più grave, abbiano eroso pressoché totalmente il loro radicamento sociale, fino a scendere nel 2013 al 2,2% dei voti espressi?
Per rispondere, proviamo a fornire qualche piccolo spunto di riflessione. Prc e Pdci hanno beneficiato, almeno fino al 2006, delle riserve strategiche accumulate dal Pci nei decenni precedenti. Questo lascito, però, non poteva durare in eterno e, non rinnovato, si è col tempo esaurito. Il movimento comunista italiano anziché ricostruirsi si è progressivamente frantumato. Il punto è che quanti hanno provato a ricostruire un partito comunista in Italia ereditarono anche i limiti del Pci, di Dp e di altre formazioni e non riuscirono o forse, più probabilmente, non si posero neanche il compito di fondere tutte le componenti in una prospettiva politica ed in una visione della realtà comuni. Anzi, il modo di relazionarsi tra comunisti si è manifestato troppo spesso nelle forme o del correntismo o dell’appiattimento, mentre il dibattito, ed è l’altro grave aspetto, tendeva ad evitare invece che affrontare le questioni fondamentali e strategiche.
Il confronto interno si è caratterizzato per il respiro sempre più ristretto e contingente, visto che nessun bilancio veniva tratto dalla storia dei comunisti né venivano sviluppati – per lo meno a livello complessivo e collettivo – una riattualizzazione della prospettiva socialista e un adeguato riorientamento strategico cui collegare la tattica. Viceversa, la discussione divenne ben presto soggetta ad una deriva sempre più tatticistica, incentrandosi sulla rappresentanza in Parlamento e nelle amministrazioni locali e sulla partecipazione al governo. Questioni che spesso erano intese in modo sciolto da qualunque considerazione complessiva. Le varie scissioni realizzatesi nel corso degli anni e la situazione di crisi del movimento comunista italiano sono anche il prodotto di questo contesto e di queste modalità di lavoro e di relazione.

3. Un partito comunista finalmente unito ed adeguato ai nuovi compiti

Ora ci troviamo nella necessità di dover iniziare daccapo un percorso di ricostruzione del partito comunista, recuperando tutto quanto può essere positivamente impiegato. Il primo passo è sicuramente sanare la ferita della scissione del 1998, mediante l’unificazione di Prc e Pdci, che deve avvenire in tempi brevi e deve coinvolgere anche quei comunisti che sono transitati nei due partiti e che oggi ne sono fuori. Il processo di ricostruzione deve, però, evitare gli errori commessi nella fase iniziale di formazione del Prc e nel prosieguo della vita del Prc e del Pdci. Ovviamente non possiamo aspettare di risolvere tutti i problemi teorici e politici per iniziare. Tuttavia, si rende necessaria l’individuazione almeno di alcuni punti fermi senza i quali sarebbe difficile ricostruire il nuovo partito comunista.
In primo luogo, bisogna rendersi consapevoli che è stato un errore ritenere che il nostro principale obiettivo fosse quello di entrare nei governi di centro-sinistra. La nostra partecipazione a questi governi non è riuscita a raggiungere neanche gli obiettivi minimi che potevano renderla in qualche modo giustificabile dinanzi ai nostri referenti di classe. Tale insuccesso è stato dovuto alla nostra incomprensione delle implicazioni del processo di unificazione europeo, della natura di classe del Pds-Ds-Pd e del centro-sinistra (fattisi espressione del capitale transnazionale), e delle modifiche del contesto generale della lotta di classe. Di fatto, i governi di centro-sinistra hanno contribuito, in modo non meno decisivo di quelli di centro-destra, al peggioramento delle condizioni di vita e dei rapporti di forza politici tra lavoro salariato e capitale. In ogni caso, all’interno di questi governi ci è mancata anche la determinazione a sfidare gli alleati, e ci siamo fatti stringere all’angolo dalla minaccia di essere responsabili di far cadere il governo e far vincere Berlusconi. Un ricatto morale correlato alla convinzione, radicata anche fra di noi, che il vero pericolo fosse rappresentato da Berlusconi, piuttosto che dal complessivo processo di ristrutturazione capitalista. La mancanza di una linea strategica, che non fosse quella dell’alleanza con il centro-sinistra e della partecipazione al governo, e che poi si è rivelata fine a sé stessa, ha screditato i nostri partiti dinanzi ai settori di classe che ancora avevano fiducia in noi.
Il compito principale di un partito comunista non è quello di essere “utile” ai lavoratori, nel senso di ottenere qualche miglioramento delle loro condizioni di vita. È anche questo, ma all’interno e in maniera funzionale all’obiettivo principale: modificare i rapporti di forza ideologici, economici e politici tra classe lavoratrice salariata e capitale, allo scopo di costruire le condizioni soggettive della transizione socialista. Il vero indicatore della capacità di un partito comunista è il livello di crescita dell’organizzazione dei lavoratori, che consiste nella maturazione della coscienza di classe e della capacità di lotta politica, cioè generale. La scelta se partecipare o meno al governo, la politica delle alleanze, e in generale la tattica del partito vanno subordinate a questo obiettivo. L’autonomia ideologica e politica del partito comunista, di cui tanto spesso parliamo, consiste in questo.
Uno dei principali errori dei comunisti è stata l’idea della necessità di assumere un atteggiamento difensivo. In realtà, la linea portata avanti negli ultimi venti anni, più che difensiva, è stata difensivista, costringendoci a lasciare l’iniziativa all’avversario e a portare la linea di difesa in posizione sempre più arretrata. Fino al momento in cui ci siamo ritrovati con le spalle al muro. A questo ha contribuito anche una interpretazione semplicistica e sbagliata del concetto gramsciano di “guerra di posizione”. Sulla base della analisi della fase che abbiamo svolto, appare invece evidente che oggi è il momento di dare avvio ad una fase di contro-attacco e di “guerra di movimento”. Abbiamo certamente bisogno di ricostruire il partito e di accumulare riserve strategiche. È illusorio, però, pensare che basti lavorare sull’organizzazione del partito e conservare simboli e ideologia. Un partito comunista non può ridursi ad una piccola setta che si pretende ideologicamente “pura” e che ha come unico sbocco pratico l’alleanza con il centro-sinistra. È, inoltre, evidente che non si può più vivacchiare, cercando di ottenere qualche piccola concessione, che nessuno è più intenzionato a dare. Il partito comunista può essere ricostruito soltanto attorno ad una linea politica di attacco che, individuando i punti decisivi dell’offensiva del capitale, ci permetta di radicarci a partire dai settori più combattivi del lavoro salariato e delle classi subalterne.
Oggi, è particolarmente difficile operare per noi, perché ormai i “buoi sono scappati” e chiudere le porte ormai serve a poco. Dobbiamo ricostruire le basi del nostro radicamento, riconquistando la credibilità perduta. E questo è possibile solo portando avanti con continuità e coerenza una linea politica adeguata, che rompa con la passività e la subalternità del passato. C’è bisogno di un riposizionamento della linea strategica dei comunisti che passi dall’alternativa democratica o fronte democratico all’alternativa di sinistra o fronte di sinistra. Ciò vuol dire abbandonare il centro-sinistra come orizzonte strategico, il quale deve, invece, essere collocato nel superamento del capitalismo. Sul piano politico ciò significa costruire un fronte di sinistra, ovvero un fronte che coinvolga tutti quei partiti, organizzazioni di massa e associazioni che sono disposte nei fatti a contrastare l’offensiva avversaria nei suoi punti principali e a modificare i rapporti di forza a tutti i livelli.
A questo va collegata una riflessione anche sulla forma partito. Un partito adeguato allo scontro in atto deve essere forte e consapevole. Non un mero “strumento” della classe lavoratrice, ma parte di essa, del settore più cosciente e combattivo. Va, quindi, aumentata la presenza operaia nel partito e privilegiata la costruzione del partito nei luoghi di lavoro, mediante la formazione di cellule. Per classe operaia non intendiamo solo i lavoratori dell’industria e della manifattura, la cui importanza rimane decisiva, ma anche tutti quei salariati che sono funzionali alla accumulazione del capitale. A questo proposito, va affrontato il problema fondamentale del ruolo della Cgil e della presenza dei comunisti nei vari sindacati. Fino ad oggi, l’azione dei comunisti è stata scoordinata sia tra gli iscritti alla Cgil sia tra questi e chi stava in altri sindacati. Inoltre, la Cgil, che troppo spesso è stata considerata esclusivo interlocutore, nel suo complesso è, di fatto, egemonizzata dal Pd, con conseguenze negative sullo sviluppo delle lotte in Italia. Uno dei compiti principali del nuovo partito comunista deve essere quello di ricercare una direzione unitaria dei propri militanti nel sindacato, che, da una parte, contrasti l’egemonia del Pd nella Cgil e, dall’altra, colleghi chi è in Cgil con chi opera in altri sindacati.
Un altro aspetto è quello del funzionamento e della democrazia interna al partito. Un partito fatto di correnti e frazioni non funziona, ma, allo stesso tempo, non si può intendere il centralismo democratico come inibizione al dibattito interno e incentivo al conformismo. Un partito che funziona è un partito in cui il confronto sia aperto e, partendo dal livello di base, verta prima sui contenuti e poi sulla composizione degli organigrammi. Non abbiamo bisogno di un partito appiattito, ma di un partito che condivida, mediante il metodo del confronto e della dialettica, una impostazione di fondo, secondo i principi del marxismo e partendo sempre dalla analisi concreta della situazione concreta. Inoltre, un partito che sia veramente interno e rappresentativo della classe lavoratrice, nell’Italia di oggi, non può essere composto in misura sproporzionata da maschi maturi e indigeni. L’aumento della componente femminile, giovanile e immigrata deve diventare un indicatore della capacità di ricostruzione del partito. A questo scopo, le questioni specifiche, a partire da quella di genere, devono permeare il partito a livello di metodo di lavoro, struttura e partecipazione organizzativa e politico-programmatico. Solo in un partito partecipativo possiamo rilanciare la militanza, stimolando chi ne fa parte a dare il massimo in termini di tempo, risorse economiche ed energie fisiche e mentali.
L’organizzazione del partito e la sua linea politica non devono avere come scopo unico e principale la presenza negli organismi rappresentativi locali o nazionali ma essere rivolte alla partecipazione ai movimenti esistenti e allo sviluppo di movimenti nuovi. Dovunque si creino situazioni di lotta i comunisti devono essere presenti, senza supponenza ma consci di potere e dovere fornire un contributo in termini di direzione e coordinamento complessivo allo scopo di unificare le mobilitazioni. La partecipazione elettorale deve essere non il fine della nostra attività, ma il momento in cui misuriamo i progressi del nostro lavoro e ne ricaviamo postazioni istituzionali, funzionali a proseguire l’organizzazione e il miglioramento dei rapporti di forza complessivi a favore della classe lavoratrice.
La classe borghese transnazionale, espressione apicale di un sistema in crisi storica, ha denunciato da tempo il “patto sociale” postbellico, dichiarando una vera guerra di classe mondiale. In molti Paesi del mondo, centrali e periferici, si sono sviluppati movimenti di opposizione imponenti e, anche dove non ce ne sono stati, il malcontento si è manifestato nella crescita di terze e quarte forze nei sistemi bipolari e bipartitici. Sulla base di quanto prevedibile, le contraddizioni si divaricheranno ancora, producendo ancora sollevazioni e movimenti. Il punto è che la maggioranza di questi movimenti è caratterizzata dalla immaturità politica, che ne consente la strumentalizzazione a forze conservatrici o reazionarie o comunque non in grado di dargli uno sbocco politico efficace. I comunisti nel XXI secolo si trovano, quindi, dinanzi ad un compito enorme: riuscire a dare una direzione a questi movimenti spontanei. Un compito reso ancora più difficile dal peso della sconfitta dell’Urss. È per questa ragione che con umiltà, pazienza ma anche con coraggio dobbiamo sciogliere i nodi organizzativi, teorici e politici che ci hanno impedito di andare avanti. E dobbiamo farlo fino ad arrivare alla elaborazione di una strategia politica adatta alla nuova fase storica. Non si tratta di eliminare dal nostro lessico compromesso e mediazione, elementi imprescindibili di ogni attività politica, ma di capire che una strategia di difesa passiva e di pura “guerra di posizione” non risponde più alla realtà delle cose e che è arrivato il momento di passare al contro-attacco.

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pietre

la loro consistenza è fatta per testimoniare che la durezza è una cosa che oltre ad essere spiegata, descritta, temuta o ricercata; è, anche un punto fermo. Sì, la pietra ha insito nella parola che sia una cosa consistente e dura. Sarà per questo che decenni fa chi organizzava gli operai, anzi i proletari – quelli che non avevano altro che vendere l’azione possibile con le proprie braccia – ricorrevano alla semplicità degli esempi alla portata di tutti. Sarà per questo che, anche nel tempo, le parole semplici (oltre che le analisi complicate) hanno sempre affascinato gli “intellettuali organici” quelli che non si sono mai sognati di tradire la classe operaia, i lavoratori, che quindi, hanno utilizzato e divulgato i significati di quelle parole. Sia nel loro valore concreto (cosa rappresentavano e rappresentano: il martello, la falce, la pietra etc) che nel loro significato allegorico. Così ancora oggi, tra le parole in uso nel linguaggio del confronto della politica organizzata (soprattutto di sinistra), nei confronti sulle questioni prioritarie (soprattutto economiche), nei riscontri delle ipotesi e proposte (soprattutto sindacali e contrattuali), è ricorrente l’uso della parola pietra. Una delle tante metafore in uso in questi giorni, in queste ore, è “le parole sono pietre”; il pensiero è una pietra di paragone; il muro di sostegno della casa comune che si sgretola pietra dopo pietra. Chissà se Fausto Bertinotti, Franco Giordano, Gennaro Migliore e Nichi Vendola abbiano avuto modo, in queste ore di riflettere su tale circostanza. Banalmente. Il bipolarismo, sembra non sopravvivere né alla legislatura, né al duemilanove e neppure a Veltroni e Berlusconi. La crisi economica che decreta la fine degli osanna per il liberismo somiglia all’anticamera dello sfascio totale a cui dover rispondere solo col cambio di fase o di sistema ( ma senza predeterminazionismo immobile) ovvero con una alternativa sociale al capitalismo. Le forze operaie, o di ispirazione e provenienti dal ceppo del movimento operaio (inclusi i milioni di persone che non sono in fabbrica o cantiere o ufficio e sono de-contrattualizzati) hanno la oggettiva necessità di rispondere alla deriva culturale, sociale e politica in cui è sprofondata parte della sinistra. Il compito è gravoso. La via è semplice. Riunire l’idea originaria, che è moderna perché la situazione di questa fase storica ha esattamente la medesima matrice dellos contro originario: con altri nomi, altri soggetti, ma stesse conseguenze. La crisi la fanno pagare ai più deboli. I soggetti di difesa dei lavoratori e dei cittadini deboli (per esempio gli studenti o i pensionati) vengono attaccati, emarginati, svuotati. E’ semplice la risposta. Riunirsi, con l’originaria idea comunista, chiamare a raccolta i più e dimostrare che questo pensiero duro come le pietre; può essere termine e pietra di paragone per chiunque si smarrisca; basta fare riferimento ad un po’ di analisi concreta di chi sta pagando (operai, lavoratori, pensionati, studenti, migranti, donne…) di chi si sta colpendo (sindacati di sinistra, partiti di sinistra, movimenti non allineati…) di quale uscita viene proposta (presidenzialismo plebiscitario, destra arrembante e neofascista, razzismo come modello sociale…) per capire in un sol colpo che il maggior comune denominatore si deve fare con le parole che sono pietre. Con i pensieri duri e comprensibili. Ecco, questa è la fase dell’unità dei comunisti che può essere artefice della ricostruzione del solido muro della casa della sinistra fatta con le pietre di tutti a cominciare da quelle delle idee comuniste. Ecco perché l’argilla non lavorata e non cotta di Vendola e gli altri compagni rischia semplicemente di sciogliersi con la prima pioggia intanto che il Pd modernizzato non capisce più ne cosa sia una pala, né una carriola e calpesta l’argilla che non userà: figurarsi le pietre!

Fiat: “anche il sequestro politico non armato” alla francese

Fiat Piccolo acronimo dal grande e potente segno. Segno grafico imposto nel tempo della prorompente epopea industriale italiana. Segno dei tempi con la personificazione del prefascismo, del fascismo e del post fascismo comportamentale e dei costumi ed usi degli Agnelli. Segno attuale del globalismo e gigantismo apparentemente da industria primaria. In realtà da potenza economica ibrida con elevate quote decisionali (economiche, politiche, industriali perfino) in mano a finanze italiane ed estere e a banche italiane ed estere. Di fronte a questo Golia, da sempre nella pratica quotidiana, e nella memoria diffusa, nel cosiddetto immaginario collettivo, un antagonista: la classe operaia. I metalmeccanici. Ma, nel tempo, proprio perché i lavoratori sono Davide, ma non sono scemi, hanno saputo distinguere il crogiuolo delle lotte operaie, dall’insieme delle lotte dei lavoratori. Hanno evitato le sottigliezze dei camici bianchi differenti da…. Ma un po’ il clima politico, molto la grancassa padronale, hanno invogliato e fatto credere ai colletti bianchi che c’era una aristocrazia operaia da respingere. Fu la marcia di Torino e l’inizio dello smembramento dei fabbriconi in policentri che decentrarono il lavoro. Di fatto indebolirono le rappresentanze dei lavoratori, disperdendole. E polverizzarono l’universo del famoso indotto addosso ad ogni piccolo centro, di fatto regionalizzato: Melfi, Pomigliano, Cassino, Termini Imerese etc. Oggi, il Grande Disegno. Il vincente Marchionne che (sia detto chiaramente, ha avuto come unico merito quello di condividere –e non facendolo pagare al padrone- ciò che i sindacati Interni Fiat ed esterni ma del settore dicevano da tempo, il mestiere fiat è fare auto e non accumulare finanze creative!) appare agli occhi del mondo come un piccolo mago, non lo è. Per questo, il confronto e lo scontro, sia nazionale che globale, non può prescindere da questo giudizio. Altrimenti diventa (e inutilmente oltre che eticamente intollerabile) la guerra dei garantiti siti “italiani” contro quelli meno garantiti “tedeschi” e degli “americani” chi se frega. Non è così questo gioco. E non è un gioco è un dramma. Un dramma che può avere risposta solo utilizzando la stessa matrice: redistribuire la ricchezza. All’interno di questo, e solo all’interno di questo assunto, valido a Chicago, come a Francoforte così come a Melfi e Torino c’è il ruolo della rappresentanza sindacale. Sindacato che non deve scandalizzarsi delle “fratture all’interno” che sono tutt’altro segno dall’impazzimento sociale, dal luddismo, o dai sindacati gialli. Le “fratture dall’interno” possono riguardare la rappresentanza, il disagio fatta rabbia, l’asfissia degli orizzonti che il comportamento di Marchionne e c. non valutano, anzi sembra utilizzino come semi-ricatto. Questa tensione è drammatica. Hanno ragione gli osservatori della sinistra che sottolineano ciò. Ma non è pericolosa e non va strumentalizzata né per pacificare (ridicola Marcegaglia), né per disinteressarsene (col cazzo che parla il loquace piduista o l’inutile fascista governativo di turno). Parlano degli spintoni…Persino Rinaldini credo possa essere d’accordo nel dire che “vengano uno cento mille spintoni” se si fa un vero accordo industriale dalla parte dei lavoratori e togliendosi dalle scatole inutili trattative da pantomima filogovernativa. Detto ciò resta il comportamento letto come messaggio. Ai lavoratori che hanno rotto il tabù Fiom va fatto sapere a chiare lettere che il messaggio è arrivato. Che la “frattura interna” può essere sanata. Ma che i contenuti della piattaforma, la trasparenza per gestirla, i tempi per articolarla e le forme di lotte per combatterla saranno di tutti.Anche se si sceglierà il “sequestro politico non armato” come in Francia. (maurizio aversa)

massimo

massimo è il profitto che cerca ogni padrone che si appresta ad attivare la sua più grande fatica: prender una idea, renderla tecnicamente valida, irretire - per fame, per necessità, per illusione perfino - uno o centinaia di lavoratori e ricavarne il di più. Che proprio perchè i più ne cerca il massimo. Anche una scuola, una università, che sia capace di insegnare e trasmettere il sapere; e trasformare questa azione con un ritorno di nuovo sapere che si autoalimenta dell'ampliamento delle conoscenze, è il massimo di democrazia del sapere che si può auspicare. Totalmente differente dal sapere centellinato, passato sottobanco a pochi eletti; così come la possibilità di "accedere" a sminari esclusivi; a corsi riservati; a cenacoli preselezionati ad invito; questo è quello che rappresenta il massimo della divisione di classe del sapere; questo è il massimo della raffinatezza ello sfruttamento che si può mettere in campo da parte di una classe dirigente e padronale capitalistica. Ma, massimo è anche un dirigente del Pd. Un ex presidente del consiglio. Un ex segretario. Un ex capopartito e capo parlamentare. A suo dire non un ex comunista. Pensa, il massimo in questione - è questo è davvero il massimo - che sia il più comunista rimasto in circolazione. Il colorito personaggio del film di Verdone direbbe: mica so' comunista così (con un pugno alzato), io sso' communista cosììì (raddoppiando le doppie, alzando il tono della voce e tutte e due i pugni in alto!!!). Ecco, poichè questa cavolata, a parte il luogo che si prestava al gioco delle parti (una intervista comica di Crozza nel suo show), è tale che non avrà bisogno di alcuna smentita, noi vogliamo solo rivolgere un pensiero conclusivo sull'argomento Pd-comunismo: forse qualcuno lo è stato; forse anche al meglio; forse molti sono pentiti di aver buttato bimbetto e acqua sporca insieme restando solo con la bacinella unta di sapone; forse parecchi stanno pensando di riaprire una linea di credibilità a quei comunisti che sono rimasti coerenti e non si sono mossi al meglio della furbizia e scaltrezza di qualche massimo che stava di là; tutti però possono giudicare che fare cinque minuti di comunista è bello, far sembrare di esserlo e non pensarci proprio è astuto ma essere comunisti, dirlo ed agire come tali è il massimo. Tastorosso

chiave

Negli anni sessanta, per usare una metafora che fosse ben compresa dal popolo minuto (pensate sia alla scarsità di media che divulgavano notizie, così come al bassissimo taso di scolarità) Pietro Nenni, per intendere che i socialisti stavano facendo un passo per andare a governare e portare una ventata di riforme (la storia vuole che sia stato fatto con l'accordo del Pci di Togliatti) nell'esecutivo fino ad allora solo democristiani, disse questo concetto: entriamo nella stanza dei bottoni così avremo la chiave per le decisioni. E' importante la chiave. Simboleggia il possesso, ma anche la condivisione; il focolare e la casa, ma anche il paese d'origine. C'è chi, questa chiave, la vive con una simbologia ancora più drammatica, tragica. Sono i palestinesi cacciati dalle proprie terre e che ora sono esuli in Libano (come nei campi di Shabra e Chatila); in Giordania (nei dintorni di Damasco così come in tutto il paese); così come nella striscia di Gaza o in Cisgiordania. In tutte queste realtà, ogni famiglia palestinese ha appesa all'esterno della baracca, o della tenda o della situazione abitativa precaria in cui versa, una chiave. Che è insieme, la chiave materiale della casa che è stata costretta ad abbandonare e che magari ora è abbattuta. Che è anche una chiave simbolica perchè sta lì a sottolineare che l'intento e l'obiettivo della vita - insieme rivendicazione e sogno d'ogni singolo palestinese - è fare ritorno "a casa" portando le proprie chiavi. Per questo la manifestazione di sabato 29 è stata aperta, ancor prima della bandiera palestinese, da una gigantesca chiave che simboleggia questo sogno-diritto. Oggi, poi, a pochi giorni dal documento internazionale firmato a Damasco sul diritto al ritorno; questo simbolo ha maggior forza di diritto perchè sotto l'egida internazionale si è scritta una importante pagina per ogni rifugiato in esilio, a maggior ragione proprio per il popolo palestinese, in quanto è stato riconosciuto il diritto al ritorno. tastorosso

contenuto

di una bottiglia o di una busta tetrapak di latte è il latte. E, solitamente, quando voglio acquistare del latte, pur avendo preferenze tra vetro o tetrapak o pet o plastica, mi è abbastanza facile decidere di prendere l'uno o l'altro involucro in quanto ciò che mi fa decidere è il contenuto, il latte stesso. Allo stesso modo, se nello scompartimento del lattaio o del supermercato trovo tante bottiglie tutte insieme, o tante marche di bottiglie tutte insieme, ovvero solo un paio di tipologie del latte che sto cercando io, ciò che mi farà decidere quale acquistare è quel latte che piace a me. No, non sono impazzito, nè devo proporvi il tre per due alla coop. E' semplicemente che questo banale esempio su contenitore e contenuto mi è venuto in mente dopo aver letto l'agenzia stampa della Dire in cui vari esponenti del Pd, in primis Tonini - braccio e mente destri di Veltroni - che spiegano cosa e perchè lo faranno a proposito dello sciopero del 12 dicembre. Bene, Damiano, l'ex ministro, ex segretario della fiom, ha detto che anche se il Pd, suo partito, che dirige con altri, non partecipa nè aderisce, conta di stare lì al fianco degli operai. Al contrario, Tonini, ritiene sbagliato lo sciopero, sbagliato aderire, sbagliato partecipare. La chicca è la motivazione: perchè siccome lo promuove un solo sindacato, la Cgil, il Pd non vuole essere o fare da cinghia di trasmissione. Ed ecco il punto. Sia Damiano che Tonini, ci hanno parlato del tetrapak e della bottiglia. Ma del contenuto? Le motivazioni dello sciopero: contro il governo e contro i padroni (in verità la Cgil è stata pure timida nei manifesti, perchè ha chiamato a raccolta contro ...la crisi) sono o non sono condivise? Piace questo contenuto o no? Compagno Damiano se quel contenuto lo condividi non è una cosa da poco ricevere una sportellata in faccia dal tuo partito: è roba da mandarli al diavolo e cambiare collocazione (oppure è opportuno, per te restare? Appunto da opportunista?). Fratel Tonini, sii più esplicito, senza nascondere la linea del Pd dietro il tetrapak: tu non partecipi perchè la linea politica che esprimi in questo contenuto è pari a quella del governo e dei padroni: allora, con chiarezza mandaci al diavolo, a noi che saremo in piazza il 12 dicembre. E noi, ma anche gli altri lavoratori avranno più nitida l'immagine di fronte di chi sta con chi. E soprattutto dove sta nascosto l'amico del giaguaro. Il contenuto è il contenuto, la bottiglia è la bottiglia, specie quando è vuota. tatsorosso

sommarietto 22 novembre

qui sotto, per il "moderno vocabolario politico-sociale" abbiamo aggiunto il tema "parte". Nelle pagine sopra la testata abbiamo arricchito di notizie e commenti i contenitori "Editoriale", "Internazionale" e "Bandierrossa". Nella prima pagina ciò che vedete anche in evoluzione, perchè, come possiamo, aggiorniamo con contributi "catturati" altrove, o giunti ad arricchire da singoli e soggetti sociali, o da noi sollecitati. Ultima nota odierna, per chi legge da Castelli romani e Lazio, stiamo partendo con la pagina specifica (sempre sopra la testata) Castelli.

parte

la realtà delle cose, nella società occidentale, non ha armonia. Per lo più è divisa in due parti. Una parte che sfrutta e cerca alleanze, connivenze, sodalizi, complicità tutta volta a soggiogare un'altra parte che è solidale, debole e che cerca di resistere allo sfruttamento. Anzi ad opporsi ad esso e se vi riesce anche a smantellare lo sfruttamento stesso. Per lo più i capitalisti, molti corrotti, la stragrande maggioranza degli opportunisti, i padroni antelitteram ed i padroncini autoillusi di essere i padroni-capitalisti sono in questa parte. I lavoratori, i precari, i senza lavoro, gli artigiani che soffrono la doppia condizione di essere piccoli imprenditori imprigionati nel sistema ma che non vogliono sfruttare i propri addetti, chi opera nel sociale, è nella seconda parte. Per lo più i referenti politici della prima parte sono le attuali forze del governo guidato dal piduista Berlusconi (ma spesso a costoro va bene qualunque direzione filo governativa e filo potere), ma anche gli oppositori (loro malgrado) della destra, ma anche buona parte della attuale opposizione parlamentare (siano essi i dipietristi che i veltroniani). Al contrario, la seconda parte fa quasi tutta riferimento alla attuale sinistra extraparlamentare e a quell'arcipelago di sociale e movimento di idee ribelli e di comunisti non ancora ben organizzati. Ora per rendere le cose chiare, semplici, visibili e, quindi, costringere ognuno di noi che potrebbe essere debole, se solo, di fronte all'arroganza e alla prepotenza degli sfruttatori occorre fare una basilare operazione verità sulla parte e su ognuno. Ognuno ha il diritto di stare dalla parte che crede lo rappresenti: ma deve chiaramente essere riconosciuto che quella prima parte lo iscrive nella parte degli sfruttatori, dei capitalisti, dei padroni e delle destre. Così come, chi si crede di essere di sinistra, progressista, anticapitalista e contro gli sfruttatori non ha alibi di sorta, la sua parte è la seconda. Ora che per parte in commedia qualcuno si mascheri e si faccia gli affari propri, è umanamente comprensibile; un po' da fessi e francamente incomprensibile è reggere il moccolo e fare la clacque a chi mischia le carte fregando i più. Perchè, l'ultima cosa ce lo testimoniano i numeri, la prima parte basa il proprio inganno sociale e politico facendo credere ad ognuno che comunque potrà far parte del giro (degli sfruttatori e potenti ed averne i privilegi), ma non è così. Al di là dell'etica, che a nessuno di costoro frega nulla, è certificato che l'espansione della ricchezza nelle classi medio alte è aumentata per le altissime (euromultimilionari), ha fatto un piccolo balzo (circa 20.000 famiglie in tutta italia negli ultimi anni) per le classi medie (euromilionari) ed invece si è ristretta per la classe media (i benestanti che hanno proprie attività e proprietà). Ecco allora che la parte inconsapevole che si affida alla parte prima e alla destra governativa forse si sta fregando da sola. Ed ecco dimostrato che chi affida alla parte seconda pensando di garantirsi con gli oppositori comodi (Pd, Idv) si troveranno ugualmente turlupinati. Quelli che non hanno nulla da perdere e che sono già sostenitori della parte sana della società possono essere il solo punto di riferimento. Per rimettere, se non altro, le cose in chiaro e dare ad ognuna il proprio nome: i padroni sono padroni, la destra è destra, la sinistra è contro lo sfruttamento e il cambiamento nasce dalla lotta dell'opposizione sociale e politica non dai minuetti del teatrino gelliano. Quindi le due parti, in realtà vanno interpretate non come di quà e di là fittizie ma come sopra e sotto, e destra e sinistra: e la nostra scelta rivoluzionaria è far coincidere chi sta sotto con la sinistra. Allora il blocco sociale e politico potrà proporsi come parte della società che rappresenta gli interessi di tutti: contro solo gli sfruttatori. tastorosso

sommarietto 18 novembre

E' allarmante l'assenza di notizie certe di quanto stia accadendo in Palestina a Gaza, per questo nella pagina Internazionale vi diamo qualche elemento in più di quanto Israele non dica e non permetta di sapere dalla stampa che caccia via. Dure accuse ai dirigenti Thyssen. Ha ragione il pm Guariniello ad affermare che forse nel paese si può realizzare una svolta sulle responsabilità per le morti da lavoro. Purtroppo con una giornata già funestata, oltre che dal dolore deif amiliari della Thyssen, anche dalle vite bruciate a Sasso Marconi. Il governo, intanto, è intento ad attivare il gioco delle tre carte per far assistere alla prestidigitazione del piduista capo dell'esecutivo che alla fine dirà: qui investiamo, qui togliamo e per far star buoni i sudditi a fine anno gli diamo un contentino che ci facciamo restituire con qualche prelievo fantastico del giocoliere Tremonti. Non solo governo; la grande sorpresa nel suo proporsi più democristiano di Casini, ormai Fini è lanciatissimo. O pensa che Berlusconi ne abbia per poco e quindi accelera; oppure pensa che più va veloce ora meno conti pagherà elettoralmente...ma noi, impertinenti, gli ricordiamo la foto di famiglia fornitaci dal Mercante di Venezia.tastorosso

solidarietà

la prima solidarietà importante che viene alla mente è quella dei due testimoni che, in quella magnifica terra di civiltà e di cultura che è l'emilia romagna, in presenza di criminali con la tara razzista che hanno dato fuoco al più inerme degli esseri umani, un senzacasa senzalavoro senzafamiglia, non ci hanno pensato su un attimo e sono corsi a collaborare per punire i colpevoli del gesto criminale. Solidarietà è quella che viene in mente verso gli operai ed i lavoratori e dipendenti dell'Alitalia che attivano il fronte del no. Perchè sono lì, mi ha scritto un compagno, in quanto non possono non dire no al nulla che gli viene prospettato. E' così. E allora l'altra solidarietà è quella dirimpetto a tale situazione e che salta subito agli occhi. Quella che dovrebbe garantire ogni forza che si richiama al sindacalismo e ai diritti del lavoro. E cosa distingue una piccola comunità di difensori dei propri diritti ed interessi rispetto ad una grande forza sindacale? E' la solidarietà che quest'ultima deve essere in grado di esercitare svolgendo perfino un ruolo - oltre che rivendicazionista - anche di compensatore sociale. E cosa sta compensando la Cisl Ricerca e la Cisl scuola, quando abbandona a se stessi quei genitori che si battono per non smantellare la parte di scuola che garantisce diritti e non rinuncia al diritto allo studio (inclusi atti solidali di diritti universali riconosciuti ed applicati come quello dell'integrazione tramite l'istruzione)? Cosa sta compensando quella Cisl quando non è più al fianco dei ricercatori che denunciano periodicamente da giornali e schermi televisivi che per fare quello che amano ed in cui riescono meglio - tra l'altro con molto vantaggio per il paese e per qualche azienda capitalista italiana - devono recarsi in parti dell'occidente dove vengono apprezzati, pagati, spremuti e poi o integrati al sistema in cui si trovano o rispediti a casa? Cosa sta compensando ed in quale stile solidale quella cisl che vedrà solo dalle finistre sfilare la grande manifestazione degli studenti medi ed universitari che si sta preparando per il 12 a Roma? E quale solidarietà Cisl e Uil nell'incontro con il cappello in mano ed il capo chino chiamati dal capo piduista del governo hanno potuto esprimere se non quella verso la Marcegaglia che era lì a chiedere e ordinare che i padroni fossero aiutati, e la segretaria del sindacato fascista ripulito pronta ad incassare solidarietà politica per appartenere ai vincitori (alla faccia dell'accusa di gestione "politica" della Cgil della fase contrattuale attuale)? Ecco la solidarietà è una delle chiavi che muovono l'appartenenza alla cultura italiana fatta di quotidianità e di frequentazione condivisa verso chi ha bisogno di aiuto, di sostegno, di forza morale e materiale da mostrare in frangenti difficili (una lotta, una esclusione sociale etc). Per questo il quesito, oltre quello pubblico che può sempre essere urlato come denuncia, sulla solidarietà mancata, ogni sera che Bonanni fa ritorno a casa e, oltre che da sindacalista, anche da buon cattolico, sarà abituato a farsi esame di coscienza, come si porrà la domanda?: quanto ho fatto contento il padrone e il governo per essere stato solidale col più forte? Oppure, quanto sono stato solidale col pubblico impiego avendoli convinti che a fronte di più di cento euro di ogni contratto fin qui firmato, il loro è proprio buona cosa averlo siglato a 70 euro lordi? Oppure, ancora, si chiederà quanto sono stato solidale con la Uil e l'Ugl per aver messo all'angolo la Cgil. Un po' come voleva un pezzo di Pd, tutta l'Udc e buona parte del Pdl per trattare le posizioni di sinistra (anche sindacali) come "radicali" perchè appartenenti a forze vicine agli "extraparlamentari" ed ai comunisti, cioè quelli da cancellare? Bonanni, complimenti per la genuflessione al piduista intanto che ti facevi servo del padrone e crumiro coi lavoratori: l'unica solidarietà che possiamo offrirti, oltre quella del rinsavimento politico-sindacale, è di consigliarti di non farti vedere dalle parti dei lavoratori in lotta. tastorosso

lavoro

In tre notizie che riportiamo di seguito, Obama, Napolitano e Lula, e la produzione Istat, c'è un condensato di cosa diavolo sta accadendo all'economia. All'economia capitalistica. A questa parte di mondo che noi abitiamo e che dobbiamo il più presto possibile iniziare a rivoltare sottosopra se non vogliamo impazzire delle cose che potremmo pensare. La chiave è il lavoro. Questa nostra società capitalistica ha prodotto (tramite il lavoro sfruttato che ha arricchito pochi capitalisti) una immensa quantità di beni che non sa più a chi dare. Intendiamoci il problema sarà, da qui a quando lo sapremo affrontare, anche come far coniugare un lavoro (possibilmente piacevole e poco alienante) e il prodotto di questo impegno dell'ingegno, del tempo e della fatica umana. Intanto però il dato è che le macchine, le automobili hanno riempito buona parte del pianeta da noi calpestato. Le cementificazioni per case, palazzi, paesi e città ha distrutto un bel po' di spazio non riproducibile e lasciato la vecchia edilizia per lo più abbandonata a se stessa, tutto ciò ha prodotto lavoro. Ma questi frutti sono diventati non alla portata. Allora, la fertile mente del capitalista, che pensa sempre che al mattina di casa esce un furbo e un cojone, ha inventato i subprime. Cioè, non ce la fai a comprarti la casa col mutuo perchè non hai garanzie (ha detto e fatto Bush, che guarda caso ha nella famiglia grandi interessi con l'immobiliare internazionale Carlyle), non ti preoccupare. Noi inventiamo una carta (futures) che diamo alle banche che riceveranno soldi per clienti che le acquisteranno e che guadagneranno sopra essa quando tu finalmente pagherai il tuo debito. Insomma la vendita della dilazione di pagamento di un debito che era già un mutuo. Accade che 5.000.000 cinque milioni di famiglie non ce la fanno a pagare il mutuo e allora si corre ai ripari. Bush, e tutto il capitalismo occidentale hanno la trovata. Il lavoro non c'è. Allora lo stato (ogni stato) può pagare quei debiti alle banche che si trovano in mano carta straccia che vengono rivendicate come soldi dai creditori (tra cui Bush e tutti quelli che con banche, finanziarie e immobiliari hanno a che fare nel capitalismo occidentale imperante). E cominciano a frullare somme da capogiro. 700 miliardi di dollari mettono sul tavolo gli States. 2-3-400 i vari stati europei.Sempre per pagare soldi che hanno valore di carta straccia e carta straccia che assume valore di soldi. Bisogna interessare il Fondo Monetario Internazionale etc. Ma nessuno ancora ha tirato fuori come priorità il lavoro per chi non lo ha così da metterlo in condizione di provvedere a se stesso. Ed eccoci alle tre notizie. Obama, saluta la vittoria e dice che salvaguarderà ed interverrà per sostenere la classe media. Poi penserà anche ai ceti più deboli. Alla faccia della logica e dei valori cristiani sventolati. Prima si pensa alla classe media e poi ai più diseredati..se ce l'avranno fatta a resistere. Lula dice a Napolitano, guarda che così "compagnero" non va. Il G8 deve pensare alla parte di mondo che sta galappando verso il progresso economico, tecnologico, sociale. Tutti i grandi si devono misurare con noi e distribuire meglio le ricchezze e le risorse del pianeta. E' un po' il risvolto, non ancora affrontato, delle cose e della qualità e quantità da produrre. L'Istat, che analizza con numeri crudi ogni cosa, e quindi anche il lavoro, per quanto riguarda il nostro paese decreta che peggio di così stavano dieci anni fa. Alla faccia del progresso capitalista. Intendiamoci, non è che c'è un marziano che nel frattempo si è istallato sulla terra da altri mondi e sta rubando il nostro lavoro, i nostri soldi ed i nostri beni. No, semplicemente ci sono una serie di appartenenti al capitalismo occidentale (sempre quelli che operano con finanze e spostamenti di crediti tra banche e immobiliari, che magari stanno al governo o partecipano a salvataggi di aziende italiane che hanno bisogno: a proposito è ottimo l'impegno di Caltagirone per l'Alitalia; coincidenza tra i beni di Alitalia ci sono ettari ed ettari di terreno tra la magliana e Fiumicino) che stanno arricchendosi in modo spropositato, facendo storcere il naso perfino a gente col pelo sullo stomaco (cribbio, ha detto il piduista Berlusconi, capo del governo, è ora di finirla con queste speculazioni finanziarie. Se lo dice lui...).Ecco allora che i milioni di euro che vengono dichiarati per essere impiegati qui o là, non potranno non partire, ed ogni poverocristo avrà il diritto di urlarlo a squarciagola, dalla salvaguardia dei servizi, del lavoro sano e produttivo che c'è, anche se a pagare (per una volta, con minor guadagno non con la bancarotta o il suicidio) sarà qualche capitalista. Dal lavoro, ricominciare dal lavoro, questa è la chiave, modificando, già ora le produzioni inutili là dove ci sono ed utilizzando tutte le tutele sociali per garantire un minimo di vita dignitosa per tutti. Tastorosso

sociale

è emergenza sociale se si possono certificare, cioè riconoscere come esistenti, sette milioni e mezzo di poveri nel nostro paese. E' questione sociale preminente, per tutta la società italiana, il fatto che migliaia di famiglie, molte monoreddito, sono restate, stanno rimanendo o rimarranno senza una delle entrate principali economiche per le fabbriche che chiuderanno ed i posti di lavoro che verranno meno. E' incazzatura sociale, il movimento diffuso ormai in mille rivoli di lotte locali, regionali, distrettuali, settoriali, nazionali che stanno prendendo piede come arma di denuncia e di richiesta di misure da adottare in tutto il paese da parte di impiegati, lavoratori, operai, stagionali e giornalieri. A conferma della valenza generale dei temi dell'istruzione, della ricerca e della formazione delle nuove intelligenze che guideranno il paese, è stato giusto che i protagonisti dell'Onda studentesca, si siano recati nel parlamentino della Fiom, motivando che per coincidenza della questione sociale che li abbraccia, è bene che d'ora in avanti le lotte di studenti e operai si facciano insieme. Sociale, potrebbe essere un intervento mirato a tutelare (letteralmente, con una tata) il presidente del consiglio che riesce ogni volta che pensa di essere originale a fare più danni di un elefante che faccia piroette in un negozio di cristalli. Assolutamente di rilievo sociale sono ormai le inquietanti presenze politiche che i grupposcoli fascisti sparsi nel paese, cercano di far passare come "normali" al solo fine di non garantire più agibilità democratica alla vita istituzionale e politica del paese di tanti giovani democratici. E', sindacale, politico, economico, e, finalmente, sociale, la decisione della Cgil - e cisl e uil in quanto sigle facciano quel che credono -di indire al più presto lo sciopero generale in tutto il paese. Ribadiamo è risposta economica e sindacale, ha indubbi aspetti politici, ma è sicuramente, in questo periodo, il più grande intervento sociale che si potesse ipotizzare. maurizio aversa

nessuna

Sembra che il sessanta per cento degli aventi diritto al voto abbia partecipato alla elezione del nuovo presidente degli States, Brak Obama. Quindi della poco più della metà, di tutti quelli che avrebbero potuto, in qualità di cittadini, andare ad iscriversi, due ogni tredici hanno esercitato il diritto di voto. Per spiegare con cose di casa nostra: è come se dei 23 milioni di elettori, una parte, circa 12 milioni si vanno a prenotare per esercitare il diritto. Di questi solo 8 milioni vanno effettivamente a votare. Tra i quali, il 52 per cento ha scelto il candidato vincente. Quindi 4,5 milioni. Cioè, l'Italia sarebbe governata da una forza capace di suscitare consensi tra il sette-otto per cento di tutta la popolazione. Questo è stato l'esercizio formale, per dire di altro, della applicazione delle regole democratiche del più grande paese nel mondo occidentale che vuole recarsi in ogni dove ad "insegnare" i valori e le regole della democrazia. Ma Tocqueville non ha proprio nulla da dire? Nessuna remora dunque che tutti i fulminati sulla via di Damasco, pur non essendo nessuno Saul, si siano sbracciati per certificare l'evento storico. Nessuna regola od idea per quanto di spessore o per quanto di retaggio storico(nel senso dei secoli trascorsi) può davvero accreditare, se non fermandosi alla superficie, l'appellativo di storico a quanto accaduto oggi. Nessuna meraviglia, immagino, susciterebbe in alcuno se nel comune xy sperduto in Italia, si venisse a sapere che tutte le amministrazioni che si sono succedute dal dopoguerra ad oggi, con varie formazioni politiche e con ricambi continui, hanno datocome risultato della assenza totale di nepotismo, raggiri, abusi d'ufficio, appalti pilotati e porcherie simili. Nessuna meraviglia tranne che dire, vi siete decisi ad essere normali!. Ecco, è quanto è accaduto negli immaginifici Usa, dove un presidente eletto, solo per il fatto di essere afroamericano, invece che latino o indoeuropeo abbia potuto esultare "Siamo gli Stati Uniti la nazione dove tutto può succedere". Cioè, quindi, anche essere normali. Ce l'avete fatta. Cominciate a mettervi a paro. Che i vostri retaggi, che nessuna politica progressista (mica comunista) vi ha mai richiesto, ha avuto per lascito il germe del razzismo di ritorno in europa e nel nostro paese. Nessuna meraviglia dunque che i veltroniani abbiano immediatamente mutuato usi e costumi di Kojac per festeggiare. Va bene motivare che vi chiamate allo stesso modo, va bene che una festa illusoriamente sognata da voi autosufficienti vi era rimasta "in canna"; però se proprio volevate festeggiare l'accortezza di non farlo al centro del centro quasi elitario potevate sceglierla. E, comunque, nessuna, nessuna pietà per l'orribile scelta kojachiana di offrire ciambelle e caffè americano invece di fette di pane, porchetta e vino dei Castelli.

centralità

Un governo, quello guidato dal piduista Berlusconi portatore non sano di giganteschi conflitti di interesse, che tiene in modo particolare a dividere il fronte sindacale con prebende e ammaliamenti, tutto nonostante la propria indiscutibile attuale forza politico-elettorale, in verità non avrà paura della crescita di coscienza che sta riaffiorando nella società per la centralità del lavoro? Una classe padronale che ha al proprio inetrno e nelle organizzazioni che esprime quei padroni che volevano prendere a calci in culo i sindacalisti che sarebbero andati "a rompergli i cogl..", così come quelli che hanno teorizzato circa l'ineluttabilità della tragedia Thyssen o - addirittura - della richiesta di risarcimento danni ai morti nel silos della umbria olii di Campello sul Clitunno, in realtà non hanno tutta questa libertà di manovra perchè non è più visibile la centralità del lavoro e non si vede ancora bene il profilo della nuova moderna centralità del lavoro? I giovani comunisti che nel movimento per la scuola contro la Gelmini pensano a gestire un centro di mutualità concreta come è l'aiuto giuridico per le imbecillità delle direttive da questurino che il ministro dell'interno emana sulle occupazioni, non sono complementari alla proposta di Gianni Rinaldini che annunciando losciopero generale lo vede come costruito e realizzato assieme al movimento degli studenti, ed ambedue non sono la rappresentazione visiva della nuova moderna necessità di dare vita ad una nuova centralità del lavoro? Lavoro come espressione umana, come mezzo di sostentamento e di contribuzione alla società delle proprie capacità da condividere; lavoro come rappresentazione in acrne ed ossa delle persone, gli operai ed i lavoratori che ne sono gli artefici primi; lavoro come nuovo lavoro, nelle modalità di espletamento - quando volontario è fattore di positività - e nelle dinamiche di nuovo sfruttamento come il precariato e la parcellizazione inerente che colpisce soprattutto giovani, donne ed espulsi da precedenti cicli produttivi. E tutto ciò non è denuncia, necessità manifesta di una nuova centralità del lavoro, dei lavoratori salariati? E chi se non il riconoscersi in classe, classe lavoratrice, classe operaia ci dà l'immediatezza della risposta alla richiesta di centralità? Chi se non l'organizzazione dei lavoratori, fatta dai lavoratori, pensata, guidata, diretta dai lavoratori è garanzia di questa rinnovata centralità? Chi se non un partito comunista ri-costruito qui ed ora, qui nel nostro paese e ora nel duemilaotto è la risposta più moderna per far partire valori sociali e salvaguardia per gli individui liberi è la risposta per ripartire dalla centralità del lavoro e dell'umanesimo sociale nel nostro paese? Tastorosso

Oppure

Oppure hanno ragione le assistenti di volo che non hanno firmato l’accordo perché è davvero umiliante, oltre che materialmente impossibile, far coincidere dei tempi di lavoro “asettici” come se gli orari di vita non comprendessero la cura delle persone congiunte o presenti in casa. Oppure si deve fare proprio come hanno fatto il sindacalismo alternativo e la Cgil Funzione Pubblica che hanno mandato a quel paese il governo e Brunetta che irresponsabilmente e disumanamente ha fatto finta di non sapere che 40 euro nette in due anni sono meno di una elemosina non proposta a nessun altro contratto affrontato fino ad ora (dove ci si è orientati, anche se insufficienti per la crisi, attorno alle 100-120 euro annui); così come ha taciuto che dei 2 miliardi impiegati lo scorso anno ne prevede meno della metà per i prossimi due. Oppure hanno ragione i lavoratori che si indignano e che vogliono raggiungere ben altri risultati a fronte di una economia che si presenta come “capitalismo in difficoltà” in cui occorre tirare la cinghia e quella a cui vengono aggiunti i buchi per restringere è sempre quella dei lavoratori mentre le Banche – per le operazioni della finanza, dell’economia di carta -, trova ampia disponibilità nelle casse Bankitalia. Cioè la nostra banca nazionale. Quella stessa a cui attinge il piduista Berlusconi per i suoi giochi finanziari affidati alle innumeroveli presenze societarie nazionali e internazionali e multinazionali tramite figli, parenti, amici e sodali. Oppure hanno dalla loro parte la ragione della storia e degli avvenimenti coloro che gridano allo scandalo per il fatto che il consegnatario della tessera P2 numero 1816, Licio Gelli, benché ai domiciliari, benché vecchio e malandato, stia ancora lì a blaterare per tifare Silvio Berlusconi. Oppure abbiamo ragione pure noi che gli abbiamo dedicato lo sdegno di Sonia Alfano, il grido di Paolo Bolognesi ed il nostro schifo con uno sputo in faccia. Oppure tutto questo non è sufficiente se non ci unisce, come comunisti, per dare coraggio e speranza alla sinistra che aggregando le forze democratiche ricacci nelle fogne il lordume fascista, i mestatori che operano nell’ombra e finalmente prospettino un approdo della società che superi lo sfruttamento, che superi i disvalori, che superi il capitalismo come ci ricorda Paolo Ferrero nel bel documento redatto oggi. Tastorosso

MENTRE

Mentre poliziotti e carabinieri disattenti si facevano distrarre dai mille colori della pantera ritornata, e dai ruggiti di un movimento di lotta che non ci stà a finirla così, quarantaquattro fascisti manganellatori - ci sarà l'accusa di vilipendio per questi incolti che hanno dipinto i colori della bandiera sui loro vigliacchi bastoni? - la facevano quasi da padroni. Ma la giovane pantera non è un micetto. Quindi prima ha respinto l'assalto ed in seguito ha destinato le proprie energie a continuare la propria lotta, fatta di manifestazione e di ricerca del consenso contro un governo che "governa" i propri sondaggi come un pastore le pecore. Mentre gli studenti lottano, le fabbriche chiudono. Perchè la famosa colonna portante dell'economia italiana fatta da piccole e medie imprese, è lesta a chiedere ed ottenere prebende, esoneri, finanziamenti, commesse pubbliche ed altro, così come è sveltissima a chiudere aziende - anche quando sono sane - mettendo sul lastrico migliaia di famiglie. Perchè il succo del mercato capitalistico è che servono le mani libere (più mercato e meno stato hanno gridato all'ossesso Comunione e Liberazione, poi i socialisti craxiani, poi la confindustria, poi il loro governo servo del piduista Berlusconi), infatti hanno ottenuto denari pubblici (cioè di tutti noi) per salvare iniziative e fondi finanziari privati (cioè i loro) e non avere così più un euro per scuola, ambiente e lavoratori (cioè le cose che interessano noi). La conclusione è che mentre accade tutto ciò, sarà bene che chiunque stia lottando per qualche giustizia sociale da rivendicare, agisca anche sul piano politico. Ricordando contro chi si sta lottando oggi, mentre l'informazione è manipolata; domani, mentre i poteri forti tenteranno di anestetizzare qualunque spinta sociale e culturale e - appunto - politica da cui tutto ciò potrà derivare; e perfino in un futuro più lontano, mentre le forze di sinistra e di progresso, a cominciare dalla forza comunista, saranno nuovamente l'unico approdo sicuro per coniugare libertà con giustizia sociale. tastorosso
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