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UNA RICERCA DELLA PROFESSORESSA/ANTROPOLOGA Adriana Goni Mazzitelli.
Avviso: è un serio scandaglio, una immersione nei fatti storici e sociali giunti fino ad ora. Quindi non è, nel senso polemico e di scontro, una presa di posizione politica; ma, proprio perchè offre una analisi scientifica è davvero un “intervento politico possibile”.
In cui ognuno è chiamato a fare la propria parte.

(da ComuneInfo)
Storia di una periferia romana che grida la sua separazione. Dal quartiere operaio della prima metà del Novecento alle occupazioni abitative degli anni Duemila, Tor Sapienza ha attraversato l’era dei palazzoni e quella dei campi rom senza poter curare le profonde lacerazioni del suo tessuto sociale. Una periferia composta di insediamenti casuali e frammentari, di enclave vissute nella cultura dell’emergenza e mai messe in condizione di poter comunicare o interagire, di crescere insieme per diventare società. Quando la situazione s’è fatta esplosiva, istituzioni lontane anni luce dalla vita reale di buona parte della città, le stesse istituzioni che in passato hanno favorito la sovrapposizione “temporanea” di strati sociali abbandonati al degrado e all’isolamento, hanno improvvisato un frettoloso e indecente sgombero dei ragazzi fuggiti dalle devastazioni che investono i loro paesi e tanto commuovono finché restano sul piccolo schermo. Un tentativo goffo quanto illusorio di calmare rabbiosi sentimenti nazionalisti e identitari che ben altre risposte dovranno trovare. Quello che generalmente non si racconta, quando si dice che la cittá è il futuro dell’umanitá, è che la chiusura di zone intere (e la decisione di condannarne altre al degrado e all’abbandono) induce le persone a credere che nella guerra tra benestanti e poveri tutto sia ammesso. C’è tuttavia anche un’altra storia di Tor Sapienza, quella delle persone che hanno scritto sulla maglietta: scudo umano contro il razzismo. Che è poi la stessa delle famiglie che dopo aver occupato le case hanno pulito le terre abbandonate, creato degli orti didattici, offerto cene al quartiere e animato la sola speranza di futuro che ci resta.

di Adriana Goni Mazzitelli

Adriana Goni Mazzitelli

Adriana Goni Mazzitelli

Sono lontana da Roma, in questo momento. Qui a Montevideo sto studiando le politiche che il governo uruguayano ha messo in campo per combattere la miseria attraverso progetti di autorecupero delle periferie e delle case abbandonate in città. Seguo con amarezza quello che sta accadendo a Tor Sapienza, periferia est di Roma, dove ho lavorato negli ultimi quattro anni. Leggo di notti di scontri e attacchi contro il centro di accoglienza che da anni riceve rifugiati in transito nel pezzo di quartiere chiamato Tor Sapienza II, ovvero nel complesso di edilizia sociale Giorgio Morandi.

Da tempo associazioni, comitati di quartiere, università e gruppi di cittadini italiani – ma anche peruviani, eritrei, marocchini, rumeni, sudanesi e rom – provano a bucare l´indifferenza di istituzioni di governo lontane dai territori. Chiedono azioni concrete contro l’abbandono e il sovraffollamento delle periferie. Non che non ci sia posto per tutta questa popolazione. Fino a qualche decennio fa, Tor Sapienza era una borgata in mezzo al verde, poi, con il passar degli anni, s’é trasformata in città. Chiudendo, molte fabbriche hanno lasciato ampi spazi per progetti di “densificazione” abitativa, lo stesso vale per molte altre aree verdi dove gli insediamenti informali marcano la tendenza a una crescita demografica che da qualche parte deve pur trovare posto.

La domanda di soluzioni abitative è dunque cresciuta in modo progressivo ma la risposta delle istituzioni non è mai arrivata. Non poteva che conseguirne un susseguirsi di figure definite, di volta in volta, informali, illegali e in altri modi simili. Non sono altro che risposte concrete all’emergenza di vivere per strada con la propria famiglia, italiana o straniera che sia.
Terzo giorno di tensioni tra italiani ed immigrati a Tor Sapienza

Scudo umano contro il razzismo. Foto Stefano Montesi

L’urban divide

Nel loro programma internazionale sulle città UN Habitat, le Nazioni Unite avvertono che l’urban divide, il divario urbano che si sta creando tra la città ricca e quella povera è in aumento vertiginoso: 800 milioni di persone circa vivono negli slums (favelas, bidonville, baraccopoli).

Le città statunitensi hanno anticipato la forma della metropoli del futuro. Gli studiosi hanno capito che la crescita vertiginosa avrebbe portato intere porzioni di città ad essere ghetti di povertà, con centinaia di senza tetto e quartieri dediti alla malavita (Angotti 2009). Le cittá latinoamericane hanno mostrato una tendenza che poteva essere complementare o anche opposta: i ricchi si attrezzano sempre più per “rinchiudersi” nel benessere costruendo quartieri esclusivi e “gatted communities” (quartieri privati, blindati, chiusi con delle mura e sorvegliati 24 ore su 24) (Grimson: 2019) .

Nel resto delle cittá del mondo, si confermano entrambi i fenomeni ma non sono così evidenti o, meglio, non si vuole vederli e accettarli. Quello che generalmente non si racconta, quando si dice che la cittá è il futuro dell’umanitá, è che la chiusura di zone intere (e la decisione di condannarne altre al degrado e abbandono) induce le persone a sviluppare una forte convinzione che nella guerra tra benestanti e poveri tutto sia ammesso. In questo modo, si alzano notevolmente i livelli di violenza, mentre scende il rispetto per la vita di chi sta dall’altra parte della barricata. Nessun sofisticato sistema tecnologico sarà sufficiente a garantire la sicurezza, ovunque esisterà sempre un margine per superarlo. E quando questo accadrà, non ci sarà pietà, perché questi sistemi di segregazione urbana sono una dichiarazione di guerra fatta da chi “si vuole proteggere” a chi viene “escluso” (Rossal:2009).

La città europea moderna ha sempre vantato la sua sensibilità nell’evitare di emarginare le popolazioni e nel fare attenzione alla qualità della vita sociale pubblica, ambientale ed estetica dei territori urbani. Per questo ci si è tanto interrogati sul “diritto alla città” e le disuguaglianze sociali (Lefebre 1968). Negli ultimi decenni, però, la capacità di affrontare le disuguaglianze è diminuita e ora ci troviamo di fronte alla crescita di conflitti sociali dovuti in gran parte a un non riconoscimento della diversità culturale e alla marginalità urbana.

Di conseguenza, molti governi si affannano a mostrarsi fermi nel respingere l’immigrazione o nel chiudere le frontiere, piuttosto che nell’iniziare a studiare politiche e programmi per attenuare il disagio e la separazione sociale. In Europa, le città francesi e inglesi ne pagano i prezzi da tempo, come si è visto nelle banlieu parigine (Merklen:2009) e nei quartieri popolari londinesi (Dines&Cattell: 2006).

In Italia alcune città sono più virtuose che altre. A Roma gli ultimi veri interventi per ripensare le periferie in forma integrale risalgono agli anni ’90, con i progetti URBAN (Allegretti: 2004), e al 2002 con i Contratti di Quartiere. Nonostante questa immobilità nello sviluppo di politiche urbane, le periferie romane sono in permanente cambiamento e per l’urbanistica, per i governi e per la societá tutta è fondamentale osservarle con attenzione. Come segnalano Ilardi e Scandurra, guardare Roma è come osservare un’anticipazione dei mutamenti a livello nazionale. “Dalle borgate dei “ragazzi di vita” di Pasolini ai centri sociali occupati, dai territori abbandonati dei rave illegali al movimento ultras, fino, in questi anni 2000, alle tristi e sempre uguali aggregazioni abitative sorte intorno ai centri commerciali, le periferie romane hanno sempre lavorato come grandi laboratori di sperimentazioni culturali, come cantieri di nuove alchimie sociali, come formidabili macchinari che producono metropoli e i suoi potenti immaginari dove sono precipitati molto spesso i simboli dell’intera comunità nazionale” (Ilardi e Scandurra: 2009).

Se questo è vero, si può dire che le periferie di Roma, più di altri quartieri della città, stanno anticipando l’Italia che verrà. Per esempio con un’enorme ricchezza e pluralità culturale, con pezzi di città informale che rivendicano i diritti negati attraverso strategie di controllo e sospensione esplicita delle libertà – come avviene nei campi o nei centri di permanenza temporanea – ma anche con le popolazioni “storiche” ostaggio di un’immobilità politica e della perdita di capacità d’innescare processi locali di dialogo e costruzione di una nuova città. Purtroppo, le periferie romane sono anche i luoghi dove prende il sopravvento un nuovo sentimento nazionalista identitario. Si tratta di un sentimento che sta incubando molta violenza e una netta chiusura verso le migrazioni, è alimentato da movimenti xenophobi e razzisti come Forza Nuova.

Tor Sapienza e dintorni. La periferia est di Roma

Nella nostra presenza-ricerca-azione-vissuto, abbiamo visto come – nonostante questo sia stato all’inizio un quartiere operaio e una borgata con una scala spaziale e sociale a misura umana – Tor Sapienza sia poi diventata una “periferia d’enclave”, una periferia di frammenti che non riescono a interagire. Da qualche anno poi, i frammenti sono in permanente tensione e accendono conflitti che vanno verso la violenza vista in questi giorni, una violenza che purtroppo si respira anche nei gesti quotidiani degli uni verso gli altri.

Non è una storia recente. Quando la situazione si fa esplosiva, la politica prova a calmare gli animi con qualche sgombero fatto a caso, con una pulizia AMA di qualche giornata, oppure promettendo presidi militari. Non si guarda mai alle cause profonde, perché per farlo bisogna studiare la storia di queste periferie, capire quali sono stati i fattori che hanno portato le cose fino a far esplodere la rabbia e la voglia di farsi giustizia da soli. All’esasperazione, la parola che scelgono tanti di quelli che vivono lì, si somma l’ira di chi ne ha viste di tutti i colori. Tutti i partiti hanno attraversato questi territori, tutti hanno fatto promesse che servivano a spegnere incendi, nessuno ha cercato davvero di cambiare il volto di questi luoghi in modo progressivo e con una tempistica sensibile ai tempi di vita delle persone e ai cambiamenti sociali locali.

Nella storia di Tor Sapienza, abbiamo identificato almeno quattro tipologie d’insediamenti che illustrano la crescente separazione fisica e sociale delle popolazioni con difficoltá economiche e quella della popolazione migrata qui da altri continenti.

La prima è il quartiere originario, case basse e una fisonomia da piccola città, la seconda è quella dei “palazzoni” per gli ex- baraccati del centro di Roma costruiti negli anni ’70 e ´80, come il Complesso ATER Giorgio Morandi; la terza è quella delle strutture per le migrazioni o le popolazioni “temporanee” e “tollerate”, come i campi rom (per i profughi della guerra dei Balcani) costruiti negli anni ’90 o i Centri di Prima Accoglienza (CPA) per rifugiati e richiedenti di asilo, ricavati da edifici già esistenti negli anni 2000 e gestiti dalla Croce Rossa e da cooperative sociali; e infine la quarta, quella delle occupazioni per il diritto all’abitare, che costituiscono uno dei fenomeni più importanti e interessanti degli ultimi dieci anni a Roma.

Se la situazione attuale delle periferie italiane, e romane in particolare, rappresenta una sfida per la costruzione di una città equa, bisogna analizzare le conseguenze di questa stratigrafia di “enclave” (frammenti), costruite per le popolazioni disagiate e considerate in eccesso o di passaggio. Quasi tutti questi spazi si sono rivelati fallimentari (tranne le occupazioni spontanee, vedi ricerca Pidgin City Careri, Goni Mazzitelli :2012), sia dal punto di vista spaziale che sociale.

La raccolta di testimonianze di prima mano sul divenire urbano e socio-culturale di questa zona ci fa comprendere perché queste popolazioni non sono riuscite ad amalgamarsi e a continuare una tradizione di accoglienza di migranti, italiani e non, in questo territorio.

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Dalle borgate al quartiere operaio della prima metà del ‘900. Nasce Tor Sapienza

La denominazione del quartiere Tor Sapienza trae origine dalla presenza di una torre, detta “la sapienza nuova”, sorta nel XII secolo e affidata agli studenti di Perugia, grazie alla disponibilità dell’arcivescovo di Fermo. Attualmente, ne rimane il basamento quasi irriconoscibile. Questa torre era un punto di passaggio noto per chi arrivava a Roma e faceva parte di una “cintura storica” di casali e torri medievali. Michele Testa, ferroviere molisano antifascista, viene considerato il fondatore di Tor Sapienza come nucleo urbano. In seguito ai contrasti con il regime, nei primi anni Venti del secolo scorso, creò la Cooperativa Tor Sapienza dell’Agro Romano, che realizzò 25 abitazioni, seguite subito dopo da un altro centinaio.
 Il quartiere nasce così: un piccolo agglomerato di case che si consolida nel 1923, quando la ferrovia costruisce una stazione per i treni, dandole la forma di borgata, ancora semiurbana. Negli anni ’60, anche a Tor Sapienza arriva il boom economico, con il trasferimento delle aree industriali dalla zona Ostiense verso la periferia est. Alcune delle fabbriche più importanti di Roma erano poste in quest’area della città. C’erano la Voxon, la Peroni, la Litograf e la Fiorucci. E con le fabbriche arriva l’immigrazione interna, soprattutto dal Sud ma anche dall’Umbria, dalle marche e da altre regioni.

Sono anni di un benessere diffuso, dove le differenze culturali tra Italiani provenienti da diverse regioni sono sanate dalla situazione economica favorevole e dalla crescita di un quartiere a misura umana. Tor Sapienza viene considerato un quartiere operaio e il Partito comunista sostiene battaglie per la creazione di luoghi da dedicare allo “svago” dopo le molte ore di pesante lavoro. Nelle foto d’epoca, si vedono i campi di bocce ma anche l’occupazione del casale dove ha sede il Centro culturale, ora municipale, Michele Testa.

Il valore fondamentale è il lavoro. Gli uomini mostrano orgogliosi le mani con i calli dopo il carico e lo scarico dei sampietrini che venivano prodotti in uno degli stabilimenti vicini. Ci sono poi i laboratori artigianali, che davano servizi a tutto il quartiere, si fa una vita “casa e bottega”: nell’organizzazione sociale della famiglia, gli uomini sono impegnati nei mestieri manuali e le donne restano a custodire le cucine e la casa. Questo periodo, o epoca “fondante” (Gravano :2003) è rimasto nella memoria e nella costruzione collettiva della cultura locale come quello dei momenti più felici di questa comunità. All’epoca, la diversa provenienza degli italiani che popolavano le campagne romane trasformandole poco a poco in città non era importante, tant’è che, a differenza che in altre regioni italiane, gli immigranti dal Sud venivano detti “meridionali” e non “terroni” come in altre grandi città del nord. Tutt’ora alcuni anziani, quando chiediamo loro da dove provengono, si presentano come “meridionali”.

Dopo l’epoca “d’oro” fondante, anche a Tor Sapienza arrivano le crisi. C’è quella del petrolio, poi la graduale chiusura delle fabbriche, che alla fine degli anni ’70 cominciano a ridurre il personale, fino a trasferirsi lentamente in altri luoghi oppure direttamente chiudere. Questa lenta agonia è stata piuttosto sofferta dalla popolazione che, in molti casi, ha dovuto trasferirsi inseguendo la ricerca di nuovi lavori. Così ci racconta un cittadino di 63 anni: “Le famiglie storiche del quartiere saranno rimaste una quindicina. Le coppie con figli, per la mancanza di case, sono andate verso la zona di Colle Prenestino. Il quartiere è stato sempre di classe media operaia con un po’ di media borghesia. C’era anche qualche ingegnere e qualcun altro con titoli di studio ma erano quasi tutti operai quelli che prendevano casa qui vicino al lavoro”. Con la chiusura delle fabbriche, e il primo abbandono della popolazione locale diretta verso altri luoghi della città, chiudono anche tanti negozi e il quartiere entra in una fase di depressione. “ Per la gente di Tor Sapienza, questi cambiamenti avevano creato un forte senso di delusione. C’è stato anche un calo nel senso della collaborazione alla polis, alla costruzione della città e alla vita politica”. (Intervista a Carlo Gori, di Tor Sapienza in Arte)

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I palazzoni, il quartiere entra nella Roma “moderna” degli anni ’70 e ´80

Si arriva così alla costruzione dei “palazzoni”, ovvero al complesso edilizio di case popolari Morandi, che verrà costruito di fronte al quartiere originale collegando quello che fino ad allora era un quasi-paese, isolato dalla città, a una crescente espansione urbana della Roma “moderna”. Anche come tipologia edilizia, l’impatto è notevole. Rispecchia gli interventi modernisti della tendenza dell’epoca a costruire alti palazzi per risparmiare cementificazione al territorio. Gli alloggi costruiti saranno dati agli ultimi baraccati della città (Pallotini&Modigliani 1997). Come ci racconta un operatore della associazione Antropos, che lavora nella mediazione sociale con giovani e bambini del comprensorio: “Queste sono case date a persone che vivevano negli ultimi residui di baracche degli anni ’70, venivano dalla stazione Prenestina e dagli scantinati del Porticciolo. Questa era una collinetta, e qui è stato realizzato il comprensorio: 504 appartamenti su questa collinetta. Se calcoli 4 persone a famiglia, hai più di un comune qua dentro”.

L’urbanista Bernardo Secchi segnalava così il grande fallimento di questa strategia volta ad affrontare la povertà: “Si era stati troppo superficiali a pensare di dare casa, senza fermarsi a capire che si stava raggruppando tutto il disagio sociale nelle periferie” . Chiaramente, questo significava anche la riattivazione dell’industria delle costruzioni con fondi pubblici. Non si tratta di un fenomeno isolato ma di una modalità ben nota per riattivare l’economia in tutto il mondo attraverso la costruzione di città, secondo le analisi di David Harvey (Harvey:2012). In questo modo, la città ha però aumentato le sue disuguaglianze sociali creando i primi ghetti “pianificati”, dove il “capitale sociale” a disposizione era sempre quello di famiglie che avevano difficoltà ad arrivare alla fine del mese.

Molti paesi europei hanno riconosciuto negli anni il grande errore commesso. Queste opere sono state duramente condannate, visti i pessimi risultati conseguiti nelle generazioni successive in tutta Europa. In alcuni casi, in Germania e Francia, sono state addirittura demolite. È sembrata quella la sola possibilità di disgregare le bande e la criminalità organizzata che si erano formate al loro interno.

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Per l’area storica di Tor Sapienza, negli anni ‘70 e ‘80 il Morandi è stato un corpo estraneo intorno al quale creare una cultura di resistenza, o meglio di difesa. Un quartiere tradizionale dove il lavoro era stato il principale valore di coesione della comunità, vedeva emergere un comprensorio di case popolari con famiglie che vivevano di sostegni sociali dello stato, segnato da tassi di delinquenza crescente: un mondo con il quale sembrava impossibile poter dialogare. Anche all’interno del comprensorio, però, non mancavano certo le difficoltà: “In questa architettura, dici una parola e rimbomba ovunque, tutto è in comunicazione. Da ogni punto, puoi vedere tutto, sembra un carcere. Qui intorno non c’era niente, solo prati, quindi la sera i ragazzi si riunivano qua sotto, sulle panchine di cemento. Le persone che non volevano essere disturbate dal rumore hanno iniziato a metterci la colla e l’olio bruciato, il livello di conflittualità interno è diventato altissimo”. (operatore associazione Antropos).

Sotto i palazzoni erano stati creati dei negozi, come in tante altre banlieu europee. L’idea era di ricostruire la dimensione di un intero quartiere in un comprensorio di edilizia popolare. Intorno al complesso c’è la chiesa e ci sono le scuole, cosi come un parco pubblico. All’inizio in quell’area c’era anche una biblioteca comunale ma all’intervento urbanistico non sono state accompagnate politiche permanenti di sostegno economico. Le diverse attività pubbliche, cosi come i commercianti, sono state abbandonate subito al loro destino. Non appena chi gestiva quegli spazi ha capito che doveva fare i conti con la microcriminalità che si stava creando e con l’apertura di centri commerciali della grande distribuzione che schiacciava la possibilità di creare un’economia locale, tutti hanno chiuso lasciando la spina centrale abbandonata.

Negli anni ’90, malgrado le sperimentazioni di animazione sociale e culturale e gli sforzi di riqualificazione fisica del comprensorio avessero stimolato l’interesse dell’amministrazione comunale, gli interventi rimanevano settoriali, senza riuscire a disinnescare logiche di malavita e criminalità organizzata. Sono gli anni delle teorie del “broken windows”, ovvero il degrado chiama il degrado e la criminalità, visto che a quest’ultima conviene che tutto sia abbandonato e “minaccioso” per mantenere lontani i “curiosi” e poter portare avanti il proprio business. Come segnala Daniela De Leo nei suoi studi sulla criminalità organizzata a Napoli: “A ben guardare le forme più evidenti si coagulano in aree ben circoscritte sebbene l’estensione delle aree d’influenza cambi considerevolmente da zona a zona, per un gran numero di variabili nelle quali il potere criminale è esplicito e visibile, cosi come lo sono le forme consentite di “microdevianza”. (De Leo: 2008)
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La murga a Tor Sapienza, presso il campo rom di via Salviati: iniziativa del centro culturale Michel Testa progetto sarzan, giugno 2013 (foto Rosa Jijon)

A Roma, per dare risposta alla consapevolezza di avere sacche di povertà dove si stava creando una criminalità organizzata, negli anni ’90 si mettono in atto costosi programmi europei di rigenerazione urbana come gli URBAN. Il tentativo è di combattere la violenza mediante la lotta al degrado fisico e il coinvolgimento della comunità. In particolare, si sviluppano a Tor Bella Monaca ma, a parte pochi isolati miglioramenti, la mancanza di diversità sociale e culturale e la discontinuità degli interventi, ripropone oggi una situazione complessa di degrado generalizzato. La spina centrale del Morandi, abbandonata dai negozianti, è stata occupata a metà degli anni 2000 da famiglie in emergenza abitativa del Movimento di lotta per la casa.

Sono trascorsi quarant’anni e i quartieri, Tor Sapienza I e Tor Sapienza II (così viene chiamato il Complesso Morandi), non si sono ancora accettati. “In questi anni si è provato a riannodare questa catena di relazione tra i due pezzi di quartiere che prima si annusavano e si sopportavano con estrema diffidenza, ma la crisi ci ha riportato alla situazione di desolazione iniziale”. (operatore associazione Antropos).

3. Strutture temporanee per migranti internazionali, anni ’90 e 2000

A questi fenomeni prodotti nei complessi di edilizia popolare delle periferie, che rappresentano lo sviluppo urbano scelto negli anni ’70 dalle grande città europee per fare fronte alla povertá, si aggiunge nuova complessità con l’arrivo dell’immigrazione globale. Nel caso di Tor Sapienza, vengono identificati come prime migrazioni importanti quelle provenienti dall’est europeo, con gli Albanesi e i Romeni. Dalle testimonianze si evince che all’inizio questi lavoratori riescono a inserirsi nel tessuto urbano tradizionale. Poi però, crescendone il numero e con la comparsa delle prime “emergenze umanitarie” dovute alla guerra dei Balcani, si decide di creare strutture ad hoc; sono i campi rom, che verranno regolarizzati in tutta Italia dalle leggi regionali.

“All’inizio sono arrivati i Rumeni che si sono istallati negli appartamenti, durante gli anni ’80 e ‘90. Gli uomini lavorano come muratori, le donne come colf e badanti, ma anche nelle imprese di pulizia. Verso di loro c’è sempre stata una tolleranza, ancora oggi vivono in piccole case nei vicoli interni del quartiere storico. La chiesa ha aiutato la loro integrazione offrendo anche, in alcuni momenti di particolare necessità, viveri e denaro per le bollette della luce e del gas” (cittadino di Tor Sapienza).

Grazie alle ricerche del professor Marco Brazzoduro, possiamo ricostruire la storia del graduale arrivo dei Rom in quest’area.

Campo della Martora

I primi segnali dell’arrivo dei Rom sono gli insediamenti informali, avvenuti prima dagli anni ’90, che dopo si trasformano in un campo tollerato detto “della Martora”. “Vi si sono insediati da almeno 30 anni dei Rom appartenenti alla comunità dei Rudara, di cittadinanza jugoslava. Negli anni ’90 fu devastato da un furioso incendio, tanto che parte dei suoi abitanti furono generosamente accolti in una scuola del municipio (era luglio). Il campo venne poi ristrutturato e ai suoi abitanti furono assegnate delle roulotte. Negli ultimi anni, il campo si era notevolmente espanso con l’arrivo di molti Rom romeni che vi avevano insediato poverissime baracche. Il 5 luglio 2007 è stato oggetto di un’operazione di polizia che ha espulso tutti i residenti non inclusi nel censimento. Nel novembre dello stesso anno, in seguito allo sgombero degli insediamenti di Ponte Mammolo sulle rive dell’Aniene, cinque famiglie con 70 persone vi sono state trasferite. I residenti erano diventati 350”(Brazzoduro:2011). Il campo è stato sgomberato definitivamente nel 2010, come previsto dal Piano Nomadi, molti dei residenti sono stati trasferiti a Castel Romano.

gitanaCampo Salviati I e II

A metà degli anni ’90 si crea il campo Salviati I. Nel quartiere raccontano che all’inizio l’integrazione è stata pacifica, i bambini frequentavano le scuole del quartiere e gli adulti lavoravano e interagivano con il territorio. Con la creazione di Salviati II, alla fine degli anni ’90, iniziano a verificarsi seri problemi di convivenza. Negli anni 2000, nella stessa area, si arrivano a registrare circa 800 Rom, tra Martora, Salviati I, II e gli altri insediamenti informali vicini.

“Il Salviati è stato installato nel 1995 ed è il primo campo dotato di servizi comuni e centralizzati. Accoglie una piccola comunità di Rom Rudara che prima abitava sulle sponde dell’Aniene. I Rudara presenti a Roma provengono quasi tutti dalla città serba di Kraguievac, dove c’era un impianto Fiat per la produzione di automobili. Molti Rom del campo erano stati assunti proprio come operai Fiat. Gran parte dei Rom è in Italia da circa quarant’anni e quindi parla l’italiano correntemente. In Italia sono nate anche le seconde e le terze generazioni. Praticano commerci vari, vendono fiori la sera nel centro di Roma, qualche donna fa la badante, diversi suonano e cantano in matrimoni e ricorrenze varie ma anche sulle metropolitane e gli autobus.

Alla fine degli anni ’90, viene inaugurato il campo di Salviati II, il primo di una nuova generazione. Infatti, è stato il primo ad essere attrezzato con container dotati di bagno interno, angolo cottura, stufa a legna, corrente elettrica, acqua corrente calda e fredda. Il campo occupa un’area contigua alla linea ferroviaria dell’alta velocità Roma-Napoli, prima adibita a deposito giudiziario, ed era composto di 45 container di 33 mq ciascuno. Salvo i primi tre, assegnati a Rudara, parenti della comunità contigua di Salviati I, gli altri accolgono una comunità di Xoraxanè trasferiti dal campo di Casilino 700 quando ne è stato deciso lo smantellamento. In origine, il Salviati II accoglieva 273 persone con una media di sei individui per container equivalenti a 5 mq procapite.

Dato l’elevato tasso di natalità – ogni anno nascono da dieci a venti bambini – l’affollamento è altissimo, tanto che quasi ogni famiglia ha costruito un’estensione del container per migliorare una difficile condizione. I Xoraxanè del campo provengono tutti dalla Bosnia e dal Montenegro, da dove sono fuggiti all’inizio degli anni ’90 quando le loro terre sono state devastate dalla guerra civile. I Rom, non riconoscendosi in alcuna delle due fazioni in lotta, hanno preferito abbandonare tutto e fuggire precipitosamente anche senza documenti. Vista la tragica situazione, i Paesi dell’UE hanno deciso di rilasciare a questi profughi un permesso di soggiorno umanitario, poi, a guerra finita e a pacificazione conseguita, i titolari sono stati invitati a trasformare in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. L’attività economica prevalente di questa comunità è quella della compravendita di rottami metallici; altre attività praticate sono quella della pulizia delle cantine, dei piccoli trasporti e del commercio di oggettistica di cui si muniscono frugando nei cassonetti della spazzatura. Alcuni fanno i meccanici, attività nella quale eccellono, anche perché usando per lavoro furgoni molto malridotti sono costretti a continue riparazioni”. (Brazzoduro:2011)

Insediamenti informali

Abbiamo rilevato infine molti insediamenti informali sparsi in tutta la zona. È un fenomeno diffuso tra i Rom ma non solo, anche tra chi non trova soluzioni abitative e spesso scappa dalle strutture inadeguate dei campi e dai centri di raccolta e accoglienza. Uno dei piú segnati da conflitti si trova di fronte al Moranti, nel cosiddetto canalone all’interno del prato. Si sgombera e si ricrea con una velocitá incredibile. Come spiega l’Associazione 21 Luglio, queste forme dell’abitare sono diffuse in tutta Europa: “Consistono in piccoli o piccolissimi insediamenti, sono per lo più abitati da famiglie di Rom comunitari provenienti dalla Romania, che hanno subìto diversi sgomberi forzati nel corso degli ultimi anni”.

Strutture temporanee per rifugiati: centro di prima accoglienza al Morandi anni 2000

Negli ultimi due anni, un grande centro di prima accoglienza per i rifugiati politici, gestito dalla Croce Rossa italiana, viene insediato nel complesso Morandi a Tor Sapienza. Una nuova sfida per la complessità di una già molto difficile convivenza nel territorio.
 Il centro di prima accoglienza A.M.I.C.I. (accogliere, mediare, informare, curare, integrare) è gestito dall’Università cattolica del Sacro Cuore e dalla Croce rossa italiana. Tra i suoi obiettivi dichiara di offrire “assistenza ai soggetti vulnerabili che hanno richiesto asilo in altri paesi europei, o che sono già titolari di protezione internazionale, ma che vengono trasferiti in Italia in applicazione del Regolamento di Dublino. È a queste persone che il Centro A.M.I.C.I. vuole garantire un inserimento socio-economico veloce ed effettivo assicurando loro la tutela dei diritti fondamentali (sanitari e giuridici) e la mediazione con le istituzioni competenti. L’intervento dell’Università Cattolica ha anche scopi di ricerca: mira a evidenziare le criticità del sistema di accoglienza internazionale, e a studiare la vulnerabilità per ridurre i fattori che la cronicizzano facendola trasformare in effettivo disturbo psichico. Il Centro è pronto ad assistere almeno 200 richiedenti/titolari di protezione internazionale vulnerabili, in particolare donne e minori, che rispondono alla categoria di “Dublino di rientro”, attraverso un’azione che si snoda lungo tre macro aree: la tutela della salute e della vulnerabilità; le procedure legali; la mediazione sociale e l’integrazione”.

Il principale problema derivante dal centro di prima accoglienza oggetto delle proteste e degli attacchi di questi giorni è stato quello di riversare un’elevata quantità di persone nello stesso momento, quasi tutti giovani maschi, nel quartiere di Tor Sapienza. Sebbene il programma miri ad occupare i giovani con lavori e formazione, le testimonianze degli abitanti del quartiere parlano di una vera e propria “invasione” degli spazi pubblici: il parco Barone Rampante, le strade, i bar, ecc. La città, in questo caso, come segnala Giorgio Agamben, viene usata come uno spazio di “sospensione”, senza capire bene “verso” dove si sta andando. Inoltre, come raccontano le nostre interviste, la diversità religiosa, linguistica e delle abitudini spaventa le persone del quartiere, che si sentono ulteriormente minacciate da “ondate” massicce di facce nuove.

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Occupazioni abitative anni 2000

Dal 2000 ad oggi, alla realtà che abbiamo visto si sono aggiunte le occupazioni abitative, una risposta ormai piuttosto diffusa a quella “emergenza casa” causata dai prezzi raggiunti dal mercato privato e dalla mancanza di risposte istituzionali: le liste e le graduatorie delle case popolari sono bloccate da anni. Le occupazioni assorbono un doppio fenomeno sociale, da una parte la povertà urbana e dall’altra la mancanza di programmi abitativi per le migrazioni. Le popolazioni immigrate affrontano questa mancanza di soluzioni abitative da molti anni, ma le grandi ondate migratorie degli anni 2000 trovano completamente impreparati governi e servizi locali. Questo significa che gli immigrati non trovano alcun riconoscimento né giuridico ne sul piano dei diritti, devono quindi arrangiarsi per sopravvivere e dare un tetto alle proprie famiglie. I governi locali lo sanno e per questo fanno “accordi” con le occupazioni che riducono il danno consentendo di dare una residenza ad abitanti che possono in questo modo mandare i figli a scuola e usufruire della sanità e dei sostegni pubblici.
 A tutto ciò, si aggiunge l’impoverimento di intere fasce della popolazione italiana e straniera (ma radicata da anni in Italia), che perdono il lavoro e non riescono a pagare gli affitti “gonfiati” da un mercato immobiliare speculativo (Sebastianelli: 2009).

A Tor Sapienza ci soffermeremo, a titolo esemplificativo, su una sola occupazione abitativa particolare. Va precisato, tuttavia, che, con il perdurare della crisi che colpisce in modo tanto pesante le famiglie italiane e straniere, negli ultimi tre anni le occupazioni abitative nella zona est di Roma sono triplicate.

Nel 2009 alcune famiglie senza residenza occupano una fabbrica abbandonata da anni, la ex Fiorucci. Hanno origini italiane, eritree, marocchine, peruviane e di altre nazionalità. Danno all’occupazione il nome di Metropoliz, “la città meticcia”, per la diversità di etnie e culture che si registra al suo interno. È un’occupazione piuttosto particolare, anche perché mette in luce molti dei temi chiave utili a comprendere il senso di queste forme di lotta: il riuso degli immobili abbandonati attraverso l’auto-recupero e l’auto-costruzione con finalità abitativa, il riuso del patrimonio industriale dismesso (in questo caso è un patrimonio privato ma invita a riflettere anche sulle potenzialità di quello pubblico), la concentrazione nelle aree con servizi e uno stop al consumo di suolo. Tutti temi che i movimenti di lotta per il diritto alla casa e all’abitare di Roma hanno sollevato negli ultimi anni, sia in forma teorica che pratica. Questa è inoltre la prima occupazione romana che, con il sostegno degli attivisti dei Blocchi precari metropolitani (Bpm) e dell’Associazione Popica Onlus, è disposta ad accogliere i Rom che rifiutano di andare nei campi. Così, queste famiglie rom iniziano un lungo percorso di convivenza e vita in comunità.
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La cucina meticcia, inziativa del centro culturale Michele Testa (foto Comune-info)

Le famiglie che entrano nella ex fabbrica sono novanta, in prevalenza sono composte di immigrati. Vengono da Perù, Sudan, Eritrea, Marocco, Romania e altri paesi. In un secondo momento, come detto, si aggiunge una comunità rom che, sgomberata dal Canalone di Centocelle, rifiuta le sistemazioni offerte dal Comune: andare nei campi o nei residence (Goni Mazzitelli & Broccia: 2011). A Metropoliz inizia un lungo percorso di auto-recupero della fabbrica per ricavare abitazioni dagli enormi spazi in disuso da anni. L’Università di Roma Tre, con vari corsi di architettura, sostiene queste sperimentazioni, si crea inoltre un movimento urbano di sostegno a questo spazio grazie alla visibilità che diversi artisti, riuniti nel MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove, danno all’avventura delle famiglie occupanti.

Nonostante la visibilità acquisita a livello cittadino, nel quartiere si crea un malessere dovuto alla “disinformazione” e alla mancanza d’intermediazione da parte di figure di governo capaci di aprire canali di comunicazione tra le diverse realtà e le famiglie all’interno. Negli anni successivi, nella periferia est sono stati occupati altri palazzi dai movimenti per il diritto alla casa, il fenomeno ha continuato a crescere e sono nate polemiche sulla legittimità delle occupazioni e la loro “illegalità”. Nel frattempo, le famiglie hanno trovato un tetto e i bambini riescono a fare vite… quasi normali, lasciando per un momento da parte la minaccia ossessiva di potersi svegliare ogni giorno circondati da forze dell’ordine che impongono uno sgombero.

Un quartiere frammentato

In tutte le tipologie citate, dai palazzoni ai campi rom, dal centro di prima accoglienza alle occupazioni, le istituzioni hanno considerato queste popolazioni di passaggio, temporanee, tollerate, informali e, soprattutto, problematiche. Quasi tutte le situazioni descritte si sono invece dimostrate permanenti, perché non rispondevano veramente a realtà di passaggio (tranne il centro di prima accoglienza) ma a soluzioni abitative di fortuna che, in mancanza di politiche per la casa, sono diventate soluzioni finali.

La ricerca etnografica ha permesso di comprendere questa complessità derivante da una popolazione eterogenea e da barriere altissime tra popolazione immigrata e residenti originari. Le permanenti trasformazioni con famiglie immigrate che s’insediano nel tessuto locale – negozi cinesi, ristoranti di kebab, fruttivendoli indiani, banchi del mercato egiziani, ecc., presenze ormai frequenti in ogni metropoli del mondo – colgono di sorpresa una periferia che per decenni è stata invece omogenea e a prevalenza italiana. Sebbene l’insediamento di queste nuove popolazioni sia un fenomeno decennale, certo non ha avuto adeguata risposta da parte delle istituzioni. È evidente la mancanza di mediazione culturale e di strutture di prossimità con dispositivi adatti a favorire lo scambio culturale e la costruzione di convivenza.

Per questo la sfida dei programmi urbani e sociali oggi è doppia. Da una parte bisogna puntare ad ascoltare e a comprendere le nuove popolazioni non partendo più dal presupposto che siano transitorie ma fornendo loro gli strumenti utili a radicarsi nel tessuto urbano romano e a “liberare” le loro risorse a favore della comunità. Grazie alla collaborazione dei centri culturali municipali e al volontariato (i centri non ricevono fondi dai municipi), in questi ultimi tre anni le famiglie delle occupazioni hanno pulito terre abbandonate, creato orti didattici, offerto cene ispirate alla loro cucina tradizionale al quartiere, animato il carnevale e le feste con i loro abiti e le loro musiche. Quando uno spazio, seppur piccolissimo, viene aperto, questa gente lo occupa con piacere e intelligenza. Purtroppo i progetti che l’hanno consentito non sono permanenti, uno o due anni non sono certo sufficienti a fare il lavoro culturale in profondità che sarebbe necessario – soprattutto in questi anni di crisi – ad affrontare in modo efficace i problemi della convivenza e a prevenire i conflitti più sterili e pericolosi.
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Festa di autunno al casale Michele Testa e inagurazione di un orto urbano, ottobre 2012

Dall’altra parte, è fondamentale comprendere il profondo cambiamento spaziale e socioculturale avvenuto in questi territori negli ultimi trent’anni. La mancata pianificazione territoriale ha creato barriere fisiche e simboliche tra una popolazione e l’altra, con il conseguente abbandono degli spazi di “confine”, cioè degli spazi pubblici, dove ora spesso si ha paura d’incontrare la diversità, l’altro.
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Nasce un orto urbano nel centro culturale Michele Testa: festa con i bambini (foto di Comune-info)

Le barriere urbanistiche dell’area del Morandi, situato, come si diceva, su una collina, la mancanza di marciapiedi in tutta l’area intorno a Tor Sapienza, il cattivo funzionamento dell’illuminazione pubblica e l’abbandono di strutture come la stazione di Tor Sapienza, fanno crescere il senso d’insicurezza. Ci viene riferito dai vicini che le ragazze non escono la sera, se non con i fratelli o con altri familiari ma anche dei ragazzi giovani dicono che devono uscire in gruppo, altrimenti vengono derubati in continuazione. La segregazione fisica e la “marginalità” urbana si stanno sedimentando, ormai si possono contare generazioni intere con tanto di nonni, genitori e figli che nascono in queste strutture e in queste condizioni. Si comincia a interiorizzare la convinzione che quello è il posto che è stato “loro” assegnato nell’organizzazione sociale e tale deve restare.

I fenomeni di auto-esclusione sono fortissimi. Eppure le testimonianze che abbiamo raccolto mostrano tutto il timore ma anche il fascino delle bambine e dei ragazzi rom nell’entrare in un luogo pubblico del quartiere e riappropriarsi del diritto a “vivere la città”. Sono la prova evidente della sfida da lanciare per ritessere spazi e relazioni spezzati da tanti anni tra queste comunità.

L’immaginario urbano del quartiere

Il ruolo della stampa nella comunicazione ha sostituito gradualmente il dialogo locale. È un fatto molto pericoloso, perché riporta una dimensione negativa della convivenza culturale con gli immigrati, rafforzata notevolmente dall’uso dei socialmedia (facebook e altri). Prima dell’esplosione del “caso” Tor Sapienza, abbiamo raccolto le notizie nei giornali su quest’area. Si tratta quasi solo di notizie di cronaca: prostituzione, spaccio di droga, omicidi, aggressioni e furti nelle case o di automobili. Se si prova ad analizzare i protagonisti di questi reati per comprenderne la composizione sociale e fare luce su uno dei problemi delle periferie si scopre, ad esempio, una sostanziale parità tra italiani e immigrati regolari. Lo conferma Franco Pittau nel dossier dell’UNAR, che sottolinea come non siano gli immigrati ma la povertà e la mancanza di politiche occupazionali che danno il via alla crescita di organizzazioni criminali: “A far lievitare il numero delle denunce è la criminalità organizzata, attiva ormai anche su base etnica e pronta ad assoldare la manovalanza tra gli immigrati irregolari e a stringere un rapporto di collaborazione con le organizzazioni malavitose italiane, collocate ai livelli più alti”. Pittau dice con chiarezza che in base agli studi antimafia “… non risulta statisticamente fondato etichettare gli immigrati come più delinquenti degli italiani”.

Un’analisi dei problemi e delle contraddizioni presenti condotta dalle istituzioni insieme ai cittadini avrebbe potuto probabilmente contrastare “la propensione a considerare gli immigrati più un pericolo dal quale difendersi che dei soggetti da tutelare. Spinge in tal senso anche il clima d’insicurezza, acuito dal contrasto tra la popolazione italiana soggetta ad invecchiamento e diminuzione e quella straniera più giovane e in forte crescita” (Pittau:2013).
La Marcia delle periferie contro il sindaco Marino

La marcia delle periferie che inneggiano al Tricolore. Tra i mille presenti, esponenti di Casa Pound e l’ex sindaco Alemanno. Foto Stefano Montesi

Che fare? Buone pratiche in Italia. Le case di quartiere a Torino. Resilienzia comunitaria

Negli anni ’90 e all’inizio del 2000, Roma ha avuto per un periodo la consapevolezza del bisogno di capire le cause profonde dei problemi sociali. Ha scelto dunque di non delegare a una gestione repressiva, di polizia, il tema della convivenza e sono stati promossi progetti di mediazione sociale e di sicurezza urbana nel Forum europeo per la sicurezza. Si è prestata attenzione soprattutto alla qualità della convivenza e delle relazioni delle persone, in particolare nelle periferie. Come segnalano Leonardo Carocci e Antonio Antolini, dopo il loro lavoro decennale nelle periferie romane “di fronte all’acutizzarsi dei conflitti locali, delle tensioni relative ai problemi dell’immigrazione, all’aumento della povertà, alla distruzione e al degrado dell’ambiente locale e urbano (…) Nella dicitura politiche di sicurezza urbana, attualmente possono essere comprese una serie di prassi di integrazione sociale, di community care, di empowerment, di mediazione dei conflitti, di progettazione partecipata, di ricerca di strumenti atti a favorire l’integrazione, il confronto sociale e il dialogo tra cittadini e istituzioni per migliorare le condizioni ambientali” (Antolini & Carocci: 2007).

I loro ragionamenti sembrano molto attuali in quanto si richiamano al bisogno di confronto, di dialogo e di pianificazione strategica a livello locale. Dobbiamo accrescere le opportunità per le persone che vivono la marginalità urbana, piuttosto che reprimerle. Allora, dopo vent’anni di una periferia segnata dai grandi palazzi di edilizia sociale, si valutavano gli effetti nefasti per i residenti. Si metteva in prima linea la necessità di ridare un’identità positiva, e delle opportunità, a queste popolazioni. Purtroppo idee e interventi molto interessanti come questi hanno anche bisogno di poter sedimentare, hanno bisogno di continuità, mentre a Roma sono stati cancellati a causa dell’alternanza politica e della mancanza di visione strategica. La mancata continuità delle politiche pubbliche s’è trascinata nel tempo, tra scelte arbitrarie che spazzano decenni di sperimentazioni virtuose, comitati volenterosi o anche famiglie che timidamente si mettono in gioco per poi ritornare in silenzio nel proprio campo rom, o nel proprio insediamento abusivo, appena si capisce che non “tira più aria di tolleranza”.

Mentre a Roma muore la consapevolezza del bisogno di un salto di qualità nelle politiche sociali, a Torino, nasce una buona pratica che ci sembra meriti di essere segnalata. Si chiamano Case di quartiere e considerano soprattutto la dimensione culturale ed artistica, visto che è centrale nelle attuali dinamiche di superamento del degrado, delle discriminazioni e delle disparità.

Le Case di quartiere ospitano iniziative diverse e promuovono un livello di co-progettazione con il governo della città orientato alla convivenza pluriculturale e al rafforzamento delle capacità locali di analisi della realtà e delle reti di soggetti che promuovono azioni concrete. Segnano un passaggio rivoluzionario nel pensare i sistemi di welfare: l’investimento pubblico innesca una collaborazione e aiuta a “liberare” le energie delle persone per migliorare la vita quotidiana del proprio territorio. Queste nuove modalità di intendere gli investimenti sociali sono riconducibili a un nuovo paradigma: la costruzione di territori resilienti dove i luoghi di confronto sono centrali.

In alcune città, come a Torino, si è creata una consapevolezza diffusa del bisogno di portare avanti politiche di comunità rivolte alla creazione di reti territoriali di accoglienza, che riescano a mitigare il disagio e a “liberare” energie e risorse locali. Il segreto di Torino è accumulare in forma virtuosa gli investimenti ricevuti dalla città e dai programmi europei, accrescere le attrezzature dei territori più disagiati, sperimentare nuove azioni che daranno risultati visibili non in una legislatura ma quando diventeranno prassi e cultura diffusa, almeno dieci anni dopo.

*Antropologa Dipartimento di Architettura Università degli Studi Roma Tre Laboratorio arti civiche

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pietre

la loro consistenza è fatta per testimoniare che la durezza è una cosa che oltre ad essere spiegata, descritta, temuta o ricercata; è, anche un punto fermo. Sì, la pietra ha insito nella parola che sia una cosa consistente e dura. Sarà per questo che decenni fa chi organizzava gli operai, anzi i proletari – quelli che non avevano altro che vendere l’azione possibile con le proprie braccia – ricorrevano alla semplicità degli esempi alla portata di tutti. Sarà per questo che, anche nel tempo, le parole semplici (oltre che le analisi complicate) hanno sempre affascinato gli “intellettuali organici” quelli che non si sono mai sognati di tradire la classe operaia, i lavoratori, che quindi, hanno utilizzato e divulgato i significati di quelle parole. Sia nel loro valore concreto (cosa rappresentavano e rappresentano: il martello, la falce, la pietra etc) che nel loro significato allegorico. Così ancora oggi, tra le parole in uso nel linguaggio del confronto della politica organizzata (soprattutto di sinistra), nei confronti sulle questioni prioritarie (soprattutto economiche), nei riscontri delle ipotesi e proposte (soprattutto sindacali e contrattuali), è ricorrente l’uso della parola pietra. Una delle tante metafore in uso in questi giorni, in queste ore, è “le parole sono pietre”; il pensiero è una pietra di paragone; il muro di sostegno della casa comune che si sgretola pietra dopo pietra. Chissà se Fausto Bertinotti, Franco Giordano, Gennaro Migliore e Nichi Vendola abbiano avuto modo, in queste ore di riflettere su tale circostanza. Banalmente. Il bipolarismo, sembra non sopravvivere né alla legislatura, né al duemilanove e neppure a Veltroni e Berlusconi. La crisi economica che decreta la fine degli osanna per il liberismo somiglia all’anticamera dello sfascio totale a cui dover rispondere solo col cambio di fase o di sistema ( ma senza predeterminazionismo immobile) ovvero con una alternativa sociale al capitalismo. Le forze operaie, o di ispirazione e provenienti dal ceppo del movimento operaio (inclusi i milioni di persone che non sono in fabbrica o cantiere o ufficio e sono de-contrattualizzati) hanno la oggettiva necessità di rispondere alla deriva culturale, sociale e politica in cui è sprofondata parte della sinistra. Il compito è gravoso. La via è semplice. Riunire l’idea originaria, che è moderna perché la situazione di questa fase storica ha esattamente la medesima matrice dellos contro originario: con altri nomi, altri soggetti, ma stesse conseguenze. La crisi la fanno pagare ai più deboli. I soggetti di difesa dei lavoratori e dei cittadini deboli (per esempio gli studenti o i pensionati) vengono attaccati, emarginati, svuotati. E’ semplice la risposta. Riunirsi, con l’originaria idea comunista, chiamare a raccolta i più e dimostrare che questo pensiero duro come le pietre; può essere termine e pietra di paragone per chiunque si smarrisca; basta fare riferimento ad un po’ di analisi concreta di chi sta pagando (operai, lavoratori, pensionati, studenti, migranti, donne…) di chi si sta colpendo (sindacati di sinistra, partiti di sinistra, movimenti non allineati…) di quale uscita viene proposta (presidenzialismo plebiscitario, destra arrembante e neofascista, razzismo come modello sociale…) per capire in un sol colpo che il maggior comune denominatore si deve fare con le parole che sono pietre. Con i pensieri duri e comprensibili. Ecco, questa è la fase dell’unità dei comunisti che può essere artefice della ricostruzione del solido muro della casa della sinistra fatta con le pietre di tutti a cominciare da quelle delle idee comuniste. Ecco perché l’argilla non lavorata e non cotta di Vendola e gli altri compagni rischia semplicemente di sciogliersi con la prima pioggia intanto che il Pd modernizzato non capisce più ne cosa sia una pala, né una carriola e calpesta l’argilla che non userà: figurarsi le pietre!

Fiat: “anche il sequestro politico non armato” alla francese

Fiat Piccolo acronimo dal grande e potente segno. Segno grafico imposto nel tempo della prorompente epopea industriale italiana. Segno dei tempi con la personificazione del prefascismo, del fascismo e del post fascismo comportamentale e dei costumi ed usi degli Agnelli. Segno attuale del globalismo e gigantismo apparentemente da industria primaria. In realtà da potenza economica ibrida con elevate quote decisionali (economiche, politiche, industriali perfino) in mano a finanze italiane ed estere e a banche italiane ed estere. Di fronte a questo Golia, da sempre nella pratica quotidiana, e nella memoria diffusa, nel cosiddetto immaginario collettivo, un antagonista: la classe operaia. I metalmeccanici. Ma, nel tempo, proprio perché i lavoratori sono Davide, ma non sono scemi, hanno saputo distinguere il crogiuolo delle lotte operaie, dall’insieme delle lotte dei lavoratori. Hanno evitato le sottigliezze dei camici bianchi differenti da…. Ma un po’ il clima politico, molto la grancassa padronale, hanno invogliato e fatto credere ai colletti bianchi che c’era una aristocrazia operaia da respingere. Fu la marcia di Torino e l’inizio dello smembramento dei fabbriconi in policentri che decentrarono il lavoro. Di fatto indebolirono le rappresentanze dei lavoratori, disperdendole. E polverizzarono l’universo del famoso indotto addosso ad ogni piccolo centro, di fatto regionalizzato: Melfi, Pomigliano, Cassino, Termini Imerese etc. Oggi, il Grande Disegno. Il vincente Marchionne che (sia detto chiaramente, ha avuto come unico merito quello di condividere –e non facendolo pagare al padrone- ciò che i sindacati Interni Fiat ed esterni ma del settore dicevano da tempo, il mestiere fiat è fare auto e non accumulare finanze creative!) appare agli occhi del mondo come un piccolo mago, non lo è. Per questo, il confronto e lo scontro, sia nazionale che globale, non può prescindere da questo giudizio. Altrimenti diventa (e inutilmente oltre che eticamente intollerabile) la guerra dei garantiti siti “italiani” contro quelli meno garantiti “tedeschi” e degli “americani” chi se frega. Non è così questo gioco. E non è un gioco è un dramma. Un dramma che può avere risposta solo utilizzando la stessa matrice: redistribuire la ricchezza. All’interno di questo, e solo all’interno di questo assunto, valido a Chicago, come a Francoforte così come a Melfi e Torino c’è il ruolo della rappresentanza sindacale. Sindacato che non deve scandalizzarsi delle “fratture all’interno” che sono tutt’altro segno dall’impazzimento sociale, dal luddismo, o dai sindacati gialli. Le “fratture dall’interno” possono riguardare la rappresentanza, il disagio fatta rabbia, l’asfissia degli orizzonti che il comportamento di Marchionne e c. non valutano, anzi sembra utilizzino come semi-ricatto. Questa tensione è drammatica. Hanno ragione gli osservatori della sinistra che sottolineano ciò. Ma non è pericolosa e non va strumentalizzata né per pacificare (ridicola Marcegaglia), né per disinteressarsene (col cazzo che parla il loquace piduista o l’inutile fascista governativo di turno). Parlano degli spintoni…Persino Rinaldini credo possa essere d’accordo nel dire che “vengano uno cento mille spintoni” se si fa un vero accordo industriale dalla parte dei lavoratori e togliendosi dalle scatole inutili trattative da pantomima filogovernativa. Detto ciò resta il comportamento letto come messaggio. Ai lavoratori che hanno rotto il tabù Fiom va fatto sapere a chiare lettere che il messaggio è arrivato. Che la “frattura interna” può essere sanata. Ma che i contenuti della piattaforma, la trasparenza per gestirla, i tempi per articolarla e le forme di lotte per combatterla saranno di tutti.Anche se si sceglierà il “sequestro politico non armato” come in Francia. (maurizio aversa)

massimo

massimo è il profitto che cerca ogni padrone che si appresta ad attivare la sua più grande fatica: prender una idea, renderla tecnicamente valida, irretire - per fame, per necessità, per illusione perfino - uno o centinaia di lavoratori e ricavarne il di più. Che proprio perchè i più ne cerca il massimo. Anche una scuola, una università, che sia capace di insegnare e trasmettere il sapere; e trasformare questa azione con un ritorno di nuovo sapere che si autoalimenta dell'ampliamento delle conoscenze, è il massimo di democrazia del sapere che si può auspicare. Totalmente differente dal sapere centellinato, passato sottobanco a pochi eletti; così come la possibilità di "accedere" a sminari esclusivi; a corsi riservati; a cenacoli preselezionati ad invito; questo è quello che rappresenta il massimo della divisione di classe del sapere; questo è il massimo della raffinatezza ello sfruttamento che si può mettere in campo da parte di una classe dirigente e padronale capitalistica. Ma, massimo è anche un dirigente del Pd. Un ex presidente del consiglio. Un ex segretario. Un ex capopartito e capo parlamentare. A suo dire non un ex comunista. Pensa, il massimo in questione - è questo è davvero il massimo - che sia il più comunista rimasto in circolazione. Il colorito personaggio del film di Verdone direbbe: mica so' comunista così (con un pugno alzato), io sso' communista cosììì (raddoppiando le doppie, alzando il tono della voce e tutte e due i pugni in alto!!!). Ecco, poichè questa cavolata, a parte il luogo che si prestava al gioco delle parti (una intervista comica di Crozza nel suo show), è tale che non avrà bisogno di alcuna smentita, noi vogliamo solo rivolgere un pensiero conclusivo sull'argomento Pd-comunismo: forse qualcuno lo è stato; forse anche al meglio; forse molti sono pentiti di aver buttato bimbetto e acqua sporca insieme restando solo con la bacinella unta di sapone; forse parecchi stanno pensando di riaprire una linea di credibilità a quei comunisti che sono rimasti coerenti e non si sono mossi al meglio della furbizia e scaltrezza di qualche massimo che stava di là; tutti però possono giudicare che fare cinque minuti di comunista è bello, far sembrare di esserlo e non pensarci proprio è astuto ma essere comunisti, dirlo ed agire come tali è il massimo. Tastorosso

chiave

Negli anni sessanta, per usare una metafora che fosse ben compresa dal popolo minuto (pensate sia alla scarsità di media che divulgavano notizie, così come al bassissimo taso di scolarità) Pietro Nenni, per intendere che i socialisti stavano facendo un passo per andare a governare e portare una ventata di riforme (la storia vuole che sia stato fatto con l'accordo del Pci di Togliatti) nell'esecutivo fino ad allora solo democristiani, disse questo concetto: entriamo nella stanza dei bottoni così avremo la chiave per le decisioni. E' importante la chiave. Simboleggia il possesso, ma anche la condivisione; il focolare e la casa, ma anche il paese d'origine. C'è chi, questa chiave, la vive con una simbologia ancora più drammatica, tragica. Sono i palestinesi cacciati dalle proprie terre e che ora sono esuli in Libano (come nei campi di Shabra e Chatila); in Giordania (nei dintorni di Damasco così come in tutto il paese); così come nella striscia di Gaza o in Cisgiordania. In tutte queste realtà, ogni famiglia palestinese ha appesa all'esterno della baracca, o della tenda o della situazione abitativa precaria in cui versa, una chiave. Che è insieme, la chiave materiale della casa che è stata costretta ad abbandonare e che magari ora è abbattuta. Che è anche una chiave simbolica perchè sta lì a sottolineare che l'intento e l'obiettivo della vita - insieme rivendicazione e sogno d'ogni singolo palestinese - è fare ritorno "a casa" portando le proprie chiavi. Per questo la manifestazione di sabato 29 è stata aperta, ancor prima della bandiera palestinese, da una gigantesca chiave che simboleggia questo sogno-diritto. Oggi, poi, a pochi giorni dal documento internazionale firmato a Damasco sul diritto al ritorno; questo simbolo ha maggior forza di diritto perchè sotto l'egida internazionale si è scritta una importante pagina per ogni rifugiato in esilio, a maggior ragione proprio per il popolo palestinese, in quanto è stato riconosciuto il diritto al ritorno. tastorosso

contenuto

di una bottiglia o di una busta tetrapak di latte è il latte. E, solitamente, quando voglio acquistare del latte, pur avendo preferenze tra vetro o tetrapak o pet o plastica, mi è abbastanza facile decidere di prendere l'uno o l'altro involucro in quanto ciò che mi fa decidere è il contenuto, il latte stesso. Allo stesso modo, se nello scompartimento del lattaio o del supermercato trovo tante bottiglie tutte insieme, o tante marche di bottiglie tutte insieme, ovvero solo un paio di tipologie del latte che sto cercando io, ciò che mi farà decidere quale acquistare è quel latte che piace a me. No, non sono impazzito, nè devo proporvi il tre per due alla coop. E' semplicemente che questo banale esempio su contenitore e contenuto mi è venuto in mente dopo aver letto l'agenzia stampa della Dire in cui vari esponenti del Pd, in primis Tonini - braccio e mente destri di Veltroni - che spiegano cosa e perchè lo faranno a proposito dello sciopero del 12 dicembre. Bene, Damiano, l'ex ministro, ex segretario della fiom, ha detto che anche se il Pd, suo partito, che dirige con altri, non partecipa nè aderisce, conta di stare lì al fianco degli operai. Al contrario, Tonini, ritiene sbagliato lo sciopero, sbagliato aderire, sbagliato partecipare. La chicca è la motivazione: perchè siccome lo promuove un solo sindacato, la Cgil, il Pd non vuole essere o fare da cinghia di trasmissione. Ed ecco il punto. Sia Damiano che Tonini, ci hanno parlato del tetrapak e della bottiglia. Ma del contenuto? Le motivazioni dello sciopero: contro il governo e contro i padroni (in verità la Cgil è stata pure timida nei manifesti, perchè ha chiamato a raccolta contro ...la crisi) sono o non sono condivise? Piace questo contenuto o no? Compagno Damiano se quel contenuto lo condividi non è una cosa da poco ricevere una sportellata in faccia dal tuo partito: è roba da mandarli al diavolo e cambiare collocazione (oppure è opportuno, per te restare? Appunto da opportunista?). Fratel Tonini, sii più esplicito, senza nascondere la linea del Pd dietro il tetrapak: tu non partecipi perchè la linea politica che esprimi in questo contenuto è pari a quella del governo e dei padroni: allora, con chiarezza mandaci al diavolo, a noi che saremo in piazza il 12 dicembre. E noi, ma anche gli altri lavoratori avranno più nitida l'immagine di fronte di chi sta con chi. E soprattutto dove sta nascosto l'amico del giaguaro. Il contenuto è il contenuto, la bottiglia è la bottiglia, specie quando è vuota. tatsorosso

sommarietto 22 novembre

qui sotto, per il "moderno vocabolario politico-sociale" abbiamo aggiunto il tema "parte". Nelle pagine sopra la testata abbiamo arricchito di notizie e commenti i contenitori "Editoriale", "Internazionale" e "Bandierrossa". Nella prima pagina ciò che vedete anche in evoluzione, perchè, come possiamo, aggiorniamo con contributi "catturati" altrove, o giunti ad arricchire da singoli e soggetti sociali, o da noi sollecitati. Ultima nota odierna, per chi legge da Castelli romani e Lazio, stiamo partendo con la pagina specifica (sempre sopra la testata) Castelli.

parte

la realtà delle cose, nella società occidentale, non ha armonia. Per lo più è divisa in due parti. Una parte che sfrutta e cerca alleanze, connivenze, sodalizi, complicità tutta volta a soggiogare un'altra parte che è solidale, debole e che cerca di resistere allo sfruttamento. Anzi ad opporsi ad esso e se vi riesce anche a smantellare lo sfruttamento stesso. Per lo più i capitalisti, molti corrotti, la stragrande maggioranza degli opportunisti, i padroni antelitteram ed i padroncini autoillusi di essere i padroni-capitalisti sono in questa parte. I lavoratori, i precari, i senza lavoro, gli artigiani che soffrono la doppia condizione di essere piccoli imprenditori imprigionati nel sistema ma che non vogliono sfruttare i propri addetti, chi opera nel sociale, è nella seconda parte. Per lo più i referenti politici della prima parte sono le attuali forze del governo guidato dal piduista Berlusconi (ma spesso a costoro va bene qualunque direzione filo governativa e filo potere), ma anche gli oppositori (loro malgrado) della destra, ma anche buona parte della attuale opposizione parlamentare (siano essi i dipietristi che i veltroniani). Al contrario, la seconda parte fa quasi tutta riferimento alla attuale sinistra extraparlamentare e a quell'arcipelago di sociale e movimento di idee ribelli e di comunisti non ancora ben organizzati. Ora per rendere le cose chiare, semplici, visibili e, quindi, costringere ognuno di noi che potrebbe essere debole, se solo, di fronte all'arroganza e alla prepotenza degli sfruttatori occorre fare una basilare operazione verità sulla parte e su ognuno. Ognuno ha il diritto di stare dalla parte che crede lo rappresenti: ma deve chiaramente essere riconosciuto che quella prima parte lo iscrive nella parte degli sfruttatori, dei capitalisti, dei padroni e delle destre. Così come, chi si crede di essere di sinistra, progressista, anticapitalista e contro gli sfruttatori non ha alibi di sorta, la sua parte è la seconda. Ora che per parte in commedia qualcuno si mascheri e si faccia gli affari propri, è umanamente comprensibile; un po' da fessi e francamente incomprensibile è reggere il moccolo e fare la clacque a chi mischia le carte fregando i più. Perchè, l'ultima cosa ce lo testimoniano i numeri, la prima parte basa il proprio inganno sociale e politico facendo credere ad ognuno che comunque potrà far parte del giro (degli sfruttatori e potenti ed averne i privilegi), ma non è così. Al di là dell'etica, che a nessuno di costoro frega nulla, è certificato che l'espansione della ricchezza nelle classi medio alte è aumentata per le altissime (euromultimilionari), ha fatto un piccolo balzo (circa 20.000 famiglie in tutta italia negli ultimi anni) per le classi medie (euromilionari) ed invece si è ristretta per la classe media (i benestanti che hanno proprie attività e proprietà). Ecco allora che la parte inconsapevole che si affida alla parte prima e alla destra governativa forse si sta fregando da sola. Ed ecco dimostrato che chi affida alla parte seconda pensando di garantirsi con gli oppositori comodi (Pd, Idv) si troveranno ugualmente turlupinati. Quelli che non hanno nulla da perdere e che sono già sostenitori della parte sana della società possono essere il solo punto di riferimento. Per rimettere, se non altro, le cose in chiaro e dare ad ognuna il proprio nome: i padroni sono padroni, la destra è destra, la sinistra è contro lo sfruttamento e il cambiamento nasce dalla lotta dell'opposizione sociale e politica non dai minuetti del teatrino gelliano. Quindi le due parti, in realtà vanno interpretate non come di quà e di là fittizie ma come sopra e sotto, e destra e sinistra: e la nostra scelta rivoluzionaria è far coincidere chi sta sotto con la sinistra. Allora il blocco sociale e politico potrà proporsi come parte della società che rappresenta gli interessi di tutti: contro solo gli sfruttatori. tastorosso

sommarietto 18 novembre

E' allarmante l'assenza di notizie certe di quanto stia accadendo in Palestina a Gaza, per questo nella pagina Internazionale vi diamo qualche elemento in più di quanto Israele non dica e non permetta di sapere dalla stampa che caccia via. Dure accuse ai dirigenti Thyssen. Ha ragione il pm Guariniello ad affermare che forse nel paese si può realizzare una svolta sulle responsabilità per le morti da lavoro. Purtroppo con una giornata già funestata, oltre che dal dolore deif amiliari della Thyssen, anche dalle vite bruciate a Sasso Marconi. Il governo, intanto, è intento ad attivare il gioco delle tre carte per far assistere alla prestidigitazione del piduista capo dell'esecutivo che alla fine dirà: qui investiamo, qui togliamo e per far star buoni i sudditi a fine anno gli diamo un contentino che ci facciamo restituire con qualche prelievo fantastico del giocoliere Tremonti. Non solo governo; la grande sorpresa nel suo proporsi più democristiano di Casini, ormai Fini è lanciatissimo. O pensa che Berlusconi ne abbia per poco e quindi accelera; oppure pensa che più va veloce ora meno conti pagherà elettoralmente...ma noi, impertinenti, gli ricordiamo la foto di famiglia fornitaci dal Mercante di Venezia.tastorosso

solidarietà

la prima solidarietà importante che viene alla mente è quella dei due testimoni che, in quella magnifica terra di civiltà e di cultura che è l'emilia romagna, in presenza di criminali con la tara razzista che hanno dato fuoco al più inerme degli esseri umani, un senzacasa senzalavoro senzafamiglia, non ci hanno pensato su un attimo e sono corsi a collaborare per punire i colpevoli del gesto criminale. Solidarietà è quella che viene in mente verso gli operai ed i lavoratori e dipendenti dell'Alitalia che attivano il fronte del no. Perchè sono lì, mi ha scritto un compagno, in quanto non possono non dire no al nulla che gli viene prospettato. E' così. E allora l'altra solidarietà è quella dirimpetto a tale situazione e che salta subito agli occhi. Quella che dovrebbe garantire ogni forza che si richiama al sindacalismo e ai diritti del lavoro. E cosa distingue una piccola comunità di difensori dei propri diritti ed interessi rispetto ad una grande forza sindacale? E' la solidarietà che quest'ultima deve essere in grado di esercitare svolgendo perfino un ruolo - oltre che rivendicazionista - anche di compensatore sociale. E cosa sta compensando la Cisl Ricerca e la Cisl scuola, quando abbandona a se stessi quei genitori che si battono per non smantellare la parte di scuola che garantisce diritti e non rinuncia al diritto allo studio (inclusi atti solidali di diritti universali riconosciuti ed applicati come quello dell'integrazione tramite l'istruzione)? Cosa sta compensando quella Cisl quando non è più al fianco dei ricercatori che denunciano periodicamente da giornali e schermi televisivi che per fare quello che amano ed in cui riescono meglio - tra l'altro con molto vantaggio per il paese e per qualche azienda capitalista italiana - devono recarsi in parti dell'occidente dove vengono apprezzati, pagati, spremuti e poi o integrati al sistema in cui si trovano o rispediti a casa? Cosa sta compensando ed in quale stile solidale quella cisl che vedrà solo dalle finistre sfilare la grande manifestazione degli studenti medi ed universitari che si sta preparando per il 12 a Roma? E quale solidarietà Cisl e Uil nell'incontro con il cappello in mano ed il capo chino chiamati dal capo piduista del governo hanno potuto esprimere se non quella verso la Marcegaglia che era lì a chiedere e ordinare che i padroni fossero aiutati, e la segretaria del sindacato fascista ripulito pronta ad incassare solidarietà politica per appartenere ai vincitori (alla faccia dell'accusa di gestione "politica" della Cgil della fase contrattuale attuale)? Ecco la solidarietà è una delle chiavi che muovono l'appartenenza alla cultura italiana fatta di quotidianità e di frequentazione condivisa verso chi ha bisogno di aiuto, di sostegno, di forza morale e materiale da mostrare in frangenti difficili (una lotta, una esclusione sociale etc). Per questo il quesito, oltre quello pubblico che può sempre essere urlato come denuncia, sulla solidarietà mancata, ogni sera che Bonanni fa ritorno a casa e, oltre che da sindacalista, anche da buon cattolico, sarà abituato a farsi esame di coscienza, come si porrà la domanda?: quanto ho fatto contento il padrone e il governo per essere stato solidale col più forte? Oppure, quanto sono stato solidale col pubblico impiego avendoli convinti che a fronte di più di cento euro di ogni contratto fin qui firmato, il loro è proprio buona cosa averlo siglato a 70 euro lordi? Oppure, ancora, si chiederà quanto sono stato solidale con la Uil e l'Ugl per aver messo all'angolo la Cgil. Un po' come voleva un pezzo di Pd, tutta l'Udc e buona parte del Pdl per trattare le posizioni di sinistra (anche sindacali) come "radicali" perchè appartenenti a forze vicine agli "extraparlamentari" ed ai comunisti, cioè quelli da cancellare? Bonanni, complimenti per la genuflessione al piduista intanto che ti facevi servo del padrone e crumiro coi lavoratori: l'unica solidarietà che possiamo offrirti, oltre quella del rinsavimento politico-sindacale, è di consigliarti di non farti vedere dalle parti dei lavoratori in lotta. tastorosso

lavoro

In tre notizie che riportiamo di seguito, Obama, Napolitano e Lula, e la produzione Istat, c'è un condensato di cosa diavolo sta accadendo all'economia. All'economia capitalistica. A questa parte di mondo che noi abitiamo e che dobbiamo il più presto possibile iniziare a rivoltare sottosopra se non vogliamo impazzire delle cose che potremmo pensare. La chiave è il lavoro. Questa nostra società capitalistica ha prodotto (tramite il lavoro sfruttato che ha arricchito pochi capitalisti) una immensa quantità di beni che non sa più a chi dare. Intendiamoci il problema sarà, da qui a quando lo sapremo affrontare, anche come far coniugare un lavoro (possibilmente piacevole e poco alienante) e il prodotto di questo impegno dell'ingegno, del tempo e della fatica umana. Intanto però il dato è che le macchine, le automobili hanno riempito buona parte del pianeta da noi calpestato. Le cementificazioni per case, palazzi, paesi e città ha distrutto un bel po' di spazio non riproducibile e lasciato la vecchia edilizia per lo più abbandonata a se stessa, tutto ciò ha prodotto lavoro. Ma questi frutti sono diventati non alla portata. Allora, la fertile mente del capitalista, che pensa sempre che al mattina di casa esce un furbo e un cojone, ha inventato i subprime. Cioè, non ce la fai a comprarti la casa col mutuo perchè non hai garanzie (ha detto e fatto Bush, che guarda caso ha nella famiglia grandi interessi con l'immobiliare internazionale Carlyle), non ti preoccupare. Noi inventiamo una carta (futures) che diamo alle banche che riceveranno soldi per clienti che le acquisteranno e che guadagneranno sopra essa quando tu finalmente pagherai il tuo debito. Insomma la vendita della dilazione di pagamento di un debito che era già un mutuo. Accade che 5.000.000 cinque milioni di famiglie non ce la fanno a pagare il mutuo e allora si corre ai ripari. Bush, e tutto il capitalismo occidentale hanno la trovata. Il lavoro non c'è. Allora lo stato (ogni stato) può pagare quei debiti alle banche che si trovano in mano carta straccia che vengono rivendicate come soldi dai creditori (tra cui Bush e tutti quelli che con banche, finanziarie e immobiliari hanno a che fare nel capitalismo occidentale imperante). E cominciano a frullare somme da capogiro. 700 miliardi di dollari mettono sul tavolo gli States. 2-3-400 i vari stati europei.Sempre per pagare soldi che hanno valore di carta straccia e carta straccia che assume valore di soldi. Bisogna interessare il Fondo Monetario Internazionale etc. Ma nessuno ancora ha tirato fuori come priorità il lavoro per chi non lo ha così da metterlo in condizione di provvedere a se stesso. Ed eccoci alle tre notizie. Obama, saluta la vittoria e dice che salvaguarderà ed interverrà per sostenere la classe media. Poi penserà anche ai ceti più deboli. Alla faccia della logica e dei valori cristiani sventolati. Prima si pensa alla classe media e poi ai più diseredati..se ce l'avranno fatta a resistere. Lula dice a Napolitano, guarda che così "compagnero" non va. Il G8 deve pensare alla parte di mondo che sta galappando verso il progresso economico, tecnologico, sociale. Tutti i grandi si devono misurare con noi e distribuire meglio le ricchezze e le risorse del pianeta. E' un po' il risvolto, non ancora affrontato, delle cose e della qualità e quantità da produrre. L'Istat, che analizza con numeri crudi ogni cosa, e quindi anche il lavoro, per quanto riguarda il nostro paese decreta che peggio di così stavano dieci anni fa. Alla faccia del progresso capitalista. Intendiamoci, non è che c'è un marziano che nel frattempo si è istallato sulla terra da altri mondi e sta rubando il nostro lavoro, i nostri soldi ed i nostri beni. No, semplicemente ci sono una serie di appartenenti al capitalismo occidentale (sempre quelli che operano con finanze e spostamenti di crediti tra banche e immobiliari, che magari stanno al governo o partecipano a salvataggi di aziende italiane che hanno bisogno: a proposito è ottimo l'impegno di Caltagirone per l'Alitalia; coincidenza tra i beni di Alitalia ci sono ettari ed ettari di terreno tra la magliana e Fiumicino) che stanno arricchendosi in modo spropositato, facendo storcere il naso perfino a gente col pelo sullo stomaco (cribbio, ha detto il piduista Berlusconi, capo del governo, è ora di finirla con queste speculazioni finanziarie. Se lo dice lui...).Ecco allora che i milioni di euro che vengono dichiarati per essere impiegati qui o là, non potranno non partire, ed ogni poverocristo avrà il diritto di urlarlo a squarciagola, dalla salvaguardia dei servizi, del lavoro sano e produttivo che c'è, anche se a pagare (per una volta, con minor guadagno non con la bancarotta o il suicidio) sarà qualche capitalista. Dal lavoro, ricominciare dal lavoro, questa è la chiave, modificando, già ora le produzioni inutili là dove ci sono ed utilizzando tutte le tutele sociali per garantire un minimo di vita dignitosa per tutti. Tastorosso

sociale

è emergenza sociale se si possono certificare, cioè riconoscere come esistenti, sette milioni e mezzo di poveri nel nostro paese. E' questione sociale preminente, per tutta la società italiana, il fatto che migliaia di famiglie, molte monoreddito, sono restate, stanno rimanendo o rimarranno senza una delle entrate principali economiche per le fabbriche che chiuderanno ed i posti di lavoro che verranno meno. E' incazzatura sociale, il movimento diffuso ormai in mille rivoli di lotte locali, regionali, distrettuali, settoriali, nazionali che stanno prendendo piede come arma di denuncia e di richiesta di misure da adottare in tutto il paese da parte di impiegati, lavoratori, operai, stagionali e giornalieri. A conferma della valenza generale dei temi dell'istruzione, della ricerca e della formazione delle nuove intelligenze che guideranno il paese, è stato giusto che i protagonisti dell'Onda studentesca, si siano recati nel parlamentino della Fiom, motivando che per coincidenza della questione sociale che li abbraccia, è bene che d'ora in avanti le lotte di studenti e operai si facciano insieme. Sociale, potrebbe essere un intervento mirato a tutelare (letteralmente, con una tata) il presidente del consiglio che riesce ogni volta che pensa di essere originale a fare più danni di un elefante che faccia piroette in un negozio di cristalli. Assolutamente di rilievo sociale sono ormai le inquietanti presenze politiche che i grupposcoli fascisti sparsi nel paese, cercano di far passare come "normali" al solo fine di non garantire più agibilità democratica alla vita istituzionale e politica del paese di tanti giovani democratici. E', sindacale, politico, economico, e, finalmente, sociale, la decisione della Cgil - e cisl e uil in quanto sigle facciano quel che credono -di indire al più presto lo sciopero generale in tutto il paese. Ribadiamo è risposta economica e sindacale, ha indubbi aspetti politici, ma è sicuramente, in questo periodo, il più grande intervento sociale che si potesse ipotizzare. maurizio aversa

nessuna

Sembra che il sessanta per cento degli aventi diritto al voto abbia partecipato alla elezione del nuovo presidente degli States, Brak Obama. Quindi della poco più della metà, di tutti quelli che avrebbero potuto, in qualità di cittadini, andare ad iscriversi, due ogni tredici hanno esercitato il diritto di voto. Per spiegare con cose di casa nostra: è come se dei 23 milioni di elettori, una parte, circa 12 milioni si vanno a prenotare per esercitare il diritto. Di questi solo 8 milioni vanno effettivamente a votare. Tra i quali, il 52 per cento ha scelto il candidato vincente. Quindi 4,5 milioni. Cioè, l'Italia sarebbe governata da una forza capace di suscitare consensi tra il sette-otto per cento di tutta la popolazione. Questo è stato l'esercizio formale, per dire di altro, della applicazione delle regole democratiche del più grande paese nel mondo occidentale che vuole recarsi in ogni dove ad "insegnare" i valori e le regole della democrazia. Ma Tocqueville non ha proprio nulla da dire? Nessuna remora dunque che tutti i fulminati sulla via di Damasco, pur non essendo nessuno Saul, si siano sbracciati per certificare l'evento storico. Nessuna regola od idea per quanto di spessore o per quanto di retaggio storico(nel senso dei secoli trascorsi) può davvero accreditare, se non fermandosi alla superficie, l'appellativo di storico a quanto accaduto oggi. Nessuna meraviglia, immagino, susciterebbe in alcuno se nel comune xy sperduto in Italia, si venisse a sapere che tutte le amministrazioni che si sono succedute dal dopoguerra ad oggi, con varie formazioni politiche e con ricambi continui, hanno datocome risultato della assenza totale di nepotismo, raggiri, abusi d'ufficio, appalti pilotati e porcherie simili. Nessuna meraviglia tranne che dire, vi siete decisi ad essere normali!. Ecco, è quanto è accaduto negli immaginifici Usa, dove un presidente eletto, solo per il fatto di essere afroamericano, invece che latino o indoeuropeo abbia potuto esultare "Siamo gli Stati Uniti la nazione dove tutto può succedere". Cioè, quindi, anche essere normali. Ce l'avete fatta. Cominciate a mettervi a paro. Che i vostri retaggi, che nessuna politica progressista (mica comunista) vi ha mai richiesto, ha avuto per lascito il germe del razzismo di ritorno in europa e nel nostro paese. Nessuna meraviglia dunque che i veltroniani abbiano immediatamente mutuato usi e costumi di Kojac per festeggiare. Va bene motivare che vi chiamate allo stesso modo, va bene che una festa illusoriamente sognata da voi autosufficienti vi era rimasta "in canna"; però se proprio volevate festeggiare l'accortezza di non farlo al centro del centro quasi elitario potevate sceglierla. E, comunque, nessuna, nessuna pietà per l'orribile scelta kojachiana di offrire ciambelle e caffè americano invece di fette di pane, porchetta e vino dei Castelli.

centralità

Un governo, quello guidato dal piduista Berlusconi portatore non sano di giganteschi conflitti di interesse, che tiene in modo particolare a dividere il fronte sindacale con prebende e ammaliamenti, tutto nonostante la propria indiscutibile attuale forza politico-elettorale, in verità non avrà paura della crescita di coscienza che sta riaffiorando nella società per la centralità del lavoro? Una classe padronale che ha al proprio inetrno e nelle organizzazioni che esprime quei padroni che volevano prendere a calci in culo i sindacalisti che sarebbero andati "a rompergli i cogl..", così come quelli che hanno teorizzato circa l'ineluttabilità della tragedia Thyssen o - addirittura - della richiesta di risarcimento danni ai morti nel silos della umbria olii di Campello sul Clitunno, in realtà non hanno tutta questa libertà di manovra perchè non è più visibile la centralità del lavoro e non si vede ancora bene il profilo della nuova moderna centralità del lavoro? I giovani comunisti che nel movimento per la scuola contro la Gelmini pensano a gestire un centro di mutualità concreta come è l'aiuto giuridico per le imbecillità delle direttive da questurino che il ministro dell'interno emana sulle occupazioni, non sono complementari alla proposta di Gianni Rinaldini che annunciando losciopero generale lo vede come costruito e realizzato assieme al movimento degli studenti, ed ambedue non sono la rappresentazione visiva della nuova moderna necessità di dare vita ad una nuova centralità del lavoro? Lavoro come espressione umana, come mezzo di sostentamento e di contribuzione alla società delle proprie capacità da condividere; lavoro come rappresentazione in acrne ed ossa delle persone, gli operai ed i lavoratori che ne sono gli artefici primi; lavoro come nuovo lavoro, nelle modalità di espletamento - quando volontario è fattore di positività - e nelle dinamiche di nuovo sfruttamento come il precariato e la parcellizazione inerente che colpisce soprattutto giovani, donne ed espulsi da precedenti cicli produttivi. E tutto ciò non è denuncia, necessità manifesta di una nuova centralità del lavoro, dei lavoratori salariati? E chi se non il riconoscersi in classe, classe lavoratrice, classe operaia ci dà l'immediatezza della risposta alla richiesta di centralità? Chi se non l'organizzazione dei lavoratori, fatta dai lavoratori, pensata, guidata, diretta dai lavoratori è garanzia di questa rinnovata centralità? Chi se non un partito comunista ri-costruito qui ed ora, qui nel nostro paese e ora nel duemilaotto è la risposta più moderna per far partire valori sociali e salvaguardia per gli individui liberi è la risposta per ripartire dalla centralità del lavoro e dell'umanesimo sociale nel nostro paese? Tastorosso

Oppure

Oppure hanno ragione le assistenti di volo che non hanno firmato l’accordo perché è davvero umiliante, oltre che materialmente impossibile, far coincidere dei tempi di lavoro “asettici” come se gli orari di vita non comprendessero la cura delle persone congiunte o presenti in casa. Oppure si deve fare proprio come hanno fatto il sindacalismo alternativo e la Cgil Funzione Pubblica che hanno mandato a quel paese il governo e Brunetta che irresponsabilmente e disumanamente ha fatto finta di non sapere che 40 euro nette in due anni sono meno di una elemosina non proposta a nessun altro contratto affrontato fino ad ora (dove ci si è orientati, anche se insufficienti per la crisi, attorno alle 100-120 euro annui); così come ha taciuto che dei 2 miliardi impiegati lo scorso anno ne prevede meno della metà per i prossimi due. Oppure hanno ragione i lavoratori che si indignano e che vogliono raggiungere ben altri risultati a fronte di una economia che si presenta come “capitalismo in difficoltà” in cui occorre tirare la cinghia e quella a cui vengono aggiunti i buchi per restringere è sempre quella dei lavoratori mentre le Banche – per le operazioni della finanza, dell’economia di carta -, trova ampia disponibilità nelle casse Bankitalia. Cioè la nostra banca nazionale. Quella stessa a cui attinge il piduista Berlusconi per i suoi giochi finanziari affidati alle innumeroveli presenze societarie nazionali e internazionali e multinazionali tramite figli, parenti, amici e sodali. Oppure hanno dalla loro parte la ragione della storia e degli avvenimenti coloro che gridano allo scandalo per il fatto che il consegnatario della tessera P2 numero 1816, Licio Gelli, benché ai domiciliari, benché vecchio e malandato, stia ancora lì a blaterare per tifare Silvio Berlusconi. Oppure abbiamo ragione pure noi che gli abbiamo dedicato lo sdegno di Sonia Alfano, il grido di Paolo Bolognesi ed il nostro schifo con uno sputo in faccia. Oppure tutto questo non è sufficiente se non ci unisce, come comunisti, per dare coraggio e speranza alla sinistra che aggregando le forze democratiche ricacci nelle fogne il lordume fascista, i mestatori che operano nell’ombra e finalmente prospettino un approdo della società che superi lo sfruttamento, che superi i disvalori, che superi il capitalismo come ci ricorda Paolo Ferrero nel bel documento redatto oggi. Tastorosso

MENTRE

Mentre poliziotti e carabinieri disattenti si facevano distrarre dai mille colori della pantera ritornata, e dai ruggiti di un movimento di lotta che non ci stà a finirla così, quarantaquattro fascisti manganellatori - ci sarà l'accusa di vilipendio per questi incolti che hanno dipinto i colori della bandiera sui loro vigliacchi bastoni? - la facevano quasi da padroni. Ma la giovane pantera non è un micetto. Quindi prima ha respinto l'assalto ed in seguito ha destinato le proprie energie a continuare la propria lotta, fatta di manifestazione e di ricerca del consenso contro un governo che "governa" i propri sondaggi come un pastore le pecore. Mentre gli studenti lottano, le fabbriche chiudono. Perchè la famosa colonna portante dell'economia italiana fatta da piccole e medie imprese, è lesta a chiedere ed ottenere prebende, esoneri, finanziamenti, commesse pubbliche ed altro, così come è sveltissima a chiudere aziende - anche quando sono sane - mettendo sul lastrico migliaia di famiglie. Perchè il succo del mercato capitalistico è che servono le mani libere (più mercato e meno stato hanno gridato all'ossesso Comunione e Liberazione, poi i socialisti craxiani, poi la confindustria, poi il loro governo servo del piduista Berlusconi), infatti hanno ottenuto denari pubblici (cioè di tutti noi) per salvare iniziative e fondi finanziari privati (cioè i loro) e non avere così più un euro per scuola, ambiente e lavoratori (cioè le cose che interessano noi). La conclusione è che mentre accade tutto ciò, sarà bene che chiunque stia lottando per qualche giustizia sociale da rivendicare, agisca anche sul piano politico. Ricordando contro chi si sta lottando oggi, mentre l'informazione è manipolata; domani, mentre i poteri forti tenteranno di anestetizzare qualunque spinta sociale e culturale e - appunto - politica da cui tutto ciò potrà derivare; e perfino in un futuro più lontano, mentre le forze di sinistra e di progresso, a cominciare dalla forza comunista, saranno nuovamente l'unico approdo sicuro per coniugare libertà con giustizia sociale. tastorosso
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