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DOPO ELEZIONI. DRAMMA ASTENSIONE: LANGELLA, LANDINI E ALTRI INTERVENTI…

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Pubblichiamo di seguito alcune riflessioni sulle elezioni regionali dello scorso fine settimana. Riflessioni che si aggiungono al comunicato del segretario del Pdci, Cesare Procaccini, e all’articolo del segretario regionale della Calabria, Michelangelo Tripodi. Vogliamo in questo modo contribuire ad una discussione che dovrà essere seria e impietosa, perché in ballo c’è l’essenza stessa della nostra democrazia. Abbiamo deciso di inserire non solo riflessioni di compagni del Pdci, ma più in generale di quel mondo della sinistra che ci circonda.

Aula Consiglio Regionale Calabria

Aula Consiglio Regionale Calabria

Giorgio Langella
Il dato più sconcertante è l’affluenza alle urne. Più o meno il 37% in Emilia Romagna e circa il 44% in Calabria. Un disastro. Su questo bisognerebbe riflettere e correre ai ripari. Il crollo del numero di chi si è recato alle urne è il risultato di una politica che si ferma all’apparenza e allo slogan. Una politica che mira ad occupare poltrone senza proporre alcun progetto, nessuna alternativa alla situazione che i cittadini devono affrontare giorno per giorno. La stragrande maggioranza degli elettori non ha trovato un referente alle proprie esigenze, né un programma degno di essere votato. Questo vuoto di partecipazione è la sconfitta della democrazia. Ma è anche il trionfo di un disegno politico che mira, appunto, ad allontanare i cittadini dalle istituzioni e toglie loro rappresentanza nel governo del territorio. In pratica chi si troverà a governare le due regioni lo farà senza consenso popolare ma, a lorsignori, va bene così.
Oggi, è bene ribadirlo a costo di ripetersi, ha perso la democrazia. I cittadini, evitando le urne, hanno dato un messaggio chiaro. I partiti che siedono in parlamento, quelli che patteggiano leggi elettorali che comprimono sempre di più gli spazi di rappresentanza nel nostro paese, quelli che governano il paese sono percepiti (e lo sono) come forze ostili. Fanno parte di oligarchie che mirano a mantenere il potere anche senza un vasto consenso popolare. Il voler mostrare la politica come un insieme di slogan, pettegolezzi e sedute dall’estetista, unito a un abituale e, ormai, normale uso di pratiche di corruzione porta all’esasperazione gli elettori rendendoli spettatori sempre più distratti e rassegnati di una rappresentazione teatrale indegna.
Il fatto, poi, che Matteo Renzi sia soddisfatto per il risultato del PD in termini percentuali e che affermi “l’astensione è problema secondario” la dice lunga sulla bassissima statura politica (e non solo) del personaggio. Le dichiarazioni del presidente del consiglio sulla “vittoria netta” del PD (che significa, in Emilia Romagna, un dimezzamento dei voti in pochi mesi) descrivono, appunto, l’abitudine di Renzi di piegare la realtà alle sue fantasie.
Ma “vincere le elezioni” grazie a un’esigua minoranza di elettori è tutt’altro che democrazia. È qualcosa che si avvicina a un potere di élite, a un’oligarchia. È qualcosa di simile a una dittatura che privilegerà la spartizione delle poltrone, degli sgabelli e dei privilegi al saper governare seriamente. Bisogna analizzare bene il dato dell’affluenza al voto e riflettere su esso. Bisogna capire come riconquistare al voto quella maggioranza di elettori che si è rifiutata di partecipare e come dare ai cittadini la speranza di essere protagonisti e poter contare qualcosa.
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Sede della Regione Emilia Romagna

Sede della Regione Emilia Romagna

Rete dei Comunisti
La tornata elettorale consumata in Emilia Romagna e Calabria ci consegna – oltre la cortina fumogena delle paludate chiacchiere degli opinionisti e degli abituali commentatori dei media dominanti – la crescita impressionante del fenomeno dell’astensionismo dalle urne il quale condiziona ogni possibile giudizio, di tipo tradizionale, sui risultati elettorali.
E’ evidente che il dato emerso è profondamente diverso dal già accertato corso, registrato nelle passate tornate elettorali, verso la disaffezione degli elettori nei confronti dello strumento del voto.
Questa volta le cifre della fuga dal voto sono impressionanti ed anche il dato che questo indicatore provenga, soprattutto, dall’Emilia Romagna (uno dei centri pulsanti del capitalismo tricolore) è paradigmatico di come nelle viscere della società italiana sono in corso sommovimenti sociali che prefigureranno, sempre più, novità e scenari politici inediti rispetto all’abituale contesto verso cui, tutti noi, siamo abituati ad interloquire e riferirci nella nostra pratica politica.
Sulle cifre dei voti ai partiti
In Emilia Romagna il Partito Democratico ha perso circa 300.000 voti, Forza Italia smarrisce 400.000 elettori e la Lega Nord, pur aumentando le percentuali, in realtà perde 50.000 voti. Il buon Vasco Errani nel 2010 era stato eletto con 1.197.789 voti. Adesso il candidato renziano, Bonaccini, ne ha ottenuti 615.516 quindi con un calo di 582.273 voti. Una perdita di non poco conto.
Certo la Lega Nord ha superato Forza Italia sancendo un risultato importante nella strategia di Matteo Salvini ma anche per i padani, in salsa social/razzista, non c’è quell’effetto sfondamento che auspicavano a seguito della loro nuova e disinvolta strategia politica post/Bossi.
In Calabria registriamo per l’astensione la stessa dinamica anche se, per ciò che attiene al nuovo presidente della regione, Mario Olivieri, dobbiamo evidenziare che l’eletto del PD non è direttamente riconducibile alla cordata di Renzi ma è un personaggio legato ai vecchi equilibri di potere del partito i quali, in Calabria, godono ancora di spazi materiali di manovra e di gestione consistente di interessi forti. Questo si vede anche dai risultati elettorali, dove le forze “tradizionali” mantengono le prime posizioni (PD, Forza Italia, UDC) mentre le liste di opposizione sono relegate in fondo alla “classifica”.
A proposito della questione astensionismo e disaffezione al voto
La peculiarità dell’astensionismo e della disaffezione alla politica imperante oggi nelle società a capitalismo maturo è che essi non solo non possono essere visti necessariamente come sintomo antagonistico e/o rivoluzionario, ma possono essere addirittura fattore di stabilizzazione e di nuova qualità delle moderne forme del dominio. In questo caso, però, va aggiunta una riflessione relativa al fatto che l’altissima quota di astensionismo si ha nella regione dove le percentuali di voto sono sempre state altissime fino a ieri e che è sempre stata la roccaforte del centrosinistra e la sua base politica.
Indubbiamente le iniziative pre-elettorali della magistratura hanno avuto un peso su questo risultato, ma non si può negare che ciò rappresenta una prima evidente crepa nella strategia renziana; perdere peso politico dove la situazione sociale non è paragonabile a quella, ad esempio del sud, significa che si sta manifestando una contraddizione tutta politica sulle scelte che sta facendo il PD in significativi strati del suo elettorato storico che si è astenuto e che non ha votato le liste di opposizione.
E’ certamente presto per dirlo, ma può entrare in crisi la prospettiva dello stesso governo Renzi; se si conferma lo smottamento elettorale già nelle regionali del prossimo anno, si potrà avere l’effetto di mettere in crisi il patto del Nazzareno, con un Berlusconi alle corde già da oggi, ed aprire una nuova giostra politica come quelle che abbiamo visto dal 2011 con la crisi prima del governo Berlusconi, poi di Monti e poi di Letta.
Questa prospettiva appare chiara già nelle dichiarazioni di Renzi stesso che tenta di sminuire il rischio che si profila all’orizzonte, peraltro rasentando il ridicolo. Infatti di fronte al recente tracollo degli iscritti al PD il “nostro” dichiarò che contano gli elettori, e di fronte al tracollo degli elettori, sempre il “nostro”, ora dichiara che l’astensionismo è un fatto secondario. In realtà la scissione tra la società reale e la dimensione istituzionale è sempre più forte, produce effetti inaspettati con un elettorato sempre più “volatile” e rischia di rendere più difficile la tanto agognata governabilità. Situazione questa che sta segnando anche il Movimento 5 Stelle, che aveva dato per scontato un aumento esponenziale del proprio voto e comunque uno “zoccolo duro” del proprio elettorato che si sta dimostrando non essere affatto tale.
Se usciamo dai dati strettamente elettorali e dai giochi della politica istituzionale quello che emerge è che la crisi sta ridisegnando lo scenario sociale e politico facendo riemergere, in forme spesso distorte, il nodo della rappresentanza di quel blocco sociale penalizzato dall’attuale sviluppo capitalistico. E’ su questo dato, che nel tempo andrà amplificandosi, che bisogna ragionare per ridare forza ad una opposizione di classe e ritrovare un ruolo per i comunisti nel nostro paese.
Una opposizione politica e sociale all’altezza della sfida e della nuova qualità della posta in gioco
I risultati elettorali di questo appuntamento elettorale, se pur limitati a due aree geografiche del paese, inducono ad una riflessione collettiva l’insieme dei compagni e degli attivisti politici e sociali che agiscono nelle diversificate pieghe del conflitto.
Nelle ultime settimane tutti noi abbiamo partecipato e valorizzato i segnali di un rinnovato protagonismo sociale nei posti di lavoro, nei territori e nelle piazze. Le stesse contestazioni, in ogni città, alle uscite demagogiche e propagandistiche di Matteo Renzi sono un positivo segnale di questa iniziale riattivazione sociale alla quale – come Rete dei Comunisti – non abbiamo fatto mancare il nostro contributo militante.
Restano, però, sul terreno (e questi risultati elettorali né sono una conferma) tutti gli snodi teorici e politici inerenti a ciò che abbiamo definito il rompicapo della Rappresentanza Politica degli interessi dei settori popolari della società. Un tema vero e scottante che intendiamo porre all’attenzione, nel vivo delle forme del conflitto, ai compagni tutti.
Una rappresentanza che abbia i suoi tratti politici molto chiari e netti. Il primo è indubbiamente quello della totale indipendenza dal PD e dai suoi alleati; le ambiguità, i giochi elettorali e le tattiche usate dalla sinistra in questi anni nei confronti del PD sono ormai logore ed è necessario affermare definitivamente la fine di ogni subalternità. L’altro elemento costitutivo è la totale opposizione alla Unione Europea e all’Euro, quali strumenti usati per schiavizzare i popoli del continente alle logiche del capitalismo continentale. Come è altrettanto strategica la costruzione di un rapporto organico e indipendente con i settori di classe nella nostra società.
Una questione, vieppiù urgente, mentre si aggrava la catastrofe politica della sinistra e dei suoi variegati epigoni, e mentre anche il movimento di Grillo/Casaleggio è sostanzialmente inadatto, incapace e non conseguente nel promuovere, per davvero, elementi di lotta sociale e di relativo intreccio con un auspicabile programma di avanzamento e di critica serrata alle politiche economiche e sociali di Renzi, della borghesia continentale europea e all’insieme delle scelte dei poteri forti del capitale.
Un compito non facile, particolarmente in un contesto in cui i fattori di crisi economica incubano reazioni populiste, razziste e dichiaratamente neofasciste, non solo in Italia ma in tutto lo spazio europeo.
Come Rete dei Comunisti non ci siamo mai sottratti a questa complicata discussione ed abbiamo, sempre, rifuggito da ogni deriva politicista, identitaria o falsamente autoconsolatoria, per rifugiarci, magari, nel cielo dell’astrazione ideologica per scansare i problemi che la complessità della situazione ci impone.
I risultati di queste elezioni e le conseguenze che ne scaturiranno, anche nel breve/medio periodo, sono, per quanto ci riguarda, un ulteriore stimolo al confronto, all’approfondimento delle questioni ed alla costruzione di ogni possibile sinergia di mobilitazione, di conflitto e di organizzazione sociale e, soprattutto, politica.
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Francesco Valerio della Croce, Comitato Centrale PdCI
“Al bando il suffragio universale”. Spesso, ironicamente ma non troppo, nel corso degli anni, al susseguirsi di insuccessi elettorali della sinistra o comunque di risultati elettorali imprevisti da certi osservatori che, appunto, osservano la realtà ma da un comodo salotto e non nel vivo della contraddizioni e delle pieghe sempre più molteplici della società, si è ricorso a questa boutade. Tanto per dirne una, su facebook, luogo che sempre più ospita dibattiti e discussioni sulle prospettive politiche, ahinoi, la pagina “Abolizione del suffragio universale” conta circa 32 mila “mi piace”. Ironia si dirà. Certo. Ma, al fondo, simili uscite tradiscono una certa superficialità o persino un rifiuto di analizzare la realtà delle cose. Una realtà che, di per sé, diviene sempre più fluida e difficile da afferrare e rappresentare in uno schema di pensiero già definito, una realtà che pone di discussione molte certezze, soprattutto quando queste poggiano su basi fragili.
Questa premessa si attaglia bene, ad avviso di chi scrive, al susseguirsi di commenti de dato elettorale emerso dalle regionali di domenica scorsa. Le analisi proposte convergono, in particolare, su due punti, i quali risultano oggettivamente non contestabili: un picco d’astensione dal voto senza precedenti (hanno preso parte al voto il 38% degli aventi diritto in Emilia-Romagna ed il 44% in Calabria), con contestuale trasferimento, più che sensibile, del voto di protesta da Movimento 5 Stelle alla Lega Nord in Emilia e all’astensione in Calabria (M5S calabrese passa da 160 mila voti circa di maggio e 38 mila circa di domenica scorsa); in secondo luogo, un segnale di distacco dal governo Renzi, come risposta all’offensiva antipopolare lanciata da mesi di controriforme, riuscite persino a risvegliare nella CGIL tutta una conflittualità sindacale accesa.
PER UN’ANALISI PIU’ PROFONDA
Ma può fermarsi a questo un’analisi del voto, se non esaustiva, almeno generale? No. In particolare, il significato di questa astensione ed il suo rapporto con le sorti del governo paiono necessitare d’ulteriore approfondimento. Si è detto e scritto che l’astensione, a livelli mai registrati prima, marca un allontanamento tra i cittadini e Istituzioni, popolo e vita pubblica. E’ un parere che merita d’essere accolto, ma inquadrato in uno ragionamento più ampio: 25 anni quasi di attacco spinto alla Costituzione, alle organizzazioni partitiche quali strumenti associativi utili a concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale (secondo quanto sancito dall’art. 49 Cost.) ed alla rappresentanza democratica e repubblicana attraverso leggi elettorali maggioritarie (che nelle loro specificità regionali esprimono “al meglio” tutte le peculiarità di questo tipo di sistema elettorale) hanno prodotto una trasformazione della partecipazione diretta delle masse alla vita pubblica ed al conflitto di classe espresso anche attraverso il voto, dapprima in una ritualità da espletare a date cadenzate ogni 5 anni, con una mutazione della funzione elettorale da diretta espressione della “sovranità popolare” (come all’art. 1 Cost.) a “delega di sovranità”. In più, la campagna martellante prodotta in questi anni (più che col benestare, bisognerebbe dire con spinto apporto d’avanguardia dei poteri forti massmediatici) contro la “casta” ed i suoi “privilegi” in maniera generalizzata, tanto da arrivare persino a porre in discussione la stessa legittimazione dei partiti ad esercitare una funzione rappresentativa e, dunque, legislativa, così come inquadrata in Costituzione ha prodotto, in una prima fase, la messa al bando della forma partito tradizionale la quale, più che archiviata per poca funzionalità rispetto al sorgere nella società di istanze nuove rispetto al Novecento, è stata ridotta ad impaccio impresentabile, ed oggi invece si giunge a registrate una diffusa percezione di inutilità ed impermeabilità dell’organizzazione politica in partiti rispetto alla vita dei cittadini-elettori.
Se è vero, dunque, quanto detto sopra, il picco dell’astensione certamente registra un distacco tra cittadini e Istituzioni (segnatamente, nel caso di specie, un segnale di distanza dalla funzione esecutiva rappresentata dal Governo ed una risposta alla sua politica “interventista”, sulla falsa riga dell’immagine che il Presidente del Consiglio sta costruendo di sè), è possibile, però, fare un passo in più e affermare che questo picco danneggia il governo Renzi e la sua politica? A parere di chi scrive, un’affermazione di questo genere non è sostenibile. Chiarisce molto già il commento dello stesso Matteo Renzi sul dato dell’astensione: “La non grande affluenza (stiamo parlando di poco più di un terzo degli aventi diritto recatisi al voto! Ndr) deve preoccupare ma è secondaria”. Questo afferma il capo del governo come riportato dal Corriere della Sera del 25 novembre. Da un lato, questa affermazione è in linea con l’immagine di “uomo del fare” e del “non preoccuparsi e fermarsi mai”, dall’altro questo commento chiaro e netto esprime in pieno un rischio evidente: quello rappresentato dalla stabilizzazione di un sistema politico formalmente legato a istituti tipici delle democrazie occidentali tradizionali ma che, de facto, si sostanziano in modelli primo novecenteschi in cui il bacino elettorale risulta assai limitato, a discapito delle masse popolari, con caratteristiche elitarie. Sarebbe sbagliato parlare di ritorni al fascismo ed, in generale, impiegare formulazioni propagandistiche (memori delle lezioni, a riguardo, di Palmiro Togliatti): si è in presenza di una restrizione di spazi di democrazia, che sono funzionali alle completa revisione su spinta reazionaria dei rapporti di forza tra capitale e lavoro e d alla cancellazione del prodotto del conflitto novecentesco, vale a dire la fine dei diritti, dello stato sociale e di forme di equilibrio nella redistribuzione delle ricchezza. Ai cultori della battuta citata in premessa, andrebbe poi fatto notare che la restrizione del bacino elettorale ha prodotto nuovamente la vittoria di un Pd assestato su posizioni antipopolari (distinguendo, ovviamente il quadro politico territoriale e tenendo ben in conto la presenza di aree in cui il centrosinistra presenta profili politici molto più avanzati di quello nazionale) e un consenso tutt’altro che marginale per le forze moderate e di centrodestra. Ergo, non è con gli slogan e con la superficialità che si può cogliere il vero insegnamento di questa tornata elettorale: in Italia assistiamo ad un progetto forte di restrizione di spazi di democrazia, che tendono alla stabilizzazione (dopotutto, i risultati di astensione sono in linea ed in crescendo rispetto alle comunali ed ai ballottaggi di maggio-giugno). Di più, è necessario essere consapevoli che il rifiuto della partecipazione al voto, per un verso è legato ad una critica nei confronti dei provvedimenti del governo Renzi (in particolare contro il JobsAct, sulle riforme elettoral-istituzionali la sensibilità è scarsa, per non dire che l’accondiscendenza non è minoritaria), ma essa rappresenta una frazione non maggioritaria degli astenuti: il Corriere del 23 novembre scorso informava, a mezzo di un sondaggio, che il 50% dell’opinione pubblica non conosce nemmeno i contenuti minimi della riforma del lavoro. Il fenomeno va valutato, allora, con più profondità. Non può essere un ardire, perciò, sostenere che una parte consistente dell’opinione pubblica ritenga che l’operato dell’attuale governo e dell’attuale suo capo certamente non produca effetti ma non è detto che essa contesti nel merito le sue politiche. La critica mossa dunque a Renzi non starebbe nel merito delle sue politica, ma alla sua incapacità di superare ostacoli, lacci e lacciuoli, ora rappresentati da garanzie costituzionali, ora dall’opposizione interna del suo partito.
L’insegnamento di Togliatti ritorna prepotentemente sotto i nostri occhi: nelle venature della società italiana, già dal secondo dopoguerra, la tensione all’uomo forte, all’autoritarismo ed al corporativismo sono vive e vegete. La personalizzazione oramai totale della politica, gli stessi esiti favorevoli alle forze moderate e conservatrici sono lì a darne conferma.
LA FASE ATTUALE
Sulla base del tentativo di analisi sopra esposto, si può delineare una fase politica di “spirale reazionaria”. Con questa definizione, chi scrive intende mettere in luce che la situazione politica è sicuramente fluida e caratterizzata da grandi mutamenti politici e sociali, tanto quanto grandi sono gli sconvolgimenti in atto nel quadro capitalistico continentale e mondiale, ma queste trasformazioni, queste oscillazioni, questi flussi, sono risucchiati in un centro reazionario, che ha cominciato a generarsi già dagli anni Ottanta è che oggi si allarga a vista d’occhio. Una fase segnata da uno scontro molto forte a livello internazionale tra il capitalismo occidentale che sta disseminando il mondo di conflitti, guerre, sangue ed ancora nel pieno della propria crisi sistemica, e le forza che si oppongono al giogo della finanza internazionale e dei grandi interessi monopolistici. In Italia si assiste ad un braccio di ferro di notevole rilievo politico e storico: lo scontro che si sta consumando attorno alla riforma del lavoro rappresenta non solo il tassello decisivo attraverso cui sancire la sconfitta storica delle ragioni del movimento operaio italiano, ma diventa una prova decisiva per lo stesso Renzi e per il blocco politico costituitosi attorno a lui; una prova che, se superata, garantirà all’attuale Presidente del Consiglio il sostegno duraturo dei più forti poteri nazionali e sovranazionali (UE, Fmi, Ecc…).
LA SINISTRA E I COMUNISTI
In questo contesto, la sinistra politica giustamente evidenzia che la crescente disaffezione al voto si accompagna alla ripresa di una prospettiva conflittuale del sindacato, con la CGIL in testa. Questa può essere un’occasione preziosa: a partire da questa prospettiva di lotta, in cui si è chiamati ad una sfida frontale dall’avversario di classe, i partiti della sinistra hanno la possibilità di fare blocco comune, smettendo di delegare al sindacato quella che dovrebbe essere la principale preoccupazione proprio dei partiti legati al mondo dei lavoratori: dare una prospettiva politica ed una piattaforma programmatica al conflitto sorgente.
La stessa CGIL ha offerto contributi significativi su questo versante attraverso le proposte elaborate nel Piano del Lavoro, un testo del 2013, certamente da aggiornare e che presenta aspetti da approfondire, ma che rappresenta un buon punto di partenza per poter affrontare una discussione ampia ed uscire dall’angolo.
In questo momento, discussioni a proposito di “alchimie elettorali”, come giustamente le ha apostrofate Nicola Fratoianni, coordinatore naz.le di SEL, non possono e non devono essere l’ordine del giorno urgente. Di più: l’insistenza con cui queste argomentazioni sono poste nella discussione pubblica rischiano di dare una prospettiva perdente alla stessa battaglia contro il JobsAct (su questo, i tentativi da parte di governo e mass media di ridurre il conflitto promosso dalle organizzazioni sindacali ed in maniera più accentuata dalla FIOM-CGIL guidata da Maurizio Landini ad una “manovra” per la creazione di un partito di sinistra con lo stesso sindacalista a capo, dovrebbero metterci sull’attenti).
La sinistra può e deve unirsi a partire dalla lotta e dai contenuti che necessitano una discussione appassionata, franca e approfondita: l’euro, l’immigrazione, la riforma degli ammortizzatori sociali, il reddito minimo, forme di partecipazione dei lavoratori nelle decisioni aziendali, in generale il tema della programmazione e dell’intervento pubblico nell’economia, sono oggi alcuni dei nodi più importanti e che interessano una platea di interlocutori enorme. Si tratta di temi su cui vi sono alcune delle sfumature di discussione più interessanti a sinistra e su cui la discussione pubblica sta assumendo evoluzioni significative e degne di nota (vedasi, in particolare, quello a proposito dei destini dell’euro). E’ velleitario credere di poter avvicinare gran parte dei lavoratori e della povera gente che si è astenuta dal voto a partire da questi temi, più che sulle forme unitarie, sui nomi dei leader e sulle eterne colpe della sinistra che non capisce il mondo? Chi scrive crede di no. Chi scrive crede che questo sia l’unico modo per mettere la sinistra a contatto col mondo, nel tentativo di ristabilire la “connessione sentimentale” gramsciana con le masse e con i lavoratori, sempre più soli nella spirale della crisi senza fine e nella miseria totale. Chi scrive ritiene che questa pratica sia l’unica che permetterà alla sinistra di unirsi, a tutti i livelli possibili, nel rispetto delle diversità dei pensieri e delle organizzazioni e mettendo, per davvero, a fondamento dell’unità la ricchezza di proposte che possano convergere su di un punto: aprire una prospettiva nuova e spezzare la spirale reazionaria.
Per questo i comunisti, nella prospettiva di ricostruire il partito comunista e la sinistra di classe, devono lavorare e battersi
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Maurizio Landini (da http://www.huffingtonpost.it )
“Io sono andato a votare perché quello è un diritto che non mi voglio far togliere da nessuno. Ma quando il 63% non va a votare, due milioni e più di persone, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona più, vuol dire che chi fa politica si deve render conto che è lontano dalla gente. Bisogna riaprire i canali della politica e del confronto”. Lo afferma il segretario generale della Fiom Cgil, Maurizio Landini, commentando l’esito delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria, che ha visto prevalere il Pd, ma trionfare l’astensionismo.
Landini osserva i seggi vuoti, ma anche “una partecipazione agli scioperi senza precedenti“, e afferma che “non stanno scioperando solo iscritti alla Fiom, stanno scioperando gli iscritti ad altri sindacati, non iscritti, e vedo una domanda di partecipazione che dovrebbe avere una risposta. Il dato dovrebbe seriamente far riflettere le forze politiche e il governo, perché senza il consenso delle persone non si cambia nulla”.
Secondo il sindacalista, “bisognerebbe avere l’onestà e l’umiltà di accettare di confrontarsi e di discutere. Finché il governo rifiuta di confrontarsi, la crisi rischia di peggiorare ulteriormente. La ripresa del lavoro c’è se ripartono gli investimenti, sia pubblici che privati – ha aggiunto – Tutte le altre cose sono scorciatoie, questa idea che facendo licenziare le persone e riducendo un po’ le tasse fa ripartire il paese, è una bugia”.
Una tirata d’orecchie, quella di Landini, a cui replica a stretto giro il premier Renzi, rispondendo a una domanda durante la conferenza stampa a Vienna. Il dato dell’astensione “deve farci riflettere” – dice il premier – ma è “secondario rispetto al fatto che, checché se ne dica, oggi non tutti hanno perso. C’è un nuovo presidente in Emilia e c’è un nuovo presidente in Calabria, che hanno vinto. Le forze politiche che hanno contestato le riforme possono valutare i risultati che hanno ottenuto”. E poi il conteggio delle regioni – 5 a 0 – un risultato di cui “le persone normali sarebbero felici”. “In Italia negli ultimi 8 mesi ci sono state 5 elezioni regionali, che il mio partito ha vinto 5 a 0. Oggi una qualsiasi persona normale dovrebbe essere felice per questo”.
Ma le critiche di Landini sono a tutto campo, e toccano anche le parole di Maria Elena Boschi, che ieri aveva replicato alle sue critiche dicendo di non accettare lezioni di moralità e difendendo il Jobs Act. “Sul Jobs act il ministro dice delle cose molto imprecise, non so se perché molto presa dalla riforma costituzionale; non ha ancora letto la delega sul Jobs act, può darsi. Non stiamo né spostando l’attenzione né vogliamo metterla sul piano ideologico. Noi parliamo di cose concrete, la Cgil ha avanzato proposte precise su tutto, è il governo che non si vuole confrontare. La gente sa bene queste cose, e gli scioperi stanno avendo un successo senza precedenti, perché hanno capito che c’è un sindacato autonomo e indipendente – ha concluso il segretario della Fiom – che vuole cambiare le cose”.
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Segreteria Pdci, Brescia
Le elezioni regionali di novembre, Emilia-Romagna e Calabria, esprimono dati drammatici di astensione e di spostamento a destra dell’elettorato . La crisi sociale morde e lascia il segno.
Coloro che si riconoscono nel governo diventano gruppo sempre più sparuto ancorché preponderante, degna rappresentazione di una oligarchia: una vittoria di minoranza.
In una Regione Emilia Romagna falcidiata dalle condanne e dagli avvisi di garanzia, va a votare solo un elettore su tre e la maggioranza, che si attesta al 50%, viene espressa da un elettore su sei. Non si sono mobilitate né le strutture del PD (in disarmo evidente, un disarmo evocato dal premier), né quelle del sindacato.
Neanche il successo della Lega 30% , un elettore su 10, sfugge a questo dato perché non lo inverte.
Il nostro giudizio è che questa sia una delle più tipiche vittorie di Renzi: sbaragliare gli avversari facendo tabula rasa delle alternative, dei votanti, destrutturando tutti gli strumenti tradizionali di partecipazione politica e sociale, ivi compreso il proprio partito ed i sindacati che ad esso facevano riferimento. Annichilisce alleati ed oppositori.
Ormai nel PD le pur vaghe caratterizzazioni tradizionali ‘ a sinistra’ sono occasionali e sporadicamente lasciate alla singolarità di questo o quell’affiliato o candidato.
Non sembrano infondate le accuse di peronismo che gli giungono da Forza Italia ( da che pulpito, verrebbe di dire).
La crisi, pilotata da decenni, dei soggetti della democrazia come i partiti e la conseguente crisi della coesione sociale costruita attorno ad essi, sono la causa prima dei successi delle aggregazioni personalistiche, e queste aggregazioni, a loro volta, ne hanno accelerato la decomposizione. Simmetricamente, dall’altro lato, una destra populista e violenta prospera nella disgregazione sociale, la Lega. Questa formazione razzista la riteniamo uno dei maggiori successi di Renzi, perché è l’antagonista inguardabile, l’antagonista utile per apparire lui l’unica ipotesi di voto perbene, utile per seminare disordine evocando quell’ordine che sarà portato solo dal futuro uomo forte. Costi quel che costi. Questo voto di destra è destinato a rafforzare questo sistema.
Più lontano nelle cifre, la sinistra arranca senza che si possa gioire, in questa situazione, dei pochi spiccioli di voto rimediati. Degli spazi immensi creatisi a sinistra non si eredita nulla, le aggregazioni elettorali non hanno dato un segnale positivo, quale che fosse la loro collocazione rispetto al PD. Di tutto avevamo bisogno, in questa fase di crisi sociale profonda, tranne che di percentuali da sussistenza. Ma se si pratica una politica di sussistenza non si può sperare in altro.
E’ ora di assumere il dato dell’astensionismo come elemento di riferimento per le politiche che dobbiamo costruire da zero, o quasi. Ormai più della metà della popolazione attende di essere rappresentata e l’astensionismo non più disaffezione al voto pura e semplice, ma un chiaro messaggio: vogliamo riconoscerci in una politica alternativa a questa..
E’ ora di assumere su di noi le necessità di una vocazione maggioritaria, di proporci con una linea politica di totale alternativa prima che si compia il disegno delle destre.
E’ ora di organizzarsi, di costruire uno strumento di partecipazione organico, è ora di di costruire un Partito ove non ve ne sono più. E’ ora di ricominciare a fare i comunisti. Tutti i giorni, non solo alle elezioni.

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pietre

la loro consistenza è fatta per testimoniare che la durezza è una cosa che oltre ad essere spiegata, descritta, temuta o ricercata; è, anche un punto fermo. Sì, la pietra ha insito nella parola che sia una cosa consistente e dura. Sarà per questo che decenni fa chi organizzava gli operai, anzi i proletari – quelli che non avevano altro che vendere l’azione possibile con le proprie braccia – ricorrevano alla semplicità degli esempi alla portata di tutti. Sarà per questo che, anche nel tempo, le parole semplici (oltre che le analisi complicate) hanno sempre affascinato gli “intellettuali organici” quelli che non si sono mai sognati di tradire la classe operaia, i lavoratori, che quindi, hanno utilizzato e divulgato i significati di quelle parole. Sia nel loro valore concreto (cosa rappresentavano e rappresentano: il martello, la falce, la pietra etc) che nel loro significato allegorico. Così ancora oggi, tra le parole in uso nel linguaggio del confronto della politica organizzata (soprattutto di sinistra), nei confronti sulle questioni prioritarie (soprattutto economiche), nei riscontri delle ipotesi e proposte (soprattutto sindacali e contrattuali), è ricorrente l’uso della parola pietra. Una delle tante metafore in uso in questi giorni, in queste ore, è “le parole sono pietre”; il pensiero è una pietra di paragone; il muro di sostegno della casa comune che si sgretola pietra dopo pietra. Chissà se Fausto Bertinotti, Franco Giordano, Gennaro Migliore e Nichi Vendola abbiano avuto modo, in queste ore di riflettere su tale circostanza. Banalmente. Il bipolarismo, sembra non sopravvivere né alla legislatura, né al duemilanove e neppure a Veltroni e Berlusconi. La crisi economica che decreta la fine degli osanna per il liberismo somiglia all’anticamera dello sfascio totale a cui dover rispondere solo col cambio di fase o di sistema ( ma senza predeterminazionismo immobile) ovvero con una alternativa sociale al capitalismo. Le forze operaie, o di ispirazione e provenienti dal ceppo del movimento operaio (inclusi i milioni di persone che non sono in fabbrica o cantiere o ufficio e sono de-contrattualizzati) hanno la oggettiva necessità di rispondere alla deriva culturale, sociale e politica in cui è sprofondata parte della sinistra. Il compito è gravoso. La via è semplice. Riunire l’idea originaria, che è moderna perché la situazione di questa fase storica ha esattamente la medesima matrice dellos contro originario: con altri nomi, altri soggetti, ma stesse conseguenze. La crisi la fanno pagare ai più deboli. I soggetti di difesa dei lavoratori e dei cittadini deboli (per esempio gli studenti o i pensionati) vengono attaccati, emarginati, svuotati. E’ semplice la risposta. Riunirsi, con l’originaria idea comunista, chiamare a raccolta i più e dimostrare che questo pensiero duro come le pietre; può essere termine e pietra di paragone per chiunque si smarrisca; basta fare riferimento ad un po’ di analisi concreta di chi sta pagando (operai, lavoratori, pensionati, studenti, migranti, donne…) di chi si sta colpendo (sindacati di sinistra, partiti di sinistra, movimenti non allineati…) di quale uscita viene proposta (presidenzialismo plebiscitario, destra arrembante e neofascista, razzismo come modello sociale…) per capire in un sol colpo che il maggior comune denominatore si deve fare con le parole che sono pietre. Con i pensieri duri e comprensibili. Ecco, questa è la fase dell’unità dei comunisti che può essere artefice della ricostruzione del solido muro della casa della sinistra fatta con le pietre di tutti a cominciare da quelle delle idee comuniste. Ecco perché l’argilla non lavorata e non cotta di Vendola e gli altri compagni rischia semplicemente di sciogliersi con la prima pioggia intanto che il Pd modernizzato non capisce più ne cosa sia una pala, né una carriola e calpesta l’argilla che non userà: figurarsi le pietre!

Fiat: “anche il sequestro politico non armato” alla francese

Fiat Piccolo acronimo dal grande e potente segno. Segno grafico imposto nel tempo della prorompente epopea industriale italiana. Segno dei tempi con la personificazione del prefascismo, del fascismo e del post fascismo comportamentale e dei costumi ed usi degli Agnelli. Segno attuale del globalismo e gigantismo apparentemente da industria primaria. In realtà da potenza economica ibrida con elevate quote decisionali (economiche, politiche, industriali perfino) in mano a finanze italiane ed estere e a banche italiane ed estere. Di fronte a questo Golia, da sempre nella pratica quotidiana, e nella memoria diffusa, nel cosiddetto immaginario collettivo, un antagonista: la classe operaia. I metalmeccanici. Ma, nel tempo, proprio perché i lavoratori sono Davide, ma non sono scemi, hanno saputo distinguere il crogiuolo delle lotte operaie, dall’insieme delle lotte dei lavoratori. Hanno evitato le sottigliezze dei camici bianchi differenti da…. Ma un po’ il clima politico, molto la grancassa padronale, hanno invogliato e fatto credere ai colletti bianchi che c’era una aristocrazia operaia da respingere. Fu la marcia di Torino e l’inizio dello smembramento dei fabbriconi in policentri che decentrarono il lavoro. Di fatto indebolirono le rappresentanze dei lavoratori, disperdendole. E polverizzarono l’universo del famoso indotto addosso ad ogni piccolo centro, di fatto regionalizzato: Melfi, Pomigliano, Cassino, Termini Imerese etc. Oggi, il Grande Disegno. Il vincente Marchionne che (sia detto chiaramente, ha avuto come unico merito quello di condividere –e non facendolo pagare al padrone- ciò che i sindacati Interni Fiat ed esterni ma del settore dicevano da tempo, il mestiere fiat è fare auto e non accumulare finanze creative!) appare agli occhi del mondo come un piccolo mago, non lo è. Per questo, il confronto e lo scontro, sia nazionale che globale, non può prescindere da questo giudizio. Altrimenti diventa (e inutilmente oltre che eticamente intollerabile) la guerra dei garantiti siti “italiani” contro quelli meno garantiti “tedeschi” e degli “americani” chi se frega. Non è così questo gioco. E non è un gioco è un dramma. Un dramma che può avere risposta solo utilizzando la stessa matrice: redistribuire la ricchezza. All’interno di questo, e solo all’interno di questo assunto, valido a Chicago, come a Francoforte così come a Melfi e Torino c’è il ruolo della rappresentanza sindacale. Sindacato che non deve scandalizzarsi delle “fratture all’interno” che sono tutt’altro segno dall’impazzimento sociale, dal luddismo, o dai sindacati gialli. Le “fratture dall’interno” possono riguardare la rappresentanza, il disagio fatta rabbia, l’asfissia degli orizzonti che il comportamento di Marchionne e c. non valutano, anzi sembra utilizzino come semi-ricatto. Questa tensione è drammatica. Hanno ragione gli osservatori della sinistra che sottolineano ciò. Ma non è pericolosa e non va strumentalizzata né per pacificare (ridicola Marcegaglia), né per disinteressarsene (col cazzo che parla il loquace piduista o l’inutile fascista governativo di turno). Parlano degli spintoni…Persino Rinaldini credo possa essere d’accordo nel dire che “vengano uno cento mille spintoni” se si fa un vero accordo industriale dalla parte dei lavoratori e togliendosi dalle scatole inutili trattative da pantomima filogovernativa. Detto ciò resta il comportamento letto come messaggio. Ai lavoratori che hanno rotto il tabù Fiom va fatto sapere a chiare lettere che il messaggio è arrivato. Che la “frattura interna” può essere sanata. Ma che i contenuti della piattaforma, la trasparenza per gestirla, i tempi per articolarla e le forme di lotte per combatterla saranno di tutti.Anche se si sceglierà il “sequestro politico non armato” come in Francia. (maurizio aversa)

massimo

massimo è il profitto che cerca ogni padrone che si appresta ad attivare la sua più grande fatica: prender una idea, renderla tecnicamente valida, irretire - per fame, per necessità, per illusione perfino - uno o centinaia di lavoratori e ricavarne il di più. Che proprio perchè i più ne cerca il massimo. Anche una scuola, una università, che sia capace di insegnare e trasmettere il sapere; e trasformare questa azione con un ritorno di nuovo sapere che si autoalimenta dell'ampliamento delle conoscenze, è il massimo di democrazia del sapere che si può auspicare. Totalmente differente dal sapere centellinato, passato sottobanco a pochi eletti; così come la possibilità di "accedere" a sminari esclusivi; a corsi riservati; a cenacoli preselezionati ad invito; questo è quello che rappresenta il massimo della divisione di classe del sapere; questo è il massimo della raffinatezza ello sfruttamento che si può mettere in campo da parte di una classe dirigente e padronale capitalistica. Ma, massimo è anche un dirigente del Pd. Un ex presidente del consiglio. Un ex segretario. Un ex capopartito e capo parlamentare. A suo dire non un ex comunista. Pensa, il massimo in questione - è questo è davvero il massimo - che sia il più comunista rimasto in circolazione. Il colorito personaggio del film di Verdone direbbe: mica so' comunista così (con un pugno alzato), io sso' communista cosììì (raddoppiando le doppie, alzando il tono della voce e tutte e due i pugni in alto!!!). Ecco, poichè questa cavolata, a parte il luogo che si prestava al gioco delle parti (una intervista comica di Crozza nel suo show), è tale che non avrà bisogno di alcuna smentita, noi vogliamo solo rivolgere un pensiero conclusivo sull'argomento Pd-comunismo: forse qualcuno lo è stato; forse anche al meglio; forse molti sono pentiti di aver buttato bimbetto e acqua sporca insieme restando solo con la bacinella unta di sapone; forse parecchi stanno pensando di riaprire una linea di credibilità a quei comunisti che sono rimasti coerenti e non si sono mossi al meglio della furbizia e scaltrezza di qualche massimo che stava di là; tutti però possono giudicare che fare cinque minuti di comunista è bello, far sembrare di esserlo e non pensarci proprio è astuto ma essere comunisti, dirlo ed agire come tali è il massimo. Tastorosso

chiave

Negli anni sessanta, per usare una metafora che fosse ben compresa dal popolo minuto (pensate sia alla scarsità di media che divulgavano notizie, così come al bassissimo taso di scolarità) Pietro Nenni, per intendere che i socialisti stavano facendo un passo per andare a governare e portare una ventata di riforme (la storia vuole che sia stato fatto con l'accordo del Pci di Togliatti) nell'esecutivo fino ad allora solo democristiani, disse questo concetto: entriamo nella stanza dei bottoni così avremo la chiave per le decisioni. E' importante la chiave. Simboleggia il possesso, ma anche la condivisione; il focolare e la casa, ma anche il paese d'origine. C'è chi, questa chiave, la vive con una simbologia ancora più drammatica, tragica. Sono i palestinesi cacciati dalle proprie terre e che ora sono esuli in Libano (come nei campi di Shabra e Chatila); in Giordania (nei dintorni di Damasco così come in tutto il paese); così come nella striscia di Gaza o in Cisgiordania. In tutte queste realtà, ogni famiglia palestinese ha appesa all'esterno della baracca, o della tenda o della situazione abitativa precaria in cui versa, una chiave. Che è insieme, la chiave materiale della casa che è stata costretta ad abbandonare e che magari ora è abbattuta. Che è anche una chiave simbolica perchè sta lì a sottolineare che l'intento e l'obiettivo della vita - insieme rivendicazione e sogno d'ogni singolo palestinese - è fare ritorno "a casa" portando le proprie chiavi. Per questo la manifestazione di sabato 29 è stata aperta, ancor prima della bandiera palestinese, da una gigantesca chiave che simboleggia questo sogno-diritto. Oggi, poi, a pochi giorni dal documento internazionale firmato a Damasco sul diritto al ritorno; questo simbolo ha maggior forza di diritto perchè sotto l'egida internazionale si è scritta una importante pagina per ogni rifugiato in esilio, a maggior ragione proprio per il popolo palestinese, in quanto è stato riconosciuto il diritto al ritorno. tastorosso

contenuto

di una bottiglia o di una busta tetrapak di latte è il latte. E, solitamente, quando voglio acquistare del latte, pur avendo preferenze tra vetro o tetrapak o pet o plastica, mi è abbastanza facile decidere di prendere l'uno o l'altro involucro in quanto ciò che mi fa decidere è il contenuto, il latte stesso. Allo stesso modo, se nello scompartimento del lattaio o del supermercato trovo tante bottiglie tutte insieme, o tante marche di bottiglie tutte insieme, ovvero solo un paio di tipologie del latte che sto cercando io, ciò che mi farà decidere quale acquistare è quel latte che piace a me. No, non sono impazzito, nè devo proporvi il tre per due alla coop. E' semplicemente che questo banale esempio su contenitore e contenuto mi è venuto in mente dopo aver letto l'agenzia stampa della Dire in cui vari esponenti del Pd, in primis Tonini - braccio e mente destri di Veltroni - che spiegano cosa e perchè lo faranno a proposito dello sciopero del 12 dicembre. Bene, Damiano, l'ex ministro, ex segretario della fiom, ha detto che anche se il Pd, suo partito, che dirige con altri, non partecipa nè aderisce, conta di stare lì al fianco degli operai. Al contrario, Tonini, ritiene sbagliato lo sciopero, sbagliato aderire, sbagliato partecipare. La chicca è la motivazione: perchè siccome lo promuove un solo sindacato, la Cgil, il Pd non vuole essere o fare da cinghia di trasmissione. Ed ecco il punto. Sia Damiano che Tonini, ci hanno parlato del tetrapak e della bottiglia. Ma del contenuto? Le motivazioni dello sciopero: contro il governo e contro i padroni (in verità la Cgil è stata pure timida nei manifesti, perchè ha chiamato a raccolta contro ...la crisi) sono o non sono condivise? Piace questo contenuto o no? Compagno Damiano se quel contenuto lo condividi non è una cosa da poco ricevere una sportellata in faccia dal tuo partito: è roba da mandarli al diavolo e cambiare collocazione (oppure è opportuno, per te restare? Appunto da opportunista?). Fratel Tonini, sii più esplicito, senza nascondere la linea del Pd dietro il tetrapak: tu non partecipi perchè la linea politica che esprimi in questo contenuto è pari a quella del governo e dei padroni: allora, con chiarezza mandaci al diavolo, a noi che saremo in piazza il 12 dicembre. E noi, ma anche gli altri lavoratori avranno più nitida l'immagine di fronte di chi sta con chi. E soprattutto dove sta nascosto l'amico del giaguaro. Il contenuto è il contenuto, la bottiglia è la bottiglia, specie quando è vuota. tatsorosso

sommarietto 22 novembre

qui sotto, per il "moderno vocabolario politico-sociale" abbiamo aggiunto il tema "parte". Nelle pagine sopra la testata abbiamo arricchito di notizie e commenti i contenitori "Editoriale", "Internazionale" e "Bandierrossa". Nella prima pagina ciò che vedete anche in evoluzione, perchè, come possiamo, aggiorniamo con contributi "catturati" altrove, o giunti ad arricchire da singoli e soggetti sociali, o da noi sollecitati. Ultima nota odierna, per chi legge da Castelli romani e Lazio, stiamo partendo con la pagina specifica (sempre sopra la testata) Castelli.

parte

la realtà delle cose, nella società occidentale, non ha armonia. Per lo più è divisa in due parti. Una parte che sfrutta e cerca alleanze, connivenze, sodalizi, complicità tutta volta a soggiogare un'altra parte che è solidale, debole e che cerca di resistere allo sfruttamento. Anzi ad opporsi ad esso e se vi riesce anche a smantellare lo sfruttamento stesso. Per lo più i capitalisti, molti corrotti, la stragrande maggioranza degli opportunisti, i padroni antelitteram ed i padroncini autoillusi di essere i padroni-capitalisti sono in questa parte. I lavoratori, i precari, i senza lavoro, gli artigiani che soffrono la doppia condizione di essere piccoli imprenditori imprigionati nel sistema ma che non vogliono sfruttare i propri addetti, chi opera nel sociale, è nella seconda parte. Per lo più i referenti politici della prima parte sono le attuali forze del governo guidato dal piduista Berlusconi (ma spesso a costoro va bene qualunque direzione filo governativa e filo potere), ma anche gli oppositori (loro malgrado) della destra, ma anche buona parte della attuale opposizione parlamentare (siano essi i dipietristi che i veltroniani). Al contrario, la seconda parte fa quasi tutta riferimento alla attuale sinistra extraparlamentare e a quell'arcipelago di sociale e movimento di idee ribelli e di comunisti non ancora ben organizzati. Ora per rendere le cose chiare, semplici, visibili e, quindi, costringere ognuno di noi che potrebbe essere debole, se solo, di fronte all'arroganza e alla prepotenza degli sfruttatori occorre fare una basilare operazione verità sulla parte e su ognuno. Ognuno ha il diritto di stare dalla parte che crede lo rappresenti: ma deve chiaramente essere riconosciuto che quella prima parte lo iscrive nella parte degli sfruttatori, dei capitalisti, dei padroni e delle destre. Così come, chi si crede di essere di sinistra, progressista, anticapitalista e contro gli sfruttatori non ha alibi di sorta, la sua parte è la seconda. Ora che per parte in commedia qualcuno si mascheri e si faccia gli affari propri, è umanamente comprensibile; un po' da fessi e francamente incomprensibile è reggere il moccolo e fare la clacque a chi mischia le carte fregando i più. Perchè, l'ultima cosa ce lo testimoniano i numeri, la prima parte basa il proprio inganno sociale e politico facendo credere ad ognuno che comunque potrà far parte del giro (degli sfruttatori e potenti ed averne i privilegi), ma non è così. Al di là dell'etica, che a nessuno di costoro frega nulla, è certificato che l'espansione della ricchezza nelle classi medio alte è aumentata per le altissime (euromultimilionari), ha fatto un piccolo balzo (circa 20.000 famiglie in tutta italia negli ultimi anni) per le classi medie (euromilionari) ed invece si è ristretta per la classe media (i benestanti che hanno proprie attività e proprietà). Ecco allora che la parte inconsapevole che si affida alla parte prima e alla destra governativa forse si sta fregando da sola. Ed ecco dimostrato che chi affida alla parte seconda pensando di garantirsi con gli oppositori comodi (Pd, Idv) si troveranno ugualmente turlupinati. Quelli che non hanno nulla da perdere e che sono già sostenitori della parte sana della società possono essere il solo punto di riferimento. Per rimettere, se non altro, le cose in chiaro e dare ad ognuna il proprio nome: i padroni sono padroni, la destra è destra, la sinistra è contro lo sfruttamento e il cambiamento nasce dalla lotta dell'opposizione sociale e politica non dai minuetti del teatrino gelliano. Quindi le due parti, in realtà vanno interpretate non come di quà e di là fittizie ma come sopra e sotto, e destra e sinistra: e la nostra scelta rivoluzionaria è far coincidere chi sta sotto con la sinistra. Allora il blocco sociale e politico potrà proporsi come parte della società che rappresenta gli interessi di tutti: contro solo gli sfruttatori. tastorosso

sommarietto 18 novembre

E' allarmante l'assenza di notizie certe di quanto stia accadendo in Palestina a Gaza, per questo nella pagina Internazionale vi diamo qualche elemento in più di quanto Israele non dica e non permetta di sapere dalla stampa che caccia via. Dure accuse ai dirigenti Thyssen. Ha ragione il pm Guariniello ad affermare che forse nel paese si può realizzare una svolta sulle responsabilità per le morti da lavoro. Purtroppo con una giornata già funestata, oltre che dal dolore deif amiliari della Thyssen, anche dalle vite bruciate a Sasso Marconi. Il governo, intanto, è intento ad attivare il gioco delle tre carte per far assistere alla prestidigitazione del piduista capo dell'esecutivo che alla fine dirà: qui investiamo, qui togliamo e per far star buoni i sudditi a fine anno gli diamo un contentino che ci facciamo restituire con qualche prelievo fantastico del giocoliere Tremonti. Non solo governo; la grande sorpresa nel suo proporsi più democristiano di Casini, ormai Fini è lanciatissimo. O pensa che Berlusconi ne abbia per poco e quindi accelera; oppure pensa che più va veloce ora meno conti pagherà elettoralmente...ma noi, impertinenti, gli ricordiamo la foto di famiglia fornitaci dal Mercante di Venezia.tastorosso

solidarietà

la prima solidarietà importante che viene alla mente è quella dei due testimoni che, in quella magnifica terra di civiltà e di cultura che è l'emilia romagna, in presenza di criminali con la tara razzista che hanno dato fuoco al più inerme degli esseri umani, un senzacasa senzalavoro senzafamiglia, non ci hanno pensato su un attimo e sono corsi a collaborare per punire i colpevoli del gesto criminale. Solidarietà è quella che viene in mente verso gli operai ed i lavoratori e dipendenti dell'Alitalia che attivano il fronte del no. Perchè sono lì, mi ha scritto un compagno, in quanto non possono non dire no al nulla che gli viene prospettato. E' così. E allora l'altra solidarietà è quella dirimpetto a tale situazione e che salta subito agli occhi. Quella che dovrebbe garantire ogni forza che si richiama al sindacalismo e ai diritti del lavoro. E cosa distingue una piccola comunità di difensori dei propri diritti ed interessi rispetto ad una grande forza sindacale? E' la solidarietà che quest'ultima deve essere in grado di esercitare svolgendo perfino un ruolo - oltre che rivendicazionista - anche di compensatore sociale. E cosa sta compensando la Cisl Ricerca e la Cisl scuola, quando abbandona a se stessi quei genitori che si battono per non smantellare la parte di scuola che garantisce diritti e non rinuncia al diritto allo studio (inclusi atti solidali di diritti universali riconosciuti ed applicati come quello dell'integrazione tramite l'istruzione)? Cosa sta compensando quella Cisl quando non è più al fianco dei ricercatori che denunciano periodicamente da giornali e schermi televisivi che per fare quello che amano ed in cui riescono meglio - tra l'altro con molto vantaggio per il paese e per qualche azienda capitalista italiana - devono recarsi in parti dell'occidente dove vengono apprezzati, pagati, spremuti e poi o integrati al sistema in cui si trovano o rispediti a casa? Cosa sta compensando ed in quale stile solidale quella cisl che vedrà solo dalle finistre sfilare la grande manifestazione degli studenti medi ed universitari che si sta preparando per il 12 a Roma? E quale solidarietà Cisl e Uil nell'incontro con il cappello in mano ed il capo chino chiamati dal capo piduista del governo hanno potuto esprimere se non quella verso la Marcegaglia che era lì a chiedere e ordinare che i padroni fossero aiutati, e la segretaria del sindacato fascista ripulito pronta ad incassare solidarietà politica per appartenere ai vincitori (alla faccia dell'accusa di gestione "politica" della Cgil della fase contrattuale attuale)? Ecco la solidarietà è una delle chiavi che muovono l'appartenenza alla cultura italiana fatta di quotidianità e di frequentazione condivisa verso chi ha bisogno di aiuto, di sostegno, di forza morale e materiale da mostrare in frangenti difficili (una lotta, una esclusione sociale etc). Per questo il quesito, oltre quello pubblico che può sempre essere urlato come denuncia, sulla solidarietà mancata, ogni sera che Bonanni fa ritorno a casa e, oltre che da sindacalista, anche da buon cattolico, sarà abituato a farsi esame di coscienza, come si porrà la domanda?: quanto ho fatto contento il padrone e il governo per essere stato solidale col più forte? Oppure, quanto sono stato solidale col pubblico impiego avendoli convinti che a fronte di più di cento euro di ogni contratto fin qui firmato, il loro è proprio buona cosa averlo siglato a 70 euro lordi? Oppure, ancora, si chiederà quanto sono stato solidale con la Uil e l'Ugl per aver messo all'angolo la Cgil. Un po' come voleva un pezzo di Pd, tutta l'Udc e buona parte del Pdl per trattare le posizioni di sinistra (anche sindacali) come "radicali" perchè appartenenti a forze vicine agli "extraparlamentari" ed ai comunisti, cioè quelli da cancellare? Bonanni, complimenti per la genuflessione al piduista intanto che ti facevi servo del padrone e crumiro coi lavoratori: l'unica solidarietà che possiamo offrirti, oltre quella del rinsavimento politico-sindacale, è di consigliarti di non farti vedere dalle parti dei lavoratori in lotta. tastorosso

lavoro

In tre notizie che riportiamo di seguito, Obama, Napolitano e Lula, e la produzione Istat, c'è un condensato di cosa diavolo sta accadendo all'economia. All'economia capitalistica. A questa parte di mondo che noi abitiamo e che dobbiamo il più presto possibile iniziare a rivoltare sottosopra se non vogliamo impazzire delle cose che potremmo pensare. La chiave è il lavoro. Questa nostra società capitalistica ha prodotto (tramite il lavoro sfruttato che ha arricchito pochi capitalisti) una immensa quantità di beni che non sa più a chi dare. Intendiamoci il problema sarà, da qui a quando lo sapremo affrontare, anche come far coniugare un lavoro (possibilmente piacevole e poco alienante) e il prodotto di questo impegno dell'ingegno, del tempo e della fatica umana. Intanto però il dato è che le macchine, le automobili hanno riempito buona parte del pianeta da noi calpestato. Le cementificazioni per case, palazzi, paesi e città ha distrutto un bel po' di spazio non riproducibile e lasciato la vecchia edilizia per lo più abbandonata a se stessa, tutto ciò ha prodotto lavoro. Ma questi frutti sono diventati non alla portata. Allora, la fertile mente del capitalista, che pensa sempre che al mattina di casa esce un furbo e un cojone, ha inventato i subprime. Cioè, non ce la fai a comprarti la casa col mutuo perchè non hai garanzie (ha detto e fatto Bush, che guarda caso ha nella famiglia grandi interessi con l'immobiliare internazionale Carlyle), non ti preoccupare. Noi inventiamo una carta (futures) che diamo alle banche che riceveranno soldi per clienti che le acquisteranno e che guadagneranno sopra essa quando tu finalmente pagherai il tuo debito. Insomma la vendita della dilazione di pagamento di un debito che era già un mutuo. Accade che 5.000.000 cinque milioni di famiglie non ce la fanno a pagare il mutuo e allora si corre ai ripari. Bush, e tutto il capitalismo occidentale hanno la trovata. Il lavoro non c'è. Allora lo stato (ogni stato) può pagare quei debiti alle banche che si trovano in mano carta straccia che vengono rivendicate come soldi dai creditori (tra cui Bush e tutti quelli che con banche, finanziarie e immobiliari hanno a che fare nel capitalismo occidentale imperante). E cominciano a frullare somme da capogiro. 700 miliardi di dollari mettono sul tavolo gli States. 2-3-400 i vari stati europei.Sempre per pagare soldi che hanno valore di carta straccia e carta straccia che assume valore di soldi. Bisogna interessare il Fondo Monetario Internazionale etc. Ma nessuno ancora ha tirato fuori come priorità il lavoro per chi non lo ha così da metterlo in condizione di provvedere a se stesso. Ed eccoci alle tre notizie. Obama, saluta la vittoria e dice che salvaguarderà ed interverrà per sostenere la classe media. Poi penserà anche ai ceti più deboli. Alla faccia della logica e dei valori cristiani sventolati. Prima si pensa alla classe media e poi ai più diseredati..se ce l'avranno fatta a resistere. Lula dice a Napolitano, guarda che così "compagnero" non va. Il G8 deve pensare alla parte di mondo che sta galappando verso il progresso economico, tecnologico, sociale. Tutti i grandi si devono misurare con noi e distribuire meglio le ricchezze e le risorse del pianeta. E' un po' il risvolto, non ancora affrontato, delle cose e della qualità e quantità da produrre. L'Istat, che analizza con numeri crudi ogni cosa, e quindi anche il lavoro, per quanto riguarda il nostro paese decreta che peggio di così stavano dieci anni fa. Alla faccia del progresso capitalista. Intendiamoci, non è che c'è un marziano che nel frattempo si è istallato sulla terra da altri mondi e sta rubando il nostro lavoro, i nostri soldi ed i nostri beni. No, semplicemente ci sono una serie di appartenenti al capitalismo occidentale (sempre quelli che operano con finanze e spostamenti di crediti tra banche e immobiliari, che magari stanno al governo o partecipano a salvataggi di aziende italiane che hanno bisogno: a proposito è ottimo l'impegno di Caltagirone per l'Alitalia; coincidenza tra i beni di Alitalia ci sono ettari ed ettari di terreno tra la magliana e Fiumicino) che stanno arricchendosi in modo spropositato, facendo storcere il naso perfino a gente col pelo sullo stomaco (cribbio, ha detto il piduista Berlusconi, capo del governo, è ora di finirla con queste speculazioni finanziarie. Se lo dice lui...).Ecco allora che i milioni di euro che vengono dichiarati per essere impiegati qui o là, non potranno non partire, ed ogni poverocristo avrà il diritto di urlarlo a squarciagola, dalla salvaguardia dei servizi, del lavoro sano e produttivo che c'è, anche se a pagare (per una volta, con minor guadagno non con la bancarotta o il suicidio) sarà qualche capitalista. Dal lavoro, ricominciare dal lavoro, questa è la chiave, modificando, già ora le produzioni inutili là dove ci sono ed utilizzando tutte le tutele sociali per garantire un minimo di vita dignitosa per tutti. Tastorosso

sociale

è emergenza sociale se si possono certificare, cioè riconoscere come esistenti, sette milioni e mezzo di poveri nel nostro paese. E' questione sociale preminente, per tutta la società italiana, il fatto che migliaia di famiglie, molte monoreddito, sono restate, stanno rimanendo o rimarranno senza una delle entrate principali economiche per le fabbriche che chiuderanno ed i posti di lavoro che verranno meno. E' incazzatura sociale, il movimento diffuso ormai in mille rivoli di lotte locali, regionali, distrettuali, settoriali, nazionali che stanno prendendo piede come arma di denuncia e di richiesta di misure da adottare in tutto il paese da parte di impiegati, lavoratori, operai, stagionali e giornalieri. A conferma della valenza generale dei temi dell'istruzione, della ricerca e della formazione delle nuove intelligenze che guideranno il paese, è stato giusto che i protagonisti dell'Onda studentesca, si siano recati nel parlamentino della Fiom, motivando che per coincidenza della questione sociale che li abbraccia, è bene che d'ora in avanti le lotte di studenti e operai si facciano insieme. Sociale, potrebbe essere un intervento mirato a tutelare (letteralmente, con una tata) il presidente del consiglio che riesce ogni volta che pensa di essere originale a fare più danni di un elefante che faccia piroette in un negozio di cristalli. Assolutamente di rilievo sociale sono ormai le inquietanti presenze politiche che i grupposcoli fascisti sparsi nel paese, cercano di far passare come "normali" al solo fine di non garantire più agibilità democratica alla vita istituzionale e politica del paese di tanti giovani democratici. E', sindacale, politico, economico, e, finalmente, sociale, la decisione della Cgil - e cisl e uil in quanto sigle facciano quel che credono -di indire al più presto lo sciopero generale in tutto il paese. Ribadiamo è risposta economica e sindacale, ha indubbi aspetti politici, ma è sicuramente, in questo periodo, il più grande intervento sociale che si potesse ipotizzare. maurizio aversa

nessuna

Sembra che il sessanta per cento degli aventi diritto al voto abbia partecipato alla elezione del nuovo presidente degli States, Brak Obama. Quindi della poco più della metà, di tutti quelli che avrebbero potuto, in qualità di cittadini, andare ad iscriversi, due ogni tredici hanno esercitato il diritto di voto. Per spiegare con cose di casa nostra: è come se dei 23 milioni di elettori, una parte, circa 12 milioni si vanno a prenotare per esercitare il diritto. Di questi solo 8 milioni vanno effettivamente a votare. Tra i quali, il 52 per cento ha scelto il candidato vincente. Quindi 4,5 milioni. Cioè, l'Italia sarebbe governata da una forza capace di suscitare consensi tra il sette-otto per cento di tutta la popolazione. Questo è stato l'esercizio formale, per dire di altro, della applicazione delle regole democratiche del più grande paese nel mondo occidentale che vuole recarsi in ogni dove ad "insegnare" i valori e le regole della democrazia. Ma Tocqueville non ha proprio nulla da dire? Nessuna remora dunque che tutti i fulminati sulla via di Damasco, pur non essendo nessuno Saul, si siano sbracciati per certificare l'evento storico. Nessuna regola od idea per quanto di spessore o per quanto di retaggio storico(nel senso dei secoli trascorsi) può davvero accreditare, se non fermandosi alla superficie, l'appellativo di storico a quanto accaduto oggi. Nessuna meraviglia, immagino, susciterebbe in alcuno se nel comune xy sperduto in Italia, si venisse a sapere che tutte le amministrazioni che si sono succedute dal dopoguerra ad oggi, con varie formazioni politiche e con ricambi continui, hanno datocome risultato della assenza totale di nepotismo, raggiri, abusi d'ufficio, appalti pilotati e porcherie simili. Nessuna meraviglia tranne che dire, vi siete decisi ad essere normali!. Ecco, è quanto è accaduto negli immaginifici Usa, dove un presidente eletto, solo per il fatto di essere afroamericano, invece che latino o indoeuropeo abbia potuto esultare "Siamo gli Stati Uniti la nazione dove tutto può succedere". Cioè, quindi, anche essere normali. Ce l'avete fatta. Cominciate a mettervi a paro. Che i vostri retaggi, che nessuna politica progressista (mica comunista) vi ha mai richiesto, ha avuto per lascito il germe del razzismo di ritorno in europa e nel nostro paese. Nessuna meraviglia dunque che i veltroniani abbiano immediatamente mutuato usi e costumi di Kojac per festeggiare. Va bene motivare che vi chiamate allo stesso modo, va bene che una festa illusoriamente sognata da voi autosufficienti vi era rimasta "in canna"; però se proprio volevate festeggiare l'accortezza di non farlo al centro del centro quasi elitario potevate sceglierla. E, comunque, nessuna, nessuna pietà per l'orribile scelta kojachiana di offrire ciambelle e caffè americano invece di fette di pane, porchetta e vino dei Castelli.

centralità

Un governo, quello guidato dal piduista Berlusconi portatore non sano di giganteschi conflitti di interesse, che tiene in modo particolare a dividere il fronte sindacale con prebende e ammaliamenti, tutto nonostante la propria indiscutibile attuale forza politico-elettorale, in verità non avrà paura della crescita di coscienza che sta riaffiorando nella società per la centralità del lavoro? Una classe padronale che ha al proprio inetrno e nelle organizzazioni che esprime quei padroni che volevano prendere a calci in culo i sindacalisti che sarebbero andati "a rompergli i cogl..", così come quelli che hanno teorizzato circa l'ineluttabilità della tragedia Thyssen o - addirittura - della richiesta di risarcimento danni ai morti nel silos della umbria olii di Campello sul Clitunno, in realtà non hanno tutta questa libertà di manovra perchè non è più visibile la centralità del lavoro e non si vede ancora bene il profilo della nuova moderna centralità del lavoro? I giovani comunisti che nel movimento per la scuola contro la Gelmini pensano a gestire un centro di mutualità concreta come è l'aiuto giuridico per le imbecillità delle direttive da questurino che il ministro dell'interno emana sulle occupazioni, non sono complementari alla proposta di Gianni Rinaldini che annunciando losciopero generale lo vede come costruito e realizzato assieme al movimento degli studenti, ed ambedue non sono la rappresentazione visiva della nuova moderna necessità di dare vita ad una nuova centralità del lavoro? Lavoro come espressione umana, come mezzo di sostentamento e di contribuzione alla società delle proprie capacità da condividere; lavoro come rappresentazione in acrne ed ossa delle persone, gli operai ed i lavoratori che ne sono gli artefici primi; lavoro come nuovo lavoro, nelle modalità di espletamento - quando volontario è fattore di positività - e nelle dinamiche di nuovo sfruttamento come il precariato e la parcellizazione inerente che colpisce soprattutto giovani, donne ed espulsi da precedenti cicli produttivi. E tutto ciò non è denuncia, necessità manifesta di una nuova centralità del lavoro, dei lavoratori salariati? E chi se non il riconoscersi in classe, classe lavoratrice, classe operaia ci dà l'immediatezza della risposta alla richiesta di centralità? Chi se non l'organizzazione dei lavoratori, fatta dai lavoratori, pensata, guidata, diretta dai lavoratori è garanzia di questa rinnovata centralità? Chi se non un partito comunista ri-costruito qui ed ora, qui nel nostro paese e ora nel duemilaotto è la risposta più moderna per far partire valori sociali e salvaguardia per gli individui liberi è la risposta per ripartire dalla centralità del lavoro e dell'umanesimo sociale nel nostro paese? Tastorosso

Oppure

Oppure hanno ragione le assistenti di volo che non hanno firmato l’accordo perché è davvero umiliante, oltre che materialmente impossibile, far coincidere dei tempi di lavoro “asettici” come se gli orari di vita non comprendessero la cura delle persone congiunte o presenti in casa. Oppure si deve fare proprio come hanno fatto il sindacalismo alternativo e la Cgil Funzione Pubblica che hanno mandato a quel paese il governo e Brunetta che irresponsabilmente e disumanamente ha fatto finta di non sapere che 40 euro nette in due anni sono meno di una elemosina non proposta a nessun altro contratto affrontato fino ad ora (dove ci si è orientati, anche se insufficienti per la crisi, attorno alle 100-120 euro annui); così come ha taciuto che dei 2 miliardi impiegati lo scorso anno ne prevede meno della metà per i prossimi due. Oppure hanno ragione i lavoratori che si indignano e che vogliono raggiungere ben altri risultati a fronte di una economia che si presenta come “capitalismo in difficoltà” in cui occorre tirare la cinghia e quella a cui vengono aggiunti i buchi per restringere è sempre quella dei lavoratori mentre le Banche – per le operazioni della finanza, dell’economia di carta -, trova ampia disponibilità nelle casse Bankitalia. Cioè la nostra banca nazionale. Quella stessa a cui attinge il piduista Berlusconi per i suoi giochi finanziari affidati alle innumeroveli presenze societarie nazionali e internazionali e multinazionali tramite figli, parenti, amici e sodali. Oppure hanno dalla loro parte la ragione della storia e degli avvenimenti coloro che gridano allo scandalo per il fatto che il consegnatario della tessera P2 numero 1816, Licio Gelli, benché ai domiciliari, benché vecchio e malandato, stia ancora lì a blaterare per tifare Silvio Berlusconi. Oppure abbiamo ragione pure noi che gli abbiamo dedicato lo sdegno di Sonia Alfano, il grido di Paolo Bolognesi ed il nostro schifo con uno sputo in faccia. Oppure tutto questo non è sufficiente se non ci unisce, come comunisti, per dare coraggio e speranza alla sinistra che aggregando le forze democratiche ricacci nelle fogne il lordume fascista, i mestatori che operano nell’ombra e finalmente prospettino un approdo della società che superi lo sfruttamento, che superi i disvalori, che superi il capitalismo come ci ricorda Paolo Ferrero nel bel documento redatto oggi. Tastorosso

MENTRE

Mentre poliziotti e carabinieri disattenti si facevano distrarre dai mille colori della pantera ritornata, e dai ruggiti di un movimento di lotta che non ci stà a finirla così, quarantaquattro fascisti manganellatori - ci sarà l'accusa di vilipendio per questi incolti che hanno dipinto i colori della bandiera sui loro vigliacchi bastoni? - la facevano quasi da padroni. Ma la giovane pantera non è un micetto. Quindi prima ha respinto l'assalto ed in seguito ha destinato le proprie energie a continuare la propria lotta, fatta di manifestazione e di ricerca del consenso contro un governo che "governa" i propri sondaggi come un pastore le pecore. Mentre gli studenti lottano, le fabbriche chiudono. Perchè la famosa colonna portante dell'economia italiana fatta da piccole e medie imprese, è lesta a chiedere ed ottenere prebende, esoneri, finanziamenti, commesse pubbliche ed altro, così come è sveltissima a chiudere aziende - anche quando sono sane - mettendo sul lastrico migliaia di famiglie. Perchè il succo del mercato capitalistico è che servono le mani libere (più mercato e meno stato hanno gridato all'ossesso Comunione e Liberazione, poi i socialisti craxiani, poi la confindustria, poi il loro governo servo del piduista Berlusconi), infatti hanno ottenuto denari pubblici (cioè di tutti noi) per salvare iniziative e fondi finanziari privati (cioè i loro) e non avere così più un euro per scuola, ambiente e lavoratori (cioè le cose che interessano noi). La conclusione è che mentre accade tutto ciò, sarà bene che chiunque stia lottando per qualche giustizia sociale da rivendicare, agisca anche sul piano politico. Ricordando contro chi si sta lottando oggi, mentre l'informazione è manipolata; domani, mentre i poteri forti tenteranno di anestetizzare qualunque spinta sociale e culturale e - appunto - politica da cui tutto ciò potrà derivare; e perfino in un futuro più lontano, mentre le forze di sinistra e di progresso, a cominciare dalla forza comunista, saranno nuovamente l'unico approdo sicuro per coniugare libertà con giustizia sociale. tastorosso
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