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Proposta fatta al Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia da alcune sezioni FGCI gennaio 2015

PER LA FEDERAZIONE GIOVANILE COMUNISTA d’ITALIA

FGCI, Federazione Giovanile Comunista d'Italia. Il nuovo inizio dei giovani comunisti

FGCI, Federazione Giovanile Comunista d’Italia. Il nuovo inizio dei giovani comunisti

La recente nascita del Partito Comunista d’Italia, causata dalla necessità oggettiva di ricreare un Partito Comunista adatto all’agire politico di questo periodo storico, pone la necessità di formare un’organizzazione giovanile comunista che segua la stessa linea politica, con il compito di inserirsi nel tessuto giovanile del paese e di diffondere al suo interno i contenuti del Partito e della sua ideologia. Una giovanile che abbia la volontà e sia capace di educare le giovani generazioni al Marxismo, attraverso lo studio della storia e l’eredità lasciataci da grandi Comunisti Italiani quali Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Luigi Longo ed Enrico Berlinguer.
“Educare le giovani generazioni al Marxismo” è una frase che ha tutt’oggi un valore, un valore che coincide con la necessità di creare una realtà politica della gioventù la quale rifiuti il modus operandi odiernamente imposto dal Sistema Capitalistico a tutta la popolazione occidentale, incarnabile nel mito del “Self made man”statunitense, oggi “exeplum” di educazione per la maggioranza dei giovani. Lo stesso attuale Governo (Renzi) è l’esemplificazione perfetta di come il mito, l’immagine, la prepotenza e l’arroganza siano ormai considerati valori “vincenti”, da contrapporre a valori “perdenti” come la solidarietà, la capacità,l’intelligenza (si noti: nel lessico italiano le parole “Perdente”e “Vincente”, con tutti i loro sinonimi, hanno un larghissimo uso, soprattutto come “concetti” in cui dividere gli esseri umani, da relativamente poco tempo, una ventina d’anni abbondante. All’incirca dal crollo del Blocco Est e dall’inizio dell’Americanizzazione selvaggia successiva, con i suoi concetti culturali, ivi compresi i termini “Winner” e “Looser”). In parole povere, la battaglia della Giovanile Comunista dovrà essere in primo luogo culturale, si dovrà scontrare con il pensiero Capitalista ormai dominante “Il più forte vince, il più debole soccombe” da una parte, dall’altra con il senso di impotenza esistenziale che affligge le giovani generazioni, abituate a non vedere ne avere nessuna certezza riguardo il proprio futuro,accettando di conseguenza uno status di “schiavi” del terzo millennio disposti a qualsiasi lavoro e condizione per sopravvivere.Dovrà essere la battaglia del “Pensiero Forte – Ideologia”contro il “Pensiero Debole – Nichilismo”.
L’organizzazione(intesa come apparato) è necessaria, lo insegna la Storia: anche nei movimenti spontaneisti si vede un buon funzionamento là dove è riscontrabile una organizzazione, magari non dichiarata, ma presente e tangibile. L’organizzazione, per quanto piccola, se compatta e unita, è destinata ad espandersi e a raggiungere i propri obiettivi.Si badi, compatta e unita non vuol dire priva di spinte e stimoli individuali, vuol dire concepita con alla base il Centralismo Democratico, unica reale garanzia di unità di lotte senza“personalismi” eccedenti. La consapevolezza di portare avanti la stessa lotta con lo stesso simbolo e uguali parole d’ordine a centinaia di Km di distanza, le stesse campagne nazionali dal Nord al Sud, crea uno spirito di corpo sano e vivo, e la consapevolezza dell’elementare concetto “L’unione fa la forza”. Quando un individuo è solo (si percepisce isolato) non si organizza, lotta per sé stesso, cascando nel meccanismo sopracitato del “Self Made Man”. Se un individuo percepisce un unione parziale, un fronte comune immediato, si mette a disposizione per una lotta comune, ma mantiene comunque dei margini di “individualismo” (Esempio perfetto gli aderenti al M5S, che vogliono cambiare il sistema, ma il cambiamento viene diversamente declinato a seconda del soggetto interrogato, del periodo e dell’umore quotidiano del big boss). Se un individuo, in questo caso un giovane, percepisce un apparato di lotta, reale, tangibile, organizzato, è più facilmente disposto ad aderire coscientemente oltreché ad approfondire l’analisi ideologica, compiendo in tal modo un passo effettivo verso l’adesione alla Lotta di Classe. Ricordiamo che non tutti quelli che simpatizzano Comunista hanno una conoscenza effettiva dell’ideologia, tanto meno della Lotta di Classe e del suo significato, oggi più attuale che mai nella lotta contro il Capitalismo sfruttatore.
La necessità di una giovanile è data dal continuo evolversi del mondo in cui il Partito opera, si pensi ai cambiamenti avvenuti negli ultimi dieci anni, in ogni campo. La mentalità, il linguaggio, i costumi cambiano. E’ necessaria una sezione del Partito che si occupi del campo giovanile, non a caso soggetto da anni ad un bombardamento mediatico ossessivamente anticomunista, che mantenga vivo e vigile il Partito al suo interno, senza camuffarsi sotto altre sigle e associazioni o sotto una “finta indipendenza” palesemente non reale. La Giovanile Comunista deve essere fiera del suo essere parte del Partito, mantenendo una propria autonomia parziale, come è sempre stato nella storia politica dei Partiti Comunisti
Il nome FGCI (Federazione Giovanile Comunista d’Italia) è dato da due ragioni:
Come il Partito Comunista d’Italia riprende il primo storico nome del Partito Comunista Italiano per dichiarare il “Nuovo Inizio”, la Federazione Giovanile Comunista d’Italia riprende il primo nome della storica Federazione Giovanile Comunista Italiana per dichiarare il proprio “Nuovo Inizio”
La dicitura “d’Italia” anziché “Italiani” è dovuta ad una effettiva correttezza sintattica: la nostra è la Federazione che vuol prestarsi a diventare La Giovanile Comunista del Paese, Il riferimento nazionale per le giovanili comunista degli altri paesi, in un’ottica internazionalista
Questa è la nostra proposta. Una proposta consapevole delle difficoltà che il progetto incontrerà nell’attuazione pratica e della qualità del lavoro politico che dovrà svolgere. Ma ricordiamo come molti grandi partiti comunisti sono partiti, ovvero come avanguardie, e come si sono ritrovati ad essere partiti di massa.
Lottiamo perché il futuro sia migliore del nostro sogno più bello
Federazione Giovanile Comunisti Italiani – Fermo
Federazione Giovanile Comunisti Italiani – Parma
Federazione Giovanile Comunisti Italiani – Frosinone
Federazione Giovanile Comunisti Italiani – Veneto

(riproduciamo l’intervista a Cesare Procaccini, segretario Pdci. L’Intervista è a cura di Agrippino Castania (tratto dal sito: http://www.theuniversalworld.com)
PER UN GRANDE PARTITO COMUNISTA UNITO. PER UNA COESA AMPIA SINISTRA.

Partito Comunista d'Italia

Partito Comunista d’Italia

Gli ultimi anni nel nostro Paese si è verificato un disastroso abbattimento del diritto dei lavoratori, portando la stessa Italia ad affrontare una crisi infinita. Il Pdci ha voluto fondare un nuovo partito politico che riunirà tutti i grandi soggetti della vera sinistra italiana, infatti nel nuovo Partito Comunista d’Italia vi è la volontà di guidare un largo fronte, per tutelare il martoriato campo del lavoro. La libertà degli uomini è messa in pericolo dallo sconfinato sistema economico. Senza questo diritto si rischia di cadere nel macabro tunnel del non ritorno.
La sinistra ha più volte evidenziato grandissime spaccature all’interno dei suoi movimenti. Tutto questo è ingiustificato visto il loro comune obiettivo, cioè salvare la giustizia sociale. L’operaio non è solo colui che contribuisce con la forza delle proprie braccia alla nascita di opere, egli è il solo essere umano capace di attraversare fatica e inventiva, binomio perfetto per un comunismo ancora presente. I tempi cambiano, le società si modificano, ma il comunismo rimane presente in ogni anima umana. Le speranze di un mondo migliore devono attraversare qualsiasi scetticismo, perchè quest’ultimo distrugge sogni e forze. Tutti i partiti della sinistra italiana sono ben accolti dentro tale progetto.
La soluzione sarebbe quella di costituire una grande coalizione: potrebbero farne parte Rifondazione, Radicali, Partito Comunista dei Lavoratori, Idv, Sel, PcdI, Verdi ecc. Sarebbe importante anche riunire tutti gli esponenti, che negli anni scorsi hanno avuto dei contrasti politici. Ricordiamoci, il rancore è un sentimento proveniente dal male e dalla intolleranza intellettuale. Ogni divisione va sanata in tutti i modi, solo così potrà nascere una sinistra capace di regalare un sogno agli italiani. Il segretario nazionale del PcdI, Cesare Procaccini, ci rilascia delle dichiarazioni molto significative, sognando il ritorno di un grande Partito comunista.
Cesare Procaccini, segretario P C d'I

Cesare Procaccini, segretario P C d’I

1) Segretario Procaccini dove arriverà il nuovo Partito Comunista d’Italia?
Noi lavoriamo affinchè si possa ricostruire in Italia un Pc degno della migliore storia del comunismo italiano. Il Pci purtroppo non c’è più tuttavia la sua politica di autonomia e di unità è di straordinaria attualità sia per la politica italiana sia per il mondo con una vocazione nazionale e internazionalista, per la pace e contro il mai sopito imperialismo. Il PcdI conscio delle difficoltà di contesto e dei rapporti di forza è a disposizione per una ricomposizione comunista che parli alla società, il nostro Partito ha aderito all’associazione per la ricostituzione del Pc promossa da diversi soggetti e personalità. Oltre la metà di aventi diritto non va più a votare e tanti sono di sinistra e potenziali comunisti. Il PcdI mi auguro che possa aprire un processo di unità dopo tante divisioni.
2) Quali sono i progetti più importanti del vostro movimento politico?
Stiamo lavorando su diversi progetti dal lavoro salariato e a quello autonomo messi duramente in crisi dalla globalizzazione capitalista e dalle politiche dell’Ue. In questo senso svilupperemo apposite iniziative come pure sulla sanita pubblica e sui beni statali come l’acqua e più in generale per una presenza dello stato in economia e nella finanza per l’accesso al credito.
3) La sinistra italiana sta vivendo una grande decadenza di ideali. Perchè è arrivata a questo punto?
La sinistra al pari dei comunisti è divisa e perciò debole. L’autoscioglimento del Pci ha travolto in termini ideologici l’intera sinistra pensando ad una ricomposizione senza i comunisti. Questa linea si è dimostrata perdente. Serve un fronte di sinistra plurale ma unito con un programma unico. Serve un polo di sinistra autonomo che deve avere l’obiettivo della rappresentanza politica dei lavoratori, senza l’ossessione di fare o non fare a prescindere accordi elettorali col Pd. Una sinistra ambiziosa che possa cambiare gli attuali rapporti di forza. Costituzione, sinistra e comunisti non una contraddizione ma una sinergia. Occorre l’unità nella diversità di una sinistra inclusiva, ne subalterna ne settaria. Serve contro il governo Renzi, contro questa Europa dei banchieri. Il PcdI organizzerà a breve un seminario programmatico aperto a tutta la sinistra.
4) Volete riunire tutte le forze comuniste presenti in Italia. Che appello intende lanciare a Rifondazione?
Da diversi congressi abbiamo rivolto al Prc la proposta di unificare Pdci e Prc, i motivi della scissione del 1998 sono alle spalle nel corso del tempo anche il Prc si è “contaminato” col governo con ministri e presidente della Camera e poi i “capi”della scissione o della svolta o rottura non ci sono più nei rispettivi partiti ma il Prc ha declinato la proposta di unità. Secondo me, lo dico con rispetto, è stato un gravissimo errore che indebolice a sinistra il ruolo dei partiti con una presunta superiorita della società civile. Tuttavia , ripeto, il tema del Pc rimane come necessità oggettiva oggi più di ieri.
5) Paolo Ferrero entrerà nel PcdI?
Verso il compagno Ferrero c’è stima, mi auguro che se non il Pc unico si possa stare insieme in un fronte unitario della sinistra con dentro un Pc autonomo e ben organizzato.
6) La classe operaia può guardare in un futuro migliore?
Non credo, Renzi ha rincarato la dose sul versante dell’attacco ai diritti dei lavoratori è peggio di Berlusconi e Monti l’abolizione dell’articolo 18 è l’emblema di questo attacco. Il futuro migliore va costruito con un processo di lotte e di proposte politiche e sindacali, noi appoggiamo in pieno le mobilitazioni come lo sciopero generale fatto da Cgil e Uil. La sinistra e i comunisti devono offrire proposte serie e realizzabili. L’illusione di finte politiche antisistema populiste non aiutano. Chiedere tutto per non ottenere nulla porta alla frustrazione e alla rassegnazione. La classe operaia, che conosco bene, merita una sinistra unita che la possa rappresentare nelle piazze e nelle istituzioni.
7) Perchè le altre forze comuniste dovrebbero unirsi a voi? Ci dica le ragioni.
Perchè dopo la fine del Pci tutti i parametri sociali, economici, culturali dei diritti o sono arretrati o peggio cancellati. Questa è una costatazione oserei dire tecnica inconfutabile dal 1992 ad oggi, per non parlare della questione morale. Allora un dirigente che si richiama al comunismo deve riflettere se esercitare una funzione di pura testimonianza oppure perseguire, come ci indica Lenin, una vasta politica di alleanze per portare il proletariato al potere. Oggi in Italia non c’è questo “pericolo”, tuttavia senza un partito di massa ma un pò più grande degli attuali, si rischia di essere ininfluenti e non portare le nostre idee alle generazioni future. Noi vogliamo provare ad invertire la tendenza e come sappiamo nel mondo ci sono esperienze diverse tra loro da Cuba alla Rpc al Vietnam a Fronti di sinistra latinoamericani che ci dicono che ciò è possibile. Come pure in Europa ci sono forti Pc. Colgo l’occasione per ringraziare la vostra testata e tutti i lettori con l’augurio per un migliore 2015 e mi permetta di dire che a giorni partirà la “campagna” tesseramento e sottoscrizione 2015 al Partito comunista d’Italia che è una buona occasione per tutti per conoscere meglio il nostro Partito.
Intervista a cura di Agrippino Castania (tratto dal sito: http://www.theuniversalworld.com)

DICHIARAZIONE FINALE DI CESARE PROCACCINI DOPO I LAVORI DELLA ASSEMBLEA NAZIONALE PER LA RICOSTRUZIONE DEL PARTITO COMUNISTA

Cesare Procaccini, segretario P C d'I

Cesare Procaccini, segretario P C d’I

Esprimo la profonda soddisfazione mia e di tutto il Partito Comunista d’Italia per la riuscita della manifestazione di lancio dell’associazione per la ricostruzione del Partito Comunista. Il 20 dicembre centinaia di compagne e compagni hanno affollato il Centro Congressi Cavour di Roma per dimostrare la loro adesione convinta ad un progetto di ricostruzione di un soggetto politico comunista unitario e rinnovato. Un apporto prezioso ai processi unitari a sinistra a cui i comunisti organizzati in partito devono portare il loro contributo.
Partito Comunista d'Italia

Partito Comunista d’Italia


A 20 anni circa dalla sciagurata scelta di chiudere l’esperienza del Partito Comunista Italiano e all’epilogo del renzismo a cui sono giunti i fautori di quella “svolta”, i comunisti riaffermano la loro volontà di essere parte delle dinamiche della società e di essere il soggetto rivoluzionario del cambiamento autentico. La voce dei lavoratori delle fabbriche e del mondo del precariato che hanno riempito la sala del centro congressi ha chiesto a coralmente unità a sinistra e un progetto serio di ricostruzione di un partito comunista adeguato ai tempi durissimi che viviamo. Dopo questa entusiasmante assemblea possiamo affermare di aver posto un’altra solida pietra a fondamento della ricostruzione.

INTERVENTO DI FAUSTO SORINI ALLA ASSEMBLEA NAZIONALE PER LA RICOSTRUZIONE DEL PARTITO COMUNISTA

Fausto Sorini, segreteria nazionale P C d'I

Fausto Sorini, segreteria nazionale P C d’I

Nell’appello che abbiamo posto a fondamento iniziale della nostra impresa noi parliamo, tra l’altro, di una “presenza comunista autonoma, che si proponga la sua riorganizzazione in partito, che sappia unire in questo processo tutte le forze comuniste CON UNA CULTURA POLITICA AFFINE (evidenziato nel testo – ndr) che in vario modo si richiamano, attualizzandolo, al miglior patrimonio politico e ideologico dell’esperienza storica del PCI, della sinistra di classe italiana e del movimento comunista internazionale, e alla migliore tradizione marxista, a partire dal contributo di Lenin e Gramsci.
Con una chiara collocazione internazionalista e antimperialista; consapevole che, a fronte di un imperialismo che mira a scardinare la sovranità nazionale di molti paesi per piegarne la resistenza, la difesa di tale sovranità assume nella nostra epoca un grande rilievo ed è precondizione per l’affermazione del protagonismo dei popoli”.
Partito Comunista d'Italia

Partito Comunista d’Italia


E diciamo che “ai comunisti, organizzati in partito, è affidato anche il compito di portare nello scontro sociale e nella dialettica politica una visione generale delle contraddizioni dello sviluppo capitalistico, nonché una percezione matura delle dinamiche internazionali e della prospettiva mondiale”.
Sono parole pesanti, che ci distinguono strategicamente e ideologicamente da quasi tutte le altre componenti della sinistra italiana: con cui pure vogliamo collaborare, assolutamente, sulle cose che ci uniscono, a partire dal sostegno convinto e unitario alle lotte del mondo del lavoro.
Sono parole che invece ci mettono in sintonia con la quasi totalità dei grandi partiti comunisti del mondo: da quello di Cuba al PCdoB brasiliano; da quello del Sudafrica alla Siria e alla Palestina; dai comunisti portoghesi a quelli della Rebubblica ceka, ai ciprioti, ai russi, agli ucraini, agli indiani, ai vietnamiti, ai giapponesi, ai comunisti della grande Repubblica popolare cinese, dove si sta affermando, in forme inedite, una prospettiva socialista in quella che è ormai la prima potenza economica del pianeta.
Stiamo parlando della grande maggioranza del movimento comunista mondiale; di partiti che non hanno rinnegato il leninismo, ma che viceversa sono impegnati come noi in un grande sforzo di attualizzazione e rigenerazione della sua forza politica e teorica nel nuovo secolo. E che si aspettano dai comunisti del Paese di Gramsci e di Togliatti un contributo vitale in questo senso.
Stiamo parlando, tra l’altro, anche di quei partiti comunisti che svolgono – in forme diverse – un ruolo fondamentale nei Paesi del BRICS, che rappresentano la più grande risorsa per le prospettive della lotta contro la guerra e contro l’imperialismo nella nostra epoca.
Lasciatemela dire così, in parole povere: chi oggi – anche a sinistra, anche tra i comunisti – non comprende il ruolo strategico dei BRICS nell’attuale contesto internazionale – e tra essi il ruolo essenziale di quel potente architrave economico, politico e militare formato dall’alleanza strategica tra Russia e Cina – chi non capisce questo, capisce davvero poco di quello che sta succedendo nel mondo e ci sovrasta.
Vorrei pertanto dire a voi, compagne e compagni, proprio in questa occasione, che la grande parte delle forze comuniste protagoniste della storia del mondo del 21° secolo ci ha espresso nei mesi scorsi e anche di recente, in occasione dell’incontro mondiale dei PPCC e operai svoltosi in Ecuador – nelle forme appropriate volte a non ledere il principio aureo della non interferenza negli affari interni – tutta la simpatia, la solidarietà, il sostegno politico e militante per lo sforzo che abbiamo intrapreso, per la ricostruzione unitaria in Italia di un partito comunista, che sappia un giorno essere degno della grande storia comunista che ha reso famose e rispettate, nel pantheon dei grandi rivoluzionari del 20° secolo, figure e patrimoni politici e teorici come quelli di Antonio Gramsci e di Palmiro Togliatti: gli unici due grandi dirigenti comunisti e rivoluzionari italiani che il movimento comunista internazionale accoglie al posto d’onore, assieme forse a Garibaldi.
E allora facciamo oggi a noi stessi una promessa: cerchiamo di lavorare bene, e di essere degni prima di tutto del rispetto della nostra gente, perchè senza di quello non andiamo da nessuna parte; ma anche di meritare sul campo la fiducia e il sostegno – non meno essenziali e risolutivi – delle grandi forze che oggi tengono aperta nel mondo del 21° secolo la prospettiva del socialismo e del comunismo.

RELAZIONE INTRODUTTIVA DI FOSCO GIANNINI ALLA ASSEMBLEA NAZIONALE PER LA RICOSTRUZIONE DEL PARTITO COMUNISTA

Fosco Giannini, segreteria nazionale, P C d' I

Fosco Giannini, segreteria nazionale, P C d’ I

Care compagne e cari compagni,
voglio innanzitutto ringraziarvi per la vostra presenza qui, oggi; per la vostra militanza comunista; perché anche oggi, come altre migliaia di volte per altri migliaia di giorni, avete rinunciato a qualcosa della vostra vita personale; voglio ringraziarvi per i viaggi che avete dovuto fare per riempire questa sala, per aver voluto partecipare a questa manifestazione, per aver lavorato per la sua riuscita.
Una manifestazione che potrà ripagarvi dei vostri sacrifici, poiché, tutti assieme, faremo si che questa giornata si trasformi in un tassello importante del progetto, che tenacemente vogliamo portare avanti , della Ricostruzione del Partito Comunista in Italia!
Vi ringrazio a nome dell’Appello per La Ricostruzione del Partito Comunista, che ha ormai superato le prime mille adesioni, e altre mille e mille ancora dovranno arrivare anche con il nostro lavoro; e chiedo a tutte e tutti voi un primo, grande applauso rivolto a questa stessa sala e al nostro comune progetto, inequivocabilmente volto a rimettere in campo, nel nostro Paese, un partito dal carattere antimperialista, internazionalista, rivoluzionario, un Partito Comunista !
Partito Comunista d'Italia

Partito Comunista d’Italia


Un grande applauso, compagne e compagni! A tutti noi, al nostro lavoro, alla nostra lotta, alle nostre speranze!
L’incipit de “Il manifesto del Partito Comunista” di Marx ed Engels, del 1848, è stampato nella nostra memoria, nella nostra coscienza. Lo ricordiamo tutti:
“Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa, il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi, si sono alleati in una santa caccia spietata contro questo spettro.
Qual è il partito d’opposizione che non sia stato tacciato di comunista dai suoi avversari che si trovano al potere? E qual è il partito d’opposizione, che, alla sua volta, non abbia ritorto l’infamante accusa di comunista contro gli elementi più avanzati dell’opposizione o contro i suoi avversari reazionari?” .
E’ questo il famoso inizio de “ Il Manifesto” e non ci sono parole più profonde e attuali di queste per descrivere, anche oggi, il modo in cui la borghesia percepisce il comunismo, che è uno spettro, uno spettro che perennemente s’aggira tra il potere capitalista e alimenta i suoi incubi peggiori. L’incubo del socialismo, lo spettro concreto del comunismo.
Dalla Rivoluzione d’Ottobre a quella cinese; dalla rivoluzione vietnamita a quella cubana, dalla vittoria dell’Armata Rossa sul nazifascismo alle grandi e vincenti lotte anticolonialiste su scala mondiale, la borghesia non ha più dormito sonni tranquilli. E tantomeno li dorme ora, di fronte al ruolo che il movimento comunista odierno svolge, assieme alle forze antimperialiste e rivoluzionarie, sul piano planetario.
Di cosa ha paura il capitalismo, pur nella sua grande forza? Perché lo spettro del comunismo lo terrorizza?
Ha paura perché il comunismo evoca un altro mondo, quello della fine della selvaggia libertà capitalistica, della fine dello sfruttamento ratificato per legge, della fine del profitto, della fine dell’arricchimento di una ristretta classe sociale a scapito della grande classe del lavoro. A sentire “partito comunista” prende corpo nei borghesi la paura del socialismo. Questo è il motivo per cui, indipendentemente dalla forza che in un dato momento storico esprime il movimento comunista, esso viene comunque demonizzato dalla cultura dominante, dai padroni.
Perché Marx ed Engels usano la parola spettro, per evocare il comunismo? Perché il comunismo non è un aggiustamento delle contraddizioni capitalistiche, non è la socialdemocrazia, ma è l’antisistema, è l’antitesi della cultura borghese, è il nemico storico – l’unico, vero, nemico strategico – del sistema di pensiero e del sistema economico del capitale.
Ed è per questo – andando all’essenza delle cose – che in ogni fase storica la borghesia e il suo apparato culturale puntano a colpire il comunismo, a tacitarlo, a cancellarlo dalla storia. E per cancellare il comunismo la borghesia, come fa anche oggi, le prova tutte, senza risparmiarsi : mette sul proprio libro paga intere schiere di intellettuali, economisti, storici, giornalisti per costruire le prove della colpa comunista, per denigrare la più grande Rivoluzione della storia dell’umanità: la Rivoluzione d’Ottobre; per descrivere i comunisti come gli ultimi dei moicani; per corrompere gli stessi comunisti, sollecitandoli ad abbandonare il proprio progetto e la propria autonomia politica,culturale e organizzativa, spingendoli ad ogni piè sospinto ad ammainare la bandiera con la falce e il martello e costruire ogni volta nuovi e sempre più addomesticabili “partiti democratici, vaghi partiti di sinistra”.
Partiti di sinistra ondivaghi, dai molteplici nomi – nomi arborei, pieni di democrazia e libertà – uniti tuttavia dal fatto che non progettano più, non evocano più, non lottano più per il superamento del capitalismo, per il potere socialista, per l’unico sistema davvero antitetico al capitalismo: il socialismo. Partiti di una sinistra vaga e dal pensiero debole che non riescono più a collocarsi sul fronte antimperialista internazionale. Che dopo aver cancellato la falce e il martello, possono poi chiamarsi prima Partito Democratico di Sinistra e poi solo Partito Democratico e finalmente, con questo nuovo nome, possono cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, manomettere la Costituzione nata dalla Resistenza e divenire agenti servili delle politiche liberiste dell’Ue.
Ebbene: noi non cediamo, noi siamo qui per questo: per dire che non ci facciamo corrompere, né dalla nostre stesse difficoltà, né dalla cultura dominante.
Noi che ci siamo battuti contro lo scioglimento del Partito Comunista Italiano; noi che ci siamo battuti contro i molteplici liquidazionismi, occhettiani e bertinottiani; noi che aspiriamo ad essere gli eredi della storia del movimento comunista mondiale e della storia più alta del PCI, della sua capacità di lotta e della sua tendenza unitaria, noi che ci battiamo più di ogni altro per l’unità delle forze dell’intera sinistra, noi oggi rilanciamo l’idea di unire i comunisti, unire la sinistra e ricostruire il Partito Comunista in Italia!
Teniamo duro dentro questa palude politica italiana grigia e conservatrice; rilanciamo il nostro progetto comunista mentre anche compagni comunisti che erano sino a poco fa al nostro fianco cedono e vanno ad organizzarsi sotto bandiere dall’essenza arancione e dal colore rosa pallido; ricostruiamo il Partito Comunista.
E’, questa nostra, un’azione nostalgica, una pura coazione a ripetere?
Se fosse così sarebbe la nostra fine, sarebbe la cronaca di una morte annunciata.
Ma non è così: il punto è che è la stessa fase storica e sociale ad affidare ai partiti comunisti, al movimento comunista, in Italia e nel mondo, un ruolo centrale. E il nostro dovere è quello di saper tradurre in prassi, in azione, in lotta, in teoria ciò che la fase ci assegna come compito sociale e politico.
Siamo di fronte ad un’aggressività militare imperialista su scala mondiale che chiede innanzitutto ai comunisti di ergere la più vasta ed unitaria diga antimperialista possibile, di costruire il più unitario e vasto fronte contro i pericoli di guerra e contro il dominio mondiale della NATO.
Siamo di fronte ad un’Unione europea dai sempre più chiari caratteri iperliberisti, antidemocratici, antipopolari e antioperai che richiede la messa in campo di un lungo ciclo di lotte sociali, nazionali e sovranazionali, per il quale i partiti comunisti d’Europa e il Partito Comunista che dovrà costituirsi possono e debbono svolgere – assieme alle altre forze di sinistra – un ruolo centrale. Un ruolo storico.
Siamo di fronte ad un nano capitalismo italiano, tanto straccione quanto ferocemente antioperaio, che chiede il ritorno ad una lotta di classe dispiegata nell’intero Paese e condotta dal movimento operaio complessivo, con i comunisti protagonisti di questa lotta.
Questi sono i compiti a cui ci chiama la fase; i compiti dei comunisti, il ruolo sociale e politico che possiamo e dobbiamo svolgere, il compito che consegna un senso pieno al progetto della ricostruzione del Partito Comunista in Italia!
Un intero mondo in ebollizione rivoluzionaria, un’intera tendenza antimperialista internazionale, dall’America Latina all’Asia passando per l’Africa, ci dice che siamo nel giusto, che la nostra opzione antimperialista e anticapitalista ha cittadinanza universale, che non siamo velleitari e sognatori ad essere comunisti in Italia, ma siamo parte della Storia e dentro la Storia.
Chi vuole abbandonare la lotta, chi vuole desistere da questo nostro progetto comunista e rivoluzionario, si accomodi pure nel già affollatissimo treno rosa-pallido che ha deragliato storicamente, uscendo dalla lotta per il socialismo. Starà in moderata e mesta compagnia.
Noi continuiamo a combattere, continuiamo a lavorare per ciò che sentiamo profondamente giusto, per quello stesso progetto per il quale dette la vita il compagno Antonio Gramsci e tutti i comunisti e gli antifascisti del nostro Paese: costruire l’unità della sinistra di classe, costruire un fronte di sinistra e di popolo, ricostruire il Partito Comunista in Italia!

CONGRESSO PDCI ROMA

Roberto Vallocchia, eletto segretario della Federazione romana del Partito dei Comunisti Italiani

Roberto Vallocchia, eletto segretario della Federazione romana del Partito dei Comunisti Italiani

Il 6 dicembre i Comunisti Italiani di Roma hanno tenuto la loro assemblea congressuale che ha rinnovato gli organismi dirigenti locali. Una discussione seria, approfondita e ricca di spunti è emersa dall’assemblea: in primis, i comunisti hanno deciso di approfondire le tematiche cittadine toccate nel documento preparatorio dell’assemblea ed in secondo luogo di rafforzare il proprio impegno nella città per ascoltare e organizzare il disagio dei lavoratori. L’assemblea ha eletto il nuovo Comitato federale romano: nuovo segretario cittadino è il compagno Roberto Vallocchia affiancato dal nuovo presidente del Comitato Federale, compagno Gaetano Seminatore, e dalla nuova tesoriera, la compagna Cristina Cirillo. I comunisti romani hanno, inoltre, discusso della situazione critica che sta attraversando la città, con le loro proposte, e dello scandalo scoppiato giorni fa. I comunisti si rivolgono a tutte le forze della sinistra e democratiche affinchè si intraprenda un’azione di rinnovamento che possa rompere ogni continuità con questa gestione mafiosa della cosa pubblica assumendo l’insegnamento di Enrico Berlinguer sulla questione morale.
L’assemblea è stata conclusa dal compagno Cesare Procaccini, segretario nazionale del partito, che ha espresso la propria soddisfazione per l’opera di ricostruzione della federazione di Roma rimarcando i punti essenziali della linea politica dei Comunisti Italiani in questa fase.
Al nuovo gruppo dirigente romano vanno gli auguri di buon lavoro della Direzione nazionale del Partito.noiabbiamo

ALEXANDER HOBEL: CRISI DI SISTEMA E NECESSITA’ DELL’ALTERNATIVA. QUALE RUOLO PER I COMUNISTI.

ALEXANDER HOBEL

ALEXANDER HOBEL


1 – La crisi capitalistica come “crisi generale”

La crisi capitalistica in corso ormai da diversi anni – crisi economica ma anche sociale, politica e ideale – va connotandosi sempre di più come una “crisi generale” del sistema1. Affiancandosi a una degradazione costante dell’ambiente e del clima, frutto degli stessi meccanismi economici, essa si delinea ormai come una vera e propria “crisi di civiltà”, con rischi molto pesanti per i popoli e per l’umanità intera2. Per il geografo marxista David Harvey, sono molte le contraddizioni strutturali che rendono necessario e possibile andare oltre il capitalismo, sulla base di un “umanesimo rivoluzionario” che “unifica il Marx delCapitale con quello dei Manoscritti economici e filosofici del 1844”3.attivo quadri 19 gennaio 2014

Dal canto suo Thomas Piketty, pur muovendo da presupposti non marxisti, ha confermato con una notevole mole di dati che negli ultimi decenni le diseguaglianze di reddito e nella distribuzione delle ricchezze si sono enormemente ampliate4. Ne risulta dunque smentita la tesi, propria anche di diversi premi Nobel per l’economia, di una tendenza alla “convergenza” dei redditi frutto dei meccanismi del mercato; al contrario, è ampliamente confermata l’analisi di Marx sul capitalismo come sistema polarizzante, ossia come sistema che tende ad allargare le differenze sul piano economico e sociale, ponendo sempre di più ristrette e potentissime oligarchie – la “classe capitalistica transnazionale”5 – in contraddizione violenta con gli interessi e la vita di masse sterminate di donne e uomini.

In Europa il decentramento della produzione e lo smantellamento di gran parte dell’apparato industriale, avviati negli anni ’80, hanno frammentato la classe operaia – alla quale intanto si sono aggiunti strati sempre più vasti di tecnici, informatici, “lavoratori della conoscenza” ecc. – rendendo estremamente difficile l’organizzazione dei lavoratori sul piano sindacale e politico, e più in generale rendendo la maggior parte dei paesi europei più poveri, più deboli e meno autonomi nel mercato mondiale.

Questo declino dell’autonomia e sovranità nazionale si è accentuato col processo di unificazione monetaria europea e col Trattato di Maastricht (1992). La centralizzazione della sola politica monetaria, mentre ha imposto seri vincoli all’iniziativa politica di governi e Stati, colpendo il meccanismo keynesiano fondato sulla spesa pubblica (fino a renderlo addirittura “illegale”)6 e contribuendo alla distruzione dello Stato sociale, ha provocato una perdita di sovranità che non si è accompagnata a nessuna vera unificazione politica, nemmeno sul piano delle politiche economiche o fiscali. L’impatto sull’Italia, come per tutti i paesi deboli dell’Unione europea, è stato tra i più pesanti7. Ma in generale è l’intero continente – come ha argomentato Vladimiro Giacché – a essere ormai avviato sulla rotta del Titanic; e l’applicazione ai paesi dell’Europa meridionale di ricette simili a quelle usate verso la ex Ddr dopo la riunificazione tedesca così osannata dai media lascia presagire risultati altrettanto catastrofici8.

L’indebolimento degli Stati nazionali (sui quali aveva inciso positivamente il compromesso sociale del 1945-75) ha dunque coinciso con la crisi del Welfare, e la retorica anti-statuale – forte anche a sinistra, tra movimentismo “libertario” e culto della “società civile” – ha favorito questo processo. Molti paesi, anche delle aree centrali del sistema, sono ormai in una condizione “semi-coloniale” rispetto al grande capitale transnazionale, con margini di autonomia e sovranità (sovranità nazionale e sovranità popolare) sempre più ridotti9.

Il contesto italiano, la crisi democratica, la necessità di un Partito comunista adeguato ai tempi

In Italia questi fenomeni sono particolarmente gravi, e si accompagnano a una disoccupazione di massa, alla diffusissima precarizzazione del lavoro, al fenomeno del lavoro gratuito (molto forte ad esempio tra i lavoratori della conoscenza10), alla crescita del peso anche economico dei poteri criminali.

Al tempo stesso c’è una crisi politica ormai conclamata, una crisi della democrazia così grave che lo studioso inglese Colin Crouch proprio guardando all’Italia ha coniato il termine “postdemocrazia”11. La crisi del capitalismo democratico, insomma, è andata di pari passo col venir meno del compromesso sociale keynesiano. Il Parlamento è sempre più ridotto a una funzione di mera ratifica di decisioni prese altrove, e dalle province al Senato si sostituisce l’elezione popolare con elezioni di secondo grado, tutte giocate all’interno del “ceto politico”. Leggi elettorali truffaldine hanno ridotto notevolmente la rappresentanza, per cui milioni di persone non hanno più voce sul piano istituzionale, e ovviamente queste persone sono soprattutto lavoratori, disoccupati e precari12.

Proprio l’Italia, dove è esistito il maggiore partito comunista dell’Occidente nel quadro di una democrazia dei partiti radicata e diffusa, la tendenza dominante è quella che va verso strutture politiche sempre più personali o espressioni di gruppi ristretti, partiti azienda o partiti del capo, in ogni caso cose che somigliano a dei “non partiti” ben più che alle organizzazioni di massa che abbiamo conosciuto nel Novecento.

Questa crisi democratica, che non è solo del nostro paese, impone ai comunisti di riprendere con forza e in modo nuovo la bandiera della democrazia, riaffermando il suo senso più profondo, quello della partecipazione di massa e del “potere del popolo”. La crisi del partito politico danneggia i lavoratori, i subalterni, che nel secolo scorso proprio nel partito di massa avevano trovato lo strumento essenziale della loro ascesa: è urgente dunque lavorare per porre rimedio a un deficit di organizzazione e di rappresentanza di cui si avverte tutta la gravità.

A fronte di una sinistra “assente” per subalternità culturale e ansia di omologazione, va ricostruita un’autonomia ideale e politica delle classi subalterne e del movimento dei lavoratori, e in questo quadro degli stessi comunisti13. D’altra parte, lo spostamento al centro del Partito democratico, l’idea inquietante di un “partito della nazione”, ma anche il disagio e il malcontento diffuso nel “popolo di sinistra” e le prime risposte che sono state date in queste settimane sul piano sociale e di massa, dimostrano che una reazione positiva è necessaria e al tempo stesso possibile.

Certo, il problema non può essere risolto dai comunisti soltanto. Bisogna contribuire a un vasto processo di ricomposizione del lavoro salariato (tra lavoratori di vario tipo, stabili e precari, italiani e immigrati, giovani e anziani, uomini e donne), e anche sul piano politico occorre ricostruire un fronte ampio di classe, di forze popolari e di sinistra. Tuttavia questo schieramento – per sua natura variegato e plurale – non può identificarsi in un “partito-calderone”, che sarebbe destinato a diventare un agglomerato di gruppi, “capi” e militanti impegnati in una lotta interna costante, ma dovrebbe, appunto, connotarsi come un fronte di organizzazioni diverse (oggi si parla molto di una nuova “coalizione”) capaci di coordinare i loro sforzi.

In questo schieramento e in questo percorso, i comunisti non possono essere solo una “tendenza culturale”. Sarebbe davvero paradossale se, di fronte a una crisi capitalistica così grave, rimanessero disorganizzati, frammentati, dispersi; o se affidassero le loro speranze a esponenti del ceto politico di “centro-sinistra” pienamente corresponsabili del disastro attuale. I comunisti hanno bisogno di una loro organizzazione per andare avanti nella lotta, e oggi come in altre fasi della storia italiana il loro ruolo – quello di prendere l’iniziativa senza isolarsi, ma al tempo stesso superando attendismi ed esitazioni – è più che mai necessario. Come ha scritto Gianni Fresu, “porre su basi nuove, in termini positivi e finalmente unitari, la questione comunista nel nostro Paese” e lavorare alla costruzione di un più vasto fronte della sinistra politica e sociale sono “due termini della stessa azione”14.

In Italia peraltro è ancora viva la memoria del Pci e di ciò che esso ha rappresentato, ed esiste ancora un “popolo comunista”, sia pure disperso, deluso, disorientato. Vi sono poi nuove generazioni che non hanno conosciuto quella esperienza, ma in qualche modo ne avvertono la mancanza, e comunque mostrano una volontà di lotta evidente e istanze tendenzialmente anticapitalistiche. Occorre dare qualche risposta a questa situazione, sapendo che se non lo si farà in tempi brevi uno straordinario patrimonio di esperienze e di elaborazione – che naturalmente va aggiornato e reso adeguato alla realtà di oggi – rischia di andare disperso in modo definitivo.

Il Partito dei comunisti italiani, che ha cercato di tenere vivo un legame di continuità con quella storia e con l’esperienza del comunismo novecentesco nel suo insieme, consapevole di non essere sufficiente, di non bastare da solo e così com’è, si è messo a disposizione di questo processo, aderendo all’appello per la ricostruzione del Partito comunista. Il dibattito e l’iniziativa politica per questo obiettivo, peraltro, sono in corso ormai da qualche anno. E diversi passi sono stati fatti, nell’analisi del contesto e nel definire l’obiettivo di “un partito di quadri e di militanti con influenza di massa”15. È giunto il momento di dare un primo sbocco a questo percorso, di ricostruire una presenza autonoma dei comunisti, unitaria, radicata tra i lavoratori, in grado di darsi un profilo politico e teorico adeguato.

Ma c’è anche un altro motivo che rende necessario che anche in Italia vi sia un partito comunista. Di fronte allo stato di crisi esistente, va rilanciata l’idea di un’alternativa di sistema e occorrono risposte radicali, che solo i comunisti possono dare. Va rimesso al centro del dibattito pubblico il tema della proprietà dei mezzi di produzione; la nostra Costituzione prevede la possibilità di esproprio di aziende private “che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”, e la loro gestione da parte dello Stato o anche di “comunità di lavoratori o di utenti”. Forse è arrivato il momento di ricordarsi di questo articolo.

Un discorso simile vale per il problema del lavoro: di fronte allo sviluppo straordinario dei mezzi di produzione, alla soluzione capitalistica (disoccupazione di massa) dobbiamo tornare a contrapporre la vecchia parola d’ordine del lavorare meno, lavorare tutti, ossia della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario. Così come vanno rivendicati un reddito di cittadinanza per i lavoratori precari, gli “intermittenti”, nei periodi di non lavoro; un nuovo ruolo dello Stato nell’economia e una programmazione democratica dell’economia che rimetta al centro il problema del governo dello sviluppo, il “perché e cosa produrre”; un grande piano pubblico di riassetto del territorio che crei lavoro e impedisca i ricorrenti “disastri naturali” che colpiscono il nostro paese; il rispetto fermo dell’articolo 11 della Costituzione, per il quale “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”; la radicale rimessa in discussione dei trattati europei; una politica di cooperazione e di scambi economici ad ampio raggio, con una interlocuzione privilegiata coi paesi mediterranei e coi Brics. Sono elementi di una piattaforma che molto difficilmente una formazione di sinistra generica potrebbe portare avanti.

Occorre dunque difendere la sovranità nazionale e la sovranità popolare, e al tempo stesso rilanciare l’internazionalismo. La stessa crisi capitalistica, l’insostenibilità del sistema, ma soprattutto l’esistenza di partiti comunisti, “fronti ampli” e anche di interi paesi che, in altri continenti, stanno realizzando esperienze di grande importanza, ponendo al centro proprio un nuovo rapporto tra Stato e mercato, non rinunciando alla proprietà pubblica e al governo politico dello sviluppo, con risultati ben diversi da quelli di un Occidente capitalistico in netto declino, danno anche a noi – comunisti italiani che operiamo in un quadro di forte difficoltà – grande fiducia in una possibilità di ripresa. Se ci sarà un esito positivo, dipende anche da noi. Sostenere questo appello, dare ai comunisti un luogo di confronto e azione comune per favorire il processo unitario, mi sembra un passo avanti nella giusta direzione.

di Alexander Höbel

1 Cfr. A. Minucci, La crisi generale tra economia e politica. Una previsione di Marx e la realtà di oggi, Roma, Voland, 2008.

2 G. Chiesa, Invece della catastrofe. Perché costruire un’alternativa è ormai indispensabile, Milano, Piemme, 2013.

3 D. Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Milano, Feltrinelli, 2014, p. 284.

4 T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Milano, Bompiani, 2014.

5 L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, intervista a cura di P. Borgna, Roma-Bari, Laterza, 2012, p. 12 e passim.

6 Si veda il commento di V. Giacchè all’approvazione del pareggio di bilancio in Costituzione:http://temi.repubblica.it/micromega-online/approvato-il-vincolo-di-bilancio-vladimiro-giacche-da-oggi-keynes-e-fuorilegge-impossibile-investire/.

7 M. Pivetti, Le strategie dell’integrazione europea e il loro impatto sull’Italia, in Un’altra Italia in un’altra Europa. Mercato e interesse nazionale, a cura di L. Paggi, Roma, Carocci, 2011, pp. 45-59.

8 V. Giacché, Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato, Roma, Aliberti, 2012; Id., Anschluss. L’Annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2013.

9 Si vedano le riflessioni dello storico L. Paggi in http://materialismostorico.blogspot.it/2014/10/il-progetto-americano-di-uneuropa-come.html; e l’articolo di M. Porcaro,http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/3/19/32031-che-fare-delleuro/.

10 Tra questi ultimi è molto diffusa quella descritta da M. Bascetta nel suo articolo Economia politica della promessa, “il manifesto”, 22 ottobre 2014.

11 C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003.

12 P. Ciofi, Il lavoro senza rappresentanza. La privatizzazione della politica, Roma, manifestolibri, 2004.

13 D. Losurdo, La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Roma, Carocci, 2014.

14 G. Fresu, Due termini della stessa azione, http://www.ricostruirepc.it/due-termini-della-stessa-azione/.

15 Si veda il volume di O. Diliberto, V. Giacché, F. Sorini, Ricostruire il partito comunista, appunti per una discussione, Macerata, Edizioni Simple, 2011. Ma cfr. anche i nn. 1 e 2-3 del 2009 della rivista “Marxismo Oggi” dedicati a La crisi del capitale e il ruolo dei comunisti.

di Alexander Höbel

LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE E LA COSTRUZIONE DEL PARTITO COMUNISTA IN ITALIA
Relazione tenuta da Fosco Giannini venerdi 7 novembre 2014 alla “Casa Rossa” di Milano, in occasione della celebrazione della Rivoluzione d’Ottobre.

Al centro della foto: Vladimir Ilic Ulianoff, Lenin

Al centro della foto: Vladimir Ilic Ulianoff, Lenin

Nel affrontare il tema della Rivoluzione d’Ottobre, una prima questione da mettere a fuoco è la seguente: perché oggi, nel mondo occidentale-capitalistico, la Rivoluzione d’Ottobre è tanto attaccata, demonizzata, resa caricaturale e ridotta – non solo a destra, ma anche tra la sinistra moderata, socialdemocratica e “radical” – al rango di “colpo di stato”, di un “putsch” dagli “inevitabili” effetti degenerativi, dittatoriali ? Per rispondere a tale quesito possiamo riassumere e utilizzare l’analisi che faceva Freud sul tabù dell’incesto: tale tabù – affermava Freud – è tanto orrorifico, dissemina tanta paura quanto è forte la pulsione stessa all’incesto. E, da parte del capitale, tanto forte è la demonizzazione dell’Ottobre quanto è stata grande e tuttora è grande la paura della Rivoluzione. E’ “lo spettro comunista” che s’aggira e fa tremare, oggi come ieri, i padroni. Ed è interessante disvelare la tenaglia ideologica reazionaria con la quale la borghesia vorrebbe stringere la testa dell’Ottobre: da una parte si utilizza il più frusto e abusato dei “nuovismi”, secondo il quale dal 1917 ad oggi è passato così tanto tempo da rendere vetusti, obsoleti, sia Marx che Lenin e dunque l’intero l’Ottobre; d’altra parte, come premettevamo, si rimuove l’Ottobre per il terrore perenne che la Rivoluzione e la costruzione concreta del socialismo hanno suscitato nelle file dei borghesi e nel potere imperialista.
E’ del tutto evidente che il primo punto (il pensiero “nuovista”, secondo il quale ogni dieci anni un pensiero “nuovo” dovrebbe sostituire il precedente) è quanto di più becero potrebbe esserci nello stesso pensiero filosofico; tale assunto dimentica, a bella posta che, ad esempio, il pensiero aristotelico, le sue categorie, hanno sorretto il sistema di pensiero occidentale sino al 1.500; dimentica che la dialettica hegeliana segna ancora di sé i sistemi di pensiero più avanzati, filosofi e scientifici; tale assunto “nuovista” è risibile ( risibile quanto i pensierini nuovisti di Matteo Renzi, ci verrebbe da dire) rispetto alla grandezza e alla totale contemporaneità della teoria della legge del valore e del plus-valore, oltrechè della categoria di alienazione di Karl Marx, assunte come pilastri teorici e irreversibili anche dall’economia e dalla sociologia borghese. Oltrechè dal presente pensiero ontologico. Tale idea “nuovista”, soprattutto, volta com’è al continuo e gattopardesco ricambio di un pensiero rispetto all’altro appena precedente, svela la propria natura di pensiero conservatore nel momento in cui il nuovo pensiero, in verità e nell’essenza, non sostituisce l’altro, essendo un’altra forma dell’altro ( ancora: il renzismo nella sua “cifra” teorica, sconosciuta in tale forma a Renzi ma da questi praticata) e, nella sua inessenziale volontà di sostituzione immediata, è un pensiero speculare alla mercificazione capitalistica, per la quale anche un sistema di pensiero si cambia in poco tempo, come si cambia un telefonino o una lavatrice dei nostri giorni, fatti per non essere aggiustati ma gettati via rapidamente. Per la legge del mercato, onnivora, che cannibalizza merci e pensiero.
Vi è un punto attorno al quale si è organizzato l’attacco borghese ( che poi è stato assunto dalle forze socialdemocratiche e dalla vasta – nelle sue diverse forme fenomenologiche – sinistra vaga, a cominciare dall’ultimissimo PCI, che non comincia improvvisamente con Achille Occhetto ma esiste, in fieri, prima di Occhetto) contro la Rivoluzione d’Ottobre: la borghesia liquida l’Ottobre definendolo solo un colpo di stato, un semplice putsch, una presa di palazzo, quello d‘Inverno. Ma la verità è che chi riduce l’Ottobre ad un semplice “putsch”, lo fa perché deve, in qualsiasi modo, con qualsiasi mezzo, pseudo storico e pseudo teoretico, rimuovere storicamente l’immensa potenza planetaria dell’Ottobre; lo fa perché deve far dimenticare al proletariato mondiale che dal Palazzo d’Inverno si è alzata un’onda rivoluzionaria che ha investito tutti i continenti e i popoli del mondo.
Vi sono parole splendide del compagno Luigi Pestalozza scritte nel 1997, su “ Marxismo Oggi”, rispetto al tentativo borghese di trasfigurare la Rivoluzione d’Ottobre in colpo di stato. Scrive Pestalozza: “Quella dell’Ottobre è stata la più grande Rivoluzione della storia dell’umanità; lo diciamo contro coloro che in questi giorni la definiscono un colpo di stato. Tecnicamente, magari anche, ma la tecnica serve sempre al capitale per giustificare forma, storia e pratica del suo potere; del resto la concezione tecnologica della storia da sempre è funzionale al capitale per praticare l’inganno formale per cui il mondo viene fatto e rifatto a sua immagine e somiglianza”. E continua Pestalozza: “No! Per ragioni esatte, per fatti incontestabili, l’Ottobre bolscevico è stato una Rivoluzione che ha davvero sconvolto il mondo, come subito vide e scrisse John Reed”.
La Rivoluzione d’Ottobre, dunque, ha cambiato la storia del mondo, i rapporti sino a quel punto dominanti. E in qualsiasi modo,oggi, il conflitto si presenti , esso è sempre segnato dalle ragioni storiche e dagli effetti pratici e teorici dell’Ottobre. E i comunisti, gli antimperialisti, i rivoluzionari anche adesso, anche a Cuba, in Venezuela, in tutta l’America Latina, in Africa, in Asia, in Europa, devono la loro legittimazione storica e l’attualità del loro progetto di trasformazione sociale e morale alla Rivoluzione d’Ottobre.
L’Ottobre, con il suo progetto e con la sua prassi volta alla costruzione di uno stato rivoluzionario ( una forma-stato mai apparsa in tutta la storia sociale dell’umanità), segna di sé ogni progetto di trasformazione statuale mondiale in senso democratico e popolare. Senza la Rivoluzione d’Ottobre, senza il suo spirito lungo, la Costituzione italiana uscita dalla Resistenza non avrebbe mai potuto porre alla base dello Stato e della società il lavoro, collocandolo addirittura in testa a se stessa, come primo e paradigmatico articolo. E’ la Rivoluzione d’Ottobre che capovolge per sempre la logica di classe per cui solo le classi dominanti, solo la borghesia e il capitale possono strutturare lo Stato, le sue istituzioni e i rapporti sociali. Solo grazie alla Rivoluzione d’Ottobre, alla sua onda lunga e universale, può verificarsi il fatto – inaudito per la borghesia – che persino nei paesi e negli stati a dominio borghese la concezione e il ruolo del pubblico possono determinare e modellare spazi, anche vasti, dell’economia, come, in Italia, dimostrano gli articoli 41 e 44 della stessa Costituzione repubblicana. Articoli inseriti nella Carta costituzionale essenzialmente dalla forza di quel PCI togliattiano spinto dal vento dell’Ottobre e completamente rimossi e disattesi, decenni dopo, anche dagli epigoni tristissimi del PCI-PDS-PD che avevano, non per niente, ricusato l’Ottobre.
E’ solo grazie all’Ottobre, nel secondo dopoguerra, che può prendere corpo, per la prima volta nella storia, in tutta Europa e non solo in Europa, lo stato sociale, il welfare, un pezzo di socialismo trapiantato dalla Rivoluzione leninista nel corpo stesso delle società capitaliste. Una spinta universale così forte, il vento sociale sovietico, da sconvolgere anche gli assetti statuali, sociali e teorici più dogmaticamente liberisti, come quelli degli USA, dove nasce, attraverso il forcipe dell’Ottobre, il New Deal di Roosevelt.
Per dovere di sintesi, in questa sede, possiamo evocare sette punti fondamentali che caratterizzano – essenzialmente – l’esperienza dell’Ottobre, decretandone la sua eterna grandezza storica e universale:
primo: con la Rivoluzione leninista – per la prima volta nella storia dell’umanità – si ratifica il fatto che il capitalismo non è natura; che esso non è potenza naturale immodificabile; che i rapporti di produzione capitalistici sono invece storicamente transeunti e modificabili; che il capitalismo è, semmai, funzionale alla fase storica dell’umanità in cui vi è più bisogno di un’accumulazione originaria come base materiale dello sviluppo. Ma diviene deleterio e nefasto, per l’intera umanità, nella fase – esattamente questa che viviamo- in cui i processi imperialisti di spoliazione dei popoli; l’accrescersi esponenziale dello sfruttamento capitalistico sulla forza-lavoro in virtù di sempre più sofisticati sistemi macchinici di produzione volti all’estrazione di sempre più alti picchi di plus-valore nelle aree dell’intero occidente capitalistico; nella fase della crisi strategica stessa dell’imperialismo USA – tallonato e spuntato nelle sue unghie dallo sviluppo cinese e dai BRICS – che cerca soluzione attraverso un progetto altrettanto strategico di estensione dell’aggressione militare e della guerra sistemica. Diviene nefasto per l’intera umanità, il capitalismo, decretando così anche il proprio, definitivo, fallimento storico. Ed è per questo che noi oggi possiamo asserire che la fase che viviamo richiede a gran voce un salto di qualità filosofico, economico e politico volto alla redistribuzione della ricchezza sul piano planetario e alla costruzione – sullo stesso piano – di equilibri sociali privi di sfruttamento che cancellino il portato stesso della pulsione, ineliminabile, imperialista al profitto e al saccheggio: la guerra, le guerre cosiddette “regionali”, che tuttavia si estendono su porzioni immensi di territori mondiali, sino ad essere già “terza guerra mondiale”. O anticipazione di essa.
Con la Rivoluzione d’Ottobre si ratifica che il sistema ed il profitto capitalistico non è l’unico motore della storia, né il senso ultimo, ontologico, dell’ “homo faber” e che i rapporti socialisti di produzione possono rappresentare concretamente non solo la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna, ma essi possono offrirsi come base materiale per la costituzione storica dell’ “uomo nuovo”, poiché, a partire dai principi – non solo teologici, ma anche inerenti alle categorie del materialismo storico e del “ Diamat”- secondi i quali “è la Legge che crea la Morale”, una Legge socialista e rivoluzionaria protratta storicamente può partecipare in maniera decisiva alla costruzione di un’umanità nuova e solidale, sempre più lontana dalle caverne primordiali e dalle caverne moderne della ferocia capitalista. Con l’Ottobre si ratifica il fatto che la coscienza di massa, sulla base strutturale di rapporti di produzione svuotati dal profitto privato, sono positivamente modificabili sul piano dell’etica e della morale di massa; che l’egoismo individuale non è, anch’esso, natura imprescindibile e immodificabile e che un sistema sociale che abolisce l’orrore dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna può aprire davvero la strada per un altro orizzonte umano. Tutto questo è prodotto dall’Ottobre e dalla stessa costruzione concreta di forme statuali, economiche e sociali di tipo socialista che prendono vistosamente corpo, dopo la seconda guerra mondiale, nel cosiddetto “campo socialista”, che proprio in virtù di tanta, pesante, concretezza storica e tanta forza evocativa per un futuro diverso dal capitalismo, subisce i più pesanti, acritici, attacchi e le più dure “liquidazioni”, non solo dalla borghesia e dal capitale, ma anche dalle aree socialdemocratiche e della pluriforme sinistra non più comunista: in Italia, per tutti, Bertinotti e il “bertinottismo” antecedente e successivo a Bertinotti, molto diffuso nella strana sinistra italiana.
Seconda questione: con la Rivoluzione d’Ottobre, l’eurocentrismo e tutto il capitalismo collocato nel nord del mondo cessano di essere rappresentati come unici centri mondiali del potere e del sapere; con l’Ottobre conquistano centralità e forza evocativa di contromodelli sistemici le periferie del mondo, i popoli, gli stati, le nazioni, le collettività sinora negate, neglette, oppresse, storicamente subordinate. E’ da questo straordinario punto di vista, da questo rivoluzionario prisma che va analizzato, letto il cosiddetto “ eurocomunismo” ( Berlinguer, Carrillo, Marchais) che, riconsegnando centralità politica, economica e culturale al nord del mondo e al suo capitalismo, compie un’operazione teorica e politica di retroguardia, che tenta di rimuovere la gigantesca decentralizzazione planetaria operata dall’Ottobre a favore dei popoli del mondo, riconsegnando le chiavi del futuro alla parte capitalisticamente più avanzata del pianeta. Nella visione “eurocomunista” – e possiamo affermare ciò solo a partire dalla profonda presa d’atto della “decentralizzazione planetaria” che opera l’Ottobre – si recupera l’analisi secondointernazionalsita della centralità della classe operaia aristocratica dei paesi imperialisti, emarginando ed oscurando di nuovo quella classe operaia mondiale, quel proletariato mondiale che l’Ottobre leninista aveva messo finalmente sotto il cono di una nuova luce storica. Con l’ “eurocomunismo”, non per niente protagonista attivo della critica liquidatoria verso il campo socialista e la stessa Unione Sovietica, si rimuove anche la concezione leninista che prende corpo nell’Ottobre dell’ “anello debole della catena” e si riassume, specularmene, il positivismo della II Internazionale, che colloca perennemente e dogmaticamente al centro della storia e dello stesso divenire socialista il nord del mondo, il suo capitalismo sviluppato e la sua stessa classe lavoratrice, alla quale, privata della categoria leninista di “classe aristocratica”, si riaffidano – sottraendole al proletariato mondiale – le magnifiche sorti e progressive del pianeta. Riaffidando, conseguentemente, le stesse sorti alle socialdemocrazie europee, motivo per il quale ci si può distaccare dalla Rivoluzione d’Ottobre e dal movimento comunista mondiale ed europeo ( ultimo PCI, ancora “berlingueriano”, che costruisce nuovi e prioritari legami con Olof Palme e Willy Brandt, rompendo pian piano con i partiti comunisti leninisti europei) sfociando nella “Bolognina” che, dunque, non ha come unico e solo padre Achille Occhetto.
Dopo l’Ottobre – grazie al suo afflato oggettivo e all’internazionalismo successivo e attivo dell’Unione Sovietica – questa parte periferica e sino allora negletta del mondo, questa parte immensa, preponderante, povera e sfruttata dei popoli può alzare la testa e porsi la questione della propria identità e della propria autonomia.
Terzo punto: a seguito di questo processo titanico di emancipazione evocato e sollecitato dall’Ottobre e poi perseguito e appoggiato concretamente dall’Unione Sovietica può sollevarsi un’enorme onda di lotte anticolonialiste, antimperialiste e di liberazione nazionale che scuotono l’intero pianeta: la Cina, Cuba, il Vietnam, paesi dell’Africa, dell’America Latina insorgono e liberano i propri popoli dal giogo imperialista, a nome della Rivoluzione d’Ottobre. E nella stessa Europa nascono grandi partiti comunisti di massa e sindacati di massa e di classe che traggono linfa vitale direttamente dalla Rivoluzione d’Ottobre e immettono elementi di socialismo, con le loro lotte, negli stessi paesi capitalistici. Partiti che appena ratificano “l’esaurisi della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”, infatti, cambiamo rapidamente nome e natura sociale.
Quarto punto: mentre la Rivoluzione francese è la Rivoluzione dei soli diritti, quella dell’Ottobre è la Rivoluzione dei diritti e dei bisogni del proletariato, delle masse e dei diseredati. La Rivoluzione d’Ottobre è la prima al mondo, la prima nella storia dell’umanità, a porsi la questione della risoluzione del problema dei bisogni umani, risoluzione dei bisogni che si dialettizza con la conquista dei diritti. Con l’Ottobre, per la prima volta nella storia, la risposta ai bisogni si estende universalmente e non si ferma, come nella Rivoluzione francese, solo ad alcune aree sociali privilegiate. A partire dalla concezione comunista della centralità dello sviluppo della coscienza dei lavoratori e della coscienza umana, l’Ottobre, subito dopo la vittoria, estende a tutti e tutte e gratuitamente il diritto all’istruzione, alla scuola, all’università. E con le stesse modalità estende la fruizione dell’arte, della cultura, della scienza. Straordinario, stupefacente, con la vittoria rivoluzionaria, è il cambiamento nel campo dei diritti, un cambiamento che la Rivoluzione francese non poteva nemmeno lontanamente ipotizzare: il nuovo diritto di famiglia scaturito dall’Ottobre toglie le donne dal ruolo di schiave nei confronti dell’uomo che la storia russa e lo zarismo le avevano affidato e consegna loro la libertà, sia dal capitale che dal patriarcato russo e universale.
Ma è nel suo svilupparsi in senso sovietico che l’Ottobre coglie molti degli obiettivi che si era posto sul piano teorico: innanzitutto, la piena occupazione, l’estendersi a tutti i livelli del diritto-dovere ( esattamente con questa formula, dal senso ontologico rivoluzionario e profondo: diritto-dovere) del lavoro; con il lavoro universalmente garantito, come sue proiezioni materiali, arrivano il diritto alla mensa aziendale, alle ferie, alle vacanze pagate dallo Stato nelle case turistiche aziendali ( gratuite per il lavoratore e la sua famiglia), gli asili nido aziendali gratuiti, l’accesso gratuito ad ogni attività culturale e sportiva, il diritto al salario integrale anche in caso di malattia. Con il diritto totale al lavoro giunge quello alla casa, il cui affitto, comprensivo di acqua, luce e gas, viene prelevato direttamente, a monte, dal salario, in forma ridottissima. Significativamente, negli appartamenti, non vengono collocati nemmeno i contatori per la misurazione dei consumi, tanto è pregnante e pervasiva la forma ideologica volta alla liberazione dei lavoratori dai bisogni e la cancellazione della loro sofferenza storica e dello sfruttamento. La prassi rivoluzionaria si inclina verso un’idea centrale: gran parte della spesa sociale di un lavoratore si deve addensare nel piccolo prelievo fatto preventivamente sul salario. E, per noi, occorre uno sforzo di immedesimazione temporale, un viaggio nel tempo, per capire quanto straordinarie fossero la teoria e la prassi rivoluzionarie dell’Ottobre calate nella vita concreta immediatamente successiva allo zarismo, che concepiva gli operai e i contadini poco più o poco meno che carne da macello per il profitto totale e per le guerre. E lo stesso sforzo temporale occorre farlo per capire la grandezza titanica della lotta dell’Ottobre contro il patriarcato e per la liberazione della donna, nel lavoro, nella famiglia, nella società. E poi: sistema sanitario universale e gratuito; sistema pensionistico universale che offre, inoltre, diritto a tutti i pensionati di accedere gratuitamente ai servizi sociali; trasporti ( aerei, treni, metro, autobus, tram) a costi bassissimi, che in nessun modo inficiano il salario.
Era la fine di una società fondata sul profitto e l’inizio di una storia umana fondata sulla solidarietà e la redistribuzione equa e sociale della ricchezza prodotta dai lavoratori, con un investimento della ricchezza da essi prodotta a fini sociali. Era il socialismo, che nella sua vittoria e nelle sue straordinarie conquiste propagandava se stesso sul piano planetario e in virtù di ciò destava l’attenzione terrorizzata e feroce del capitale mondiale, che finisce, per questo, per spingere il nazismo di Hitler a provare a distruggere l’Unione Sovietica e cancellare l’Ottobre. Con una reazione sovietica, da Stalingrado alla conquista di Berlino, che salva il mondo dal nazifascismo.
Quarto punto: dopo l’Ottobre le donne, tutte le donne, per la prima volta nella storia, ottengono tutti i diritti politici, attivi e passivi. Ed è grazie alla Rivoluzione che possono levarsi le imponenti lotte anticolonialiste su scala mondiale, anche come risposta concreta alla richiesta, rivolta essenzialmente all’URSS da Ernesto Che Guevara ad Algeri: “ Le armi , per i popoli in lotta contro l’imperialismo, non sono merci”; ed è grazie a questo impegno internazionalista attivo dell’URSS che oggi possiamo, con totale onestà intellettuale e cognizione di causa, asserire che è grazie all’Ottobre che si pone il problema, sul piano mondiale, della lotta contro la discriminazione razziale, lotta speculare a quella anticolonialista. Dopo l’Ottobre, ogni popolo, di ogni colore e cultura, è degno di indipendenza e autonomia, degno di farsi stato e nazione.
Sesto punto: il rapporto tra l’Ottobre e la filosofia. Ha scritto Guido Oldrini, rispetto a ciò: “ E’ di centrale importanza la rilevanza dei nuovi problemi filosofici resi per la prima volta possibili dalla Rivoluzione d’Ottobre e ormai assunti anch’essi – non meno di quanto accaduto con le conquiste borghesi della Francia giacobina – al rango di problemi di valore universale, universalmente validi per tutta l’umanità”. Così Oldrini. Il punto è che l’Ottobre, sul piano prettamente filosofico, supera la figura dell’uomo come prodotto dell’economia capitalista ( e alla quale era rimasta ferma e legata la socialdemocrazia) e propone sullo scenario storico una figura dell’uomo e della donna come proiezione ed evoluzione antropologica dei nuovi rapporti di produzione socialista, che espellendo da sé l’orrore del profitto privato come forma “naturale” e obbligatoria ( che sia tale, un orrore, forse non lo si avverte, sul piano di massa, ancora oggi, ma non lo si avverte ancora oggi come non si avvertiva, sul piano di massa, l’orrore dell’assassinio prima che il tabù dell’assassinio si inverasse), creano le prime basi materiali per una sovrastruttura culturale contraria al profitto che, con il tempo e con la vittoria lunga della rivoluzione, esce dal proprio ruolo di sovrastruttura culturale per farsi struttura unica con i rapporti socialisti di produzione. I nuovi rapporti di produzione che eliminano da sé il profitto capitalistico divengono in verità produttori, assieme alla battaglia culturale soggettivamente condotta dall’avanguardia rivoluzionaria, dal Partito Comunista e dallo stato rivoluzionario, non solo di merci, ma anche di nuove categorie filosofiche, che possono partire dalla categoria più semplice della solidarietà per spingersi, attraverso l’assunzione del tabù del profitto capitalistico, sino al comunitarismo leninista. E scrive, infatti, Lukacs: “ Lenin, riflettendo sino in fondo, con una consequenzialità quale mai si era avuta dopo Marx, sulla determinatezza economico-sociale dell’uomo, concepisce il processo dello sviluppo dopo l’Ottobre come un processo del divenire-uomo, dell’auto-crearsi dell’uomo”.
Ma vi è un altro punto filosofico centrale che ci permette di relazionare immediatamente l’Ottobre ai nostri giorni, all’oggi contemporaneo. Questo punto è sintetizzato nel famoso articolo del 24 novembre del 1917 che Antonio Gramsci pubblica su “L’Avanti”, nel quale il grande comunista sardo definisce la Rivoluzione d’Ottobre “La Rivoluzione contro il Capitale”, ossia contro la lettura dogmatica e meccanicistica che la II Internazionale fa del “Capitale” di Marx. In quella lettura meccanicista si asseriva, assumendo in toto le categorie filosofiche del positivismo, che la rivoluzione socialista era possibile solo nei punti alti dello sviluppo capitalista e che, anche in tali punti, occorreva che si determinassero tutte le condizioni oggettive. E’ chiaro che, tale analisi, per come era sviluppata, aveva in sé tutti gli elementi dell’attendismo e del rinvio sine die del processo rivoluzionario; è chiaro che – come nel futuro eurocomunismo – toglieva a tutti i popoli del mondo esterni alle cittadelle capitalistiche la possibilità e il progetto della rivoluzione; come è chiaro che – sia dal punto di vista filosofico che della prassi – rinunciava alla dialettizzazione tra oggetto e soggetto, tra oggettività dello stato presente delle cose e ruolo soggettivo dell’uomo, del soggetto rivoluzionario, del Partito Comunista. Sarà invece proprio l’Ottobre ad unificare oggetto e soggetto, oggettività dello stato reale delle cose con la spinta rivoluzionaria soggettiva di Lenin e dei bolscevichi. Con l’Ottobre, Lenin, rompe col positivismo attendista della II Internazionale e, ponendo la questione dell’anello debole della catena, scatena l’Ottobre in Russia e nel mondo, insegnando che la rivoluzione non prende ordini dai libri mal letti ma solo dalla realtà delle cose e dall’intento rivoluzionario delle avanguardie legate alle masse. Con l’Ottobre è l’elemento soggettivo, nel suo rapporto totale, dialettico ma non subordinato, con l’oggettività ( che, a volte, è anche il modo in cui si presenta e si piega a sé una realtà non scientificamente indagata), che si recupera appieno, sia nella battaglia filosofica che nella prassi sociale e politica. Era questo aspetto che Gramsci rilevava nel suo articolo del 1917, contro la lettura meccanicistica del pensiero marxista.
Oggi in Italia, un esercito di “analisti”, di costruttori (borghesi e subordinati ) della verità mediatica, della “nostra realtà” – giornalisti, intellettuali, dirigenti politici, anche di “sinistra”, anche comunisti, seppur non ancora per molto – partendo dalla crisi del movimento comunista italiano, decretano la morte del comunismo tout court, facendo finta di non vedere quale gigantesco apporto al cambiamento rivoluzionario del mondo, alla lotta antimperialista, in questa precisa fase storica, e in tutti continenti, offrono i partiti comunisti. Se i comunisti italiani dovessero subordinarsi a una tale lettura, al racconto borghese, reiterato e interessato, della crisi oggettiva e irreversibile del movimento comunista italiano come riflesso della supposta crisi (del tutto inventata) del movimento comunista mondiale e facessero dipendere la propria sorte e il proprio ruolo ( come ad esempio sembra fare un compagno come Claudio Grassi, dell’area Essere Comunisti del PRC) dall’ “oggettività” delle cose ( nella sua forma fenomenologia, superficiale, non indagata) essi si arrenderebbero subito e si eclisserebbero. Come si sta arrendendo, cambiando totalmente natura politica, una parte stessa, infatti, di Essere Comunisti.
Indagare la crisi del movimento comunista italiano, dunque, come inevitabile e imprescindibile inizio analitico. I compagni e le compagne che sono presenti questa sera, qui alla “ Casa Rossa” di Milano, non sono certo responsabili della crisi del movimento comunista italiano. Qui, i presenti, hanno tutti lottato: prima contro l’involuzione del PCI ( dalla battaglia contro la “solidarietà nazionale” nella fase dell’assassinio Moro, a quella contro la scelta di Berlinguer di stare sotto l’ombrello della NATO, sino alla rottura del PCI, ancora “berlingueriano”, con l’Unione Sovietica, il campo socialista e il movimento comunista mondiale); poi contro il drammatico scioglimento del PCI e contro la “Bolognina”, per giungere alla battaglia contro la vera e propria degenerazione e liquidazione dell’autonomia comunista condotte da Fausto Bertinotti e la sua corte politica. Qui, in questa sala, nessuno è stato responsabile della crisi del movimento comunista in Italia, che è in queste condizioni – oggi – in virtù dei veri e propri tradimenti che ha subito da interi gruppi dirigenti ( da Occhetto a Bertinotti), i quali, tuttavia, hanno potuto aprire questa crisi sulla scorta delle involuzioni, teoriche e politiche, anche gravi, dello stesso PCI degli anni ’80. Questa constatazione non è solo una fotografia del reale: essa ci serve per ratificare il fatto che la storia non vive solo di oggettività e che, difatti, l’elemento soggettivo distruttore del movimento comunista, in Italia, ha svolto un ruolo decisivo. Come l’hanno svolto, peraltro, Gorbaciov ed il “gorbaciovismo” per distruggere l’Unione Sovietica. L’oggettività delle cose ci dice che, naturalmente, la caduta dell’URSS non ha certo aiutato il movimento comunista italiano a resistere e rilanciarsi; ma la realtà storica attesta che, in Italia – per ragioni che affondano le loro radici nella stessa storia del PCI – l’azione soggettiva volta alla distruzione del movimento comunista italiano è stata poderosa.
Rispetto al tentativo che viene da più parti di ratificare “oggettivamente” la crisi definitiva del comunismo italiano e passare oltre, occorre rialzare la testa e rilanciare un’azione soggettiva ( che potrà agevolmente dialettizzarsi con l’attuale condizione concreta e oggettivamente avanzata del movimento rivoluzionario, comunista e antimperialista mondiale) volta alla ricostruzione e al rilancio del Partito Comunista in Italia.
Certo, identificare le responsabilità soggettive della crisi del movimento comunista italiano e rilanciare l’azione soggettiva volta al suo rilancio non vuol certo dire far finta di niente, rimuovere il fatto che i distruttori del movimento comunista, nel nostro Paese, non abbiamo prodotto una crisi. La crisi del movimento comunista, in Italia, c’è ed è tangibile. Il punto è se i comunisti che non vogliono abbassare la testa ravvisino, oggi, gli elementi per il loro rilancio. Questo è il punto.
Esistono, dunque, le condizioni, le opportunità, per la ricostruzione di un Partito Comunista di quadri con una linea di massa, nel nostro Paese? Un Partito fortemente volto anche alla costruzione e all’unità della sinistra di classe? Esistono tutte e nessuna manca ed è questa analisi che ci separa dai nuovi liquidazionisti dell’area “grassiana” di Essere Comunisti, dallo stesso gruppo dirigente “ferreriano” del PRC che sembra ormai irretito dalle sirene di Marco Revelli, volte alla costruzione di un nuovo soggetto politico lontano anni luce da una forza comunista, operando per esso, per tale creatura revelliana, “cessioni di sovranità” mortali per un’autonomia comunista, già oggi, teoricamente e politicamente, tanto fragile. Certo è che anche il proposito (detto con un fil di voce per non disturbare ed inquietare i “revelliani”; detto per tranquillizzare i compagni del PRC e di Essere Comunisti e traghettarli verso il partito “revelliano”) di costruire un’area comunista dentro lo stesso partito “revelliano” appare davvero una pia illusione, di fronte alla prepotenza mostrata dai “professori” nel costituire la Lista Tsipras e in relazione alla debolezza teorica e politica stessa di queste aree comuniste post-bertinottiane di fronte alla potenza ( anche borghese, politica e mediatica) dei “revelliani”, saldamente al timone del progetto. Il punto è che i comunisti, nell’ottica di una più vasta unità a sinistra, debbono e possono allearsi anche con i “revelliani”, nell’obiettivo di costruire un fronte di sinistra e democratico vasto. Ma non farsi sussumere da essi. Pena la morte.
Quali sono queste le condizioni e le opportunità, invece, per rilanciare, in Italia, un partito comunista? Le elenco sinteticamente: sul piano internazionale assistiamo all’accrescersi della spinta imperialista USA alle guerre e al riarmo, sulla scorta della propria crisi strategica e di fronte al rafforzamento della Cina e dei BRICS. Questa inquietante spinta imperialista, che trova nell’Italia uno tra gli avamposti militari più importanti del sistema militare NATO, chiede ai comunisti una lotta di carattere prettamente antimperialista e anti NATO che le forze moderate o radical della sinistra non sono in grado di portare avanti, per la loro natura, conseguentemente ( la Lista Tsipras, i “revelliani”, SEL, la sinistra PD, non hanno “potuto” capire la natura imperialista dell’attacco, direttamente affidato, dopo la sconfitta della “rivoluzione arancione”, alle forze nazifasciste di “Svoboda” e del “Settore Destro” contro lo Stato e il popolo ucraino e sbandano paurosamente nel giudizio su quella crisi). Secondo: il carattere duramente liberista, antioperaio e antidemocratico dell’Unione europea, nella sua essenza neoimperialista, chiede ai comunisti, anche in questo caso, una lotta radicale contro la germanizzazione dell’Ue che, ancora, la sinistra ambiguamente “ europeista” e moderata non può oggettivamente condurre; il nano capitalismo italiano, subordinato completamente al grande capitale europeo e americano e incapace di concorrenza e investimenti, tenta da anni, facendo solamente questo, di mantenere il proprio saggio di profitto attraverso un reiterato attacco ai diritti e al salario e, anche in questo caso, centrale è il ruolo di lotta – di lotta di classe- che deve sostenere un Partito Comunista, unito all’intera sinistra di classe. Queste sono tutte questioni che richiedono un Partito Comunista e sono, dunque, anche condizioni favorevoli e oggettive, necessità e opportunità storiche. Ma vi è un’altra condizione oggettiva favorevole, forse la più grande: oggi, i comunisti italiani, possono godere di un contesto internazionale segnato da titanici processi di trasformazione sociale sul piano mondiale che dicono loro, chiaramente, che l’ intento di rilanciare il Partito Comunista in Italia non è velleitario, non è un sogno lontano dalla realtà. Non è sterile coazione a ripetere o idealismo puro. Dentro il positivo contesto reale, mondiale e concreto e rispetto alle profonde contraddizioni di classe attuali, in Italia e in Europa, il Partito Comunista è una urgente necessità. Se a ciò aggiungiamo la nostra scelta soggettiva e determinata, diversa e lontana da chi si arrende, noi, care compagne e cari compagni, l’obiettivo della ricostruzione del Partito Comunista possiamo coglierlo! Altri, anche dal PRC, iniziano, ora, a muoversi verso questo nostro progetto; altri compagni del PRC, che già si oppongono alla deriva “revelliana” di Paolo Ferrero, potranno unirsi; una diaspora comunista senza partito, che più rimane senza partito, però, più si assottiglia, attende da anni di essere organizzata in una forza comunista seria; non trascurabili avanguardie operaie e giovanili esprimono da tempo il bisogno – politico ed esistenziale – di militare e lottare per un partito comunista conseguentemente antimperialista e anticapitalista : al lavoro, dunque, allo studio e alla lotta! Ne sono certo: ce la faremo!
Fosco Giannini

Sabato 7 scorso, si è tenuta l’assemblea nazionale di Essere Comunisti, una delle correnti in cui è organizzata Rifondazione Comunista. La particolarità di Essere Comunisti è che è sempre stata strenua sostenitrice della immediata unificazione delle forze comuniste e di sinistra. Per questo, ora che è in svolgimento il Congresso di Rifondazione Comunista, mettiamo a confronto la prima intervista (di poche settimane fa) che Cesare Procaccini, neoletto segretario del Pdci ha rilasciato; e l’intervento di Simone Oggionni all’assemblea di Essere Comunisti.

“Unità delle sinistre subito”. Parla il neosegretario del Pdci Procaccini Inviato da : redazione | Martedì, 23 Luglio 2013 – 21:25 intervista pubblicata su http://www.liberazione.it
Cesare Procaccini è stato eletto segretario nazionale del Pdci nel corso del settimo congresso che si è svolto a Chianciano la scorsa settimana.

Cesare Procaccini

Cesare Procaccini

Qual è stato il contributo del settimo congresso del Pdci all’unità della sinistra?
Il contributo è stato di rilievo perché il congresso ha confermato la necessità di unire i comunisti dentro una sinistra più forte e che guardi alle alleanze sociali e alle forze democratiche per la rappresentanza del mondo del lavoro. Prioritaria è l’attuazione della Costituzione della Repubblica italiana messa in pericolo ormai giorno per giorno. Il tema dell’unità della sinistra non è in contraddizione con l’unità dei comunisti e con l’unità del mondo del lavoro e delle forze che vogliono attuare la Costituzione.
In questo processo in cui state per cambiar pelle…
No, non c’è un cambiamento di pelle. Certo, la necessità di riportare i comunisti in Parlamento non deve diventare una ossessione ma neanche una sottovalutazione e allo stato attuale appare un obiettivo rivoluzionario. Infatti per un lungo periodo il Parlamento con una presenza forte del Pci e dei comunisti è stato il luogo dell’attuazione della Costituzione. E oggi proprio perché non ci sono è il luogo della distruzione della Costituzione. Le scorciatoie non esistono . Se tu non sei nei movimenti e alla testa del mondo del lavoro nelle sue tante sfaccettature è chiaro che non riesci ad avere la forza e l’unità tale da suscitare interesse tra le masse popolari.
Come immaginate un percorso in cui nella sinistra antagonista c’è la consapevolezza della scarsa autosufficienza?
Il termine antagonista è affascinante ma io parlerei di sinistra con dentro i comunisti. E comunque con una forte presenza di comunisti in maniera autonoma e distinta, ma una sinistra ampia. Perché nell’immaginario collettivo delle masse il termine antagonista è stato utilizzato per descrivere una sinistra minoritaria che non siamo. Da questa consapevolezza di non essere autosufficienti occorre che ci sia uno scatto per mettere insieme quelle forze che sono disponibili a ricostruire un preciso percorso politico. Guardiamo con molto interesse il congresso del Prc perché prenda in esame la nostra proposta. Ovvero, di unire i due partiti. Ma non per l’esigenza dei gruppi dirigenti, ma per l’esigenza diffusa di un mondo disperso di compagni che potrebbe anche arrivare alla decisione di non votare. Un’esigenza che bisogna sciogliere in maniera simultanea, e di due partiti e farne uno. Mettiamo a disposizione i nostri partiti per un partito comunista unico. Ecco, questa mi sembra la formula più giusta. Il passaggio che dobbiamo fare non è più rinviabile con i tempi necessari ma non facciamo passare troppo tempo.
Passato, recente, e presente: come metti insieme queste due fasi?
Non c’è contraddizione tra l’unità delle forze democratiche per la democrazia e la Costituzione con l’esigenza di una sinistra che rappresenti il mondo del lavoro e dell’unità dei comunisti per guardare verso una società diversa anticapitalista. Si tratta solo di immaginare tre centri concentrici, che sono legati tra loro.
di Fabio Sebastiani

Comincia il congresso: o si cambia o si muore
Posted by simone.oggionni on settembre 9th, 2013
intervento all’Assemblea nazionale di Essere Comunisti – 7 settembre 2013

Simone Oggionni

Simone Oggionni

Permettetemi di dire che questa assemblea, questa sala piena, ripaga di tante delusioni, di tante amarezze, di tanti momenti difficili passati in questi mesi e in questi anni dentro Rifondazione Comunista.
Mesi e anni in cui ci hanno raccontato che la colpa di tutto era il correntismo, le posizioni organizzate, le aree politico-culturali. Ma si diceva correntismo e si pensava solo e soltanto ad Essere Comunisti. L’assillo costante, il rovello, l’ossessione di una parte del gruppo dirigente eravamo noi. Lo siamo tuttora. Si è arrivati a dire che la colpa del fallimento della Federazione della Sinistra prima e di Rivoluzione civile poi in fondo era nostra, e che senza di noi si sarebbe stati liberi di fare scelte più radicali, senza freni e ambiguità. Ve lo ricordate? Il mantra del “piombo nelle ali”, sempre quello.
Sì, è vero: noi siamo piombo perché abbiamo un pensiero forte, una cultura politica pesante, che ci unisce e che ci consente di rimanere uniti, per scelta di fondo e non per convenienza o contingenza. Abbiamo un pensiero forte, una cultura politica; non siamo una cordata di interessi particolari.
Siamo qui, in campo, pronti ad affrontare il congresso.
Ma dobbiamo sapere che sarà un congresso ricco di insidie. La prima non proviene dalla commissione politica, ma dalle commissioni regolamento e Statuto. Impedire la rappresentanza proporzionale degli emendamenti nelle platee congressuali e nei nuovi organismi dirigenti significa imporre un modello di partito iper-maggioritario, autoritario. Significa imporre un cesarismo senza Cesare, un autoritarismo senza autorevolezza.
Questa è la premessa che è bene chiarire, con serenità e fermezza: non siamo disponibili ad accettare che si giochi una partita in cui corriamo per 90 minuti, segniamo, stiamo per vincere e poi la vittoria viene assegnata a tavolino all’altra squadra. Sarebbe una violazione delle regole democratiche semplicemente inaccettabile.
Ma cosa diremo in questa partita?
Tre cose semplicissime.
La prima riguarda la collocazione politica internazionale dei comunisti, che non può essere più affidata a comunicati stampa che sembrano spesso poco più che uno sfogo. Serve una mobilitazione vera, qui ed ora, contro l’ennesima guerra imperialista che si prepara e – dato che torna di moda la disobbedienza – diciamo disobbedienza alle basi Nato, alla rapina di territorio e sovranità, sapendo che se la guerra partirà le basi italiani saranno utilizzate e allora i ministri del governo Letta-Berlusconi al posto che digiunare ipocritamente dovranno essere spinti da una vasta mobilitazione a prendere posizione formale e concreta contro questa guerra. Ma la collocazione internazionale significa anche l’Europa. Lo hanno detto in molti e quindi non mi dilungo: la nostra collocazione è dentro la Sinistra Europea, per un grande progetto di Europa progressista, che rompa con i trattati e le politiche dell’austerità. Non è, non può essere, il rinculo nazionalista, il ritorno alle piccole patrie e alla lira. Dalla crisi si esce insieme, non con un ritorno al passato.
La seconda cosa è ancora più semplice: bisogna battere il minoritarismo autistico che ci fa dialogare soltanto con noi stessi e che più ci vede nell’angolo e più ci fa abbaiare alla luna. Battere il minoritarismo significa mettere Rifondazione Comunista al servizio di un processo costituente di uno spazio politico nuovo della sinistra, tutto da costruire, che occupi un campo che oggi è quasi deserto, abbandonato. Unità con il Pdci, perché è folle e inconcepibile rimanere divisi. Unità con Sel, con ciò che si muove intorno alla Fiom e al suo segretario Landini proprio in queste ore. Unità con il nostro popolo, con i movimenti reali, con le lotte di chi non si arrende e mantiene un contatto con la realtà, con la società, con i suoi corpi intermedi.
Questo vuol dire sciogliere? Vuol dire liquidare? No, cari compagni: noi siamo comunisti. E proprio perché siamo comunisti scegliamo di prendere in mano le nostre bandiere e di provare a piantarle nella società, per cambiare le cose, incidere, con una ambizione egemonica di trasformazione. I riflessi condizionati della pura testimonianza non ci interessano, non ci appartengono. Siamo comunisti e vogliamo cambiare la realtà, qui ed ora, e non abbiamo paura di parlare di potere, di governo, di blocco sociale, di alleanze, di cambiamento.
Ma per farlo – ed è questa l’ultima cosa che voglio dire – non è pensabile continuare con questo Segretario, con questo gruppo dirigente. Lo voglio dire chiaramente: non si può mettere nelle mani di chi ha fallito sistematicamente ogni appuntamento politico ed elettorale negli ultimi cinque anni le chiavi del nostro futuro. E men che meno di chi, una intera classe dirigente, aveva in mano il più grande partito comunista dell’Occidente e ci ha consegnato in vent’anni questa miseria.
Non è rottamazione, è buon senso.
Non è una lotta di qualcuno contro qualcun altro, ma un cambio di passo che dobbiamo fare tutti insieme, per il bene del partito e della sinistra italiana.
Vedendo questa sala, questo gruppo dirigente, sono ancora più fiducioso di ieri. So che possiamo farcela.
Del resto non è difficile. Machiavelli – ricorre proprio quest’anno il cinquecentesimo anniversario del Principe – ci insegna che bisogna guardare l’alto delle istituzioni e delle forme del potere dal basso e il basso della società e delle sue contraddizioni dall’alto. Questo incontro di sguardi è la politica.
Che intuizione meravigliosa!
Qualcosa mi dice, l’assemblea di oggi innanzitutto, che la politica non solo ci appassiona, ma siamo anche in grado di farla.

Cesare Procaccini, segretario nazionale Pdci

Cesare Procaccini, segretario nazionale Pdci

CESARE PROCACCINI, NEOSEGRETARIO PDCI, SU F35 E MISSIONI ESTERE:
“Sconcertanti dichiarazioni ministro Difesa Mauro

“Si acquistano F35 e si indebolisce difesa intesa come protezione civile nazionale” Per Cesare Procaccini, segretario nazionale Pdci, “è sconcertante che il ministro della Difesa, Mauro, affermi che, a causa dei tagli del governo, l’Italia resterà senza difesa.
E che lo affermi mentre si acquistano i bombardieri F35 con una spesa complessiva di oltre 50 miliardi di euro e si inviano militari italiani in missione all’estero. Contemporaneamente – continua Procaccini – viene indebolito il sistema di difesa inteso soprattutto come protezione civile nazionale. F35 e missioni all’estero – conclude Procaccini – sono disastrosi anche sul piano economico e perché sotto stretto ed esclusivo controllo della Nato”. —

Cesare Procaccini, segretario nazionale Pdci

Cesare Procaccini, segretario nazionale Pdci

CESARE PROCACCINI, NEOSEGRETARIO PDCI SU FIAT:
“Governo convochi Fiat e Fiom per ripristinare legalità”

“Le motivazioni della Consulta ribadiscono senza incertezze una verità per la quale da sempre noi comunisti ci battiamo: la Costituzione non va cambiata, va invece rispettata ed applicata”. E’ quanto dichiara Cesarer Procaccini, segretario nazionale Pdci.
“Negli stabilimenti Fiat, da cui la democrazia è stata espulsa con gli accordi separati e la conseguente emarginazione della Fiom-Cgil, vanno ripristinati immediatamente i diritti, le libertà e l’agibilità di tutte le organizzazioni sindacali. Chiediamo inoltre al governo di dare un immediato segnale positivo alla Fiom-Cgil e ai lavoratori dell’auto, costretti oggi a usufruire di un contratto nazionale senza regole né garanzie, convocando al più presto le parti”.

7595PDCI: La tribuna verso il congresso straordinario:
http://www.comunisti-italiani.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=8785&mode=thread&order=0&thold=0
http://www.comunisti-italiani.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=8779&mode=thread&order=0&thold=0http://www.comunisti-italiani.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=8792&mode=thread&order=0&thold=0
http://www.comunisti-italiani.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=8791&mode=thread&order=0&thold=0
http://www.comunisti-italiani.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=8780&mode=thread&order=0&thold=0
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maurizio aversa

maurizio aversa

PRO O CONTRO UN ACCORDO COL CENTROSINISTRA? PRO O CONTRO IL PD E BERSANI? COME AFFRONTARE LE ELEZIONI ALLE PORTE?
Siamo alle porte delle elezioni politiche. Ci siamo giunti per un “accidente” e per la soggettiva responsabilità politica e personale del capo-padrone della destra italiana. Questo governo abbiamo tante volte detto, e tante volte abbiamo lottato e manifestato per cacciarlo via. Quindi il cruccio non esiste. Via Monti? E’ una buona notizia. Ora con le implicazioni che vengono da una fase nuova. Con i guasti prodotti e la crisi incombente (che , ricordiamolo, non toglie soldi all’economia di tutti. Ma soldi e diritti ad alcuni e elargisce privilegi ai soliti noti) la sinistra e i comunisti si ritrovano, nelle oggettive condizioni di pesare poco nella vicenda politica generale. Di non riuscire ad essere unico soggetto di riferimento delle lotte sociali in atto. Di giungere addirittura ancora divisi (anche per scelte miopi di Rifondazione da più di un anno) in organizzazioni differenti invece che riuniti in un unico Partito Comunista. A tutta questa situazione il compagno Domenico Moro ha provato a dare completezza di analisi per farne scaturire una proposta. La proponiamo qui di seguito. Subito dopo, ho aggiunto una mia critica alla conclusione – che, appunto, non condivido – di Moro. Ovviamente è apertissimo il dibattito e lo spazio è a disposizione di chi voglia intervenire.
Domenico Moro, Federazione Pdci Roma

Domenico Moro, Federazione Pdci Roma

ANALISI E PROPOSTA POLITICA DI DOMENICO MORO

1. Un uso corretto della teoria
Nell’ultimo mese si è accesa tra i comunisti in Italia una discussione sulle alleanze in vista delle prossime elezioni politiche. La domanda è se aderire al centro-sinistra, ovvero allearsi al Pd, oppure costruire alleanze politiche alternative al di fuori del centro-sinistra. In effetti, la seconda opzione rappresenta una rottura con una linea che, seppure in modo non sempre uniforme, è stata portata avanti per venti anni da Rifondazione Comunista e dal PdCI. Per supportare questa o quella posizione si è fatto riferimento alla teoria politica marxista, i cui fondamenti sono stati espressi da Lenin e sviluppati da pochissimi altri, tra cui Gramsci.
Va da sé che, come per ogni classico, si corre il rischio di citare impropriamente questo o quel passaggio. Eppure, un uso improprio di Lenin è particolarmente difficile se solo lo leggiamo un po’ più attentamente. Ad esempio, “L’estremismo malattia infantile del comunismo” viene qualche volta citato a sostegno della necessità dei compromessi. In merito, però, la posizione di Lenin è alquanto articolata: “Un uomo politico deve saper distinguere i casi concreti di quei compromessi che sono inammissibili e dirigere tutta la forza della critica contro questi compromessi concreti (…)
Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso.”[1] Un conto, dice Lenin, è il compromesso della socialdemocrazia nel 1914, che votò i crediti di guerra, altro conto è il trattato di pace che i bolscevichi firmarono con i tedeschi a Brest-Litovsk nel 1918. Il primo fu una capitolazione dei socialisti tedeschi e francesi davanti al proprio imperialismo, il secondo fu il modo con cui i comunisti russi salvarono il giovane e fragile stato sovietico.
Anche noi, ancorché molto più modestamente, dovremmo partire dal “calcolo ponderato e rigorosamente obiettivo di tutte le forze in campo”[2] e “riconoscere apertamente un errore, scoprirne le cause, analizzare le situazioni che lo hanno generato, studiare attentamente i mezzi per correggerlo: questo è indizio della serietà di un partito.”[3] La mia impressione è che nel dibattito in corso si tenda ad incentrarsi sulle risposte immediate, le alleanze e la tattica elettorale in generale, senza aver definito quale strategia complessiva vada adottata e senza aver analizzato la situazione concreta e la natura delle forze politiche in azione.
2. Valutazione dei governi di centrosinistra
Pier Luigi Bersani, candidato premier del Centrosinistra

Pier Luigi Bersani, candidato premier del Centrosinistra


I comunisti, gramscianamente “filosofi della prassi”, devono sempre fare un bilancio della loro esperienza e capire, sulla base di questo, se modificare, e in quale direzione, la loro prassi. Valutiamo allora la nostra esperienza ventennale, che si è basata sull’alleanza strategica con il centrosinistra, e che comprende la partecipazione a due governi a guida Prodi. Riteniamo positivi i risultati della nostra partecipazione a questi due governi? Vediamo.
Il primo governo Prodi aumentò l’Iva dal 19% al 20%, ridusse gli scaglioni e la progressività dell’Iperf, di cui portò l’aliquota massima Irpef per i ricchissimi dal 51% al 45,5%. Soprattutto diede inizio al processo di precarizzazione del mercato del lavoro italiano con la legge Treu (1997). Tale legge, secondo l’Ocse, ha inciso in termini di deregolamentazione del mercato del lavoro molto più della Legge Biagi, varata dal governo Berlusconi nel 2003. Le privatizzazioni effettuate dal governo Prodi sono state molte di più di quelle effettuate del governo Berlusconi, a partire dalla “madre” di tutte le privatizzazioni, quella di Telecom (1997).
Passiamo al Prodi II. In questo governo il ministro dell’economia Padoa Schioppa (già artefice dell’euro e successivamente membro del Consiglio di amministrazione della Fiat), si faceva paladino della bellezza del pagare le tasse e della disciplina di bilancio. In effetti, furono le aliquote dell’Irpef per i redditi più bassi ad essere aumentate[4], mentre le imposte per le imprese, l’Ires e l’Irap furono diminuite. In particolare, la tanto sbandierata riduzione del cuneo fiscale andò tutta a favore delle imprese. Sul piano della politica estera, l’Italia incrementò il numero dei suoi soldati e dei suoi mezzi offensivi in Afghanistan, dove furono impiegati in vere e proprie azioni di guerra, malgrado le continue smentite del governo. Quale fu la nostra incisività sull’operato di quel governo? Pressocché nulla. Tutti i punti più qualificanti del nostro programma elettorale, a partire dall’abolizione della Legge Biagi, furono sacrificati alla salvezza della coalizione di governo. Chi votò contro l’Afghanistan fu tacciato di tradimento in faccia al nemico (berlusconiano, mica talebano). Tutte le volte che si provò ad alzare la testa si veniva zittiti con il solito ricatto morale: “Volete prendervi la responsabilità di far cadere il governo e aprire la strada a Berlusconi?”
Dal momento che i lavoratori italiani e in particolare i nostri elettori guardano ai fatti concreti, venimmo puniti (Prc, PdCI e Verdi), perdendo 3 milioni di voti e scendendo dal 12% al 3%. Che quella debacle fosse dovuta al rifiuto – non nostro ma di Veltroni – di coalizzarsi, che cioè fosse dovuto al “voto utile” o principalmente ad esso è smentito da numerose ricerche sui flussi elettorali, che dimostrano che i nostri elettori si diressero soprattutto verso l’astensione. Solo in parte minore si diressero verso l’Idv e in misura minima verso il Pd. Su questo consiglio la lettura del mio articolo “Il voto di classe in Italia”[5]. In effetti, cominciammo a perdere voti (in assoluto e in percentuale) a partite dalle comunali del 2007, cioè durante il governo Prodi II e prima dell’Arcobaleno del 2008. Tuttavia, Prc e Pdci ignorarono tutti i segnali di disagio del nostro elettorato e continuarono a logorarsi con la partecipazione al governo, fino a che Mastella non ne staccò la spina. Tuttavia, in politica nulla è fisso e tutto e mobile. Vediamo, dunque, se oggi il Pd è in grado di esprimere una discontinuità col passato.
3. La contraddizione è tra tecnica e politica ?
Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro del Pd

Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro del Pd


È stato detto che oggi la scelta sarebbe tra i tecnici e la politica. Appoggiare il Pd e Bersani rappresenterebbe il modo in cui riportare in auge la politica. Ci si scorda, però, di osservare che in Italia è ancora in vigore un meccanismo di governo parlamentare in base al quale il governo Monti ha dovuto ottenere la fiducia del Parlamento. E soprattutto ci si scorda di osservare che esiste una maggioranza politica e parlamentare che ha sostenuto il governo e ne ha votato i decreti. Il Pd, che per senso di responsabilità (verso chi?) ha rinunciato ad elezioni che avrebbe vinto a mani basse, è stato un pilastro fondamentale di tale maggioranza. Non si può negare che il Pd ha votato tutti i provvedimenti del governo, che sono stati i peggiori degli ultimi decenni: dall’aumento dell’età pensionabile al più alto livello europeo, alla riforma Fornero del mercato del lavoro, all’abolizione dell’articolo 18, all’aumento delle imposte regressive come l’Iva e alla reintroduzione dell’Imu sulle prime case.
Sempre a proposito di contraddizione tra tecnici e politici, andrebbe osservato, oltre al fatto che la riforma Fornero riprende alcune proposte Pd (ad esempio l’apprendistato che abbassa i salari di entrata), che la Legge di stabilità non è stata affatto migliorata nel passaggio in Commissione Bilancio, dove uno dei due relatori di maggioranza era Baretta del Pd, e in aula a Montecitorio. Anzi, è stata peggiorata, visto che, attraverso lo storno di risorse che sarebbero dovute andare alla riduzione dell’Irpef per i più poveri, sono state aumentate le risorse alle imprese, realizzando, attraverso un falso “salario di produttività”, la morte del contratto collettivo, la riduzione dei salari e la subordinazione dell’organizzazione del lavoro alle esigenze di profitto. Inoltre, quando è stato proposto l’aumento di un 3% di aliquota Irpef per i redditi oltre i 150mila euro, allo scopo di trovare risorse per gli esodati, Bersani si è detto contrario[6]. Particolarmente irritante è stata, poi, l’emendamento del Pd a favore del mantenimento di 223 milioni per le scuole private, a fronte di tagli consistenti alla scuola pubblica.
La questione più importante, però, è che il Pd ha approvato il più decisivo di tutti i provvedimenti: il fiscal compact e l’introduzione in Costituzione del Pareggio di Bilancio. E non certo obtorto collo, visto che Pds, Ds e Pd hanno sempre assunto posizioni in linea col mainstream europeista. Lo stesso Fassina, rappresentante della sinistra “socialdemocratica” del Pd, ha detto che si tratta di un fatto positivo in quanto consente di avere “più Europa”. Abbiamo visto cosa vuol dire avere più Europa: subordinazione delle politiche sociali e del lavoro alla stabilità dell’euro ed alle compatibilità di bilancio.
Bersani può parlare finché vuole di “rimettere al centro il lavoro” e dire che “il prossimo governo non lo decideranno i banchieri”. Le sue parole risultano poco credibili a fronte dei fatti, cioè dei provvedimenti da lui votati sul lavoro e a fronte dell’approvazione dei vincoli di bilancio che impediscono qualsiasi margine di politica di carattere veramente socialdemocratico. Senza contare il non piccolo dettaglio della propensione del Pd all’alleanza con una forza come l’Udc, come sperimentato in Sicilia, e la dichiarazione di Bersani, subito dopo le primarie: “Continuerò a sostenere la politica di rigore e credibilità che Monti ha portato”. La domanda è, quindi, la seguente: se la formula del centrosinistra è fallita già negli anni passati, come possiamo pensare che riesca oggi, in presenza di rigidi vincoli di carattere europeo, con una blindatura del governo entro binari ben precisi e con le nostre forze che sono molto più ridotte che nel 2006?
4. Contare e non fare testimonianza. Sì, ma come?
Nichi Vendola

Nichi Vendola


Giustamente si dice che i comunisti devono cercare di contare e non ridursi a pura testimonianza. Contare non significa, però, partecipare ad alleanze in cui non esistono i rapporti di forza per pesare. Il rischio di ridursi a pura testimonianza sta proprio nel ripetere una linea dimostratasi errata, che ci vede ininfluenti e ci allontana dalle masse, erodendo il poco consenso rimasto. Si è detto che non si fanno alleanze “a prescindere”. Come ho scritto mesi fa[7], sono d’accordo: in politica vanno evitate le pregiudiziali. Ma in questo caso concreto dov’è il programma del centrosinistra che, ad esempio, ripristina l’articolo 18 o la precedente età di pensionamento?
Il punto è che la fase storica è cambiata. Siamo non solo all’interno della peggiore crisi del capitale dalla fine della Seconda guerra mondiale, che probabilmente durerà almeno un quindicennio, ma anche all’interno della maggiore riorganizzazione della produzione e dei rapporti di lavoro. Ad esempio, la precarietà e la disoccupazione, fenomeno collegato all’astensionismo, non sono più un dato congiunturale, ma caratteristiche strutturali e funzionali dell’accumulazione di capitale. Il fallimento del centrosinistra e della nostra strategia, pensata attorno ad esso, è dovuta proprio all’incomprensione di quanto stava accadendo e dello stato d’animo delle masse.
I mezzi di comunicazione, fortemente controllati dai grandi gruppi monopolistici, hanno avuto buon gioco a rivolgere la rabbia popolare verso la “casta”, i politici, i partiti, mentre il problema è nei rapporti di produzione. Non dobbiamo cadere nello stesso errore, sia pure in forme rovesciate, pensando che la contraddizione sia tra antipolitica e politica o tra tecnica e politica. La politica in astratto non può risolvere la situazione, perché la vera contraddizione è tra una politica, in qualunque forma si manifesti, che esprime le esigenze del capitale e una politica che esprima le esigenze del lavoro salariato. Se la politica e i partiti sono screditati non è (sol)tanto a causa dei costi della politica o della corruzione, ma soprattutto perché vengono percepiti come incapaci di frenare lo smottamento sociale. E se i partiti vengono percepiti come “tutti uguali” è proprio perché le ricette di politica socio-economica non si differenziano di molto tra centrosinistra e centrodestra, rimanendo questi all’interno di linee-guida egemoniche.
Una alleanza di una parte della Fds con il Pd avrebbe effetti perniciosi per la ripresa della sinistra in Italia e per la ricostruzione di un partito comunista. In primo luogo, perché spaccherebbe, insieme alla Fds, anche il fonte dei comunisti, scavando un solco tra di loro, e poi perché la ricostruzione di un partito comunista di massa passa per la ritessitura paziente di un rapporto di fiducia con i settori di classe più avanzati che si è rotto. Soprattutto passa per il recupero dell’astensionismo, in cui è finita una parte consistente dei nostri voti.
In definitiva, la riaffermazione di un progetto politico sta nella ricostruzione di rapporti di forza adeguati, nell’accumulo di forze. Solo se i comunisti e la sinistra non si faranno risucchiare nel centrosinistra riusciranno a fare questo e potranno provare ad occupare un’area politica che diventa sempre più ampia. Un’area che, non presidiata adeguatamente ed essendo inammissibili i vuoti in politica, rischia di essere definitivamente occupata da un ampio ventaglio di forze politiche che, seppure in modo diversificato, esprimono posizioni di estrema destra se non addirittura neofascista.
Quanto abbiamo detto non è in contraddizione con il ritorno dei comunisti in Parlamento, anzi ne è condizione necessaria. Esistono le condizioni politiche ed il terreno sociale per realizzare un sistema di alleanze alternative al Pd, che consentano di superare lo sbarramento elettorale. E soprattutto che permettano di ricostruire un insediamento sociale che è venuto meno e che garantiscano l’autonomia politica necessaria per affrontare, dentro e fuori il Parlamento, una stagione di lotte che si prospetta lunga, complessa e molto dura.
S.M. delle Mole (Marino). Franca Silvani, Seg. Pd e Maurizio Aversa, Seg. Pdci ad una inziativa

S.M. delle Mole (Marino). Franca Silvani, Seg. Pd e Maurizio Aversa, Seg. Pdci ad una inziativa

RISPOSTA DI MAURIZIO AVERSA
L’analisi del compagno Moro è ampiamente condivisibile. La conclusione no. Perchè la giusta analisi che compie sulla vicenda passata, ricca anche di mero opportunismo politico e di manovre “interne al PD”, ad un certo punto del ragionamento viene “mischiata” con le affermazioni bersaniane delle utlime settimane ” “rimettere al centro il lavoro” e dire che “il prossimo governo non lo decideranno i banchieri”, contestandole. Ecco è qui l’errore. Queste dichiarazioni (che al momento sono parole, non impegni vergati col sangue), sono in realtà ciò che “dovrà avvenire”. Laicamente, dovremmo dire solo le aprole non bastano. Da comunisti dovremmo aggiungere: se ci dimostrano che in un accordo dato, c’è uno spazio per far contare cose in cui si riconosce l’idea comunista e i lavoratori e i diseredati a cui vogliamo rivolgerci allora va bene anche un sostegno (e un accordo elettorale) col centrosinistra col Pd; se questo non c’è allora no. Ma è questo il percorso. Non altro. Proprio per l’analisi di Moro, il nostro maggior compito – stante il rischio della presenza dell’idea stessa di comunismo e marxismo nel nostro paese – non è aprioristicamente stabilire se siamo pro o contro il centrosinistra; pro o contro il Pd; o quanto distanti siamo in centimetri-metri e chilometri da Nichi Vendola; il nostro compito consiste nel verificare come quella “poca” forza attuale di cui siamo responsabili possa essere utilizzata per il miglior risultato possibile, alle condizioni date, per dare una opportunità, una speranza, un proseguio nel cammino del movimento comunista in italia. Per questo non dico NO a Moro. Ma dico ottima analisi, frettolosa e distorta conclusione.
Comunisti uniti per essere più forti

Comunisti uniti per essere più forti

E’ morto Luciano Barca

Il cordoglio di Oliviero Diliberto:
“Voglio esprimere il profondo cordoglio mio e del Partito per la scomparsa di Luciano Barca.” Così Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci, che prosegue: “E’ stato partigiano, poi dirigente di primissimo piano del Pci, preziosissimo intellettuale, che ha dato un contributo decisivo alla vita democratica del Paese e del Partito: in particolare acuto nell’analisi e puntuale nella proposta politica. Uomini come lui ci mancheranno e sarebbero essenziali per la sinistra di oggi.”

(da Sciopero Generale)

Giorgio Cremaschi


Settimana decisiva per lo sciopero generale

E’ questa una settimana decisiva per lo sciopero generale. Il 22 e il 23 si riunisce il Direttivo nazionale della Cgil, per la prima volta da molti anni a porte chiuse. Questa decisione è il segno della difficoltà del dibattito interno. Dopo la Fiom e la minoranza congressuale anche diverse strutture, tra queste pare la Cgil Emilia, si sono espresse a favore dello sciopero generale. La Federazione della conoscenza ha convocato il suo sciopero per il 21 marzo e la Funzione pubblica per il 25. E’ chiaro che dopo l’accordo separato nei pubblici, mentre continua l’attacco della Fiat, della Confindustria e del Governo ai diritti e al contratto nazionale, la Cgil è a un bivio.
Non sarebbe difficile, in fondo, prendere la decisione sullo sciopero generale. Sarebbe una decisione popolare anche sul piano dell’opinione
pubblica, vista l’arroganza crescente di Berlusconi e il disgusto collettivo che essa sta suscitando. Tuttavia lo sciopero generale impone alla Cgil di dare una risposta alle affermazioni che un suo segretario, Vincenzo Scudiere, ha fatto a una recente assemblea della Fiom. Qui si è detto che la Cgil non aveva all’ordine del giorno lo sciopero generale perché si tentava una ripresa di dialogo unitario e sulla rappresentanza, mentre non si rinunciava a costruire con la Confindustria un “Patto per la crescita”. Se questa è stata la motivazione per il no allo sciopero, è evidente che la proclamazione della mobilitazione generale porterebbe a dover considerare fallita questa prospettiva. Questa è l’impasse della maggioranza del gruppo dirigente, da un lato tentata dallo sciopero, per le spinte oggettive che ci sono nel sindacato e nel paese, dall’altro spaventata a dover
concludere che la rottura con Cisl, Uil e Confindustria è destinata a durare e ad accentuarsi. Anche le incertezze del Partito Democratico
coinvolgono il gruppo dirigente della Cgil. Tutto questo sfocia così nella discussione nel Direttivo, che non potrà più produrre ulteriori rinvii.
Tutti sono chiamati a scelte chiare, tocca alla Cgil, ma anche alla sua minoranza. Quest’ultima finora ha vivacchiato all’ombra della Fiom. E’ chiaro che se la Cgil deciderà lo sciopero generale si aprirà una fase nuova dentro l’organizzazione. Se invece questo non dovesse avvenire la minoranza dovrà uscire dalle sue incertezze e trasformarsi in una posizione pubblica e di massa. In ogni caso l’assemblea di delegati autoconvocata a Roma per il 26 febbraio assume un ruolo sempre più importante, alla luce delle decisioni che pochi giorni prima saranno prese dal Direttivo della Cgil.

 

 

 

(da ariaprecaria)

 

Lavoro. Ancora la storia di un delegato alla sicurezza licenziato

Scritto da Administrator
martedì 22 febbraio 2011
Pubblichiamo la lettera di un lavoratore e lettore di DirittiDistorti licenziato perché ha fatto il proprio dovere di Rsu e Rls, segnalando, prima all’azienda e poi agli organi competenti, ciò che non andava in materia di sicurezza sul posto di lavoro. Da qui inizia la sua odissea, il licenziamento è stato impugnato dal lavoratore e a maggio avrà inizio il processo.  Ancora una storia che mette in evidenza come sia difficile svolgere realmente il ruolo di delegato alla sicurezza, come siano deboli le norme che tutelano questa figura e come molto spesso il lavoratore affronta solo la sua battaglia perché intanto il suo licenziamento ha avuto l’effetto di impaurire tutti gli altri lavoratori. E tutto questo in un Paese, l’Italia, in cui si registra una media di tre morti sul lavoro al giorno. 

Mi chiamo Vincenzo Labella di Baragiano scalo (PZ) ex operaio della Linea legno Srl  azienda del posto che produce infissi in legno. Ex poiché sono stato licenziato a fine agosto 2009, poiché in qualità di RSU/RLS ho chiesto la messa in sicurezza delle aree più polverose della fabbrica, essendo prive del tutto delle aspirazioni. Vi lascio immaginare quanta polvere si produce in un’azienda che lavora il legno. Sono stato assunto nel 2001 come operaio qualificato e fino a quando non mi sono iscritto al sindacato (marzo 2008), ho lavorato nell’area montaggio e assemblaggio infissi. Subito sono stato spostato nell’area carteggiatura. In seguito mi sono candidato per le elezioni e sono stato eletto nell’aprile 2008 RSU/RLS e da allora ho incominciato a fare le dovute richieste. Da allora è incominciato l’incubo, ogni volta che facevo osservare la pericolosità di postazioni o lavorazioni, venivo perseguitato dal titolare o da chi per esso, avevo perso tutta la tranquillità, sia dal punto di vista lavorativo che da quello familiare. Dopo un anno circa di richieste, per altro per iscritto tramite raccomandate o per fax, ho fatto intervenire l’ASL di Potenza, la quale accertava tutte le inadempienze che da tempo segnalavo, intimando la messa in sicurezza e sanzionando l’azienda. Dopo esattamente 2 settimane mi fecero recapitare la lettera di licenziamento con la motivazione:chiusura totale e definitiva dell’area carteggiatura, guarda caso proprio dove ero stato spostato dopo essermi iscritto al sindacato! Il licenziamento è stato impugnato e purtroppo, anche in seguito a varie vicissitudini, il processo avrà inizio a fine maggio 2011. L’azienda ha fatto la DOMANDA RICONVENZIONALE e addirittura mi chiede un risarcimento danni di euro 70.000 solo perchè in seguito al licenziamento è uscito un articoletto su qualche giornale, il quale avrebbe rovinato l’immagine dell’azienda. Vi chiederete: e gli operai che ti hanno eletto cosa hanno fatto? Nulla,assolutamente nulla, non hanno speso una parola in mio favore per paura che l’azienda avrebbe chiuso e sarebbero rimasti tutti senza lavoro.
Adesso sono senza lavoro con moglie e due figli di 11 anni  e con un mutuo da pagare, ma soprattutto la cosa che più mi fa rabbia che non esista una legge che tutela il rappresentante sulla sicurezza dagli “squali padroni” che ogni giorno mettono a rischio la salute dei propri dipendenti.

Distinti saluti

Labella Vincenzo Domenico

19-2-11

 

 

Comunisti Unitibandierarossa1

SINTESI DEGLI INTERVENTI DELLA RIUNIONE:

La relazione introduttiva è stata di un compagno di Comunisti Uniti del Lazio, tra i promotori romani dell’appello insieme ad altri tre compagni presenti, che ha ricordato come la convocazione di questa riunione non prelude alla nascita di una “costituente comunista” (per noi indispensabile) qui ed ora – o allo scioglimento dei gruppi e delle aree comuniste esistenti dentro e fuori PRC e PdCI – e nemmeno all’annessione o subordinazione alle linee stabilite nei due partiti ex-parlamentari. Deluderemo qualcuno che oggi si aspetta grandi proclami, ma noi siamo consapevoli che tale processo non sarà né semplice, né di immediata soluzione. Sarebbe quantomeno incongruente, d’altronde, condividere un’analisi che registra una dispersione ed una inadeguatezza dell’attuale movimento comunista (dentro e fuori PRC e PdCI) per arrivare alla conclusione che è sufficiente…“forzare” i tempi perchè questi sarebbero “maturi”!

Oggi l’obiettivo non è uno “strappo”, ma “accorciare la forbice tra quello che si dice e quello che si fa”. Un progetto di “costituente comunista” serio, e che abbia una velleità di successo, non può procedere con accelerazioni soggettiviste che tendono a voler cercare scorciatoie organizzativistiche e che cercano di predeterminare un periodo di “scadenza” a tale difficile e tortuoso processo unitario. Allo stesso modo non possiamo attendere che il problema venga risolto dall’alto, da qualche dirigente che, senza un processo di coinvolgimento delle energie e delle forze diffuse sul territorio, senza un processo di rilegittimazione nel conflitto, decida in qualche segreta stanza tempi e modalità di qualche alchimia politicista di cui non sentiamo nessun bisogno. Non si può aspettare oltre, “calando” tale rilancio in piena campagna elettorale. Sarebbe, infatti, un ulteriore grave errore che il rilancio di un progetto politico fosse subordinato a un semplice tentativo elettorale (strada fallimentare già percorsa in passato).

Ovviamente, non siamo contrari a che nel dibattito nazionale la questione elettorale (come altre) venga affrontata secondo le necessità della fase. Al contrario. Pensiamo che la riconquista di una credibilità e di un consenso dei comunisti in settori di massa passi attraverso un processo di ritorno nel conflitto sociale e una capacità di ricandidarsi come un movimento di organizzazione e di lotta complessivo. Quindi, anche nelle istituzioni. Ma un nuovo peccato di elettoralismo e politicismo ci condannerebbe a ulteriori sconfitte e divisioni. Come detto, noi concepiamo un’unità dei comunisti inscindibilmente legata alla riconquista di un’autonomia politico-oganizzativa e di un’indipendenza teorico-culturale e che quindi non baratti più l’anticapitalismo ed il conflitto di classe per la governabilità e la concertazione politica e sindacale. Per questo riteniamo doveroso costruire a livello nazioanale, un’agenda politica autonoma dei comunisti per intervenire in appoggio e all’interno dei conflitti sociali per aiutare l’emergere di una posizione di classe. Questo crea le premesse della vera “unità” pone la necessità (nella classe) di una vera “rappresentanza”. Le altre soluzioni sono quelle che ci hanno portato già ai minimi storici, non tanto nel consenso elettorale quanto nella credibilità e nel riconoscimento di massa.

Chi coinvolgere in questo progetto dunque? Da chi ripartire? Per noi sono essenziali le tre componenti escludendone una delle quali il progetto sarebbe monco: i compagni nel PRC, quelli nel PdCI e quelli di altre organizzazioni o che non hanno appartenenze politico-organizzative. Non come “alleanze” tra aree, ma sulla base di coordinamenti locali unitari (“case comuni”) e in un movimento nazionale dove tutti hanno pari dignità e ci si vincola in iniziative comuni ove condivise. Non ci sono pregiudiziali se non quella di condividere questo percorso con le discriminanti della “unità” legata alla “autonomia” (ossia slegata da processi meramente elettoralistici, del governismo e del “meno peggio”).

Questo lavoro di composizione di un’area nazionale (trasversale alle organizzazioni e partiti esistenti) dovrà articolare campagne e proposte sui tre piani oggi all’ordine del giorno: la questione politica (che tipo e che livelli di organiazzazione darsi oggi); la questione sociale (come coordinarsi sulla questione sindacale in primis, ma anche altri movimenti e conflitti); la questione culturale (elaborazione analitica e teorica e strumenti di divulgazione).

I coordinamenti locali sono indispensabili perchè i soli accordi tra gruppi politici e/ dirigenti porterebbero al massimo ai nefasti “intergruppi” e escluderebbero, di fatto, la gran massa dei compagni delusi che oggi sono fuori da ogni organizzazione politica.

Dal canto nostro abbiamo già cominciato a organizzare riunioni locali aperte e unitarie con l’obiettivo di costruire tali gruppi  provinciali e regionali di Comunisti Uniti che, prossimamente, riconvocheremo e metteremo a disposizione di tutte le compagne ed i compagni che intendessero parteciparvi. Laddove già esistono chiediamo che i gruppi di lavoro ed i coordinamenti territoriali di Comunisti Uniti nominino dei referenti da mettere a disposizione per i contatti nazionali.

Sosteniamo quindi la proposta che sia il gruppo dei primi cento promotori dell’appello (che si dovrà riunire nel più breve tempo possibile), visto che si sono presi la reponsabilità di lanciarlo ad aprile, a rilanciare il percorso nazionale e a riconsengarlo all’iniziativa unitaria dei compagni e delle compagne “ovunque collocati”. Non per tirare la volata a questa o quell’altra area politica, non per escluderne altre ritenute “scomode”, non per strumentalizzare l’iniziative per favorire settarsimi e scelte avventate, non per usare il lavoro comune per risolvere problemi interni a questo o quel partito…ma per mettere a disposizione di tutte le compagne ed i compagni uno strumento utile per aprire una strada e una speranza per la costruzione dell’unica “casa comune” di cui, alla fine di un lungo percorso, tutti sentiamo la necessità: un Partito solo per tutti i comunisti. Gerardo Giannone, RSU della FIAT di Pomigliano e uno dei cento promotori dell’appello, condividendo in toto la relazione introduttiva, ha inteso subito dare un contributo indicando una delle proposte politiche possibili da attuare a livello nazionale per favorire l’unità e l’autonomia dei comunisti e la loro propositività politica. L’idea è quella di individuare un’agenda politica autonoma dallo scadenzismo – anche se non scollegata dall’attualità del conflitto di classe – con quattro campagne politiche l’anno su temi legati, ad es., al lavoro, scuola/università, stato sociale, internazionalismo, ecc… La modalità dovrebbe essere quella di scegliere una tematica politica “pregnante” su cui fare delle campagne nazionali di tre-quattro mesi. In ogni territorio ciascuno gruppo locale la svilupperebbe, secondo le proprie forze e le condizioni della propria realtà specifica, con manifestazioni, assemblee, conferenze allargate anche ad altre forze comuniste ed anticapitaliste e poi ci si ritroverebbe a livello nazionale per una sintesi e messa in campo di proposte. La fine della campagna dovrebbe coincidere anche con una pubblicazione, tipo un quaderno della costituente comunista o qualcosa di simile. L’intervento di un compagno di Comunisti Uniti della Puglia ha prima fatto un breve resoconto sulle riunioni che hanno iniziato a fare da poco sul territorio pugliese e che li ha portati ad aprire un contatto in diverse provincie della regione. Partendo dalla realtà economica pugliese, sia delle fabbriche che nelle campagne, è possibile capire come questa crisi economica che stiamo attraversando non sia una semplice crisi ciclica di mercato ma, bensì, strutturale che porta il capitalismo a dover schiacciare sempre più il costo del lavoro con disoccupazione, precarietà, cancellazione di diritti. Un partito vero per tutti i comunisti è necessario per spiegare ai lavoratori la natura della crisi e perché non è più sufficiente semplicemente lottare contro l’aumento dei prezzi.  Da un lato la crisi fa prevalere la paura e la preoccupazione del futuro, ma dall’altro offre la possibilità e mille spunti per far capire che il capitalismo è un danno per tutti i lavoratori e le loro famiglie. Quando impera il libero mercato ed il profitto i lavoratori solo da perdere. Su questo va costruita un’alternativa di sistema, globale e non solo di governo. E’ intervenuto poi un rappresentante del Comitato Immigrati in Italia che è stata la struttura delle comunità immigrate che ha promosso le manifestazioni per il permesso di soggiorno, il diritto alla cittadinanza a Roma, Napoli, Brescia, ecc… Come comunista e appartenente a una fetta di classe lavoratrice sfruttata in questo paese si è dichiarato interessato al dibattito per una costituente comunista in Italia e per arrivare ad un partito comunista vero. E’ necessario un lavoro paziente valorizzando tutte le energie esistenti delle migliaia di compagni comunisti che in Italia sono dispersi in mille “parrocchie” e “tribù” e per questo è d’accordo con l’intervento introduttivo che invitava a non produrre accelerazioni organizzative quando non ve ne sono le condizioni. Per lo stesso motivo invita i compagni e le compagne presenti a non chiudere il dibattito sulle forme del coordinamento nazionale ma rilanciare a livello nazionale. Sulle tre questioni al centro del dibattito (politica, sociale e teorico-culturale) sottopone alcune proposte. Sulla questione politica è necessario aprire un confronto aperto (che possibilmente venga pubblicato in opuscoli o quaderni) su “che tipo di Partito” poiché potremmo intendere cose differenti sul tema e questo, nel futuro, sarebbe negativo. Sulla questione teorico-culturale sottolinea come manchi un’analisi condivisa e sufficientemente socializzata della formazione economico-sociale del capitalismo italiano. Senza questo elemento, senza capire quale tipo di classe operaia abbiamo, dove sono i punti di contraddizione principale, è difficile concepire un intervento di classe di lunga durata. Infine, la questione sociale ritiene sia prioritaria se intesa come costruzione di un lavoro di massa comune per tutti i compagni. C’è la necessità di elaborare un programma minimo di classe (con conseguenti piattaforme di lotta) legato e con cui presentarsi nelle lotte e nei movimenti. Ad esempio, per il movimento dei lavoratori immigrati è fondamentale che i compagni proletari italiani assumano come propria rivendicazione il diritto di cittadinanza per slegare dal ricatto del lavoro e del contratto la permanenza nel nostro paese. Questo non come semplice “solidarietà” ma come propria rivendicazione, perché gli immigrati vengono portati sul mercato delle braccia italiano per distruggere le conquiste e abbassare il salario della classe operaia di questo paese.  I compagni del Sud Pontino annunciano che è nato il gruppo di Comunisti Uniti del Basso Lazio e che parlano a nome dei compagni del PRC e del PdCI della zona. Condividendo gran parte della relazione introduttiva sottolineano solo la necessità che nel dibattito e nell’iniziativa sulla costituente comunista non vengano lasciati soli i compagni delle provincie più periferiche e piccole ed i compagni senza organizzazione. Anche perché in quei territori problemi che sembrano irrilevanti nelle grandi metropoli possono assumere rilevanza enorme per riorganizzare un fronte di lotta contro il capitalismo. Un compagno de il Pane e le Rose/Movimento per la costituente comunista di Padova sottolinea che hanno accolto favorevolmente l’invito al dibattito pur non avendo aderito all’appello in quanto perplessi su che tipo di via si voleva intraprendere per l’unità dei comunisti.

I compagni sottopongono una riflessione sul fatto che è ormai da 30 anni che non c’è crescita e che la crisi si manifesta, oggi più violentemente. La causa è il progressivo abbassamento del tasso di profitto che porta il capitale ad avere come un’unica opzione quella del massacro sociale nei confronti dei lavoratori nei propri paesi e fuori. Tutte le manovre dei governi italiani, sia di centrodestra che di centrosinistra, sono andate in questo senso: dalle leggi sull’immigrazione, al Pacchetto Treu e la Legge 30, alle privatizzazioni, esternalizzazioni e delocalizzazioni. Questo toglie spazio a qualsiasi politica riformista, perché non ci sono le briciole degli alti livelli di profitto dei periodi precedenti per “ridistribuire”. La crisi dei partiti della sinistra socialdemocratica è una crisi di “spazi” che si sono chiusi. Sulla crisi e su questi elementi PRC e PdCI dimostrano di stentare ad avere un’analisi della fase del capitalismo. La frammentazione in atto è legata all’assenza di un progetto e di una visione politica credibile e di conseguenti compiti per la fase. Un compagno del PdCI di Palermo rileva il fatto che un progetto unitario aperto a tutti i comunisti “ovunque collocati” è necessario e per far questo è indispensabile fare un appello per costruire un coordinamento nazionale per arrivare ad un’analisi globale unitaria e non solo per comunicarci le iniziative locali. Comunisti Uniti può essere un buono strumento, ma la condizione per il successo delle forme di coordinamento, che si sceglieranno nel prossimo futuro, sarà quella di dotarsi di un progetto di lungo e medio periodo e non solo per affrontare questa o quella scadenza elettorale o contingente. Importante sarà anche dotarsi di strumenti di comunicazione efficaci e moderni nel conflitto sociale per far capire realmente chi sono e cosa vogliono i comunisti. L’intervento del compagno dell’Associazione marxista “Unità Comunista” di Napoli ha ricordato il percorso della loro organizzazione che, dopo anni di battaglia nelle minoranze del PRC (ad es., l’Area Programmatica), li ha portati a uscire da quel partito poiché vi considerava esaurita ogni spinta e spazio di agibilità. Si sono quindi da subito posti l’obiettivo di contribuire alla costruzione di un nuovo Partito che raccogliesse tutte le energie disperse dei. Cosa che hanno cercato di fare anche nei percorsi del CUC, del MCC e ora del cantiere per la costituente comunista.

L’appello non li ha mai convinti  perché calato dall’alto e perché nasceva dall’interno di partiti fallimentari come PRC e PdCI. Per costruire lo strumento politico della classe operaia ci vorrà tempo, ma per fare questo l’approccio che reputano giusto è quello di creare una cosa al di fuori di PRC e PdCI e che spinga i compagni ancora all’interno di questi partiti a uscire per fare insieme una vera costituente comunista. Su questo dissentono dalla relazione introduttiva e dalla maggior parte degli interventi ma non esclude semplici “patti di azione”. Un compagno di Massa-Carrara dei Comunisti Uniti della Toscana ha ricordato che la situazione è caratterizzata dalla estrema confusione. Al massimo grado di crisi del capitalismo nostrano corrisponde il massimo grado di crisi dei comunisti nel nostro paese. Questo è un elemento di debolezza di fronte alle mille contraddizioni che genera questo sistema economico-sociale. Nel tentativo di arginare la propria crisi e recuperare competitività, il capitalismo italiano comprime sempre di più la classe lavoratrice. I padroni ormai fanno ricorso alla cassa integrazione ed alla mobilità di massa pure senza reali motivi specifici, ma solo per abbattere ulteriormente il costo del lavoro, sostituendo così massa di lavoratori di vecchia contrattualizzazione con giovani precari, nel tentativo di prepararsi meglio agli scossoni successivi della crisi. I partiti comunisti hanno perso terreno anche perché non hanno saputo pensare al cambiamento. Questo porta scoraggiamento e arretramento anche culturale nelle fabbriche dove non esiste una reale rappresentanza sindacale di classe con la CGIL ormai chiusa nelle lotte di potere tra gruppi dirigenti. E’ necessario fare subito qualcosa che inizi a spostare qualcosa, senza piangersi addosso. Bisogna arrivare a strutturare un minimo di rete nazionale di Comunisti Uniti che sappia arrivare dopo le elezioni di giugno. Non ha senso lavorare per “scardinare” PRC e PdCI nel momento in cui questi partiti in cui molti di noi militano sono in estrema difficoltà. Soprattutto perché non esiste un progetto alternativo credibile.  Il compagno di Comunisti Uniti del Friuli Venezia-Giulia, un operaio della Eaton di Monfalcone, ha cominciato analizzando la crisi territoriale della propria zona dove ci sono molte fabbriche diffuse e anche grandi impianti come i cantieri navali (tra i più grandi in Europa) che impiegano 5.000 lavoratori, 1.500 dei quali come Fincantieri ma 3.500 con aziende in appalto e subappalto. C’è poi il forte problema delle conseguenze della nocività di lavorazioni come l’amianto che produce 70 morti l’anno. Gli operai sono senza protezione e senza una seria rappresentanza politica dei comunisti. E’ necessario dare subito segnali di unità come messaggio di ripresa della fiducia per i comunisti, ma principalmente dal basso per ricostruire la faccia del nostro movimento. Esiste un timore di una costituente immediata, come diceva l’introduzione, “a freddo”. Questo non deve verificarsi, non sono positive accelerazioni senza le condizioni. Tuttavia la questione deve essere all’ordine del giorno per costruirci una prospettiva di lungo-medio periodo. Non va derubricata per impedire che ci giochino sopra gruppi dirigenti pronti ad abbracciarla o ad affossarla secondo convenienze di sopravvivenza. Abbiamo una storia nelle fabbriche che non è completamente dispersa e le manifestazioni di 11 ottobre, 17 ottobre e lo sciopero del 12 dicembre hanno rappresentato sicuramente un segnale. In una situazione così difficile l’attendismo non paga. Il compagno di Unità Popolare della Basilicata non condivide la relazione perché le cose dette possono essere scontate e cercare solo delle forme di coordinamento ci porta a fare i manovali nel conflitto di dirigenti ambiziosi. Loro sono tra i fondatori del PRC nella regione ma poi ne sono usciti, perché il Partito non li appoggiava realmente (spesso li ostacolava). Anche quelli dell’attuale maggioranza loro ex-compagni in DP. Nella regione si occupano delle mobilitazioni dei braccianti, del lavoro con Alternativa Sindacale nella FIAT di Melfi e delle questioni territoriali più spicciole. Riescono a fare tutto questo meglio fuori dal PRC che quando erano all’interno per questo non sentono la nostalgia di tornarci ma di fare un Partito nuovo. Come? Bisogna fare un movimento esterno che rappresenti una terza forza rispetto a PRC e PdCI e che convinca la sua base a uscire. Per questi motivi devono valutare bene le proposte di coordinamento fatte in questa sede perché non convinti del lavoro “trasversale” (un’area politica dentro e fuori i due partiti) proposto. Il compagno di Proletaria dell’Emilia-Romagna è uno dei firmatari di Comunisti Uniti e si interessato di nuovo col rimontare del dibattito sulla costituente comunista spentosi con l’abbandono in un angolo dell’appello. Fondamentale è riprendere la comunicazione con l’esterno con spirito aggregativo. D’altronde è stato dimostrato che non è vero che i simboli del comunismo pregiudichino questa possibilità e la manifestazione unitaria dell’11 ottobre, con tutti i suoi limiti, ha rappresentato un importante primo segnale di riscatto. Così come è un segnale positivo e una felice intuizione la promozione dello sciopero il 12 dicembre anche da parte del sindacalismo di base. Come si può superare il settarismo e le diffidenze per riprendere un percorso unitario nazionale? Adottando l’ordine del giorno e il taglio politico proposto oggi.

Bisogna mettere in agenda il dibattito ed il lavoro politico per un Partito per tutti i comunisti e le comuniste, ma anche quello di un sindacato di classe con particolare attenzione a ciò che avviene nelle aree critiche della CGIL ma anche al patto permanente dei sindacati di base. Le disponibilità si trovano se le soggettività è chiara e mostra di avere obiettivi in prospettiva. Questo si fa coordinando gli interventi nazionali e locali e con iniziative pubbliche.  L’intervento di Sergio Manes, uno dei promotori dell’appello (seppure all’epoca con qualche riserva), è a nome del Cantiere per la costituente comunista di Napoli. Sperava in una situazione più avanzata e che si potesse fare qualche passo in più di quelli proposti nell’introduzione e emersi nel prosieguo del dibattito. Si rischia, a suo avviso, di rimanere prigionieri del passato e con un “convitato di pietra” rappresentato dai gruppi dirigenti che per la loro sopravvivenza si sono tornati ad occupare di noi dopo percorsi fallimentari. Comunque, per essere propositivi e aperti bisogna mettere le condizioni su “che tipo di Partito” si intende e lavorare ad un programma minimo di classe per la fase. Tutte le questioni di cui si occupa il partito sono finalizzate a un solo obiettivo: il potere. Tutto il resto è delegato al lavoro di massa (importantissimo). I paletti su cui lavorare sono la costituente comunista, la costituente sindacale, il lavoro culturale e un richiamo all’internazionalismo. Non bisogna essere affezionati ciascuno al proprio giocattolo e pertanto, dal canto suo, propone di mettere a disposizione la casa editrice “La città del Sole” e gli altri strumenti culturali di cui dispone per un utilizzo collegiale in un processo politico nazionale. A partire dalla bozza di ragionamento sul tema proposta dal compagno Andrea Catone (PRC di Bari) e di una conferenza nazionale sui “comunisti e la questione sindacale” già lanciata da qualche tempo. Un compagno operaio RSU della Marcegaglia di Sesto San Giovanni ritiene che per costruire un percorso di ricomposizione del movimento comunista non bisogna partire dalle divisioni e dalle presunte ragioni (o torti) che ciascuno di noi assegna a questa o quell’altra corrente della storia del marxismo. Anche perché c’è il rischio di puntare alle grandi idee senza nessuna pratica. Le due cose devono andare di pari passo (una buona teoria e precondizione di una corretta pratica) ma è sulla pratica e non sulla ricostruzione della storia del movimento comunista che ci si divide o ci si unisce.

Bisogna ripartire dai problemi principali della moderna classe operaia (crisi) e tentare di radicare consapevolezza di classe. Senza aprire questa strada (coordinando le energie disperse dai comunisti su obiettivi comuni, come fatto con la manifestazione alla Thyssen il 6 dicembre scorso) non si ricrea un quadro nazionale di tipo comunista indispensabile per un vero Partito Comunista. Bisogna radicare strutture locali e di settore e costruire delle campagne nazionali nel conflitto sociale su cui verificare e omogeneizzare pratiche, accordi e disaccordi. Una compagna di Roma che partecipa a Comunisti Uniti del Lazio evidenzia come la discussione sulle questioni ideologiche sia fondamentale per avere una progressiva unità di vedute. Tuttavia, vanno messe in specifici ordini del giorno per evitare che questo blocchi i processi unitari che si stanno aprendo in Comunisti Uniti tanto a livello locale quanto nazionale. La strada di costruire “case comuni” invece di chiedere lo scioglimento delle strutture politiche esistenti sembra quella giusta. Di fronte all’aggressività del capitalismo e al disorientamento della classe operaia la sparizione o la fine dei due partiti comunisti ex-parlamentari può essere un segnale negativo di fronte all’esigenza di unità. La forma di un coordinamento nazionale Comunisti Uniti per attraversare la fase è quella corretta. Questa crisi è di sovrapproduzione di capitali e quindi senza sbocchi immediati. Questo porta all’abbattimento dei salari, alla cancellazione dei diritti e al restringimento della democrazia borghese. Bisogna diffondere l’idea che dentro questo sistema non è possibile una soluzione. Si possono fare assemblee in tutte le regioni e provincie sulla crisi. Il rappresentante di Comunisti Uniti della Liguria illustra la nascita dei gruppi unitari che si sono riuniti in diverse provincie della regione e che proseguiranno questo lavoro sul territorio dopo aver riportato le decisioni collettive. Concorda sull’analisi delle condizioni e della crisi del movimento comunista oggi. Per andare realmente verso una costituente comunista non bisogna uscire dai due partiti ma costruire (allargando anche alle regioni assenti) un coordinamento minimo ma stabile delle realtà locali. Al contrario si farebbe l’errore della “fusione a freddo” che rischia di investire anche la proposta di fusione tra PRC e PdCI apparendo all’esterno come un tentativo di salvare le poltrone. Le elezioni europee sono un passaggio delicato perché i due partiti rischiano di “squagliarsi” ulteriormente (soprattutto il PdCI) per cui avere un’area politica nazionale di tutti i comunisti che “tenga” anche dopo l’ennesimo passaggio elettorale sarebbe importante per non avere un minimo di progettualità di fase che va “oltre”. Riprende la proposta iniziale di Giannone perché per avere questa progettualità bisogna dotarsi anche di un’agenda politica che serva a ognuno a forzare realisticamente la situazione dentro il proprio partito o componente comunista. E’ corretto utilizzare le scadenze elettorali, ma l’importante è che non siano vincolanti dentro il progetto politico nazionale Il contributo di un compagno del gruppo di lavoro di Comunisti Uniti della Lombardia inizia con i ringraziamenti ai compagni di Comunisti Uniti Lazio per essersi ostinati a mantenere i contatti con i gruppi regionali e locali che si rifacevano all’appello “Comuniste e Comunisti cominciamo da noi”. Anche perché, all’epoca e ancor più oggi, il lavoro di costruzione di un Partito Comunista all’altezza dei tempi non appare come una opzione, ma come l’unica via possibile dopo la disfatta arcobalenista del 13 e 14 aprile. Molte le aspettative che ha generato questo appello e queste adesioni tra compagni provenienti da molteplici esperienze, ma con spirito volutamente critico non si può negare la delusione per il suo “congelamento”. L’adesione è sostanzialmente rimasta come un’opzione da tenere nel cassetto. Si è lasciato alla buona volontà di alcuni compagni e, per quanto riguarda Milano e Lombardia, si citano i compagni di Rho del PdCI che assieme alla rivista “Gramsci oggi”, a compagni del PRC dell’Ernesto e a molti compagni senza tessera, stanno tenendo in vita questo percorso con iniziative sul territorio conseguenti.

Occorre rimettere in moto tutte quelle energie che si erano manifestate nel post-appello. Rimettere il progetto nelle mani dei cento promotori è garanzia indispensabile per un percorso unitario che tenga assieme le varie anime di Comunisti uniti. Occorre però dare tempi certi di discussione e organizzazione. Questo è compito della riunione del 14, tenendo presente che questa riunione non è la fine di un percorso, ma bensì un passaggio anche se importante per rilanciare il nostro progetto. Un compagno di Comunisti Uniti della zona dell’Alto Lazio si dichiara contento di trovarsi in questa riunione tra comunisti perché di questi tempi, di fronte allo sfacelo e alle divisioni del movimento comunista, è raro assistere ad un dibattito così aperto, serio e propositivo. Questo lo fa essere fiducioso che insieme con la maggior parte dei presenti, e con molti altri che oggi ci stanno a guardare, si possa fare un tragitto. E’ nell’intraprendere un’impresa collettiva come quella a doppia a appartenenza di Comunisti Uniti che si trovano livelli superiori di unità. Siamo di fronte a una crisi strutturale del capitalismo le cui conseguenze, oggi solo agli inizi, saranno pesantissime per milioni di persone nel nostro paese. Bisogna occuparsi e coordinarsi insieme, laddove possibile, nel particolare (le lotte spicciole, quotidiane e di massa) e nel generale (la questione politica dell’unità dei comunisti e della casa comune). Certo con tempi e modalità differenti ma le due cose devono partire parallelamente. Anche perché nel conflitto sociale c’è una prateria di malcontento e delegittimazione del capitalismo (certo, a partire solo dagli effetti) e del ceto politico cavalcata per ora solo dal populismo. Ci dobbiamo responsabilizzare dalla base e proporre iniziativa politica. Ad esempio, anche sulla questione ambientale che ormai si dimostra sempre più questione di classe. L’intervento di un compagni di Comunisti Uniti dell’Umbria ritiene corretto restare nei due partiti collaborando per l’unità dei comunisti (verso la costituente comunista) con chi ne sta fuori. Questo anche perché c’è il serio rischio che i due partiti implodano o si riducano alla testimonianza. Le prossime elezioni europee potrebbero rappresentare un tracollo pressoché definitivo sia per il PRC (per le scissioni e spaccature interne), sia per il PdCI (per il rischio inconsistenza elettorale). Per non essere spiazzati bisogna lavorare con tempi brevi, cominciando dalla proposta pubblica del coordinamento nazionale. Dobbiamo considerare tempi non troppo dilatati, anche se non dobbiamo fare l’errore di pensare di poterli predefinire. L’ultimo contributo è di un compagno del Movimento per l’Unità dei Comunisti di Bologna che saluta con favore questa iniziativa che possa stimolare un processo di riaggregazione nazionale a partire dall’appello e non solo. Il MUC è composto da compagni che già da qualche anno sono fuoriusciti dal PdCI e dal PRC ma sono mai riusciti a costruire un’area nazionale. Le proposte di oggi possono essere utili a partire dal coordinamento nazionale.

Lazio

“Un percorso di vita”, di Olivio Mancinimancinilibro

Olivio Mancini, per chi non lo conosce, è stato un importante dirigente del PCI ed ha fatto parte, in qualità di assessore, delle giunte rosse di Argan e Petroselli. La lettura del libro di Olivio Mancini è l’occasione per ricordare e celebrare la passione di un’idea, quella comunista e il suo modo di viverla da parte di persone che le hanno dato i migliori anni della propria vita. D’altronde, i momenti più belli del libro sono proprio quelli in cui il dirigente comunista ripercorre il periodo pionieristico della sua militanza all’interno del PCI: ad esempio, la celebrazione, nei primi anni ‘50, del 1° Maggio in sperduti paesi della Ciociaria, arroccati sulle montagne, dove per fare dei comizi bisognava inerpicarsi per stradine scoscese e dissestate, con la probabilità magari di dover cercar di contrastare, durante la celebrazione del comizio, il suono delle campane del parroco del paese. È un’Italia contadina quella descritta da Mancini in questi bozzetti riusciti, un’Italia dove esistevano ancora le lucciole di pasoliniana memoria, ma soprattutto dove erano ancora vive le speranze di cambiamento per la realizzazione di un mondo migliore e più giusto Casa Editrice “Associazione Culturale Il Migliore”, euro 12,00; Il libro lo potete trovare nelle librerie Rinascita (via delle Botteghe Oscure, Largo Agosta) o richiedere al seguente indirizzo mail: ac.ilmigliore@libero.it; a cura di Fabio Cozzi

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COMUNISTI UNITI DELLA LOMBARDIA ORGANIZZA
PER SABATO 29 NOVEMBRE 2008 ALLE ORE 14,30 PRESSO LA SEDE A.N.P.I. DI VIA MASCAGNI N. 6 – MILANO UN CONVEGNO SU: SFRUTTAMENTO E CLASSE. LA CONDIZIONE DEL LAVORO NELLA SOCIETÀ ITALIANA OGGI
Una riflessione per ricostruire l’unità di classe ed un blocco sociale per il cambiamento. In questi anni è stata volutamente oscurata la condizione di sfruttamento del lavoro che invece si è aggravata, si sono divisi i lavoratori tra precari e stabili, tra immigrati ed italiani, sulle donne lavoratrici si è scaricato il peso dello stato sociale che è stato smantellato.

Apertura Lavori/Introduzione – AMERIGO SALLUSTI – Membro del gruppo di lavoro “Comunisti Uniti Lombardia”.      Interventi:
– CIRO ARGENTINO, Operaio delegato RSU Fiom CGIL – ThyssenTorino.
– GIORGIO GATTEI, Economista – Rete dei Comunisti.
– GIANNI PAGLIARINI, Segreteria Nazionale Resp. Dipart. lavoro PdCI.
– ADA MICELI, Delegata RSU/RLS CGIL – Frimont Milano.
– TIZIANO TUSSI, Insegnante liceo “Severi” Milano.
– MANADOU WONE, Segreteria Fiom CGIL Sesto S.Giovanni.
– BRUNO CASATI, Ass.Lav.Prov.Milano – Resp.Dip.Pol.Indust.li PRC/area “Essere Comunisti”.
– MARIO MADDALONI, Operaio delegato RSU – Napol. Gas Eni Napoli.
– FOSCO GIANNINI, Direzione Nazionale PRC – Dir. de “l’Ernesto”. Chiusura lavori/Conclusione:
– VLADIMIRO MERLIN – Membro del gruppo di lavoro “Comunisti Uniti Lombardia”. COMUNISTI UNITI LOMBARDIA
PdCI – L’ERNESTO AREA COMUNISTA PRC – RIVISTA “GRAMSCI OGGI” – RETE DEI COMUNISTI – CENTRO CULTURALE A.GRAMSCI – IL CALENDARIO DEL POPOLO

Presentata Proletari@ a Roma

A Roma presentata al Teatro Tendastrisce Proletari@. Una vera folla composta da un migliaio di compagni, tra cui moltissimi i giovani, le donne e tantissimi i lavoratori in rappresentanza di molte fabbriche e luoghi di lavoro.

Dal palco alla platea gli studenti delle scuole di Palermo erano “mischiati” con gli operai della Sammontana e della Marcegaglia; Ciro Argentino della TissenKrupp con Gerardo Giannone della Fiat di Pomigliano; i precari di Taranto con Tommaso Colaninno e Cosimo Borraccino ascoltavano divertiti e attenti le “adesioni video” di Marco Baldini, Fabio Marcelli e Mikaela Petroni delle rsa di Alitalia; Cristina Benvenuti raccontava la sua condizione di proletaria unita alle persecuzioni giudiziarie di I.C mentre Giovanni Bacciardi, Lucia Mango e, in conclusione, Gianni Vattimo ponevano l’accento sul conflitto delle idee, parte integrante della lotta più generale delle classi lavoratrici. L’unico aspetto negativo è stato l’incidente d’auto che ha impedito ad Alessandro Mustillo (per fortuna solo una botta in testa senza conseguenze) di presentare l’iniziativa coordinata poi da Andrea Fioretti che ha ricordato l’appuntamento cruciale di sabato 6 dicembre a Torino per ricordare i morti della Tissen ed impegnarsi con la lotta ad evitare le morti sul lavoro.

Entusiasmo, rigore e sobrietà nel differenziarsi dalla politica leaderistica e di mestiere dei giorni nostri, tutta protesa, purtroppo anche a sinistra, nel riprodurre gli elementi di privilegio della “casta”: basta vedere il cinismo con cui uno come Vendola, ha sottolineato Marco Rizzo nel suo intervento, decide di restare o lasciare Rifondazione sulla base non di un progetto politico per la riscossa delle classi subalterne bensì sulle probabilità o meno di essere eletti alle elezioni europee.
Esattamente il contrario del progetto di Proletari@ che non sarà smaniosa di chiedere voti e poltrone ma che vivrà dei racconti, delle lotte e delle vertenze di una nuova classe sociale che ha tanto bisogno di ritrovare una compattezza identitaria e di riscossa quanto necessita di abbandonare al loro destino i ceti politici che persistono nella loro autoriproduzione.
Il lancio di Proletari@ è stato seguito con attenzione in questi giorni dal Corriere della Sera, dal Tg1, dal Tg2 e dal Tg5 (video). Amareggia, ma non stupisce, la disattenzione totale de il Manifesto, certo molto più attento alle riunioni radical-chic con poche decine di persone promosse da Fava e Vendola.
Adesso spetta ad ognuno di voi dar corpo a questo progetto, scrivendo, fotografando, filmando o riuscendo a farlo fare ai soggetti che vivono le terribili contraddizioni di questa società globalizzata. Le gambe, ma soprattutto la testa di questo progetto siete voi care compagne e compagni!  (dal sito di Proletaria.it)

UMBRIA OLII. NESSUN RISARCIMENTO DAGLI OPERAI AL PADRONE

CHE INVECE RESTA INQUISITO PER OMICIDIO COLPOSO E VIOLAZIONE DELLE NORME SULLA SICUREZZA

Oleificio Campello sul Clitunno: dopo la tragedia, dopo l’inverosimile richiesta di risarcimento del padrone nei confronti degli operai morti, la fine della storia giudiziaria con la restituzione della serenità alle famiglie. Ma non è sufficiente l’esito, è bene, per le Thyssen e per gli oleifici sparsi nel Paese che causano tragedie perché in esse prevalgono lo sfruttamento mirante ad accumulare denaro e non a produrre attività umana lavorativa da remunerare con giusto compenso, abbiamo di seguito, prima della notizia della sentenza definitiva del giudice Fornaci, riprodotto passi di cronaca di quella tragedia.

Da Repubblica  26 novembre 2006

CAMPELLO SUL CLITUNNO (PERUGIA) – Sono morti in quattro, dilaniati dall’ esplosione mentre lavoravano dentro un oleificio. Un boato, poi altri scoppi, la colonna di fumo impenetrabile, il rogo, le difficili operazioni per recuperare i corpi delle vittime e salvare l’ unico superstite. è la cronaca di un nuovo incidente sul lavoro, l’ ennesima strage. I quattro facevano parte di una piccola ditta che aveva l’ appalto per lavori di manutenzione degli impianti della Umbria Olii, un colosso europeo della raffinazione dei prodotti vegetali destinati anche all’ industria cosmetica. Lo stabilimento è al centro della zona industriale di Campello sul Clitunno, lungo la vecchia Flaminia tra Spoleto e Foligno. «Non ci sono più, i miei compagni non ci sono più», dice Claudio Denyr, un giovane albanese, il quinto della squadra, salvo per miracolo perché era a qualche passo dall’ apparecchiatura che ha dilaniato gli altri: Tullio Mocchini, 40 anni di Massa Martana, Giuseppe Coletti 45 anni di Amelia, Wladimir Toder, 32 anni, e il titolare della ditta esterna che aveva in appalto la manutenzione, Maurizio Manili,47 anni, residente a Narni, il loro datore di lavoro. I quattro sono stati dilaniati e carbonizzati: li hanno ritrovati due alla volta, dopo lunghe e dolorose operazioni. Alcuni tecnici ipotizzano che tutto sia stato innescato dalle scintille di una saldatrice elettrica, altri credono di aver individuata la causa dell’ esplosione nello scoppio di una caldaia. Ci penseranno i periti e i consulenti, c’ è un’ inchiesta aperta, ma ci vorranno mesi. Il primo luglio 2008 la proprietà chiede risarcimento alle vittime La fabbrica che riprende parzialmente l’ attività, le beghe legali che si incastrano nel solito tran tran e perizie che all’ improvviso si scontrano: quella della procura che indica le colpe di Del Papa, quella civile che dà ragione al padrone: gli operai avrebbero usato la fiamma ossidrica e non dovevano. È così che la Umbria Olii va in contropiede e chiede quei 35 milioni di risarcimento, cioè la stima del danno economico subito. La reazione delle vedove è un grido. «Così hanno ucciso mio marito un’ altra volta», dice Morena Sabatini, la vedova di Maurizio Manili, mentre Fiorella Grasselli aggiunge, insieme alla cognata Lorena: «Giuro che trovo tutti i soldi e glieli porto a Del Papa. Ma c’ è una condizione, però: lui deve riportarmi qui mio marito. Vivo». Giorgio Del Papa siede in un ufficio minimal. Una camicia azzurra, niente capelli, fare giovanile. «Ma ora mi sento vecchio. Io sono pronto a lasciare tutto. Mi hanno massacrato. Assassino, mi hanno urlato. Lo sa che Maurizio Manili era un a mio amico e lavorava per me da otto anni? Lo sa che qui sono passati politici e ministri, e nessuno di loro si è degnato di parlare un minuto con me?». Però dicono che da qui i sindacati restano fuori. Del Papa scuote la testa: «Che colpa ho io se i miei operai preferiscono farne a meno?». Veramente, i sindacalisti dicono che non ha mai voluto incontrarli. Mario Bravi, segretario della Cgil di Perugia, lo descrive come un padrone delle ferriere. «Ma io non pretendo davvero quei soldi dai familiari delle vittime. Il mio è un messaggio, perché i politici mi hanno abbandonato: hanno scelto me come capro espiatorio per le morti bianche. Ma io non ho responsabilità per quello che è successo».

UMBRIA OLII. ANNULLATO IL RISARCIMENTO A CARICO DELLE VITTIME

Nessun risarcimento potrà essere chiesto da Giorgio Del Papa, l’imprenditore della Umbria Olii a Campello sul Clitunno, che in seguito alla morte di 4 operai chiese oltre 35 milioni di euro ai familiari delle vittime. A stabilirlo è il giudice Augusto Fornaci, il quale ha confermato che la perizia in sede civile non è valida ed ha aggiunto che non si potrà neppure appellare nuovamente a richieste simili. Una notizia che porta giustizia alle famiglie dei quattro uomini, Maurizio Manili, Giuseppe Coletti, Vladimir Todhe e Tullio Mattini, che il 25 novembre del 2006 rimasero carbonizzati  in seguito all’esplosione di due serbatoi nei quali stavano operando una serie di manutenzioni. Il capo d’accusa in sede penale resta invece in piedi proprio contro lo stesso imprenditore che dovrà rispondere di omicidio colposo e violazione alle norme per la sicurezza del lavoro.

SCIOPERO STATALI, E’ GUERRA DI CIFRE. Brunetta e il Governo, cisl uil e ugl, surclassati dalla adesione e partecipazione allo sciopero e condannati per la firma al contratto-bidone.

Ha ragione Televideo nel titolare che c’è una guerra di cifre. Per pudore, ma non era necessario, Rai Televideo non dice che la guerra, come ogni evento bellico, l’ha iniziato qualcuno. Chi? Il ministro Brunetta. Perché? Per dimostrare che la Cgil è isolata rispetto al contratto-vergogna siglato da Cisl Uil Ugl col governo, cioè con Brunetta stesso. Capita l’antifona, non resta che ricordare che: uno sciopero regionale del centro italia con ventimila presenti (piazza Farnese era stracolma di manifestanti) è più che riuscito. E’ un successo e un duro atto d’accusa contro i firmatari dell’accordo-bidone. Oltre ciò resta da sottolineare, come pure abbiamo fatto in altri articoli di questo sito che 40 euro in due anni, a fronte di contratti collettivi che vengono chiusi da 100-120 euro annui, sarà dura presentarli come un successo nei confronti dell’esecutivo. Per questo, il comunicato del ministero una cgil rimasta sola. Al contrario lo sciopero degli statali ha raccolto, oltre il 30% invece e 20mila lavoratori in piazza secondo i calcoli della Cigl che ha indetto lo sciopero regionale nel Centro Italia. “Piazza Farnese è stracolma”, ha detto Podda, segretario della Fp Cgil. Anzi, come riporta l’asca l’adesione media allo sciopero degli statali proclamato dalla Cgil, nelle cinque regioni coinvolte, e’ stata pari al 50% nelle Funzioni centrali (ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici), e ad oltre il 30% negli Enti Locali e nella Sanita’ ”dove, a fronte delle carenze di organico, il rispetto dei contingenti per i servizi essenziali pesa molto di piu”’. E’ quanto rileva la FP-Cgil sottolineando che ”la partecipazione allo sciopero quindi e’ stata superiore sia al numero degli iscritti alla nostra organizzazione, sia ai risultati ottenuti nelle elezioni delle RSU”. ”Il grande successo della giornata di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori dei settori pubblici indetta dalla FP CGIL – prosegue il sindacato – ci incoraggia a proseguire nel percorso di mobilitazione intrapreso per contrastare l’accordo sul protocollo Brunetta”. Per questo la Fp-Cgil annuncia uno sciopero generale di tutte le categorie del pubblico impiego che verra’ programmato per dicembre. L’annuncio e’ stato dato dal segretario generale Podda, che ha chiuso a Roma la manifestazione organizzata nell’ambito della protesta di oggi degli statali del centro Italia. Pagliarini: Statali. Sciopero riuscito. E’ Brunetta ad essere isolato La grande partecipazione allo sciopero e alla manifestazione di oggi, organizzata oggi a Roma dalla Cgil, dimostra quanto siano fondate le ragioni dei lavoratori del pubblico impiego. Vilipesi dallo scorso aprile per mezzo dell’odioso appellativo di ‘fannulloni’, hanno reagito con l’arma della mobilitazione ad un governo che propone un inaccettabile rinnovo di contratto. La Cgil non ha risposto soltanto di ‘no’ all’offerta, francamente scandalosa, di 60 euro di aumenti lordo nel prossimo biennio, ma rispedisce al mittente un’ipotesi di contratto che dequalifica la pubblica amministrazione e nega il futuro ai 57mila precari in attesa di stabilizzazione. Berlusconi pensa di aver messo questi lavoratori nell’angolo. In realtà l’unico a doversi sentire isolato nel Paese è il ministro Brunetta, assieme al suo governo. Palermi: Statali. Adesione oggi dimostra che non si possono caplestare  i diritti e fare contratti vergogna “Oggi ancora uno sciopero, ancora grandi e belle manifestazioni nel centro Italia. A scendere in piazza i lavoratori statali, insultati per mesi da questo governo che poi avrebbe voluto che accettassero in silenzio un contratto vergogna”. Lo afferma Manuela Palermi, direttore di “rinascita”, il settimanale del Pdci. “La mobilitazione di oggi e la grande adesione allo sciopero proclamato dalla Cgil dimostrano che non si possono calpestare i diritti dei lavoratori. Inoltre credo che si sia raggiunto in pochi giorni un record di proteste mai visto prima da un governo, sarebbe ora che ne prendesse atto”. 03/11/2008 14:48

 

 

ABRUZZO: PRESENTATE LISTE, AL VOTO IL 30/11: Pd, Prc, Pdci, Idv, Ps e La Sinistra (Sd e Verdi), e una lista civica candidano l’avvocato Carlo Costantini. Tensioni nel PS.

L’AQUILA – Sono sette i listini presentati in vista delle prossime consultazioni elettorali per la Regione Abruzzo: poche le donne inserite, ma tutte in posizioni di rilievo, specie nella coalizione di centrodestra. Il Pdl, sostenuto da Liberalsocialisti, Mpa e dalla lista civica ‘Rialzati Abruzzo’ candida l’ex sindaco di Teramo, Gianni Chiodi, come governatore; in testa al listino c’é il presidente dei Giovani Industriali, Federica Chiavaroli, seguita dal presidente del Parco della Maiella in quota An, Gianfranco Giuliante; l’ex presidente del Consiglio regionale e consigliere uscente forzista, Giuseppe Tagliente; l’ex vicesindaco di Celano (L’Aquila), Antonio Del Corvo, e l’ex vicesindaco di Teramo, Berardo Rabbuffo. Completano l’ex consigliere comunale di Pescara, Alessandra Petri, e l’ex presidente della Gtm di Pescara, Riccardo Chiavaroli. In caso di vittoria di Chiodi il posto in Consiglio regionale scatterebbe certamente per i primi cinque del listino. Il centrosinistra, che si è ricompattato sul filo di lana intorno alla figura del deputato abruzzese dell’Idv, l’avvocato Carlo Costantini – la cui candidatura è stata fortemente voluta da Antonio Di Pietro – è appoggiato da sette liste: Pd, Prc, Pdci, Idv, Ps e La Sinistra (Sd e Verdi), più una lista civica. Molti veterani, ma anche qualche matricola nel listino, tra cui l’aquilana Marisa Bafile, direttrice del quotidiano “La Voce d’Italia” di Caracas (Venezuela). Ripescato, dopo la sconfitta alla primarie, il medico aquilano Vittorio Festuccia. Del listino fanno parte anche i medici Carlo Ciufelli Alicandri, primario di chirurgia dell’ospedale di Teramo e Massimo Di Giannantonio, direttore del centro di salute Mentale della Asl di Chieti ed Elisabetta Leone, pneumologa, che è componente del direttivo nazionale dallo Spi Cgil. Completano il listino il presidente dell’ordine degli ingegneri di Chieti, Maurizio Fusilli, e la componente del consiglio della Camera di Commercio di Pescara, Antonella Allegrino. La scelta di non candidare l’assessore regionale uscente, Donato Di Matteo – indagato per l’inquinamento delle falde acquifere in Val Pescara – è stata motivo di tensioni all’interno del centrosinistra: l’Idv aveva escluso l’alleanza con il Pd nel caso di presentazione di candidati indagati. Pierferdinando Casini, leader dell’Udc, sarà lunedì a Pescara per presentare agli elettori abruzzesi le liste dell’Unione di Centro (Udc e Udeur), una coalizione che ha come candidato presidente il deputato Rodolfo De Laurentis. La Destra è presente con una propria lista e si affida all’esperienza del presidente del partito, Teodoro Buontempo. Il listino punta sul medico del carcere di Regina Coeli e docente della facoltà di medicina di Roma, Luisa Regimenti. Presenti alla competizione anche il Partito comunista dei lavoratori che candida Ilaria Del Biondo, Alleanza Federalista con candidato presidente Leopoldo Rossini, e Angelo Di Prospero alla lista “Per il Bene Comune”.(Ansa)

ABRUZZO/ELEZIONI: MOSCA (GIOVANI SOCIALISTI), NOI NON ALLEATI CON IDV

 

(ASCA) – L’Aaquila, 31 ott – “Dopo tutto quello che e’ successo in Abruzzo i socialisti non possono allearsi con il partito di Di Pietro e sostenere la candidatura di Carlo Costantini”. Lo afferma Francesco Mosca, segretario nazionale della Federazione dei Giovani Socialisti, in merito alle elezioni regionali abruzzesi.
”La decisone, comunicata dal commissario PS in Abruzzo Gerardo Labellarte, – aggiunge Mosca – di presentare alle elezioni una lista del Partito Socialista a sostegno di Costantini e’ profondamente sbagliata ed umilia l’intera comunita’ socialista. L’offensiva giustizialista iniziata con l’arresto di Del Turco ha portato, ancora una volta, il PD ha intraprendere la via forcaiola indicata da Di Pietro. Seguire questa strada significherebbe il tradimento dei valori del garantismo che costituiscono uno dei tratti peculiari dell’identita’ socialista”.

Una risposta sul comunismo

novembre 2, 2008

(uscito oggi, domenica 2 novembre, su Liberazione)

Perché ci diciamo comunisti

Da un po di tempo Liberazione pubblica con grande rilievo articoli che chiedono di abbandonare il nome comunista. Al fondo la tesi riproposta in varie salse è che la parola comunismo è inutilizzabile perché l’esperienza  storica concreta ne  ha stravolto il significato.  Tra chi propone di abbandonare il nome comunista vi è chi si pronuncia a favore del nome sinistra, chi a favore del socialismo, chi non propone nulla. Tutto questo si intreccia con un altro filone di dibattito che propone di andare oltre il Partito della Rifondazione Comunista, per  fare un altro partito, per fare un’altra cosa che non sia un partito, etc. Le argomentazioni portate mi pare ripropongano un po’ stancamente quanto già sostenuto da Occhetto e dai suoi sostenitori dopo l’89 ma tant’è, come si sa la prima volta la storia si presenta come tragedia, la seconda come farsa. Per quanto mi riguarda io la penso così:Il concetto di comunismo ha una storia che travalica le vicende del secolo breve. Non voglio qui affrontarlo. Mi pare invece utile sottolineare come in Italia il gruppo dirigente comunista alle origini si è formato nella vicenda dell’occupazione delle fabbriche e valorizzando la costruzione dei consigli di fabbrica.  Nel corso della guerra ha saputo dar vita ad un movimento di resistenza antifascista unitario e democratico che ha contribuito a liberare l’Italia e a dare al nostro paese un assetto democratico strutturato attorno ad una carta costituzionale assai avanzata. Successivamente i comunisti hanno variamente lottato e con una certa efficacia contro lo sfruttamento e per la giustizia sociale. Un terzo degli elettori italiani è arrivato a dare fiducia ad un partito che si chiamava comunista e che poneva la questione morale come punto non secondario della riforma della politica. Rifondazione comunista nel suo piccolo è stata presente nei vari conflitti che hanno percorso il paese ed è stata in grado di collocarsi positivamente nella grande stagione nel movimento no global. Il tutto cercando di intrecciare le lotte per i diritti sociali con quelle per i diritti civili, lotte operaie e lotte ambientali, lotte per la redistribuzione del reddito con le lotte contro la mercificazione delle persone, dell’ambiente, delle relazioni sociali. In altri termini la parola comunismo in Italia è legata alle battaglie per la giustizia e la libertà. Dopo l’era craxiana non mi pare si possa dire lo stesso per la parola socialismo. La parola sinistra ha storicamente un significato positivo nel nostro paese. Ha a mio parere un difetto e cioè che si tratta di una coperta che copre molte cose. Ad esempio all’interno del partito democratico vi sono persone e posizioni che si definiscono di sinistra che sono però anche variamente confindustriali e per nulla anticapitaliste.  La parola sinistra cioè da sola non definisce una posizione chiara dal punto di vista della divisione di classe della società ne’ dal punto di vista della volontà di superare il capitalismo;  tant’è che negli anni scorsi abbiamo giustamente detto che esistevano due sinistre, quella moderata e quella radicale o alternativa o antagonista. Da questo punto di vista il definirsi di sinistra e comunisti mi pare rappresenti un modo chiaro per dire da che parte si sta. Siamo di sinistra ma siamo anche Comunisti, cioè lottiamo contro lo sfruttamento, quando serve anche contro il Vaticano e ci battiamo per il superamento del capitalismo.  Dirsi comunisti è quindi una risorsa per qualificare il nostro essere di sinistra. Porre il tema del comunismo significa porre il nodo della rivoluzione, del cambiamento radicale dello stato di cose presenti. Tant’è che quando taluni esponenti del centrosinistra affermano di non voler mai più fare accordi con liste che contengano la falce e il martello lo dicono non certo per la nostra storia ma perché siamo concretamente, politicamente, qui ed ora, anticapitalisti. Questo per quanto riguarda l’Italia. I comunisti però, in particolare quando hanno preso il potere, hanno anche fatto grandi disastri. Lo stalinismo ha contraddetto radicalmente le aspirazioni di giustizia e libertà del movimento comunista. Per questo ci siamo chiamati Rifondazione Comunista. Non solo il nome di un partito ma un progetto politico: rifondare il comunismo avendo fatto fino in fondo i conti con lo stalinismo. Riconosciamo che la storia dei comunisti e delle comuniste è la nostra storia, ne abbiamo analizzato gli errori e gli orrori al fine di non ripeterli. Rifondazione e Comunista sono quindi due termini che si qualificano a vicenda, ci parlano della persistenza ma anche della discontinuità, ci parlano della contraddittorietà del nostro tentativo di andare oltre il capitalismo nel nostro essere fino in fondo uomini e donne di questo tempo.  La rifondazione del comunismo è quindi il progetto politico che abbiamo scelto quando Achille Occhetto ha sentenziato che il comunismo era solo un cumulo di macerie. Nulla vieta che altri oggi la pensino come Occhetto ma a me francamente pare che i guai che abbiamo avuto negli anni scorsi non siano derivati dal nostro nome ma piuttosto dai nostri errori politici, in primo luogo la scelta di andare al governo. Io penso quindi che oggi sia più necessario di ieri dirsi comunisti, di rifondazione comunista. E’ il nome che meglio di qualunque altro definisce qui ed ora il nostro anticapitalismo e la nostra autonomia da un ceto politico che si definisce di sinistra ma con le cui prospettive politiche abbiamo poco a che spartire. E’ evidente che si potrebbe continuare ad argomentare a lungo ma voglio utilizzare lo spazio che mi resta per sollevare un paio di quesiti. In primo luogo è evidente che la discussione dovrebbe cominciare da qui, cioè dalla rifondazione comunista. Si tratterebbe di aprire una discussione non a negativo ma a positivo. Si tratterebbe di ragionare su come rendere al meglio oggi la prospettiva comunista. Di come la nostra azione non si possa situare solo al livello politico della rappresentanza. Di come si ridefinisca la politica comunista in relazione ai movimenti, alle mille vertenzialità, alle forme di mutualismo. Di come si intreccino oggi i diversi conflitti e come possono interagire in una prospettiva di superamento del capitalismo. Di come si possa affrontare la crisi capitalistica proponendo il tema del controllo sociale dell’economia ed evitando la guerra tra i poveri. Di come si intrecci la lotta per il salario con quella per il reddito sociale con la lotta contro la mercificazione di ogni ambito sociale, e così via. Il dibattito di cui avremo bisogno non riguarda la ripetizione dell’occhettismo ma l’approfondimento della prospettiva della rifondazione comunista. Purtroppo però Liberazione non si cimenta sul terreno della rifondazione comunista ma su quello del suo superamento. In secondo luogo è bizzarro che il giornale del partito della rifondazione comunista metta in prima pagina il dibattito sul superamento del comunismo e a pagina 19 gli articoli in cui alcuni dirigenti del partito avanzano proposte politiche e cercano di far avanzare il progetto di rifondazione comunista.

Palermi a Sansonetti. Sinistra parola indecente se significa anticomunismo

Difendere e rilanciare il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro

L’obiettivo fondamentale che il padronato vuole raggiungere con la “riforma” del CCNL è quello di realizzare il controllo totale sulla forza lavoro, frantumare la solidarietà di classe, dividere e indebolire i lavoratori per costringerli a contrattare individualmente il loro salario.

L’obiettivo è quello di subordinare sempre più strettamente il salario al profitto delle imprese: “salario in cambio di produttività” dicono i padroni, ma Italia il tasso di produttività è già altissimo mentre il salario è bassissimo. Infatti i dati pubblicati recentemente dall’OCSE (i 30 paesi industrialmente più sviluppati) dimostrano chiaramente che in Italia il numero di ore lavorate è tra i più alti dell’area OCSE, ma i salari sono tra i più bassi (circa 6000 dollari all’anno in meno della media). Le affermazioni del padronato sono solo chiacchiere per spillare ancora più sudore e per riempirsi sempre di più le tasche. Mettere in discussione il CCNL significa, per cominciare, abbandonare a sé stessi i lavoratori delle imprese piccole e medie (e anche di tante imprese più grandi) che non hanno la contrattazione di secondo livello (in Italia solo il 20% dei lavoratori ce l’ha) o non hanno la forza di realizzare accordi accettabili (e oggi che è sempre più difficile strappare accordi decenti il CCNL rappresenta un minimo di tutela per il salario e i diritti).
Significa dare il via libera alle “gabbie salariali” cioè al fatto che due operai che fanno lo stesso lavoro in due posti diversi hanno due salari e due “diritti” diversi.

 

E quando si sarà consumata definitivamente la rottura della solidarietà tra lavoratori (italiani contro immigrati, vecchi contro giovani, sud contro nord, privato contro pubblico, garantiti contro precari…) chi avrà vinto? Ogni lavoratore sarà solo. Solo e debole di fronte al singolo padrone e alle associazioni dei padroni e allora la sua ulteriore costrizione al lavoro coatto sarà inevitabile. Così come sarà inevitabile la schiavizzazione dei propri figli. E che razza di uomo è quell’uomo che non lotta e preferisce fare la “cicala” con i diritti e la dignità dei propri figli?

Invece di opporsi a questa situazione il 12 maggio scorso i vertici CGIL-CISL-UIL hanno approvato un documento nel quale si dà il via libera alla revisione dei già pessimi accordi del luglio 1993 con un accordo per la “riforma del modello della contrattazione” che ridurrà il contratto nazionale di lavoro a pura formalità spostando tutto il peso della contrattazione sul secondo livello (decentrato), ovviamente per chi ce l’ha.

Cosa riceverebbe il sindacato, in cambio della propria disponibilità ad andare incontro alle richieste del padronato? Una riforma della rappresentanza nei luoghi di lavoro che legherebbe ancora di più i delegati alle segreterie e impedirebbe loro di assumere posizioni diverse da quelle dei vertici, anche se approvate dai lavoratori. Un’ulteriore riduzione della già pochissima democrazia che c’è nei luoghi di lavoro.

20 ANNI DI ATTACCO AL SALARIO E AI DIRITTI DEI LAVORATORI

Sono oltre 20 anni che i lavoratori sono sotto attacco: prima la riduzione di 4 punti l’indennità di contingenza, la Scala Mobile, per mano dell’attuale ministro Renato Brunetta, allora socialista (1984), poi l’abolizione della “scala mobile” (governo Amato 1992), poi gli accordi sulla flessibilità (Ciampi 1993), poi la controriforma delle pensioni (Dini) nel 1995, poi il pacchetto Treu (Prodi 1997), poi l’attacco al diritto di sciopero (D’Alema 1999), poi la legge 30 (Berlusconi 2002), poi lo scippo del TFR verso i fallimentari fondi pensione integrativi attraverso la truffa del silenzio-assenso (Berlusconi 2006 – Prodi 2007), poi i protocolli sul welfare per aumentare l’età pensionabile e allungare la precarietà (Prodi 2007). Ora l’attacco frontale al CCNL.

Tutti questi passaggi sono stati “concertati” dai padroni, dai vari governi e dalle burocrazie CGIL-CISL-UIL spesso con l’appoggio di tutti i partiti, di destra come di “sinistra” (compresi quelli della sedicente “sinistra radicale”). E’ sempre più chiaro che nei parlamenti e nelle segreterie sindacali i lavoratori non hanno amici.

Con l’indebolimento del Contratto Nazionale ogni anno una percentuale sempre più alta della ricchezza prodotta è stata tolta ai salari dei lavoratori e regalata ai profitti dei padroni.
Nel 1983 il 77% della ricchezza prodotta (il PIL) andava ai salari e il 23% ai profitti, nel 2005 ai salari va meno del 69% mentre ai profitti oltre il 31%. L’8% del PIL in più ai profitti rispetto a vent’anni fa. Una cifra pari a 120 miliardi di euro. Che significa 5 mila 200 euro del salario di ogni lavoratore. E questo ogni anno, tutti gli anni.

Ma questo furto continuo non sazia la fame degli industriali e dei pescecani della finanza, che dopo aver derubato i lavoratori del TFR e delle pensioni, ora vogliono ridurre ulteriormente i salari, e con questo obiettivo tentano ogni giorno di aizzare i lavoratori contro i loro fratelli di classe immigrati per distoglierli dai loro veri nemici: padroni, sindacati di regime, partiti-casta. Ai padroni che vogliono dividere per meglio comandare va risposto con forza che tra i lavoratori non ci sono stranieri e che l’unico straniero è il capitalismo.

DIFENDERE E RILANCIARE IL CONTRATTO NAZIONALE DI LAVORO

Sulla difesa del CCNL sono in gioco il salario e i diritti per i prossimi venti anni.
Tutto è nelle mani dei lavoratori. Dissentire non basta, è necessario mobilitarsi, informare tutti e tutte, prendere la parola nelle assemblee, contestare i sindacati venduti (come hanno fatto i lavoratori di Mirafiori, di Melfi, di Arese, di Pomigliano), costruire assieme la campagna per la difesa e il rilancio del Contratto Nazionale di Lavoro, costruire comitati di lotta unitari e indipendenti dei lavoratori nei posti di lavoro e nel territorio, per fare della difesa del CCNL una questione sociale, per una nuova stagione di lotte salariali e sociali.


·         Il Pane e le Rose, foglio di collegamento tra i lavoratori.
·         Redazione di Primomaggio,  foglio per il collegamento tra lavoratori, precari e disoccupati.
·         Assemblea dei Lavoratori autoconvocati.
·         Delegati/e che si riconoscono nel movimento: per un “Coordinamento Nazionale delle RSU”.
·         Cobas sanità Venezia.
·         Collettivo Lavoratori Comdata Torino.

L’appello è già pubblicato sui seguenti siti:
– Assemblea – la voce di chi non ha voce
– Coordinamento Nazionale RSU
– PrimoMaggio
– Voci stonate – Lavoratori TIM
– RdB SEPSA
– Mercante di Venezia – Giornale comunista
– Alernativa@mente
– La classe operaia
– Sotto le bandiere del marxismo
– adeblog
– Unità Comunista – Vibo Valentia
– Italia Alternativa
– Vivo, sono partigiano
– rubicondo
– iltrenodinotte
– Il Brigante Rosso
– PRC Vibo Valentia
– Indymedia Italia
– Il Minatore Rosso
– Il Manifestino dei Lavoratori Piaggio
– Infoaut
– Operai Contro
– Fuoriregistro
– ki
– vitocola.it
– RSU Euro-Inga
– Clicca e pensa
– Comunisti Italiani – Mantova
– Senza Soste
– Castiglione migliore
– Centro di Documentazione e Lotta
– Rete 28 Aprile
– PRC Aprilia
– Orgoglio operaio
– Tastorosso

Grazie e buon lavoro
l’assemblea dei lavoratori autoconvocati
www.assemblealavoratori.it
i
@assemblealavoratori.it

seguono adesioni individuali:

Gino Bortolozzo, lavoratore calzaturiero direttivo FILTEA-CGIL – Padova; Mariano Salvato, RSU IVG Colbacchin – Padova; Renato Zaramella, RSU Arneg – Marsango (PD); Paola Gasbarri, Cobas Sanità di Mestre (VE); Marco Vettore, RSA Elettroingros – Padova; Claudio Sacchiero, RSU Officine Trenitalia di Vicenza; Natalino Mastropietro, RSU/RLS Euro-Inga – Porto S. Elpidio (AP); Antonio Mazzella, Macchinista RSU CUB Trasporti SEPSA-Trasporto Pubblico Locale – Napoli; Antonio Monetti, Napoli; Riccardo De Angelis, RSU FLMU-CUB Telecom Italia – Roma; Andrea Fioretti, FLMU-CUB Gruppo Sirti – Roma; Francesco Fumarola, FLMU-CUB Atesia – Roma; Riccardo Filesi, SdL Alitalia – Roma; Barbara Ricci, SdL Alitalia – Roma; Giuliano Micheli, CUB Trasporti Alitalia – Roma; Maria Rita Manupelli, ACEA SpA – Roma; Luigi Giacinti, FLMU-CUB MVS – Roma; Alfonso Liberati, RSU FLAICA-CUB Auchan di Casalbertone – Roma; Fabrizio Cottini, FIOM-CGIL Sielte – Roma; Sante Marini, FIOM-CGIL Alcatel Alenia – Roma; Maurizio Bacchini, FIOM-CGIL Baxter S.p.A – Roma; Marina Citti, CGIL Menarini S.p.A. – Pomezia (Roma); Dino Zucchini, lavoratore Telecom Italia – Roma; Claudio Ortale, CUB Scuola – Roma; Enrico Campofreda, delegato CGIL Comitato Olimpico – Roma; Federico Giusti, RSU Cobas del Comune di Pisa; Silvia Dell’Aira e Sergio Cimino, FISAC-CGIL Monte dei Paschi di Siena – Napoli; Pietro Scola, impiegato bancario FISAC-CGIL – Recale (CE); Giuseppina Alì, dipendente Provincia di Torino; Riccardo Di Palma, RSU RdB Pubblico Impiego, Comune di Borgomanero (NO); Gioacchino Indelicato, RSA FLMU-CUB MRG – Gozzano (NO); Paolo Sollier, Allenatore di calcio e scrittore – Vercelli; Massimiliano Murgo, RSU/RLS Marcegaglia Building – Sesto S. Giovanni (MI); Lutz Kühn, FIOM-CGIL Nokia Siemens Networks – Cinisello Balsamo (MI); Fabio Zerbini, RSA CUB Genia Ambiente – Milano; Gianfranco Coccoli, direttivo prov. FIOM-CGIL – Padova; Giancarlo Luciani, FLMU-CUB Selex Comms – Cisterna di Latina (LT); Vinicio Sperati, RSU FLMU-CUB Selex Comms – Cisterna di Latina (LT); Dennis Fortino, FILT-CGIL AirOne STA – Fiumicino (RM); Emiliano Laurenzi, lavoratore precario – Milano; Lorenzo Mortara, FIOM-CGIL YKK S.p.A. – Vercelli; Gigi Dromedari, RSU Asl Rm G – Roma; Salvatore Lo Giudice, RSU FILCEM-CGIL Corcos Luserna S.G (Torino); Mauro Annoni, RSU UNICOBAS scuola I.C.Gaudiano – Pesaro; Renato Fioretti, Coordinatore Dipartimento Politiche Attive del Lavoro – CGIL Campania; Pietro Fantini – Viterbo; Donato Romito, RSU Unicobas Scuola – Pesaro; Nikj Renzi, tesserato FIOM Meccanica Generale srl – Jesi (AN); Pina Mecozzi, disoccupata – Grottammare (AP); Stefano Sugamiele, RSA FISAC-CGIL BCC Paceco – Trapani; Roberto Vassallo, RSU Almaviva Finance – Milano; Nazzareno Serra, Vibo Valentia; Alessandro Belmonte, Studente – Bologna; Gloria Mele, dipendente cooperativa, Torino; Salvatore Cappuccio, lavoratore INAIL – Napoli; Giuseppina Catalano, lavoratrice INA Assitalia – Roma; Giordano Spoltore – Sevel Spa Atessa Coord. SdL intercategoriale – Chieti; Paola Lazzari Ospedale I.N.R.C.A. ex iscritta RDB – Roma; Lorena Villa – Milano; Ernesto Pozzoni, disoccupato (VA); Renato Caputo, insegnante – Roma; Giordano Ferri, lavoratore Università – Milano; Manuela D’Urso – Catania; Pasqualino Santi, ex delegato RSU CGIL Vetrerie Riunite – Caldiero (VR); Vincenza Giuliano – Milano; Alido Contucci, lavoratore Croce Rossa Italiana, rappresentante RdB-CUB – Roma; Nello Di Palma, Ser.T ASL NA 5 – Sorrento (NA); Prof. Francesco Aceto – Resp.Cobas Scuola Cosenza; Carmine Patricelli, lavoratore Codap Cola Dairy Products S.p.a. Marcianise (CE); Giancarlo Balivo, RSU – FAI CISL Codap Cola Dairy Products S.p.a. Marcianise (CE); Luc Thibault, lavoratore C.I.A.S. – Schio (VI); Valmi Taddia, pensionato (ex dirigente comunale) – Pieve di Cento (Bologna); Luciano De Zorzi, RdB-CUB Lombardia, RSU Agenzia Dogane – Milano; Amelia Colonese – Ivrea; Corrado Barrotta, Infermiere RSU Nursing Up Az. Osp.ra Umberto I° – Siracusa; Fabrizio Terreni, delegato RSU Comune – Pisa; Silvana Giansiracusa, lavoratrice Comdata SpA – Ivrea; Samuele Pastrello, lavoratore Ipercoop – Gradisca d’Isonzo (GO); Antonello Tiddia, RSU Carbosulcis – Nuraxi Figus – Gonnesa (CI); Gianfranco Di Puppo, lavoratore RdB-CUB Comune di Torino; Bruno Cignani, pensionato (ex RSU DataManagement) – Ravenna; Giampaolo Faustini, esternalizzato Zuritel – Roma; Manuela Ausilio, studentessa, mamma – Roma; Alessandro Spadoni, attivista Rdb-CUB, lavoratore Provincia di Roma; Stefano Garroni ricercatore CNR (Roma); Roberto Fogagnoli, insegnante presso il Liceo Classico “Zanella” – Schio (VI); Nazzareno Serra – Vibo Valentia; Giuseppe Aragno, lavoratore università – Napoli; Cristina Padovani, Insegnante scuola primaria Bresso (MI); Lara Chiti, Insegnante – Prato; Andrea Tosa delegato COBAS della RSU del Comune -Genova; Alessandro Carresi, lavoratore Poste Italiane – Arezzo; Barbara Cestari (ex RSU CGIL) Istituto Comprensivo Koinè – Monza; Nicola Nardiello, lavorarore interinale, Coordinamento Prov. Nidil CGIL – Padova; Donato Antoniello, Segretario Sas FISAC-CGIL dell’agenzia di Rivoli (TO); Ottaviano Lalli, coordinatore provinciale del Partito Comunista dei Lavoratori – Siena; Rosaria Rivoli, RSU Ikea Genova; Pietro Ancona, ex-segretario generale CGIL Sicilia in pensione; Lucio Garofalo, insegnante Istituto Comprensivo Statale S.Angelo dei Lombardi (AV); Riccardo Rossi, RSU FLC-CGIL Rete 28 Aprile ENEA – Brindisi; Carlo Corbellari, iscritto RdB-CUB – Verona; Monica Perugini, capogruppo PdCI Consiglio provinciale di Mantova; Valeriano Valeri, Precario Ipercoop, delegato RSU e RLS SdL Intercategoriale – Livorno; Paolo Fornelli, segretario provinciale PdCI Pavia; Alberto Napoli, iscritto RdB-CUB – Pisa; Vito Colangelo, lavoratore A.T.E.R. – Potenza; Erika Sollo, lavoratrice Provincia – Torino; Enzo Bolis – Parigi; Gilda Melucci, RSU RLS Philips – Monza; Franco De Simone, RSU Mauro Benedetti SPA Arzano (NA); Roberto Rimpici – Verona; Marisa Zino, Azienda Ospedaliera Universitaria S. Martino – Genova; Katia Casasole, Socio Coop. Sociale, Nichelino (TO); Bruno Lazzari, Socio Coop. Sociale, Nichelino (TO); Luciano Rizzuti, Studente di Medicina e Chirurgia – Palermo; Elda Angiolini, lavoratrice Provincia di Torino; Giorgio Riboldi, responsabile A.L. Cobas-CUB Regione Lombardia – Milano; Mariella Megna, A.L. Cobas Regione Lombardia – Milano; Enrico Turco, segreteria nazionale SUL – Catania; Pierluigi Palladini, giornalista – Avezzano; Salvatore Inghes, FLMU CUB SKF – Pinerolo (TO); Michele Costa, studente e proletario in formazione – Roma; Francesco D’Elia, lavoratore Comune di Torino; Giuseppe Celano, Lavoratore precario dell’Ente Provincia – Torino; Antonio Melita, RSU DLC-CGIL 3 Italia – Palermo; Lorenzo Peccenati, lavoratore ospedale di Legnano (MI); Marco Santopadre, Direttore di Radio Città Aperta – Roma; Giuseppe Grizzanti, Cobas Gruppo Iveco – Piacenza; Anna Lisa Dalbagno – Lugo (RA); Giuseppe Ciervo, RSU ITW Elematic Direttivo provinciale FILCAMS-CGIL – Cadoneghe (PD); 131 Maria Gonella, lavoratrice comunità terapeutica – Torino; Anna Maria D’Elia, lavoratrice scuola – Orbassano (TO); Irma Beatriz Berti, lavoratrice Coop Sociali – Torino; Miguel Angel Acosta, Musicista – Torino; Maurizio Calliano, co.co.pro. Regione Piemonte e Resp. organizz. provinciale PdCI – Torino; Giovanna Cerreta, lavoratrice Poste Italiane, San Francesco al Campo (TO); Francesco Cupello, lavoratore Poste Italiane, Torino; Ivano Gioffreda, coop.agricola olearia sannicolese – Sannicola di Lecce; Gilberto Casasole, pensionato FIAT – Nichelino (TO); Marisa Ciucci, pensionata FIAT – Nichelino (TO); Lorella Galli, lavoratrice Comune di Brescello (RE); Marco Beccari – Roma; Giulio Bonali, lavoratore Ospedale di Fidenza – San Secondo (PR); Ludovico Zodiaco – Enna; Tullio Clementi, lavoratore Darfo Boario Terme; Catia Galassi RdB-CUB Pubblico Impiego, Servizi Sociali Comune di Novara; Antonella Piras, lavoratrice ITIS “Giua” – Cagliari; Luigi Sorge, RSU.SdL FIAT Coordinamento Naz. SdL intercategoriale – Cassino (FR); Antonio Zaccaria – Bussoleno (TO); Ludovico Zodiaco, RSU Direzione Didattica 1° Circolo – Chioggia (VE); Roberto Calabrese, lavoratore Università degli Studi di Torino; Gianfranco Giorgio, ex sindacalista settore credito ora pensionato – Genova; Paolo Putzu – Cagliari; Vittorio Casula, lavoratore Regione Lazio, Iscritto Rdb-CUB – Roma; Luigi Izzo, Cantieri Navali Megaride – Napoli; Dario Calzavara, FIOM-CGIL AleniaBreda – Napoli; Peppe Iannaccone, FIOM-CGIL Alfa Romeo Avio – Pomigliano (NA); Antonio Pelilli, RSU CGIL-FP Comune di Pozzuoli (NA); Dario Parisi, Cobas Scuola – Napoli; Giuseppe Raiola, CUB Scuola – Reggio Emilia; Antonio Leone, infermiere ASL n° 1 – Napoli; Giuseppe Beni, pensionato Fiat Auto – Pomigliano (NA); Leonardo Guazzeroni, lavoratore Trafomec Spa – Tavernelle di Panicale (PG);  Andrea Maddonni – Roma; Davide Giacometti, studente sociologia – Padova; Eva Ciarlone, lavoratrice Isis Casanova – Napoli; Rocco Lombardi, infermiere ospedale Cardarelli – Napoli.

Diliberto: Pd con Udc alle elezioni? Mai alleanza con i comunisti

ROMA – “E’ chiaro che a livello locale dove ci saranno alleanze tra Pd e Udc, non ci sara’ nessuna alleanza con i comunisti italiani”. Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, attacca Veltroni e il Pd sull’ipotesi di una alleanza con il partito di Casini.

Il segretario dei comunisti italiani parla a margine della presentazione della nuova tv del Pdci e spiega che “il Pd ha una concezione bizzarra delle alleanze. Prima delle elezioni si sono alleati con Di Pietro, aprendogli uno spazio politico immenso, e il leader dell’Idv gli ha fatto lo scherzo che tutti sappiamo. Ora rompono con l’Idv per allearsi con l’Udc”.

Insomma, dice il segretario del Pdci, “la linea del Pd e’ quella di allearsi con chiunque tranne che con i comunisti”.

Poi l’ultima puntura di spillo nei confronti del segretario del Pd a cui ricorda che “l’Udc, oltre a essere un partito pieno di conservatori, e’ anche il partito in cui milita Toto’ Cuffaro. Se si alleeranno voglio vedere con che faccia Veltroni andra’ in Sicilia”.

Dal Blog  di Paolo Ferrero: Abruzzo, no ad alleanze con UDC

Si è svolto questa mattina a Roma un incontro tra le segreterie nazionale e regionale del Prc. Rifondazione Comunista è interessata, in vista delle prossime elezioni regionali anticipate abruzzesi, alla costruzione di una coalizione che raccolga tutte le forze collocate storicamente nell’area del centrosinistra.
Prendiamo atto, però, che tale obiettivo è stato reso finora impraticabile dallo scontro tra Pd e Idv, nonché dalla evidente indisponibilità del Pd a dare netti segnali di discontinuità e rinnovamento.
La presentazione alle elezioni primarie del Partito Democratico di candidati coinvolti in inchieste giudiziarie è un ulteriore segnale negativo sul terreno unitario.
Rifondazione Comunista ritiene sbagliata la linea di accordo con l’Udc perseguita dal Pd a livello regionale e nazionale. Rispettiamo la battaglia per la salvaguardia della propria autonomia da parte di una formazione centrista come l’Udc, ma riteniamo fuori luogo e impresentabili accordi dell’ultimo minuto che allargano a destra la coalizione. L’apertura all’Udc di Cuffaro sarebbe una risposta inaccettabile alla crisi che ha coinvolto il centrosinistra, e il Pd in particolare, proprio sulla questione morale.
Occorre invece una svolta programmatica e di comportamenti che qualifichi il centrosinistra nel senso del rinnovamento e dell’abbandono del trasformismo e del clientelismo che hanno così negativamente segnato la politica abruzzese.

Mettere in discussione il CCNL significa, per cominciare, abbandonare a sé stessi i lavoratori delle imprese piccole e medie (e anche di tante imprese più grandi) che non hanno la contrattazione di secondo livello (in Italia solo il 20% dei lavoratori ce l’ha) o non hanno la forza di realizzare accordi accettabili (e oggi che è sempre più difficile strappare accordi decenti il CCNL rappresenta un minimo di tutela per il salario e i diritti).
Significa dare il via libera alle “gabbie salariali” cioè al fatto che due operai che fanno lo stesso lavoro in due posti diversi hanno due salari e due “diritti” diversi.

E quando si sarà consumata definitivamente la rottura della solidarietà tra lavoratori (italiani contro immigrati, vecchi contro giovani, sud contro nord, privato contro pubblico, garantiti contro precari…) chi avrà vinto? Ogni lavoratore sarà solo. Solo e debole di fronte al singolo padrone e alle associazioni dei padroni e allora la sua ulteriore costrizione al lavoro coatto sarà inevitabile. Così come sarà inevitabile la schiavizzazione dei propri figli. E che razza di uomo è quell’uomo che non lotta e preferisce fare la “cicala” con i diritti e la dignità dei propri figli?

Invece di opporsi a questa situazione il 12 maggio scorso i vertici CGIL-CISL-UIL hanno approvato un documento nel quale si dà il via libera alla revisione dei già pessimi accordi del luglio 1993 con un accordo per la “riforma del modello della contrattazione” che ridurrà il contratto nazionale di lavoro a pura formalità spostando tutto il peso della contrattazione sul secondo livello (decentrato), ovviamente per chi ce l’ha.

Cosa riceverebbe il sindacato, in cambio della propria disponibilità ad andare incontro alle richieste del padronato? Una riforma della rappresentanza nei luoghi di lavoro che legherebbe ancora di più i delegati alle segreterie e impedirebbe loro di assumere posizioni diverse da quelle dei vertici, anche se approvate dai lavoratori. Un’ulteriore riduzione della già pochissima democrazia che c’è nei luoghi di lavoro.

20 ANNI DI ATTACCO AL SALARIO E AI DIRITTI DEI LAVORATORI

Sono oltre 20 anni che i lavoratori sono sotto attacco: prima la riduzione di 4 punti l’indennità di contingenza, la Scala Mobile, per mano dell’attuale ministro Renato Brunetta, allora socialista (1984), poi l’abolizione della “scala mobile” (governo Amato 1992), poi gli accordi sulla flessibilità (Ciampi 1993), poi la controriforma delle pensioni (Dini) nel 1995, poi il pacchetto Treu (Prodi 1997), poi l’attacco al diritto di sciopero (D’Alema 1999), poi la legge 30 (Berlusconi 2002), poi lo scippo del TFR verso i fallimentari fondi pensione integrativi attraverso la truffa del silenzio-assenso (Berlusconi 2006 – Prodi 2007), poi i protocolli sul welfare per aumentare l’età pensionabile e allungare la precarietà (Prodi 2007). Ora l’attacco frontale al CCNL.

Tutti questi passaggi sono stati “concertati” dai padroni, dai vari governi e dalle burocrazie CGIL-CISL-UIL spesso con l’appoggio di tutti i partiti, di destra come di “sinistra” (compresi quelli della sedicente “sinistra radicale”). E’ sempre più chiaro che nei parlamenti e nelle segreterie sindacali i lavoratori non hanno amici.

Con l’indebolimento del Contratto Nazionale ogni anno una percentuale sempre più alta della ricchezza prodotta è stata tolta ai salari dei lavoratori e regalata ai profitti dei padroni.
Nel 1983 il 77% della ricchezza prodotta (il PIL) andava ai salari e il 23% ai profitti, nel 2005 ai salari va meno del 69% mentre ai profitti oltre il 31%. L’8% del PIL in più ai profitti rispetto a vent’anni fa. Una cifra pari a 120 miliardi di euro. Che significa 5 mila 200 euro del salario di ogni lavoratore. E questo ogni anno, tutti gli anni.

Ma questo furto continuo non sazia la fame degli industriali e dei pescecani della finanza, che dopo aver derubato i lavoratori del TFR e delle pensioni, ora vogliono ridurre ulteriormente i salari, e con questo obiettivo tentano ogni giorno di aizzare i lavoratori contro i loro fratelli di classe immigrati per distoglierli dai loro veri nemici: padroni, sindacati di regime, partiti-casta. Ai padroni che vogliono dividere per meglio comandare va risposto con forza che tra i lavoratori non ci sono stranieri e che l’unico straniero è il capitalismo.

DIFENDERE E RILANCIARE IL CONTRATTO NAZIONALE DI LAVORO

Sulla difesa del CCNL sono in gioco il salario e i diritti per i prossimi venti anni.
Tutto è nelle mani dei lavoratori. Dissentire non basta, è necessario mobilitarsi, informare tutti e tutte, prendere la parola nelle assemblee, contestare i sindacati venduti (come hanno fatto i lavoratori di Mirafiori, di Melfi, di Arese, di Pomigliano), costruire assieme la campagna per la difesa e il rilancio del Contratto Nazionale di Lavoro, costruire comitati di lotta unitari e indipendenti dei lavoratori nei posti di lavoro e nel territorio, per fare della difesa del CCNL una questione sociale, per una nuova stagione di lotte salariali e sociali.


·         Il Pane e le Rose, foglio di collegamento tra i lavoratori.
·         Redazione di Primomaggio,  foglio per il collegamento tra lavoratori, precari e disoccupati.
·         Assemblea dei Lavoratori autoconvocati.
·         Delegati/e che si riconoscono nel movimento: per un “Coordinamento Nazionale delle RSU”.
·         Cobas sanità Venezia.
·         Collettivo Lavoratori Comdata Torino.

L’appello è già pubblicato sui seguenti siti:
– Assemblea – la voce di chi non ha voce
– Coordinamento Nazionale RSU
– PrimoMaggio
– Voci stonate – Lavoratori TIM
– RdB SEPSA
– Mercante di Venezia – Giornale comunista
– Alernativa@mente
– La classe operaia
– Sotto le bandiere del marxismo
– adeblog
– Unità Comunista – Vibo Valentia
– Italia Alternativa
– Vivo, sono partigiano
– rubicondo
– iltrenodinotte
– Il Brigante Rosso
– PRC Vibo Valentia
– Indymedia Italia
– Il Minatore Rosso
– Il Manifestino dei Lavoratori Piaggio
– Infoaut
– Operai Contro
– Fuoriregistro
– ki
– vitocola.it
– RSU Euro-Inga
– Clicca e pensa
– Comunisti Italiani – Mantova
– Senza Soste
– Castiglione migliore
– Centro di Documentazione e Lotta
– Rete 28 Aprile
– PRC Aprilia
– Orgoglio operaio
– Tastorosso

Grazie e buon lavoro
l’assemblea dei lavoratori autoconvocati
www.assemblealavoratori.it
i
@assemblealavoratori.it

seguono adesioni individuali:

Gino Bortolozzo, lavoratore calzaturiero direttivo FILTEA-CGIL – Padova; Mariano Salvato, RSU IVG Colbacchin – Padova; Renato Zaramella, RSU Arneg – Marsango (PD); Paola Gasbarri, Cobas Sanità di Mestre (VE); Marco Vettore, RSA Elettroingros – Padova; Claudio Sacchiero, RSU Officine Trenitalia di Vicenza; Natalino Mastropietro, RSU/RLS Euro-Inga – Porto S. Elpidio (AP); Antonio Mazzella, Macchinista RSU CUB Trasporti SEPSA-Trasporto Pubblico Locale – Napoli; Antonio Monetti, Napoli; Riccardo De Angelis, RSU FLMU-CUB Telecom Italia – Roma; Andrea Fioretti, FLMU-CUB Gruppo Sirti – Roma; Francesco Fumarola, FLMU-CUB Atesia – Roma; Riccardo Filesi, SdL Alitalia – Roma; Barbara Ricci, SdL Alitalia – Roma; Giuliano Micheli, CUB Trasporti Alitalia – Roma; Maria Rita Manupelli, ACEA SpA – Roma; Luigi Giacinti, FLMU-CUB MVS – Roma; Alfonso Liberati, RSU FLAICA-CUB Auchan di Casalbertone – Roma; Fabrizio Cottini, FIOM-CGIL Sielte – Roma; Sante Marini, FIOM-CGIL Alcatel Alenia – Roma; Maurizio Bacchini, FIOM-CGIL Baxter S.p.A – Roma; Marina Citti, CGIL Menarini S.p.A. – Pomezia (Roma); Dino Zucchini, lavoratore Telecom Italia – Roma; Claudio Ortale, CUB Scuola – Roma; Enrico Campofreda, delegato CGIL Comitato Olimpico – Roma; Federico Giusti, RSU Cobas del Comune di Pisa; Silvia Dell’Aira e Sergio Cimino, FISAC-CGIL Monte dei Paschi di Siena – Napoli; Pietro Scola, impiegato bancario FISAC-CGIL – Recale (CE); Giuseppina Alì, dipendente Provincia di Torino; Riccardo Di Palma, RSU RdB Pubblico Impiego, Comune di Borgomanero (NO); Gioacchino Indelicato, RSA FLMU-CUB MRG – Gozzano (NO); Paolo Sollier, Allenatore di calcio e scrittore – Vercelli; Massimiliano Murgo, RSU/RLS Marcegaglia Building – Sesto S. Giovanni (MI); Lutz Kühn, FIOM-CGIL Nokia Siemens Networks – Cinisello Balsamo (MI); Fabio Zerbini, RSA CUB Genia Ambiente – Milano; Gianfranco Coccoli, direttivo prov. FIOM-CGIL – Padova; Giancarlo Luciani, FLMU-CUB Selex Comms – Cisterna di Latina (LT); Vinicio Sperati, RSU FLMU-CUB Selex Comms – Cisterna di Latina (LT); Dennis Fortino, FILT-CGIL AirOne STA – Fiumicino (RM); Emiliano Laurenzi, lavoratore precario – Milano; Lorenzo Mortara, FIOM-CGIL YKK S.p.A. – Vercelli; Gigi Dromedari, RSU Asl Rm G – Roma; Salvatore Lo Giudice, RSU FILCEM-CGIL Corcos Luserna S.G (Torino); Mauro Annoni, RSU UNICOBAS scuola I.C.Gaudiano – Pesaro; Renato Fioretti, Coordinatore Dipartimento Politiche Attive del Lavoro – CGIL Campania; Pietro Fantini – Viterbo; Donato Romito, RSU Unicobas Scuola – Pesaro; Nikj Renzi, tesserato FIOM Meccanica Generale srl – Jesi (AN); Pina Mecozzi, disoccupata – Grottammare (AP); Stefano Sugamiele, RSA FISAC-CGIL BCC Paceco – Trapani; Roberto Vassallo, RSU Almaviva Finance – Milano; Nazzareno Serra, Vibo Valentia; Alessandro Belmonte, Studente – Bologna; Gloria Mele, dipendente cooperativa, Torino; Salvatore Cappuccio, lavoratore INAIL – Napoli; Giuseppina Catalano, lavoratrice INA Assitalia – Roma; Giordano Spoltore – Sevel Spa Atessa Coord. SdL intercategoriale – Chieti; Paola Lazzari Ospedale I.N.R.C.A. ex iscritta RDB – Roma; Lorena Villa – Milano; Ernesto Pozzoni, disoccupato (VA); Renato Caputo, insegnante – Roma; Giordano Ferri, lavoratore Università – Milano; Manuela D’Urso – Catania; Pasqualino Santi, ex delegato RSU CGIL Vetrerie Riunite – Caldiero (VR); Vincenza Giuliano – Milano; Alido Contucci, lavoratore Croce Rossa Italiana, rappresentante RdB-CUB – Roma; Nello Di Palma, Ser.T ASL NA 5 – Sorrento (NA); Prof. Francesco Aceto – Resp.Cobas Scuola Cosenza; Carmine Patricelli, lavoratore Codap Cola Dairy Products S.p.a. Marcianise (CE); Giancarlo Balivo, RSU – FAI CISL Codap Cola Dairy Products S.p.a. Marcianise (CE); Luc Thibault, lavoratore C.I.A.S. – Schio (VI); Valmi Taddia, pensionato (ex dirigente comunale) – Pieve di Cento (Bologna); Luciano De Zorzi, RdB-CUB Lombardia, RSU Agenzia Dogane – Milano; Amelia Colonese – Ivrea; Corrado Barrotta, Infermiere RSU Nursing Up Az. Osp.ra Umberto I° – Siracusa; Fabrizio Terreni, delegato RSU Comune – Pisa; Silvana Giansiracusa, lavoratrice Comdata SpA – Ivrea; Samuele Pastrello, lavoratore Ipercoop – Gradisca d’Isonzo (GO); Antonello Tiddia, RSU Carbosulcis – Nuraxi Figus – Gonnesa (CI); Gianfranco Di Puppo, lavoratore RdB-CUB Comune di Torino; Bruno Cignani, pensionato (ex RSU DataManagement) – Ravenna; Giampaolo Faustini, esternalizzato Zuritel – Roma; Manuela Ausilio, studentessa, mamma – Roma; Alessandro Spadoni, attivista Rdb-CUB, lavoratore Provincia di Roma; Stefano Garroni ricercatore CNR (Roma); Roberto Fogagnoli, insegnante presso il Liceo Classico “Zanella” – Schio (VI); Nazzareno Serra – Vibo Valentia; Giuseppe Aragno, lavoratore università – Napoli; Cristina Padovani, Insegnante scuola primaria Bresso (MI); Lara Chiti, Insegnante – Prato; Andrea Tosa delegato COBAS della RSU del Comune -Genova; Alessandro Carresi, lavoratore Poste Italiane – Arezzo; Barbara Cestari (ex RSU CGIL) Istituto Comprensivo Koinè – Monza; Nicola Nardiello, lavorarore interinale, Coordinamento Prov. Nidil CGIL – Padova; Donato Antoniello, Segretario Sas FISAC-CGIL dell’agenzia di Rivoli (TO); Ottaviano Lalli, coordinatore provinciale del Partito Comunista dei Lavoratori – Siena; Rosaria Rivoli, RSU Ikea Genova; Pietro Ancona, ex-segretario generale CGIL Sicilia in pensione; Lucio Garofalo, insegnante Istituto Comprensivo Statale S.Angelo dei Lombardi (AV); Riccardo Rossi, RSU FLC-CGIL Rete 28 Aprile ENEA – Brindisi; Carlo Corbellari, iscritto RdB-CUB – Verona; Monica Perugini, capogruppo PdCI Consiglio provinciale di Mantova; Valeriano Valeri, Precario Ipercoop, delegato RSU e RLS SdL Intercategoriale – Livorno; Paolo Fornelli, segretario provinciale PdCI Pavia; Alberto Napoli, iscritto RdB-CUB – Pisa; Vito Colangelo, lavoratore A.T.E.R. – Potenza; Erika Sollo, lavoratrice Provincia – Torino; Enzo Bolis – Parigi; Gilda Melucci, RSU RLS Philips – Monza; Franco De Simone, RSU Mauro Benedetti SPA Arzano (NA); Roberto Rimpici – Verona; Marisa Zino, Azienda Ospedaliera Universitaria S. Martino – Genova; Katia Casasole, Socio Coop. Sociale, Nichelino (TO); Bruno Lazzari, Socio Coop. Sociale, Nichelino (TO); Luciano Rizzuti, Studente di Medicina e Chirurgia – Palermo; Elda Angiolini, lavoratrice Provincia di Torino; Giorgio Riboldi, responsabile A.L. Cobas-CUB Regione Lombardia – Milano; Mariella Megna, A.L. Cobas Regione Lombardia – Milano; Enrico Turco, segreteria nazionale SUL – Catania; Pierluigi Palladini, giornalista – Avezzano; Salvatore Inghes, FLMU CUB SKF – Pinerolo (TO); Michele Costa, studente e proletario in formazione – Roma; Francesco D’Elia, lavoratore Comune di Torino; Giuseppe Celano, Lavoratore precario dell’Ente Provincia – Torino; Antonio Melita, RSU DLC-CGIL 3 Italia – Palermo; Lorenzo Peccenati, lavoratore ospedale di Legnano (MI); Marco Santopadre, Direttore di Radio Città Aperta – Roma; Giuseppe Grizzanti, Cobas Gruppo Iveco – Piacenza; Anna Lisa Dalbagno – Lugo (RA); Giuseppe Ciervo, RSU ITW Elematic Direttivo provinciale FILCAMS-CGIL – Cadoneghe (PD); 131 Maria Gonella, lavoratrice comunità terapeutica – Torino; Anna Maria D’Elia, lavoratrice scuola – Orbassano (TO); Irma Beatriz Berti, lavoratrice Coop Sociali – Torino; Miguel Angel Acosta, Musicista – Torino; Maurizio Calliano, co.co.pro. Regione Piemonte e Resp. organizz. provinciale PdCI – Torino; Giovanna Cerreta, lavoratrice Poste Italiane, San Francesco al Campo (TO); Francesco Cupello, lavoratore Poste Italiane, Torino; Ivano Gioffreda, coop.agricola olearia sannicolese – Sannicola di Lecce; Gilberto Casasole, pensionato FIAT – Nichelino (TO); Marisa Ciucci, pensionata FIAT – Nichelino (TO); Lorella Galli, lavoratrice Comune di Brescello (RE); Marco Beccari – Roma; Giulio Bonali, lavoratore Ospedale di Fidenza – San Secondo (PR); Ludovico Zodiaco – Enna; Tullio Clementi, lavoratore Darfo Boario Terme; Catia Galassi RdB-CUB Pubblico Impiego, Servizi Sociali Comune di Novara; Antonella Piras, lavoratrice ITIS “Giua” – Cagliari; Luigi Sorge, RSU.SdL FIAT Coordinamento Naz. SdL intercategoriale – Cassino (FR); Antonio Zaccaria – Bussoleno (TO); Ludovico Zodiaco, RSU Direzione Didattica 1° Circolo – Chioggia (VE); Roberto Calabrese, lavoratore Università degli Studi di Torino; Gianfranco Giorgio, ex sindacalista settore credito ora pensionato – Genova; Paolo Putzu – Cagliari; Vittorio Casula, lavoratore Regione Lazio, Iscritto Rdb-CUB – Roma; Luigi Izzo, Cantieri Navali Megaride – Napoli; Dario Calzavara, FIOM-CGIL AleniaBreda – Napoli; Peppe Iannaccone, FIOM-CGIL Alfa Romeo Avio – Pomigliano (NA); Antonio Pelilli, RSU CGIL-FP Comune di Pozzuoli (NA); Dario Parisi, Cobas Scuola – Napoli; Giuseppe Raiola, CUB Scuola – Reggio Emilia; Antonio Leone, infermiere ASL n° 1 – Napoli; Giuseppe Beni, pensionato Fiat Auto – Pomigliano (NA); Leonardo Guazzeroni, lavoratore Trafomec Spa – Tavernelle di Panicale (PG);  Andrea Maddonni – Roma; Davide Giacometti, studente sociologia – Padova; Eva Ciarlone, lavoratrice Isis Casanova – Napoli; Rocco Lombardi, infermiere ospedale Cardarelli – Napoli.

Diliberto: Pd con Udc alle elezioni? Mai alleanza con i comunisti

ROMA – “E’ chiaro che a livello locale dove ci saranno alleanze tra Pd e Udc, non ci sara’ nessuna alleanza con i comunisti italiani”. Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, attacca Veltroni e il Pd sull’ipotesi di una alleanza con il partito di Casini.

Il segretario dei comunisti italiani parla a margine della presentazione della nuova tv del Pdci e spiega che “il Pd ha una concezione bizzarra delle alleanze. Prima delle elezioni si sono alleati con Di Pietro, aprendogli uno spazio politico immenso, e il leader dell’Idv gli ha fatto lo scherzo che tutti sappiamo. Ora rompono con l’Idv per allearsi con l’Udc”.

Insomma, dice il segretario del Pdci, “la linea del Pd e’ quella di allearsi con chiunque tranne che con i comunisti”.

Poi l’ultima puntura di spillo nei confronti del segretario del Pd a cui ricorda che “l’Udc, oltre a essere un partito pieno di conservatori, e’ anche il partito in cui milita Toto’ Cuffaro. Se si alleeranno voglio vedere con che faccia Veltroni andra’ in Sicilia”.

Dal Blog  di Paolo Ferrero: Abruzzo, no ad alleanze con UDC

Si è svolto questa mattina a Roma un incontro tra le segreterie nazionale e regionale del Prc. Rifondazione Comunista è interessata, in vista delle prossime elezioni regionali anticipate abruzzesi, alla costruzione di una coalizione che raccolga tutte le forze collocate storicamente nell’area del centrosinistra.
Prendiamo atto, però, che tale obiettivo è stato reso finora impraticabile dallo scontro tra Pd e Idv, nonché dalla evidente indisponibilità del Pd a dare netti segnali di discontinuità e rinnovamento.
La presentazione alle elezioni primarie del Partito Democratico di candidati coinvolti in inchieste giudiziarie è un ulteriore segnale negativo sul terreno unitario.
Rifondazione Comunista ritiene sbagliata la linea di accordo con l’Udc perseguita dal Pd a livello regionale e nazionale. Rispettiamo la battaglia per la salvaguardia della propria autonomia da parte di una formazione centrista come l’Udc, ma riteniamo fuori luogo e impresentabili accordi dell’ultimo minuto che allargano a destra la coalizione. L’apertura all’Udc di Cuffaro sarebbe una risposta inaccettabile alla crisi che ha coinvolto il centrosinistra, e il Pd in particolare, proprio sulla questione morale.
Occorre invece una svolta programmatica e di comportamenti che qualifichi il centrosinistra nel senso del rinnovamento e dell’abbandono del trasformismo e del clientelismo che hanno così negativamente segnato la politica abruzzese.

Stiamo per entrare nella fase calda della trattativa tra Confindustria e sindacati confederali e per ostacolare l’ennesimo “biscotto” ai danni dei lavoratori, con probabili accordi a perdere, continuiamo a chiedere il massimo sostegno a questa campagna.
Basta la vostra firma, ma chiediamo anche la disponibilità a organizzare assemblee e riunioni anche con la prospettiva di costruire, ovunque possibile, comitati unitari per la difesa ed il rilancio del CCNL.
Stiamo raccogliendo le adesioni sia individuali che sindacali per cui l’invito, oltre a firmare, è quello di far circolare il più possibile tale appello.
Difendere e rilanciare il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro
Nel suo discorso di investitura il nuovo presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha esposto le richieste del padronato italiano per la prossima fase: i profitti devono continuare a crescere a discapito dei salari, l’età pensionabile va ulteriormente innalzata, la spesa sociale va tagliata, il contratto nazionale di lavoro va “riformato”.

Il governo Berlusconi ha risposto prontamente varando il DPEF (Documento di Programmazione Economica e Finanziaria) per i prossimi tre anni: una manovra da 35 miliardi che prevede un ulteriore sviluppo delle privatizzazioni e tagli a trasporto pubblico locale, scuola, sanità pubblica. Nella scuola si annuncia il taglio di 100.000 insegnanti e nella sanità la reintroduzione del ticket sulla specialistica. Da parte loro i ministri del lavoro europei, tra cui quello italiano Sacconi, hanno annunciato la volontà di portare l’orario massimo di lavoro fino a 65 ore settimanali.

NEL FRATTEMPO IL 18 GIUGNO È INIZIATO IL CONFRONTO SULLA “RIFORMA” DEL CCNL TRA CONFINDUSTRIA E LE BUROCRAZIE SINDACALI CGIL, CISL E UIL

Stiamo per entrare nella fase calda della trattativa tra Confindustria e sindacati confederali e per ostacolare l’ennesimo “biscotto” ai danni dei lavoratori, con probabili accordi a perdere, continuiamo a chiedere il massimo sostegno a questa campagna.
Basta la vostra firma, ma chiediamo anche la disponibilità a organizzare assemblee e riunioni anche con la prospettiva di costruire, ovunque possibile, comitati unitari per la difesa ed il rilancio del CCNL.
Stiamo raccogliendo le adesioni sia individuali che sindacali per cui l’invito, oltre a firmare, è quello di far circolare il più possibile tale appello.
Difendere e rilanciare il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro
Nel suo discorso di investitura il nuovo presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha esposto le richieste del padronato italiano per la prossima fase: i profitti devono continuare a crescere a discapito dei salari, l’età pensionabile va ulteriormente innalzata, la spesa sociale va tagliata, il contratto nazionale di lavoro va “riformato”.

Difendere e rilanciare il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro
quello che segue è un intervento di Fabio Mussi e la risposta di Maurizio Aversa, pubblicati sul sito ufficiale di Sinistra Democratica
TESTO DELLA LETTERA OSPITATA SUL BLOG DI SINISTRA DEMOCRATICA INVIATA DA MAURIZIO AVERSA E RIVOLTA A FABBRI SUL PARTITO DELLA SINISTRA
Caro Fabbri, Patrone e Marcenaro, mi congratulo con voi perchè, finalmente, con chiarezza si comincia a delineare cosa fare a sinistra. Sono parecchi mesi che anche da queste colonne, contesto chi pensa che bastava un ombrello unico per un partito della sinistra. Altra cosa è una sinistra larga per mille e mille momenti: sociali, politici, elettorali etc. Ma un partito è qualcosa che ti deve unire nella traccia d’origine che uno si sente di avere o pensa di avere. Che può contenere la sinistra, ma non esclusivamente. Ad esempio, i temi che voi elencate – ma sono chiarissimi così come il programma che sottintendono – sono da me come da molti comunisti condivisi, al cento per cento. Ma a me non basta. Neppure il richiamo alla globalizzazione. Ora non si tratta di stabilire, qui, chi abbia ragione su questo punto o sul superamento del capitalismo, ma sta di fatto che non è la stessa cosa quel che vedete voi da quel che vedo io. Eppure, questo non mi “divide” da voi, semplicemente mi “distingue”. E’ positivo. Vuol dire che tutte le altre cose intanto possiamo farle assieme. Ma non nello stesso partito. Per inciso, se fino ad ora c’è chi – un po’ in buona fede, un po’ di mestiere (come la spallata del terzino che però non è fallo) – ha cercato di accreditare buona anche per i comunisti questa proposta del partito unico della sinistra; si può sopportare. Ma d’ora in avanti, ed è giusto che siate proprio voi a sottolinearlo, basta. Con chi ci sta va fatto immediatamente il partito della sinistra di ispirazione socialista. Io sono strafelice. Per la chiarezza. Poi, chi si vorrà sentire comunista può fare altre scelte (io spero un partito comunista ricostruito). Sinceramente, vi invito a visitare il sito di Tastorosso (https://tastorosso.wordpress.com) dove tali semplici teorie vengono esposte da tempo. Auguri e lunga vita al nascente partito della sinistra, e basta spallate (ovviamente vale anche per questa parte dove sono io se ce ne fossero state). Saluti comunisti, maurizio aversa
Pagliarini: Ocse. Dati allarmanti e il governo peggiora le cose

“I dati OCSE sullo stato di salute del Paese ci parlano di un’Italia caratterizzata da profonde e inaccettabili ingiustizie. In primo luogo per il costante impoverimento di lavoratori e pensionati, che da anni subiscono una costante perdita del potere d’acquisto, accompagnata da una diminuzione delle protezioni sociali. In sostanza: diminuiscono i soldi in buste paga, diminuiscono i finanziamenti allo Stato sociale, peggiorano le condizioni materiali di vita e di lavoro”. E’ quanto afferma Gianni Pagliarini, responsabile del Dipartimento Lavoro del PdCI.
“La situazione – continua Pagliarini – è ancora più grave se pensiamo alla crisi che sta investendo tutti i paesi industrializzati. Ma come se non bastasse il governo delle destre interviene peggiorando ulteriormente le cose: i tagli indiscriminati ai servizi sociali, alla sanità e alla scuola, fanno da contorno all’attacco generalizzato al lavoro, attraverso la messa in discussione del Contratto collettivo nazionale del lavoro e del diritto di sciopero. Contro questi disegni anti-sociali e autoritari del governo – conclude Pagliarini – c’è un solo una risposta: la mobilitazione, come testimoniano le manifestazioni dell’11 e quella del 17 ottobre scorso”.
Roma 23 ottobre 2008

“I ragazzi e le ragazze dei centri sociali sono il nuovo bersaglio contro cui si scaglia la politica della destra. Forti coi deboli e deboli con i forti: il brodo di coltura , dove galleggia tanta intolleranza, è il solito e la chiusura dell’ Horus ne è la dimostrazione chiara. Si colpisce una realtà che da due anni opera nel proprio quartiere costruendo momenti di partecipazione politica e socialità.” Lo dichiara in un comunicato Massimiliano Ortu Capogruppo del PRC e Vice Presidente del Consiglio del Municipio Roma XVI.

“Chi non è omologato, – prosegue Ortu- chi non si piega al clima di razzismo imperante, chi non si adegua a un modello di gioventù rimbambita dalla tv spazzatura dominante, evidentemente, fa paura.”
SOLIDARIETA’ ALLE COMPAGNE E AI COMPAGNI DEL CENTRO SOCIALE HORUS

one di Massimiliano Ortu, Capogruppo e vicepresidente Prc Consiglio del Municipio Roma XVI

 

La politica frantumata

di Fabio Mussi

Il mercato non si autoregola, ci vuole lo Stato. I banchieri sono “banksters” (banchiere più gangster). Il “supercapitalismo” globalizzato e finanzia rizzato ha spremuto risorse umane e naturali, portando l’umanità sulla soglia di una crisi economica e sociale planetaria e di un collasso ambientale. Declina l’egemonia americana, siamo al tramonto della leadership mondiale degli Usa. L’Italia è il Paese Ocse in cui nell’ultimo quarto di secolo è cresciuta di più e più rapidamente la distanza tra ricchi e poveri, cioè la diseguaglianza.
Non c’è una parola di mio in quel che ho scritto fin qui: sono frasi che si leggono correntemente su qualsiasi quotidiano dei più vari orientamenti. Aggiungo subito che abbiamo sotto gli occhi lo sviluppo impetuoso di un movimento che nasce nelle scuole, nelle università e nei centri di ricerca, sulla questione cruciale della conoscenza, privo di padri parlamentari, politici e sindacali. Perché allora quel che resta della sinistra appare stonato, marginale, irrilevante? Per sua colpa, per sua colpa, per sua grandissima colpa.¬¬
E’ evidente, ad un anno di distanza, che la formazione del Partito democratico ha spostato la parte maggioritaria della sinistra italiana in una terra di nessuno dove dubito potrà restare ancora a lungo. La crisi di quel progetto è già evidente, e non solo per ragioni elettorali. La batosta della ”Sinistra arcobaleno” alle elezioni politiche ha aggravato la frammentazione, la crisi culturale e lo stato di sradicamento in cui si sono trovate, in un tornante cruciale, le forze e i gruppi alla sinistra del Pd. Non esistono ripari simbolici e identitari a questa radicale incapacità di stare dentro i conflitti moderni ed essere popolari, nel senso di rappresentare bisogni, figure e forme della società, e di “creare società con la politica”, come dice Mario Tronti.
Se il problema è far sopravvivere qualche sezione del ceto politico, è meglio uscire tutti di scena e togliere l’inutile ingombro. Se il problema è un altro, e cioè restituire peso ad un’altra idea della società, produrre idee oltre che subirne, incidere sugli equilibri politici, allora vale la pena di provare ancora. Partendo dall’Italia e dal mondo, non da noi stessi. Ci vuole un partito politico, e un partito dai tratti innovativi, alla sinistra del Pd. Il tempo stringe. Una parte importante di questo Paese si sta muovendo. Non c’è alternativa alla Costituente della sinistra, che potrebbe ora davvero aprirsi in un rapporto fecondo e vero con soggetti indipendenti dal berlusconismo. E ribelli.

Carissimo Fabio, ho

Inserito da maurizio aversa il Sab, 25/10/2008 – 11:35

Carissimo Fabio, ho condiviso troppa strada con te per dimenticarmi che i tuoi contributi di analisi, a cominciare dalle tue “lezioni” alla scuola di partito avevano, hanno avuto ed hanno un fondamento ancora attuale. Partire dall’analisi, trovare risposte compiute all’interno di un progetto di cambiamento. Beh, allora, e non provare a smentirmi con giri di valzer del pensiero perchè le parole e ciò che esprimono sono pietre, miliari: specie in politica, specie nei conflitti, specie in chi abbraccia il cambiamento della società come orizzonte. Dunque la conclusione di questo tuo contributo finisce con i soggetti aniberlusconiani….e ribelli. No Fabio, a me, e a molti come me, il ribellismo non basta.

Saluti comunisti, maurizio aversa

 

 

Dalla rivista contropiano abbiamo estrapolato

La diagnosi di due economisti marxisti
Ma cosa è questa crisi?
Nostra intervista a Vladimiro Giacchè e Maurizio Donato

Il piano di salvataggio della banche messo in piedi dall’Amministrazione USA
non ha fermato la crisi di Wall Street. E’ un indicatore secondo cui ormai
“nessuno si fida più nessuno” o sarà così fino a quando finirà l’incertezza
politica e a novembre ci sarà una nuovo presidente degli Stati Uniti? La
nuova presidenza USA avrà qualche carta da giocare o sarà irrilevante?

V. Giacchè:Non credo che l’aspetto decisivo per risolvere l’attuale crisi
finanziaria sia rappresentato dall’elezione del nuovo presidente Usa. Il
nuovo presidente Usa, più che carte da giocare, avrà un debito pubblico più
elevato con cui fare i conti. Più elevato di 700-1000 miliardi di dollari.

M. Donato: I salvataggi (e le dichiarazioni “rassicuranti”) non funzionano
perché la crisi è sistemica e non locale o settoriale. Il settore dei mutui
sub-prime è troppo piccolo per poter essere considerato la causa del crollo:
è piuttosto la spia di una instabilità strutturale del capitalismo,
sistemica. L’amministrazione Bush ha cercato di ritardare lo scoppio della
crisi per scaricarla sul prossimo Presidente; ci è riuscita per un anno, poi
non è stato più possibile.

Gli USA vogliono coinvolgere l’Europa nel tentativo di assicurare le banche
dai fallimenti e chiedono una sorta di piano “Paulson” a livello di Eurozona
Le istituzioni europee seguiranno la strada statunitense o questa volta si
smarcheranno dal burden sharing dei fallimenti bancari?

V. Giacchè: Credo che il percorso sia in qualche modo obbligato. Ma non
tanto a causa di pressioni statunitensi, quanto a causa dell’entità dei
problemi, che ormai coinvolgono in pieno le banche basate nell’Eurozona.
Saranno però interessanti le modalità degli interventi. Un conto, infatti, è
acquistare obbligazioni “tossiche” da una banca, altra cosa è
ricapitalizzarla, un’altra cosa ancora è ricapitalizzarla acquisendone la
proprietà. Il governo italiano, ad esempio, appare intenzionato a
ricapitalizzare le banche in difficoltà acquistando però azioni senza
diritto di voto. Il che significa spendere i soldi di chi paga le tasse (in
Italia in larga prevalenza i lavoratori) senza avere il minimo controllo su
come tali soldi saranno spesi.

M: Donato: Non mi sembra di vedere alcuna differenza tra il modo in cui le
leadership europee e quella Usa stanno affrontando la crisi.

Molti dipingono questa crisi come “crisi finanziaria” che riguarda dunque
solo la dimensione speculativa dell’economia, voi parlate di crisi
strutturale di sistema. Potete spiegare la differenza?

V. Giacchè: La differenza è sia nella genesi della crisi che nelle sue
conseguenze. Cominciamo con la genesi. Su questo punto vorrei spendere
qualche parola in più in quanto mi sembra piuttosto trascurato nelle
ricostruzioni della crisi. L’8 aprile scorso è comparso sul Financial Times
un importante articolo, annunciato da questo richiamo in prima pagina:
“Ritorno agli anni Venti. Il ritorno a un mondo disuguale”. L’articolo
cominciava con queste parole: “La disuguaglianza  tra i redditi negli Stati
Uniti ha raggiunto il punto più alto dai tempi dell’anno del disastro: il
1929”. E proseguiva così: “la caratteristica più notevole dell’era della
disuaglianza e del libero mercato che è iniziata negli anni Ottanta è
rappresentata dal fatto che si siano avute così poche reazioni alla
stagnazione dei guadagni della gente comune in una così larga parte
dell’economia del mondo sviluppato”. In effetti i dati sono impressionanti.
Tra il 1979 e il 2005 i redditi prima delle tasse delle famiglie americane
più povere sono cresciute dell’1,3% annuo, quelli del ceto medio di meno
dell’1% annuo, mentre quelli dell’1% più ricco della popolazione sono
cresciuti del 200% annuo prima delle tasse e addirittura del 228% dopo le
tasse. Risultato: nel 2005 il reddito dopo le tasse del quinto più povero
della popolazione era di 15.300 dollari annui, quello del quinto mediano di
50.200 dollari, mentre quello dell’1% più ricco era superiore al milione di
dollari. In definitiva, negli anni tra il 2002 e il 2006 all’1% più ricco
della popolazione americana sono andati quasi i tre quarti della crescita
del reddito complessiva. Nel 2005, secondo dati dell’US Census Bureau,
l’indice della disuguaglianza tra i redditi, ha raggiunto il massimo storico
(J. Plender, “Mind the gap. Why business may face a crisis of legitimacy”,
Financial Times, 8 aprile 2008). Lo stesso vale per la Gran Bretagna, ove
questo si è verificato dopo l’andata al potere dei laburisti di Blair nel
1997: anche qui, secondo gli stessi dati governativi, la forbice della
disuguaglianza è la più alta di sempre. Ma, più in generale, la  riduzione
della quota del prodotto interno lordo che va ai salari, e per contro la
crescita della quota destinata ai profitti, è una tendenza che investe tutti
i paesi a capitalismo maturo, come ha evidenziato una ricerca della Banca
dei Regolamenti Internazionali del 2007: in Italia, ad esempio, dal 1983 al
2005 i lavoratori hanno perso 8% percentuali, andati in maggiori profitti
(che infatti sono saliti nel periodo dal 23% al 31% del totale). In termini
assoluti, si tratta di cifre enormi: l’8% del pil italiano è infatti pari a
qualcosa come 120 miliardi di euro (L. Ellis – K. Smith, The global upward
trend in the profit share, Bank for International Settlements, luglio 2007).
Sono cifre clamorose, che giustificano lo stupore del Financial Times per
l’assenza di reazioni (cioè di lotte) contro questa gigantesca
redistribuzione della ricchezza verso l’alto. Le spiegazioni però non
mancano. Al di là degli stessi rapporti di forza tra le classi (squilibrati
dalla concorrenza esercitata da paesi con un costo della forza-lavoro molto
basso), un peso non secondario hanno senz’altro giocato fattori legati
all’egemonia culturale ed ideologica esercitata dal capitalismo, che, dopo
la caduta del Muro di Berlino e l’implosione del socialismo reale nell’est
europeo, ha potuto riaffermare il proprio orizzonte come l’orizzonte ultimo
della storia umana. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, però, è in gioco
anche un fattore di tipo diverso. In realtà, negli Stati Uniti (ma anche nel
Regno Unito e in Australia) il tenore di vita delle persone con redditi
medio-bassi ha cominciato ad essere sganciato dall’andamento del reddito. È
proprio qui che entrano in gioco il settore immobiliare  e i mutui subprime.
La politica monetaria espansiva e di bassi tassi di interesse condotta dalla
Federal Reserve ha infatti alimentato in questi anni la bolla immobiliare,
consentendo al tempo stesso anche a famiglie a basso reddito di contrarre
debiti relativamente a buon mercato. La crescita dei valori immobiliari ha
creato un senso di ricchezza crescente, anche se il reddito in realtà non
cresceva affatto (qualcosa di simile, anche se su scala meno larga, era
successo alla fine degli anni Novanta con la bolla borsistica della “new
economy”), e tra l’altro ha reso possibile rinegoziare i mutui e anche
accendere ipoteche sulla casa a garanzia di prestiti finalizzati al consumo.
Nel frattempo, la fertile fantasia dei grandi istituti di credito americani
aveva escogitato prodotti rivolti anche a chi non aveva né reddito, né
lavoro, né poteva offrire garanzie patrimoniali: i cosiddetti “mutui Ninja”
(“no income, no job, no asset”). Questi ed altri mutui ad alto rischio sono
appunto i famigerati mutui subprime – che è poi un elegante eufemismo:
invece di parlare di “mutui spazzatura” o di “mutui di infima categoria”,
sia parla di “mutui sottoprimi”.
Praticamente, il regno di Bengodi: anche gli “ultimi” ora potevano comprarsi
una casa, anche loro potevano essere, se non primi (adesso non esageriamo…),
almeno subprime. La banca concedeva questi mutui ad alto rischio, e poi li
rivendeva – impacchettati assieme ad altri crediti di migliore qualità –
inserendoli in veicoli appositi, le cui quote venivano offerte agli
investitori come obbligazioni (perdipiù con rating elevato). Non solo: dal
2004 al 2006, l’ufficio governativo statunitense per la casa e lo sviluppo
urbano spinse le due agenzie governative Freddie Mac e Fannie Mae ad
acquistare obbligazioni di questo genere per 434 miliardi di dollari, con il
risultato di incentivare le banche a continuare ad offrire mutui
insostenibili come i subprime (C.L. Leonnig, “How HUD Mortgage Policy Fed
The Crisis”, the Washington Post, 10 giugno 2008).
Questa costruzione era perfetta, salvo un piccolo particolare: che tutto
questo castello di carta poteva stare in piedi soltanto se il valore degli
immobili continuava a crescere (cosicché il valore della casa che uno aveva
acquistato cresceva di valore e quindi poteva essere rivenduta
guadagnandoci). Ma la cosa ovviamente non poteva andare avanti all’infinito.
E infatti nel 2006 il mercato immobiliare Usa ha cominciato a scendere, e
infine è crollato.
Il resto è storia nota: scoppio del bubbone dei mutui subprime, fallimento
per centinaia di migliaia di famiglie Usa, problemi nel debito al consumo,
forti svalutazioni di bilancio per le banche coinvolte, difficoltà sul
mercato interbancario (perché le banche cominciano a non fidarsi più della
solvibilità delle loro controparti), crollo dei titoli azionari…
Questa parte della storia è iniziata nell’estate del 2007, e ancora non è
finita. E qui veniamo alle conseguenze della crisi finanziaria sull’economia
reale. Qui mi limiterò a pochi cenni, perché il tema è stato molto più
trattato. Ciò che sta accadendo è, molto semplicemente, che le banche non si
prestano più denaro tra loro. Perché non si fidano più l’una dell’altra, e
in qualche caso perché speculano sulle difficoltà altrui. È la famosa
“trappola della liquidità” di keynesiana memoria. La liquidità c’è, ma non
circola. Anche il recente taglio dei tassi di interesse di Fed e Bce è
risultato del tutto inefficace a questo riguardo. In casi come questi
l’operatività delle banche si rallenta e si ferma, le più mal ridotte
falliscono, le altre cessano di erogare il credito alle imprese (o lo
erogano a tassi molto elevati). Quindi cominciano a fallire le imprese.
E ovviamente la storia continua. Le imprese che falliscono non restituiscono
neppure i prestiti che avevano già ricevuto. E il problema ritorna nel campo
bancario: gli istituti di credito devono aggiornare al rialzo la stima dei
crediti dubbi (incagli e sofferenze), svalutare una parte dei loro attivi,
aggiornare al ribasso le stime di redditività e nel peggiore dei casi
ricapitalizzare. Altri istituti falliscono, e così via. Questi sono i
circoli viziosi che da sempre caratterizzano le crisi.
In definitiva, però, il punto su cui vorrei insistere è questo: questa crisi
non nasce come crisi finanziaria, ma è invece radicata nel processo di
progressiva riduzione del reddito dei lavoratori, il quale a sua volta è
l’effetto della necessità di comprimere i costi del capitale variabile
(ossia della forza-lavoro) per combattere la caduta del saggio di profitto.

M. Donato: Non ha senso contrapporre capitale speculativo a capitale
produttivo ignorando che si tratta di due forme funzionali di manifestazione
del capitale. Nelle crisi da sovrapproduzione, la circolazione tende ad
assumere maggiore importanza rispetto a una produzione in cui le opportunità
di profitto non sono sufficienti a saturare la pletora di capitale in
circolazione. Le imprese/banche sono costrette a continue innovazioni
tecnologiche per battere la concorrenza; la tecnologia aumenta la forza
produttiva del lavoro riducendo il tempo di lavoro necessario e con esso il
valore delle singole merci prodotte. Gli investimenti necessari a introdurre
nuove tecnologie producono l’effetto che la quota di capitale costante
cresca sempre più di quanto succede al capitale variabile. Il plusvalore
eventualmente ottenuto dalla vendita delle merci non viene necessariamente,
completamente e simultaneamente impiegato nell’accumulazione. Queste,
schematicamente, le radici reali della crisi che si manifesta nelle sue
forme monetarie e finanziarie. Se il tasso di profitto P/C è insufficiente
per il capitale in circolazione, le imprese/banche  mentre cercano (nella
fase di produzione) di aumentare in ogni modo il numeratore, devono
periodicamente tentare anche di distruggere e/o di svalutare il capitale in
eccesso posto a denominatore del tasso di profitto. Queste le crisi,
distruzione di quote di capitale in eccesso rispetto alle normali
opportunità di profitto.

L’esistenza di un nuova moneta per le transazioni internazionali come l’euro
rispetto al pluridecennale monopolio del dollaro, quanto ha inciso e che
effetti potrà avere in questa crisi?

V. Giacchè: La presenza dell’euro ha soprattutto l’effetto di ridurre i
margini di manovra delle autorità monetarie Usa nella crisi. Infatti il
fatto che i tassi della zona euro siano più elevati di quelli praticati
negli Stati Uniti mette a rischio la praticabilità di una politica moentaria
espansiva da parte della Fed. Il motivo è presto detto: ad ogni riduzione
dei tassi diminuisce la convenienza per gli investitori internazionali ad
investire nei titoli di Stato Usa, perché offrono un rendimento scarso
rispetto al rischio di insolvenza dell’emittente (ossia degli Stati Uniti
stessi). Il rischio di insolvenza degli Stati Uniti un tempo sarebbe stato
considerato ridicolo. Oggi non è più così: la probabilità di un fallimento
degli Usa è già oggi considerata doppia rispetto all’ipotesi di fallimento
della Germania. E la crescita del debito pubblico proveniente dal piano
Paulson di salvataggio delle banche e delle altre società finanziarie
coinvolte nella crisi peggiorerà ulteriormente le cose.

M. Donato: Sono cambiati e stanno cambiando i rapporti di forza tra Stati ed
aree valutarie integrate. Le valute nazionali o transnazionali sono
espressioni – riflesse – di rapporti di forza più generali. Per lo Stato più
forte dal punto di vista militare essere anche l’economia più indebitata è
una contraddizione esplosiva. Avere un dollaro debole aiuta perché riduce il
valore reale del debito, ma indebolisce ulteriormente la forza degli Usa.
Alan Greenspan, trovandosi a scegliere tra il dollaro e la borsa, optò per
salvare Wall Street; oggi Obama e McCain votano assieme il piano Paulson
inaugurando la nuova stagione dei salvataggi.

Il liberismo e il monetarismo sono finiti sotto accusa. I liberisti adesso
si travestono da pragmatici e chiedono apertamente l’intervento pubblico
nell’economia. Si apre una nuova fase keynesiana? E se è così che
caratteristiche avrà?

V. Giacchè: Questo è un aspetto divertente (forse l’unico) di tutta la
faccenda. La crisi attuale mette in luce una semplice verità: il fatto che
il mercato non è autosufficiente. La situazione è abbastanza curiosa. Hanno
appena finito di convincerci che il mercato è l’artefice di tutto quanto vi
è di buono nel nostro mondo, mentre lo Stato può soltanto rovinarne l’opera,
ed ecco che arriva la crisi dei subprime, e poi del credito. E avviene il
miracolo: tutt’a un tratto la “mano visibile” dello Stato non solo ridiventa
gradita, ma viene addirittura invocata da voci insospettabili. Fa un certo
effetto notare che il Financial Times non ha nulla da ridire sulla
nazionalizzazione della banca inglese Northern Rock sull’orlo del fallimento
o sul sostegno da 50 miliardi di sterline alle banche realizzato dalla Bank
of England offrendo titoli di Stato in cambio di crediti immobiliari. Fa
ancora più effetto osservare come lo stesso governatore della Federal
Reserve, Bernanke, giustifichi il salvataggio della banca Bear Stearns
(comprata sull’orlo del fallimento da JPMorgan grazie a un prestito di 30
miliardi di dollari da parte della stessa Fed) dicendo che si tratta in
realtà di un “salvataggio dei mercati”. E pensare che ci avevano spiegato
che ormai sarebbero stati i mercati (anzi: il Mercato) a salvare il mondo
garantendo benessere e prosperità per tutti… Ma le sorprese non sono finite:
dal liberista Zingales che sulla sua rubrica “libero mercato” su l’espresso
intona inni alla regolazione al finanziere George Soros che si scaglia
contro il “fondamentalismo di mercato”; dall’ex ministro Domenico Siniscalco
(oggi a Morgan Stanley) che approva l’atteggiamento “pragmatico” ed
anti-ideologico di chi ha finalmente abbandonato “il dogma che il mercato
possa risolvere ogni problema”, al vecchio Paul Samuelson che afferma
addirittura: “urge un po’ di statalismo”. Insomma: i “convertiti allo Stato
interventista” – come li ha definiti il sociologo tedesco Ulrich Beck – non
si contano veramente più.
Ovviamente si tratta di conversioni interessate: infatti il problema oggi è
quello di socializzare le perdite. La cosa è stata espressa proprio in
questi termini dall’economista Roubini: “Nazionalizzare le perdite dei mutui
subprime americani in sofferenza per salvare l’economia”. Ora il problema è
se poi si tornerà a privatizzare i profitti come se nulla fosse. Io credo
che le cose non stiano così. La profondità della crisi ha aperto uno
squarcio importante nell’ideologia dominante. Non si potrà facilmente fare
finta di nulla, né tornare al business as usual. Questo, in ogni caso, è
l’obiettivo che dobbiamo prefiggerci: sviluppare la consapevolezza dei
problemi. A cominciare dal fatto che il mercato capitalistico stesso è il
problema.

M. Donato: Il liberismo è finito da un pezzo, un nuovo keynesismo fuori
tempo massimo avrebbe una prima tappa obbligata da compiere: basta guerre.

 

CRISI ECONOMICA, PER VELTRONI LA COLPA E’ TUTTA DELLA DESTRA

Dichiarazione di Claudio Grassi,  segreteria nazionale del Prc 

Il leader del Pd Walter Veltroni, dai microfoni di Radio tre, stamattina ci ha “illuminato” sulle cause della crisi economica internazionale. Ci dice che la responsabilità di tutto ciò che accade sarebbe della destra. Non vi è alcun dubbio che le destre abbiano una pesante responsabiltà, su quanto sta accadendo.

Ma il centrosinistra italiano e internazionale, non ha colpe? Veltroni e il Partito Democratico non sono stati in questi anni sostenitori acritici della libertà del mercato, della globalizzazione, della scelta dei fondi pensione? E Veltroni non ci ha sempre parlato degli Stati Uniti come di un grande modello da imitare? In certi momenti e di fronte a episodi di portata storica che sconfessano clamorosamente quanto si è teorizzato negli ultimi 20 anni, consigliamo a Veltroni di prendersi una pausa di riflessione.
Roma, 6 Ottobre 2008

 

A che punto è la sinistra? Che fanno i comunisti?

Abbiamo detto, noi persone di sinistra, e ci siamo detti, noi appartenenti alle diverse anime e organizzazioni della sinistra, che ci vorrebbe una nuova unità, una nuova forza, un nuovo partito.

Sembra però, che ci siano due tendenze – legittime e rispettabili – che vogliano cose opposte nell’immediato. Una parte che (sintetizzo per comodità) con Vendola ed una parte di Prc ed SD propongono un partito nuovo della sinistra. Un’altra parte che con Ferrero e Prc e Diliberto e Pdci propongono un ri-costruito partito comunista.

Ora fino a che si era nella fase di studio delle proposte, per onestà nei confronti di chi si cimenta con passione e con i (pochi) milioni di persone che si aspettano qualcosa da chi vuole cambiare questa società, era pure consentito il tira e molla. Il dire e non dire. Allo stato delle cose non è più consentito. L’avevamo scritto qualche giorno fa. L’abbiamo confermato con la lettera aperta a Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero. Lo ribadiamo ancora una volta: senza nervosismi, senza saccenza, senza sicumere di sorta; ma con la forza della linearità, della logica e del coraggio politico delle proprie azioni. E, in questi frangenti, storici e di passione politica, il coraggio sta tutto nel mettersi in gioco ponendo all’attenzione quella che ad ogni dirigente pare essere la soluzione, la strada da seguire migliore per le attese degli ultimi della società e per chi utilizza le forze organizzate al fine di far star meglio – alla ricerca di conquiste di diritti negati – chi alla sinistra organizzata, sia essa partito o movimento o sindacato si è rivolta.

Per questo, dopo la chiarezza espositiva di Fabio Mussi; dopo l’esplicitazione del partito da costruire secondo l’accezione e la declinazione politica indicata dalla manifestazione del 27 da Vendola e Fava; è del tutto inutile attendere lo strappo ufficiale delle liste alle europee o in qualche elezione locale. Ognuno, sia per la prima parte, che per la seconda, prenda atto che non c’è più spazio per mediazioni. E, sperando di marciare divisi per colpire uniti, come si diceva un tempo, si costruiscano questi nuovi partiti: quello socialdemocratico di Vendola e Fava e quello comunista di Diliberto e Ferrero. Ogni ora che si perde nella ricerca di questa presa di coscienza è tempo che viene sottratto alla chiarezza e al consenso da cercare tra quei cittadini, quei giovani e quei lavoratori che non sanno a che santo rivolgersi. Insomma un delitto.

Siamo, sulla china che porta alla discesa ripida, se non si mostrano al più presto gli appigli sicuri, l’unica deriva che verrà individuata sarà non dentro questa dicotomia, ma all’interno del calderone del PD. In quel caso, non cinque o dieci,forse neppure quindici anni saranno sufficienti ad invertire la fase. A me, che sono un convinto sostenitore della ri-costruzione del partito comunista di massa (piano piano, un consenso alla volta, ma sicuro nella direzione da indicare a chi si rivolge o già sta guardando a noi), questa fotografia rapida è l’unica cosa che è venuta alla mente nel presentare gli opposti interventi di questi giorni sul tema della sinistra, dei partiti e del partito comunista in Italia per l’attualità e per il futuro prossimo.

Maurizio Aversa

Le belle bandiere

è il titolo scelto da Andrea Colombo per svolgere la cronaca della giornata del 27 a Roma

L’applauso più lungo e partecipato, con le mani battute a ritmo come in un corteo, come ad accompagnare uno slogan, arriva quando Nichi Vendola, al termine della suo lungo discorso conclusivo esclama, alzando improvvisamente la voce: “Basta con gli annunci. Basta col dire che abbiamo deciso che decideremo. Noi dobbiamo aprire qui e ora i cantieri della nuova sinistra. Dobbiamo iniziare qui e ora il percorso costituente”.

Qui. A Roma, Parco Brin, Garbatella, quartiere un tempo periferico, oggi di gran moda in virtù delle sue magnifiche ex case popolari, e tuttavia in larga misura ancora abitato da quelli che ci sono andati a vivere quando, qualche decennio fa, dire Garbatella, nella capitale, significava intendere periferia estrema. Sotto un tendone che non ce la fa a coprire da qualche sporadico scroscio di pioggia le circa milleduecento persone arrivate per verificare se davvero stavolta c’è il caso che a sinistra nasca qualcosa di nuovo, riparta una speranza, si apra una possibilità di impegno reale, o se siamo, tanto per cambiare, all’ennesima sventagliata di parole.

Qui. Nella prima assemblea dell’area “Rifondazione per la Sinistra”, nata la sera stessa della sconfitta della mozione Vendola al congresso del Prc di Chianciano ma con l’ambizione di andare oltre i suoi confini, di non restare una corrente di partito, sia pur fortissima (il 43,7% di Rifondazione), ma di dar vita a un’area tanto interna quanto esterna a quel partito. Il nucleo fondante di un nuovo soggetto politico.

Ora. Nel settembre del 2008, anno di grazia che a sinistra nessuno dimenticherà mai. L’anno dell’uragano. L’anno di una catastrofe che ha spazzato via tutto quel che c’era e che pareva solidissimo. Una tempesta devastante i cui effetti hanno appena cominciato a dispiegarsi e che minaccia di cancellare anche le tracce della sinistra italiana.

Di questa sconfitta, delle sue ragioni profonde, delle sue radici e del quadro desolato che ci ha consegnato, avevano già parlato in molti. Maria Luisa Boccia, nella sua ricchissima relazione introduttiva. Scipione Semeraro, soffermandosi sul fronte del lavoro, Massimo Serafini, piazzando sotto l’obiettivo l’ambiente. Ma ci torna più e più volte anche Vendola, perché nulla oggi è più pericoloso e scioccamente rassicurante, del fingere di aver già capito tutto di quel disastro, o del convincersi che non ci sia niente da capire. Colpa nostra. Non siamo stati abbastanza combattivi. Basta tornare in piazza, ricollocarci nei territori, urlare forte, manifestare qualche volta, rinominarci “partito sociale” e l’incubo svanirà, tutto tornerà come prima.

Non è così. Perché la sconfitta non è solo faccenda “di flussi elettorali”. Prima di quei flussi, a determinarli, c’è stata la capacità della destra di imporre “un sistema di sogni di incubi, sino a far condividere a quella che viene di solito definita ‘opinione pubblica’ i suoi di diseguaglianza e i suoi incubi securitari”. Non è così. Perché ancor prima di quell’offensiva, culturale ancor più che politica della destra italiana, viene una trasformazione del processo produttivo che ha reciso gli antichi e costitutivi legami della sinistra storica con il lavoro.
Non son cose che si possano affrontare proclamandosi partito sociale e urlando forte per darsi coraggio, come bimbi persi nel buio. Occorre molto di più. Una capacità di mettere in moto contemporaneamente nuove analisi e nuove forme organizzative, entrambe capaci di liberarsi dai condizionamenti del passato, entrambe adeguate ai tempi con i quali la sinistra è chiamata e obbligata, pena la scomparsa, a confrontarsi.

“C’è una sinistra – dice Vendola – che vuole dissolversi usando il vocabolario delle compatibilità. C’è una sinistra che vuole seppellirsi usando il vocabolario della testimonianza. Sono due facce della stessa medaglia”. Tra questi due estremi falsamente antagonisti c’è l’oceano in cui dovrà muoversi il nuovo soggetto della sinistra italiana ed europea, le pagine bianche da riempire inventando un nuovo vocabolario. Questo e non altro è il suo compito.
Ma le gente che ha passato il suo sabato alla Garbatella non attende solo analisi. Aspetta qualche indicazione concreta, qualche segnale sul che fare. Dentro Rifondazione, la parola scissione non la pronuncia nessuno ma la pensano tutti. Qualcuno auspicandola, qualcuno temendola, qualcuno, i più, oscillando incerti. “Invece ci chiederci come ci collochiamo, se dentro o fuori Rifondazione – suggerisce Nichi Vendola – domandiamoci cosa facciamo, come intrecciamo i fili della sinistra”.

La sua indicazione è secca. Iniziare subito un tesseramento dell’area, aperto anche a chi non faccia parte del Prc. Non è una scissione. E’ un passo reale, però, e di quelli che non prevedono retromarce possibili. Gli applausi scrosciano di nuovo.  Come quando Claudio Fava, qualche ora prima, aveva affermato che non si può ripetere in eterno che “abbiamo fatto il primo passo”. Siamo già oltre, e non ha senso chiedersi “se debba venire prima il contenuto o il contenitore. Il contenuto del nuovo soggetto siamo noi. Sono quindici di anni di lotte a sinistra della sinistra”. O come quando Alfonso Gianni, in mattinata, aveva ripreso l’intervista di Fabio Mussi a “Liberazione” per dire chiaro, per una volta senza giochi di parole, che serve un nuovo partito. Nulla di meno.

Fava ha tutte le ragioni. L’assemblea di ieri a Roma non è un primo passo. Non apre una fase. Al contrario, ne chiude una.  E’ l’ultima scena di un prologo, l’ultima sede nella quale si potessero fare annunci, esprimere auspici. Il soggetto di cui parliamo da mesi, nelle prossime settimane, dovrà passare la prova del fuoco, che è sempre e solo quella dei fatti. Dovrà darsi una fisionomia, cioè dar vita a un coordinamento comune tra tutte le aree che compongono, iniziare il tesseramento annunciato da Vendola, moltiplicare le inziative comuni, aprire, ovunque possibile, le case della sinistra, forse trovare una sede centrale che dia il senso, anche simbolicamente, della comparsa in campo di una soggettività nuova. E alla fine riuscire a imporre una presenza condizionante, egemonica, nelle manifestazioni del prossimo autunno, da quella dell’11 ottobre allo sciopero generale della scuola.
Se non ci riusciremo più che di belle bandiere si dovrà parlare, e non per la prima volta, di belle parole.

E le parole, fossero pure le più belle, profonde, intelligenti e analiticamente ben attrezzate, stavolta proprio non possono bastare.

Sintesi delle conclusione del segretario nazionale Paolo Ferrero all’Assemblea del 14 settembre al Teatro Brancaccio di Roma.

La cosa che mi ha colpito di più della bella e istruttiva discussione di oggi è questa: che da un lato, lo diceva prima il segretario del circolo dell’Alitalia, i lavoratori si sentono abbandonati, si sentono soli, c’è un sentimento enorme di solitudine, di disperazione. Dall’altro si parla di ricostruire la speranza; il compagno De Angelis, diceva: “vorrei parlare non in quanto io sono licenziato, ma a partire dal fatto che uno come me venga licenziato” per vedere come si ricostruisce una lotta; oppure il compagno dei Giovani Comunisti di Catania che ci ha raccontato come in una realtà difficile si possano far valere la propria dignità e le proprie ragioni.
Il nostro principale problema politico è proprio questo: solitudine e disperazione da un lato; speranza e dignità dall’altra: difficoltà a trovare i percorsi per passare, a livello di massa, da una condizione all’altra, a tenere insieme questi due nodi. Colpisce questa difficoltà perché, ci sono state altre fasi della storia del movimento operaio del nostro Paese in cui denunciavi la condizione di sofferenza, di bassi salari ma, nel contempo, vedevi anche il percorso attraverso cui cambiare concretamente la realtà e ricostruire la speranza.
Oggi non è così e per questo penso che il problema di una politica di sinistra sia questo, di come riusciamo a costruire un percorso, una connessione tra la disperazione e la speranza. O riusciamo a fare questo, oppure la nostra politica è muta e quel legame lo costruisce in modo fittizio la destra populista attraverso l’individuazione del nemico, del capro espiatorio.

In Italia manca l’opposizione
E’ proprio per ricostruire questo percorso, questo nesso che oggi abbiamo convocato questa assemblea – e ringrazio il migliaio di compagni e compagne che ha voluto partecipare – sul tema “ricominciamo dall’opposizione”. Perché la vera novità negativa di questo Paese non è che il governo Berlusconi stia governando, non è la prima volta. Il problema è che è la prima volta che di fronte ad un governo di Berlusconi e Confindustria non c’è un’opposizione degna di questo nome. Questa è la vera novità che abbiamo davanti. Non è vera opposizione l’antiberlusconismo giustizialista di Di Pietro ne il profilo emendatario di Veltroni, perché nessuna delle due opposizioni parlamentari si sogna nemmeno lontanamente di fare opposizione alle politiche di Confindustria che è la vera ispiratrice del governo. Il fatto che non ci sia nessuna opposizione reale in questo Paese è dato da questo fatto: non c’è un’opposizione complessiva al disegno del governo e al disegno di Confindustria, non c’è un’opposizione che proponga un’alternativa; ci sono degli emendamenti, c’è l’opposizione su un punto specifico, magari giustissimo come il Lodo Alfano, ma non c’è un disegno alternativo.
Dobbiamo quindi ricominciare dall’opposizione, costruire una opposizione di sinistra come scelta di fase, perché il disagio della società italiana non comincia da oggi ma è il frutto di un lungo processo di attacco alle conquiste operaie e del movimento; parte dagli anni ‘80. Pensiamo solo alla drastica redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto avvenuta nel nostro paese, redistribuzione che ha determinato un vero e proprio impoverimento progressivo, di massa, che ha riguardato larga parte della popolazione. Questo impoverimento è stato vissuto, ed è vissuta oggi, dalla nostra gente, come un problema individuale che non ha avuto se non molto parzialmente, risposte collettive.

La questione sociale vissuta come dramma individuale
Questo è il secondo nodo politico che voglio sottolineare: La gente ha paura perché vive come un fatto individuale quello che è un dramma sociale.
Possiamo raccontarcela come vogliamo ma il nodo che abbiamo davanti è questo qui: di un governo di destra che marcia alla velocità della luce assieme alla Confindustria e dell’assenza di un’opposizione; di una sofferenza concreta, quotidiana di milioni di persone che non si riesce a connettere alla speranza; del fatto che questa sofferenza viene vissuta come un fatto individuale, sovente come un dramma di cui vergognarsi.
Quanta gente c’è che non ha il coraggio di dire che è sfrattata, perché in ufficio fai la figura del poveraccio se dici che sei sfrattato? Quanta gente c’è che ha smesso di fare la spesa nel negozio sotto casa e deve andare al Discount a prendere roba, magari non di eccelsa qualità, perché altrimenti non ce la fa ad arrivare alla fine del mese? Quanta gente c’è il cui nonno dà i soldi al nipote per uscire il sabato perché i genitori non hanno i soldi per darglieli? Quanta gente c’è in queste condizioni?
In questa solitudine cresce la paura del futuro, cresce la disperazione. Noi non partiamo solo da una sconfitta della sinistra. Noi partiamo da una sconfitta della sinistra dentro al fatto che il drammatico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone non viene vissuto come problema politico, come problema collettivo, ma come dramma individuale.
In questo quadro di atomizzazione sociale la destra si muove perseguendo un disegno organico come hanno fatto notare gli interventi di oggi. Innanzitutto punta alla distruzione del Contratto nazionale di lavoro e vuole obbligare i lavoratori ad un rapporto individuale col loro datore di lavoro, senza più nessuna tutela collettiva. Per questo si usa la vicenda dell’Alitalia per smontare il contratto nazionale e proporre l’aziendalizzazione del contratto, per questo Brunetta attacca il Pubblico Impiego, perché per smontare i contratti nazionali di lavoro, bisogna distruggere il contratto nazionale del Pubblico Impiego.
Smontare i contratti nazionali significa cambiare natura al sindacato; non è niente di meno di quanto provò a fare Berlusconi nel 2002 rispetto all’articolo 18, è la stessa idea: cancellare il sindacato di classe per trasformarlo in un sindacato che gestisce il collocamento della forza lavoro precarizzata.
Così come persegue un disegno organico sulle grandi opere, dove il denaro pubblico, a discapito dell’ambiente e delle comunità locali, serve a foraggiare le imprese e a ridistribuire ulteriore reddito.
Così come utilizza l’emergenza rifiuti di Napoli per imporre la logica degli inceneritori. Una logica aberrante in cui invece di agire sulla riduzione dei rifiuti e sulla raccolta differenziata, si costruisce il business dell’incenerimento, ovviamente a cura dei privati, in cui gli affari vengono fatti a discapito dell’ambiente e della salute pubblica. Una logica aberrante a cui ci opponiamo duramente.
Parallelamente l’attacco alla scuola e ai servizi non è solo fatto per risparmiare risorse ma per favorire il settore privato e contemporaneamente per introdurre modelli culturali reazionari.
Così come il federalismo fiscale determinerà la riduzione del welfare ma anche la riproduzione a livello territoriale della guerra tra i poveri. Se se passa il principio che le Regioni sono titolari delle tasse e poi le Regioni, quelle più ricche, per bontà loro, mettono una quota di risorse per un fondo perequativo nazionale, la prima cosa che succede è che alle prossime elezioni regionali, nelle regioni più ricche, vincerà chi propone di non mettere niente nel fondo di perequazione, di tenere i soldi a casa propria.
Si potrebbe proseguire sulla magistratura e lo diceva prima Peppino Di Lello; il modo con cui viene proposta la riforma della magistratura fa leva sul fatto che la gente è insoddisfatta di come funzionano i tribunali, ma il risultato concreto è quello di mettere la mordacchia ai giudici, cioè far sì che l’Esecutivo possa, nei fatti, decidere quali sono i reati che si perseguono e quelli che non si perseguono.

Il disegno della destra
L’obiettivo della destra è quindi un ridisegno complessivo del Paese in cui gli elementi del patriarcato, del sessismo, del razzismo, non sono elementi accessori, non sono il rimasuglio di un passato che non passa – come si vede dalle dichiarazioni fasciste di La Russa e nel rifiuto di dichiararsi antifascista da parte di Berlusconi – sono un pezzo costitutivo.
Questa destra, peggiora le condizioni di vita della gente con la sua politica confindustriale e poi ricostruisce consenso facendo leva sulle paure e costruendo capri espiatori. La destra dice: “guardate la situazione è di crisi, non ce ne è per tutti. Come ci si salva se la coperta si stringe? Mettendo fuori dalla coperta i piedi di qualcun altro.” e allora la Lega Nord dice che non bisogna dare i soldi al sud; agli operai, tolgono il contratto nazionale di lavoro ma propongono “salvati tu nella tua azienda, facendo straordinari, contro gli altri operai e le altre aziende”; con il federalismo fiscale ti dicono “salvati tu nella tua regione contro le altre regioni”, ecc. E’ la logica di guerra tra i poveri come modalità concreta di gestione del consenso in una fase di peggioramento delle condizioni di vita. Questa è la destra. Alla destra non basta sconfiggere la sinistra, deve distruggere il conflitto di classe per poter governare.
È una destra che utilizza l’insicurezza sociale prodotta dalle sue politiche per fare leva sulla paura per costruire idee reazionarie, contro l’immigrato, contro lo zingaro, contro il diverso… diventa lui il nemico, diventa lui il capro espiatorio.
Non è una destra che ha qualche rimasuglio di fascismo, di culture reazionarie; è una destra che è razzista, sessista, legata al patriarcato, perché questi sono nodi fondanti per costruire su un terreno ideologico e delle paure, il consenso che non può costruire e non potrebbe costruire sul terreno delle politiche economiche e sociali.

Per battere la destra
La costruzione di una opposizione di sinistra efficace vuol dire quindi costruire un immaginario alternativo a quello dominante e parallelamente ricostruire il conflitto sociale; o ricostruiamo il conflitto di classe in questo Paese, del basso contro l’altro, oppure vince la guerra tra poveri; il punto della ricostruzione del conflitto è decisivo per cambiare i rapporti di forza, ma anche per cambiare il rapporto tra la società e la politica; altrimenti una società che ha paura del domani e che si sente impotente non può far altro, rispetto alla politica, che chiedere “per favore” . Non a caso il paradosso che viene fuori, è che più la condizione sociale peggiora e più le destre al governo si consolidano, perché la pratica della clientela, del favore, del “per favore”, diventa l’unico tramite tra la società e la politica. La ricostruzione della lotta serve a cambiare i rapporti di forza ma in primo luogo è la ricostruzione della tua dignità e della consapevolezza che assieme si possono cambiare le cose.
Al Congresso abbiamo detto che la piena autonomia politica dal Partito Democratico è una condizione necessaria ma non sufficiente per ricostruire tutto questo. Svolta a sinistra vuol dire una cosa semplice: che riconosciamo il fatto che il Partito Democratico, col suo profilo confindustriale, non ha un disegno alternativo a quello delle destre e per questo non può efficacemente affrontare i problemi sociali del paese. Per questo diciamo che è inutile stare lì a tirare la giacchetta al Partito Democratico, bisogna che la sinistra e i comunisti siano in grado di proporre una costruzione dell’opposizione e dell’alternativa a partire dalle proprie forze; è inutile pensare che Veltroni cambi idea perché glielo chiediamo. Il PD può cambiare idea se nella società si costruisce un movimento di massa che sia in grado di modificare il senso comune di massa. Se non c’è lotta di classe ma guerra tra poveri, non ci sarà altro che l’inseguimento a destra verso la Lega e verso l’UDC. Questo non vuol dire che dobbiamo passare il tempo a litigare col PD ma semplicemente che occorre tirarsi su le maniche, smetterla di lamentarsi per il fatto che il PD non fa le cose che ci piacerebbe facesse e provare sul serio a costruire una alternativa. Nessun settarismo ma chiarezza dei nostri compiti, nella consapevolezza che non siamo l’estrema sinistra del PD ma un’altra sinistra. Dobbiamo avere chiarezza che le sinistre sono due e noi non siamo l’ala estremista della sinistra moderata.

Contro l’Europa dei padroni
In primo luogo occorre mettere al centro la lotta per un’altra Europa perché quello europeo è un laccio enorme per il conflitto sociale. Un tempo dicevamo “contro l’Europa dei padroni bisogna costruire l’Europa dei popoli”, credo che dobbiamo riprendere questa parola d’ordine di fronte ad un Parlamento italiano che qualche mese fa ha votato all’unanimità, dalla Lega Nord al PD, l’adozione del trattato di Lisbona. Questa Europa, in cui la Banca Centrale Europea opera al di fuori i qualsiasi controllo politico o sociale e ha come unico compito la stabilità della moneta è una Europa strutturalmente Liberista e in quanto tale antioperaia e antipopolare. Occorre riprendere con forza, anche a partire dal Forum Sociale di Malmo questa battaglia, rafforzando le reti europee di movimento e individuando scadenze di lotta comuni. Pensiamo solo alla direttiva europea sugli orari di lavoro a cui faceva cenno Roberto Musacchio nel suo intervento: una schifezza in cui l’orario settimanale può tranquillamente raggiungere le 65 ore. Una Europa che serve ad obbligare i singoli stati a fare politiche antipopolari come nessun singolo governo nazionale avrebbe il potere di fare da solo. Bisogna rilanciare questa battaglia forte, contro questa Europa del patronato senza timidezze. Noi non siamo nazionalisti, noi vogliamo un’Europa dei popoli, contro questa Europa delle tecnocrazie e dei padroni dobbiamo lavorare di più con il Partito della Sinistra Europea.

La manifestazione dell’11 ottobre
Il secondo nodo è la costruzione di una mobilitazione generale contro la linea del governo e contro la Confindustria, per questo abbiamo lavorato alla manifestazione dell’11 ottobre, una manifestazione che unisce tutte le forze della sinistra, che dobbiamo ulteriormente allargare nei prossimi giorni. Una manifestazione che deve dialogare con le altre iniziative che ci sono, dalla mobilitazione del 18 settembre contro il carovita, alla mobilitazione del 27 della CGIL, al 4 ottobre la manifestazione dei migranti, allo sciopero generale del 17 ottobre del sindacalismo di base che salutiamo con assoluto favore e a cui aderiremo come Rifondazione Comunista. Noi dobbiamo lavorare a far riuscire la manifestazione dell’11 ottobre e dobbiamo costruire il massimo di sintesi, di sinergia, tra tutte le mobilitazioni. Dobbiamo costruire una opposizione di sinistra che è tale perché contro governo e Confindustria; che è tale perché si muove sulle questioni sociali come su quelle democratiche, come su quelle dell’ambiente, dei diritti civili e della laicità dello Stato. Una opposizione di sinistra perché tiene insieme tutti questi obiettivi e quindi propone un’alternativa. La centralità della mobilitazione dell’11 ottobre è questa: ricostruire una opposizione di sinistra.
De Angelis diceva “c’è bisogno di unità”. Giusto, il massimo di unità sulle cose da fare nella costruzione dell’opposizione, nella consapevolezza che ognuno di noi, dentro questo movimento, ci sta con la propria identità.
Quindi, nessuna sbavatura, nessun settarismo; abbiamo lavorato perché la manifestazione dell’11 si costruisse come un appello di firme, di persone, questo ha permesso a tutti di starci dentro. In questa opposizione noi ci vogliamo stare con la nostra identità, perché pesiamo che il problema fondamentale – lo ha dimostrato la vicenda del governo Prodi – è l’unità su contenuti e percorsi chiari. Quindi il massimo di unità sulle cose da fare nella costruzione dell’opposizione nella chiarezza che ognuno ci sta con il proprio profilo.
Per questo la manifestazione dell’11 è un punto decisivo. Non vogliamo più andare alle manifestazioni degli altri, vogliamo costruire un movimento, largo plurale e di sinistra, in cui provare a costruire l’alternativa.

Costruire vertenzialità e mutualismo
Bisogna sapere che però non basta la manifestazione nazionale; dobbiamo cominciare a costruire concretamente delle vertenze sui territori. Bisogna ricostruire nei territori un elemento di partecipazione vertenziale; sarà la vertenza contro l’aumento delle tariffe dei comuni, o per abbassare le tariffe sui servizi, sugli asili nido, sulle scuole materne; sarà la vertenza per ottenere che gli alloggi pubblici che ora sono sfitti vengano ristrutturati e dati agli sfrattati, sarà la vertenza fatta per obbligare un supermercato a bloccare alcuni prezzi e tenerli fermi per un anno. Sarà la vertenza, in Val di Susa, per impedire che partano i lavori della TAV; sarà la vertenza a Vicenza per vincere il referendum contro la base militare statunitense. Dobbiamo ricostruire una capacità di costruire vertenze sui territori; un tempo si sarebbe chiamata contrattazione articolata. Dobbiamo costruire la manifestazione, l’iniziativa centrale, ma dobbiamo essere capaci sui territori a ricostruire la nostra presenza, la nostra utilità sociale rispetto ai problemi che la gente vive quotidianamente tutti. Noi, a chi non arriva alla fine del mese, non gli possiamo solo dire di venire alla manifestazione a Roma; è necessario, ma nel frattempo quello continua a non arrivare alla fine del mese. Dobbiamo anche costruire dei percorsi di lotta che cambino quella situazione, provare ad aggregare, provare a far sì che quella disperazione si possa tradurre in un percorso di conflitto, che si agisce collettivamente.
Non basta la propaganda: propongo che ogni Federazione provi a costruire almeno una lotta esemplare sulla questione del caro vita, da costruire con altri soggetti. Propongo il tema del caro vita non perché sia l’unico. E’ evidente che ci sono tante questioni, dalla precarietà, alla scuola, all’ambiente. Ci sono mille questioni su cui dobbiamo costruire conflitto e partecipazione ma propongo di tenere il filo rosso del caro vita perché questa è la questione maggiormente unificante a livello di massa. Non voglio fare gerarchie ma individuare una priorità per rompere l’isolamento individuale.
Oltre alle vertenze penso che dovremmo aprire una attenzione e un intervento sulle questioni delle forme di solidarietà e di mutualismo.
L’altro giorno, quando c’è stata l’assemblea dei ferrovieri, discutevamo per vedere cosa fare rispetto al licenziamento di De Angelis, ho avanzato la proposta di fare una cassa di resistenza contro i licenziamenti politici, affinchè uno non si trovi solo quando viene licenziato. Vi proporrei di ragionare sul fatto che nella storia del movimento operaio, sempre c’è stato l’elemento della lotta e della rivendicazione, ma anche la capacità di dare delle risposte concrete. L’altro giorno ero alla Festa di Liberazione di Venezia e c’era la compagna responsabile della cucina, che mi raccontava di come nel suo passato avesse cominciato a fare il “capocuoco” alle mense dell’UDI (Unione Donne Italiane), che a Chioggia negli anni ‘50 organizzavano le colonie per i bambini e le bambine della pedemontana veneta, di Belluno, di Treviso, che non avevano i soldi per andare al mare. L’UDI, in rapporto con il Partito Comunista, organizzava le colonie dai paesi di montagna.
Io penso che la storia del movimento operaio è piena di episodi di questo tipo, cioè di una capacità di costruire forme di solidarietà e di mutualità. Negli ultimi anni abbiamo solo saputo rivendicare e quando dalla rivendicazione non si portava a casa nulla, dire “è colpa loro”. Su questo “è colpa loro”, senza altre proposte, è maturato un pezzo dell’impotenza generale che viviamo. Io penso che bisogna saper rivendicare, fare la rivendicazione generale, fare la rivendicazione concreta, ma anche organizzarci per dare un pezzo di risposta ai bisogni concreti. In quella organizzazione di un pezzo di risposta mutualistica, organizzare la tua gente, non lasciarla da sola una volta che è finita la manifestazione. Dobbiamo imparare dalla storia del movimento operaio come dai centri sociali.
Questo è il senso della svolta in basso che dobbiamo fare come Rifondazione Comunista. Dobbiamo aprire questo lavoro politico senza fare gerarchie tra battaglie di libertà e di giustizia ma valorizzando il fatto che ognuno parta a far politica dal suo specifico, che ognuno ed ognuna diventi un organizzatore, a partire dalla condizione che vive. Se stai nella scuola parti dalla scuola, se sei sfrattato partirai dalla casa, se sei in un ufficio, partirai dalle questioni dell’ufficio. Quella è la buona politica.
Dobbiamo riprendere quanto abbiamo detto a Genova e cioè che c’è una politicità del conflitto sociale, ce lo dobbiamo ridire, perché troppo spesso ce lo siamo scordato. Il lavoro nelle istituzioni è il 30% del lavoro politico, il restante 70% deve essere la capacità di agire concretamente nella società e allora ognuno parta da dove è. Come ci hanno insegnato le compagne, ognuno parta da sé; non ci sono luoghi privilegiati della politica, non c’è la frontiera più avanzata della politica, ognuno parta dalle contraddizioni che ha e che vive nel suo quotidiano e provi a renderle elemento di discussione e organizzazione collettiva.

Lo sfruttamento non è “normale”.
Nella costruzione di un percorso collettivo ci sta il nostro essere comunisti; il punto non è solo il rapporto con la nostra memoria e la sua analisi critica, il dirsi comunisti e antistalinisti; il punto è la costruzione di un immaginario, di un sistema di valori, di una ideologia alternativa a quella dominante. Abbiamo detto che nell’immaginario collettivo si è affermata l’idea che questo stato di cose sia naturale, normale, e che quindi non ci sia nulla da fare. Questa “naturalizzazione” dello sfruttamento genera impotenza, disperazione. Essere comunisti vuol dire che non è vero che chi è ricco ha ragione, che chi è povero ha torto; che siamo nati tutti eguali e che la diseguaglianza non è un fatto naturale. Che la libertà non è solo la libertà di scegliere alle lezioni tra due schieramenti, ma la libertà di ogni individuo di autoderminare la propria esistenza in un quadro in cui l’eguaglianza rispetti le differenze. In questo capitalismo distruttivo il nodo della rifondazione comunista è più attuale che mai.

Contro la nuove legge elettorale per le europee
Da ultimo sappiamo che le buone idee hanno bisogno di gambe su cui marciare. Per questo difendiamo il fatto che questo nostro partito ci sia, possa continuare ad esistere, e non abbiamo nessuna vergogna di opporci alla schifezza di legge elettorale che Berlusconi vuole fare per le europee, perché quello è un tentativo di omicidio di Rifondazione Comunista. Il motivo per cui Berlusconi propone la legge è duplice: impedire alla sinistra di entrare nel Parlamento europeo ed impedire ai cittadini di scegliersi i propri rappresentanti attraverso l’abolizione delle preferenze. In questo modo i due grandi partiti possono sostanzialmente decidere tutti gli eletti, senza più che i cittadini possano decidere niente. Noi contro questa legge dobbiamo fare le barricate e a chi ci viene a dire che lo facciamo per difendere la nostra presenza anche nelle istituzioni, io penso che bisogna rispondere di si, perché il fatto che esista una sinistra, che esista Rifondazione Comunista è utile per la civiltà del paese.
Per concludere, io penso che noi da domani dobbiamo provare a rimetterci in cammino, come opera collettiva, come Partito, al di là delle diverse opinioni che abbiamo e su cui ci continueremo a confrontare.
Costruire l’opposizione sul piano europeo e nazionale come grande opposizione unitaria, di sinistra; costruire vertenze e mutualismo; lottare contro il golpe della nuova legge elettorale. In questo percorso di lotta credo potremo anche ricostruire il senso della nostra opera collettiva, della nostra comunità.

Questo è il testo del volantino predisposto dai Comunisti Uniti in occasione della assemblea a Roma del 5 settembre scorso:

 

 

SIAMO TUTTI  DANTE DE ANGELIS!

 

Il giorno di ferragosto il macchinista e RLS delle ferrovie Dante De Angelis è stato licenziato, con comunicazione verbale e richiesta di intervento della Polizia Ferroviaria per allontanarlo, mentre si apprestava a prendere regolarmente servizio presso il Deposito di Roma S.Lorenzo.

Questo è un chiaro atto di rappresaglia perchè Dante, proprio in quanto rappresentante della sicurezza dei lavoratori, aveva espresso questa estate delle fondate perplessità sui livelli di sicurezza e manutenzione riguardanti gli Eurostar in dotazione a Trenitalia in riferimento ad alcuni recenti incidenti (per fortuna senza conseguenze gravi) accaduti agli ETR.

Con questo ennesimo attacco ai lavoratori più combattivi, Trenitalia mira a creare un clima di paura favorevole per l’azienda al suo tentativo di introdurre il “macchinista unico” con l’obiettivo di tagliare massicciamente personale. Una scelta che inevitabilmente produrrebbe un maggiore rischio per l’aumento dei carichi di lavoro a cui sarebbe sottoposto ogni singolo macchinista con conseguente aumento dei rischi per la sicurezza dei lavoratori e dei passeggeri.

Dante De Angelis aveva già subito un altro licenziamento politico nel marzo 2006 dopo una sua documentata denuncia e il suo legittimo rifiuto nei confronti di sistemi antidiluviani come il PUM (abolito addirittura nel 1939 e reintrodotto nel 2002!) utilizzati dall’azienda, anche quelli, al solo scopo di ridurre il numero di lavoratori da impiegare sui treni.

Dante era stato reintegrato dall’azienda solo dopo alcuni mesi di grande mobilitazione sindacale, politica e di opinione pubblica.

Il gruppo di “Comunisti Uniti” del Lazio esprime piena solidarietà a Dante De Angelis e massimo sostegno ad ogni iniziativa o campagna che verrà messa in campo per il suo reintegro.

Dante è il rappresentante per la sicurezza che ogni lavoratore vorrebbe avere al suo fianco!

E’, d’altronde, ormai da qualche anno che assistiamo alla ripresa, da parte di padroni e amministratori d’azienda, di atteggiamenti arroganti e intimidatori nei confronti dei lavoratori e dei propri legittimi rappresentanti.

I licenziamenti politici, soprattutto di RSU, cominciano ad essere numerosi dopo i casi più conosciuti alla FIAT di Pomigliano, Melfi e Termoli fino all’ultimo caso eclatante alla Piaggio di Pontedera. E tutto questo senza che si sia chiamato il movimento dei lavoratori a mobilitarsi al fianco dei delegati licenziati.

Questo clima di impunità, e rinnovata aggressività padronale, è uno dei frutti avvelenati del clima di cedimento e concertazione a cui abbiamo assistito negli ultimi anni e che ha portato i lvoratori e le lavoratrici a cedere pian piano ogni diritto acquisito dopo anni di mobilitazioni e lotte senza ottenere in cambio nulla. Anzi, parallelamente a questo cedimento di diritti (che qualcuno, anche nei governi di centrosinistra, ha cercato di millantare come flessibilità “necessaria” e “moderna”) abbiamo perso gran parte del potere d’acquisto dei nostri salari e pensioni, abbiamo subito una precarizzazione impressionante e abbiamo visto aumentare le morti e gli infortuni sul lavoro.

Occorre riprendere immediatamente a mobilitarsi contro tutti i licenziamenti politici e fare del reintegro di Dante De Angelis un obiettivo comune di tutto il movimento sindacale e operaio.

REINTEGRO SUBITO PER DANTE E PER TUTTI I LICENZIATI POLITICI!

COMUNISTI UNITI LAZIO fotinprop 04-09-2008

Di seguito le dichiarazioni di Oliviero Diliberto e di Dino Tebaldi su De Angelis ed i licenziamenti politici

DILIBERTO: MACCHINISTA LICENZIATO, TRENITALIA RITIRI LICENZIAMENTO

Trenitalia ha aspettato Ferragosto per licenziare la seconda volta Dante De Angelis, macchinista delle Ferrovie e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. E’ un provvedimento antisindacale. In un sussulto di lucidita’ il vertice di Trenitalia ritiri quel licenziamento’. Un dipendente che lavora per la sicurezza dei viaggiatori, il primo patrimonio di un’azienda come Trenitalia  dovrebbe avere altro trattamento dall’azienda. I Comunisti Italiani si mobiliteranno a favore di Dante De Angelis con azioni di sostegno in tutta Italia.

Tibaldi: Fs. Licenziamenti per indebolire potere dei lavoratori

“Il licenziamento di De Angelis è una scelta politica precisa di Fs per indebolire il potere contrattuale di tutti i lavoratori, in particolare per quanto riguarda la sicurezza”. Lo ha dichiarato Dino Tibaldi, responsabile Lavoro del Pdci, intervenendo all’incontro pubblico contro il licenziamento del macchinista De Angelis. “Oggi le Fs, durante la trattativa su macchinista unico e sul futuro delle ferrovie, buttano sul tavolo un pacchetto di licenziamenti come ai tempi dei padroni del vapore. Inoltre aggiungo che è scandaloso che il licenziamento di un Rls che ha fatto il proprio dovere sia stato ordinato da un ex sindacalista come Moretti che, che nelle occasioni pubbliche esprime cordoglio per i morti sul lavoro e poi in pratica licenzia chi si occupa di sicurezza. Sarebbe necessario a questo punto che la trattativa venisse sospesa e fosse proclamato uno sciopero per chiedre l’immediato ritiro dei licenziamenti di De Angelis e degli altri ferrovieri di Genova”.

 

 

 

 

Siamo in attesa di risolvere seri problemi tecnici che stiamo incontrando nel pubblicare il blog comunista del congresso….

ABBIAMO REALIZZATO UN BLOB COMUNISTA

GRAZIE AGLI INTERVENTI DI NUMEROSI DELEGATI E DELEGATE

 

 

 

 

SPECIALE CONGRESSO PDCI

Se ci riusciamo, cercheremo di gestire una diretta web dal congresso di Salsomaggiore.

D’altronde il dato è tratto. Diliberto ha preannunciato e messo sul tavolo la proposta politica che va oltre il contingente e ben oltre l’elettorale (europee). E’ tempo che i comunisti si interroghino e, soprattutto che mettano insieme una serie di risposte condivise il più possibile.

Per questo, a mò di concreto esempio, iniziamo questo piccolo percorso legato al foto finish dei congressi comunisti, con un resoconto di una assemblea di un nucleo, ridotto ma significativo, che mostra tutta la capacità, la volontà di come reagiscono, si organizzano e lottano i comunisti quando sono chiamati alle scelte importanti.

Naturalmente, sia su questo sito, sia per iniziativa redazionale che scoverà interventi e utilizzerà il copia incolla dal blog dei comunisti uniti, continueremo ad aggiornare tali esperienze e dibattito. Inoltre, come anticipato, cercheremo di dare voce (ancora non abbiamo verificato i gap tecnologici eventuali…ma confidiamo…) con interviste e racconti quanto si muoverà in platea, fuori platea e pure qualcosa della tribuna. Ringrazio Andrea per la solerzia con cui ha prodotto il documento dell’assemblea del 12 dei comunisti unitari del lazio. (maurizio aversa)

Come stabilito sabato a via Giolitti, non ho riportato la sintesi di tutti gli interventi (tanto ognuno può scrivere qui in lista i propri approfondimenti) ma gli intenti comuni e condivisi usciti alla fine della riunione.

Su tutte queste cose vi chiediamo di esprimervi il più possibile, perchè sabato 12 non è nata nessuna struttura “separata” da questa miling list. Anzi, sin dal prossimo incontro (proposto per settembre) è necessario che partecipino più compagne e compagne possibili tra quelli che non sono potuti intervenire per congressi, altri impegni, ecc…

Saluti comunisti
Andrea

RESOCONTO PRIMA RIUNIONE “COMUNISTI UNITI LAZIO” DEL 12/07/2008

Si è tenuta sabato 12 luglio a Roma una prima riunione tra compagni e compagne che stanno sostenendo nel Lazio l’Appello “COMUNISTE E COMUNISTI: COMINCIAMO DA NOI” e che intendono partecipare attivamente, attraverso la condivisione di percorsi collettivi e di metodologie di lavoro, al percorso di apertura di una “Costituente Comunista”.
Nello spirito dell’appello, intendiamo questa fase costituente come momento necessario per riunificare le forze di tutti i comunisti che, ad oggi, sono sparsi tra PRC e PdCI, in molte organizzazioni e coordinamenti comunisti da tempo extraparlamentari per scelta e in migliaia di individualità politiche (ormai la stragrande maggioranza) che non si riconoscono più nelle componenti comuniste organizzate esistenti.
La partecipazione, considerando la natura non pubblica della riunione (convocata solo tra gli iscritti della mailing list “Comunisti Uniti Lazio”), è stata più che positiva (30 persone), con contributi che hanno spaziato dall’analisi della crisi attuale del movimento operaio e comunista fino alle proposte sulle cose da fare per raggiungere l’obiettivo prefissato.

Vanno registrati i saluti e gli interventi di due compagni – uno del PdCI e l’altro degli Autoconvocati del PRC (aderenti alla terza mozione congressuale) – che hanno inteso partecipare e sostenere questa nostra iniziativa pur essendo, in contemporanea, impegnati coi congressi dei rispettivi partiti.
Riteniamo rilevante il fatto che abbiano presenziato compagne e compagni di uno spettro d’età molto vasto (dai 20 anni in su) e che provenivano non solo da Roma, ma anche da altre città del Lazio (Pomezia, Colleferro, Viterbo, Manziana).

Pur nella diversità di alcune posizioni e delle differenti proposte espresse, cosa per altro naturale vista la premessa, l’atteggiamento collettivo è stato quello di raccogliere lo spirito unitario e aperto dell’appello “Comunisti Uniti”, al quale abbiamo aderito tutti, senza l’esclusione pregiudiziale di nessuno e senza settarismi, per dare una spinta alla costruzione di un percorso organizzativo verso la ri-costruzione di un Partito Comunista degno di questo nome nel nostro paese.
E’ stato riconosciuto che “Costituente è percorso dei comunisti” e non di una generica sinistra, pur essendo fondamentali alleanze e fronti di lotta per organizzare le classi subalterne (con la classe dei lavoratori salariati al centro) e pezzi interi della società nella mobilitazione anticapitalista: la riunificazione dei comunisti o passa da un programma autonomo, da un’indipendenza ideologico-culturale e da un’organizzazione comunista che riconnetta anche a livello di sentimento di massa le idee e le prospettive del socialismo e del comunismo nel XXI Secolo, oppure verranno ripetuti all’infinito gli errori del passato quando è stato fin troppo palese il ruolo subalterno delle comuniste e dei comunisti (appoggio ai governi filo-padronali e “neo-liberisti” dei Padoa-Schioppa e dei Dini; governismo a tutti i livelli ed a tutti i costi; creazione della Sinistra Arcobaleno, “stampella borghese”, di cui le dirigenze dei due partiti ufficiali portano gran parte delle responsabilità; assunzione del paradigma della compatibilità e della concertazione in luogo dell’anticapitalismo e del conflitto di classe).
Grave è il momento politico che stiamo vivendo: crisi dei comunisti, governo ultrareazionario di
destra, emergenza economica, sociale e democratica (attacchi ai diritti “civili”, sindacali, ecc…), guerre commerciali e militari a livello internazionale (e i comunisti devono essere sempre dalla parte dei popoli oppressi contro l’Imperialismo USA egemone, ma anche contro quello della UE e delle sue avventure economiche e militari).

Per dare una risposta di classe adeguata è necessario costruire, quindi, una “agenda autonoma” dei comunisti che significa, oggi, coordinarsi e vincolarsi unitariamente a programmi di lotta e mobilitazione sulle questioni sociali (salario, contratti, precarietà, casa, immigrati), tra gli studenti, sul territorio (scempi ambientali, nucleare) e sulla guerra (basi, truppe, spese militari, antimperialismo) visibili in tutto il paese per non lasciare le destre o il populismo come unica “valvola di sfogo” per la classe.
Di fronte a tutto questo scempio, è necessario tornare alla testa delle mobilitazioni e non rimanere al carro della rappresentazione mediatica dei conflitti o della loro mediazione istituzionale.
Evidenti sono gli errori e le gravi responsabilità dei partiti che, senza alcun risultato positivo per la classe lavoratrice e per i movimenti di lotta, hanno hanno partecipato al governo Prodi e alla farsa Arcobaleno, ma altrettanto evidenti sono stati i limiti e le inadeguatezze dei gruppi della cosiddetta sinistra extraparlamentare che non sono stati in grado di costruire un’alternativa credibile a livello di massa.

Per questo dobbiamo ripartire unitariamente tornando in piazza da protagonisti, luogo primo dove si deve esprimere il conflitto di classe.

La “Costituente Comunista” non può che essere completamente alternativa all’intero sistema bipolare/bipartitico (tanto alla PdL quanto al PD, quindi) con cui il capitalismo italiano intende governare questa fase. Né oggi né domani è possibile pensare ad alleanze con un PD che si presenta come l’altra faccia della governabilità. Allo stesso tempo la Costituente Comunista non deve essere subordinata ai processi elettoralistici (è vero il contrario).

E’ perciò, secondo noi, una necessità storica e prioritaria quella di costruire da subito una “casa comune dei comunisti”, ovunque collocati, in cui questi si ritrovino a discutere e organizzarsi per mobilitarsi in strutture unitarie. Pensiamo che i coordinamenti regionali dell’Appello debbano arrivare sin da settembre a strutturarsi “fisicamente”, oltre che nelle mailing list, in Coordinamenti o Cantieri per la Costituente Comunista a livello locale. Devono essere luoghi pubblici, aperti a tutti (compagni/e del PRC e PdCI, ma anche di altre organizzazioni come CUC-MCC, Rete dei Comunisti, SC, PCL, PdAC, ecc… e singoli militanti non appartenenti a nessuna “parrocchia”) e che abbiano come unico discrimine il sostegno leale e unitario alle iniziative collettivamente decise.

·        Proponiamo che a settembre si svolga una prima Assemblea Nazionale di tutti coloro che hanno aderito all’Appello (su questo chiediamo il coinvolgimento attivo e il massimo sostegno dei gestori del sito e delle mailing list), pubblica e aperta anche a tutti quelli che vorranno promuovere questi movimenti e coordinamenti per la Costituente Comunista, dove proporre un percorso di strutturazione locale e nazionale, per poi andare “a verifica” dopo un periodo 6-8 mesi di iniziative e mobilitazioni comuni.
·        Proponiamo, in questa prima fase, che il percorso che tutti insieme dovremo avviare preveda una “doppia appartenenza” e non lo scioglimento di questo quell’altro partito o gruppo organizzato.
·        Proponiamo il rispetto di tutte/i i partecipanti con pari dignità.
·        Proponiamo l’urgenza che vengano accantonate tutte le posizioni di rendita di cui ancora godono i dirigenti. I nuovi dirigenti saranno legittimati dal peso politico ma anche dal percorso comune intrapreso, nel rispetto delle storie di tutti e prescindendo dalle provenienze e dai percorsi politici di ciascuno.
·        Sosteniamo la proposta del “Cantiere per la Costituente Comunista” della Campania che intende organizzare, tra i sostenitori dell’Appello, un campeggio di confronto a Palinuro (SA) nella prima settimana di settembre e proponiamo che in un week-end di quel periodo si organizzi una prima riunione nazionale tra i promotori e sostenitori dell’Appello.
·        Ci impegniamo, come gruppo del Lazio, a rimanere in contatto anche in questi mesi estivi (attraverso la mailing list e non solo) per coordinarci da subito in eventuali mobilitazioni contro il governo Berlusconi, contro gli attacchi ai diritti del movimento dei lavoratori o degli immigrati.
·        Ci impegniamo, nello spirito unitario che abbiamo dichiarato, anche a riconvocarci a Roma nei primissimi giorni di settembre con tutti quei compagni della lista del Lazio che non hanno potuto partecipare oggi per strutturare questo percorso nella nostra Regione, con una riunione che stavolta convocheremo pubblicamente in luogo da decidere.
·        Chiediamo ai gestori delle liste e del sito che vengano informati di ogni iniziativa e riunione intraprese tutti i firmatari dell’Appello e non solo gli iscritti nelle mailing list.
·        Ci assumiamo l’impegno di rendere sempre pubblici i resoconti delle riunioni e degli incontri per favorire il massimo dell’estensione e del coinvolgimento delle iniziative che scaturiranno da questo Appello.

Come nello spirito dichiarato nell’Appello: Comunisti Uniti, ripartendo dai militanti del PRC e del PdCI, ma anche da tutte quelle comuniste e comunisti che sono sparsi ovunque e ovunque organizzativamente collocati.

Roma, 12 luglio 2008

Ripartire dai Comunisti: 100 Operai ci mettono la firma

(segue commento di maurizio aversa)

Noi, lavoratori e lavoratrici, militanti o semplici elettori dei partiti comunisti e della sinistra italiana, militanti o semplici iscritti alle organizzazioni sindacali, aderiamo all’appello

“Ricostruire a sinistra Comuniste e Comunisti cominciamo da noi”.

Facciamo nostre le parole d’ordine di chi indica la strada per unire le nostre forze anche per parlare di noi lavoratori e lavoratrici e lanciare un allarme a tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato, dell’industria e dei servizi, della scuola, dell’università e della ricerca, perché scendano in campo e denuncino l’insostenibile condizione cui sono costretti tutti i lavoratori, quegli uomini e quelle donne cioè che sono i veri produttori della ricchezza del paese. Noi pensiamo che dire ai lavoratori che si è aperta la legislatura più a destra della storia repubblicana non basta: quello che bisogna denunciare sono proprio le caratteristiche del modello sociale e dei valori di riferimento delle forze presenti in Parlamento, a partire dal governo e dalla sua maggioranza, ma anche dell’attuale opposizione.

Ci preoccupa la convergenza di fatto tra PdL e PD sulle questioni del lavoro. Si stanno affermando nella società italiana, senza opposizione, modelli di sfruttamento e di negazione dei diritti che avevamo già superato in sessant’anni di lotte operaie e democratiche: lotte sindacali e politiche che avevano cercato di realizzare il dettato costituzionale fondamentale: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Prima durante e dopo il voto si é mostrata fino in fondo la natura della crisi italiana, il rifiuto della maggior parte degli strati sociali privilegiati e dei gruppi economici dominanti di accettare un sia pur minimo compromesso tra capitale e lavoro, la restaurazione di una mentalità feudale, rinvigorita dalla destra, subita dal Pd, amplificata da una martellante campagna sui mezzi di informazione: il lavoro come merce, il salario come variabile dipendente, la sacralità del profitto, il sindacato subalterno all’impresa. Fin dai primi annunci, è chiara l’aggressione del governo al movimento dei lavoratori e al suo ruolo sociale: l’attacco al valore del lavoro pubblico, la convergenza con la Confindustria per riformare il modello contrattuale mortificando la contrattazione collettiva ed esaltando quella aziendale ed individuale, la detassazione degli straordinari che favorisce il ricorso a orari di lavoro bestiali per qualche decina di euro in più e che, comunque, esclude intere categorie di lavoratori, tutti i precari e le donne, già sovraccaricate dal peso del lavoro di cura familiare.

Tutto questo indica la precisa volontà di continuare a scaricare sul lavoro le compatibilità del sistema economico, attraverso una nuova forma di controllo sociale sui lavoratori e sulle lavoratrici e sulla distruzione della contrattazione collettiva. Tutto questo in alternativa alle vere emergenze sociali che sono i salari che non permettono di arrivare alla fine del mese, l’assenza di sicurezza, la precarietà per milioni di giovani senza futuro. Si continua a morire ogni giorno, tutti giorni, nei posti di lavoro. E si continua a negare a chi lavora di partecipare alla redistribuzione della propria quota della ricchezza nazionale prodotta con il lavoro. Senza una forza rinnovata dei comunisti e della sinistra, in questo paese, non si farà nessuna opposizione alle politiche antipopolari del governo e nessuno si batterà contro la precarizzazione del lavoro. Per questo abbiamo deciso di ricominciare da noi, lavoratrici e lavoratori comunisti, rinnovando l’appello perché i due partiti comunisti rimasti in campo, dopo il disastro elettorale e la scomparsa della Sinistra Arcobaleno, trovino la forza e le ragioni per unire le loro forze, indicare con proposte chiare le vie per ridare coraggio a chi lavora, ricostruire l’iniziativa politica dei comunisti nelle fabbriche, mettersi alla testa di quelle battaglie unitarie che saranno necessarie in ogni luogo di lavoro, contrastare con la forza della democrazia l’attacco al contratto nazionale

PER RICOSTRUIRE L’UNITA’ E LA FORZA DEL MONDO DEL LAVORO

Amoruso Giulio operaio V.Valentia
Angiolini Marvin operaio Piaggio
Argentino Ciro operaio Tyssenkrupp
Artemalle Carlo operaio frigorista Cagliari
Atzeri Franco operaio artigiano Cagliari
Aulicino Massimo vigile del fuoco Ascoli Piceno
Ballistreri Cataldo delg. FIOM Fiat Mirafiori TO
Bardi Claudio operaio Piaggio
Baron Giovanni operaio Baxi Bassano del Grappa
Belcari David operaio Piaggio
Bettini Maurizio lavoratore Unicoop Tirreno S. Vincenzo LI
Borello Nicola operaio RSU Italcementi V.Valentia
Borghetti Simone operaio Rho Milano
Bosisio Franco RSU SIAC Pontirolo Nuovo (BG), dir. Prov. FIOM-CGIL
Bossi Osvaldo lavoratore SA Malpensa, Com. naz. di sett. FILT-CGIL
Bracci Nicoletta bracciante S. Vincenzo LI
Bugionovi Maurizio lavoratore “Gruppo Merloni” Fabriano AN
Buldrini Anna operaia Esanatoglia Macerata
Cafaro Vito impiegato RSU Carrefour S. Giuliano Milanese, dir. prov. FILCAMS-CGIL
Canali Marco operaio tessile Velvis Duca Visconti di Modrone spa Paderno Dugnano Mi
Carestia Amorino Castel Fidardo Ancona
Cassa Assunta operatrice della Cooperazione San Benedetto Ascoli Piceno
Castiello Giuseppe operaio trasporti Napoli
Cevari Pasquale operaio Fiat Sata Melfi
Chiarabilli Michele lavoratore Fossombrone PU
Chiaramoni Sauro lavoratore Firenze
Ciusani Massimo impiegato Fillea CGIL Torino
Converio Marina Comune Roma
Corradi Giulio operaio S.A.G.E. s.p.a. Milano
Corradini M.Elisabetta precaria Macerata
Corsi Marina operaia Firenze
Corsini Daniele RSU Nuovi Cantieri Apuania
Costantini Angelo RSU “Gruppo Merloni” Fabriano Ancona
Curti Roberto operatore sanità Roma
De Mattia Fabio informatico Roma
Dell’Orco Giovanni operaio Bosch Bari
Di Cugno Francesco operaio Fiat Sata Melfi
Di Stefano Gianfranco operaio Coop L’Aquila
Esposito Pasquale operaio Wood Style Umbertine PG
Eugenio Giordano operaio RSU Alenia Pomigliano
Famoso Annalisa Sma Campania Avellino
Fasoli Annamaria lavoratrice
Filippi Alberto com.iscritti FIOM Magona Piombino LI
Frascati Liliana CGIL funzione pubblica Padova
Garatti Franco operaio TIFAS Como, dir. Reg. FILTEA-CGIL
Giacchè Michele RSU cantiere navale Ancona
Giandomenico Mario operatore sanitario, dir. CGIL-FP Osp.Riuniti AN
Giannone Gerardo operaio RSU Fiat Pomigliano
Imperiale Barbara lavoratore “Gruppo Merloni” Fabriano AN
Iorio Romualdo ferroviere Mesero Milano
Iporchio Giovanni operaio Bologna
Laganà Domenico operaio V.Valentia
Langella Giorgio lavoratore informatico Vicenza
Lisandrini Luca lavoratore FFSS Ancona
Longato Antonella Muggia Milano funz. pubblica
Lucchini Marco operaio turnista vetreria Vicenza
Lufrani Franco Roma
Maddaloni Mario operaio Napoli
Magliani Maurizio operaio Unicoop Tirreno C. Marittima LI
Marinaro Federico operaio Napoli
Marinoni Luigi operaio SAGE Milano
Maurino Manola delegata rsu Asl 1 Torino
Meloni Luigi minatore Carbosulcis Iglesias
Meneghini Laura lavoratrice precaria P.A. Torino
Mergoni Massimo operaio Telecom Mantova
Modica Giovanni operaio Fiat Mirafiori Torino, ass. Lavoro comune di Alpignano
Natali Bruno operaio
Omar Sheikh Esamaq Suad mediatrice culturale TO
Pantaleo Sebastiano operaio Bosch Bari
Paolone Domenico operaio fiat Mirafiori TO
Pascarella Tommaso Tnt Caserta
Pasquale Ambrogio operaio Frigostamp Torino
Patania Domenico operaio V.Valentia
Patania Giovanni RSU Sicurezza Italcementi V.Valentia
Perra Oliviero operaio edile Sestu Cagliari
Pettinari Flavio lavoratore autonomo Fermo
Piazza Vito operaio Bosch Bari
Pierno Carmine operaio Capaccio SA
Pinna Giampaolo operaio manutentore Capoterra CA
Piras Renzo operaio igiene ambientale
Portoghese Pasquale operaio Bosch Bari
Preziosi Massimo postale Roma
Procaccini Giorgio operaio Esanatoglia MC
Puggioni Marco operaio Fiat Mirafiore Torino
Rinaldi Natalino RSU Sammontana
Romiti Laura operaia Genova
Rosetti Egidio operaio Fiat Sata Melfi
Russo Armando RSU Bertone Torino
Russo Remo lavoratore settore nautico Salerno
Sannino Gaetano infermiere Cardarelli Napoli
Scordamaglia Caterina operaia V.Valentia
Scotti Valeria operaia servizi Pavia
Seminatore Gaetano operaio Roma
Semprevivo Gaspare operaio Azienda Acquedotto PA
Settimi Gianluca lavoratore “BEST” Cerreto D’Esi AN
Sicari Gianni operaio V.Valentia
Spadaro Ottavia operaia Colser Vimodrone Milano
Stassano Leonardo operaio Caserta
Tabarrini Marisa operaia tessile Perugia
Talamonti Marco operaio Tyssenkrupp Terni
Testera Roberto operaio Comau Torino
Tonetti Giovanni segr. Fiom Massa Carrara
Ungano Roberto operaio Conegliano Treviso
Veda Giuseppe manovale edile Carbonia
Viglione Carlo operaio metalmeccanico precario Torino

Commento di Maurizio Aversa

E’ un piccolo passo. Ma decisivo. Perché è questo il momento delle scelte. Perché è ora che ci si schiera. Perché dalla finestra si assiste alla vita che scorre. Ma è per strada che incontri, ti relazioni, ti scontri e ti formi opinioni per scelte che formano. Formano una coscienza. Una condivisione di azioni, di sentire, di esperienze, e di future che si potranno decidere insieme. Quasi a costruire un programma. Quasi a condividere un gruppo di compagne e compagni a cui affidarsi per coordinare, per chiedere di dirigere. Quasi a voler essere un gruppo unito. Quasi a fare un partito. E dunque sia. E’ proprio del ritorno di questo ciò di cui abbiamo necessità. Un partito comunista. Forte, unito. Sicuro nella direzione di marcia. Nel non vendere a nessun abbaglio l’accumulo di esperienze, fatiche e sacrifici di tanti compagni e compagne che nel loro piccolo, nei loro piccoli pasi quotidiani, cercano proprio di ridare speranza a questa martoriata e dispersa società italiana. A scanso di equivoci e per non passare per residuale, lascio queste righe di commento con un pensiero di un intellettuale-artista di sinistra mio amico che nella sua costruzione e ricerca del nuovo ha trovato una sintesi che ben si sposa anche nella nostra ricerca politica attuale. “La nostalgia è la tomba dei progetti, è un ripiegarsi su se stessi da sconfitti, o meglio da rinunciatari. Detesto la nostalgia come rimpianto ed amo invece quando è emozione, un ricordo vivo. La differenza è che un rimpianto è la morte del sogno, mentre il ricordo vivo è la continuità, è prendere linfa per sfidare, per sognare, per desiderare, per progettare, per scommettere, per sbagliare ancora … insomma per Vivere”

 

FESTA DEI COMUNISTI AI CASTELLI ROMANI

A.A.A. A tutti quei comunisti che ancora non abbiamo contattato:

Siamo impazziti e, quindi, ci siamo messi in testa, prima ancora di conoscere gli esiti delle camminate su inerpicati sentieri che le assise congressuali stanno compiendo, che nella prima settimana di settembre, presso il lago di Castel Gandolfo, costruiremo la nostra prima festa…comunista.

Poi vi elenco qualcosa i specifico, intanto sappiate che compagne e compagni di Castel Gandolfo, Marino, Ciampino e Albano – per ora – si stanno riunendo con programma e compiti da suddividersi. La cosa, molto importante per il segno politico, e indubbiamente di aiuto pratico, sarebbe poter condividere con altri compagni e compagne tale esperienza-sacrificio di lavoro politico e organizzativo.

Veniamo allo specifico:

la nostra esperienza nasce (ahi, ahi!) dalla campagna elettorale che abbiamo condotto unitariamente, con molto affiatamento, anche se non di tutti, nel collegio provinciale Marino-Castel Gandolfo. Il risultato – all’interno del disastro, ovviamente – ha avuto alcuni riscontri positivi che ci hanno in parte risarcito delle fatiche svolte (per carità solo moralmente: non abbiamo eletto il candidato).

In verità, questo risultato, di minuscola controtendenza, lo avevamo già preparato all’interno di un ragionamento poltiico più ampio che ci aveva portato a scegliere di costituire, facendo un minimo di attività politica nella sinistra, un Coordinamento unitario del centrosinistra. Purtroppo, come potete immaginare, nonostante l’adesione di singoli compagni della sinistra e dei socialisti e dei verdi, mano a mano che si andava verso l’appuntamento elettorale, nel coordinamento è sparito il Pd. Amen. Abbiamo continuato. E, senza colpo ferire, perfino i socialisti, che avevano un loro candidato (catapultato), ci hanno dato una mano a sostenere la nostra “sconfitta elettorale”.

Col proseguio e i nervi scoperti di tutta la sinistra extraparlamentare (quale siamo) abbiamo continuato a mantenere vivo il rapporto unitario e messo in piedi anche una significativa assemblea pubblica degli “attivisti” più alcuni giovani interessati al nostro dramma, che ora è anche il loro.

In altra veste, questa attività ci ha consentito anche di dare vita ad una rinnovata sezione dell’Anpi, con l’ingresso di alcuni govani, e con un giovane comunista a dirigere, in qualità di segretario politico l’associazione.

Ecco perchè, con un affiatamento tra compagni, molto sereno e sincero, ci siamo posti – al di là di Prc o Pdci, al di là di quale mozione, di provare a mettere in piedi questa festa rossa.

Se ne avete voglia, se siete in comuni limitrofi ai nostri, dove magari altri compagni non se la sono sentita di condividere questa esperienza, e invece a voi fa da stimolo, sappiate che siete i benvenuti, per fare, ma anche per decidere insieme.

Infatti, come avete visto, poichè è discussione di queste ore, non ho definito esattamente neppure il titolo della festa… però la stiamo già costruendo davvero.

Potete contattarci o presso le sezioni di Marino o Castel Gandolfo di Rifondazione. Tramite qualche compagno di zona se ci conoscete. Presso questo indirizzo e-mail tastorosso@gmail.com.

(maurizio aversa)

UNA OCCASIONE DI RIFLESSIONE ANTICAPITALISTICA, ANTICONSUMISTICA, UMANISTICA:

http://video.google.com/videosearch?hl=it&q=la%20storia%20delle%20cose&lr=&um=1&ie=UTF

giovedì 22 maggio 2008

Se vi decideste a commentare e confrontare il milione di soluzioni che ognuno crede di avere, faremmo meno fatica a certificare che il 99 per cento sono nella testa di ognuno allo stesso modo. Comunque, se vi va, anche da questo spazio è possibile commentare, proporre, incazzarsi, perfino disquisire…ma abulici no.

COMUNISTIUNITI

COMUNISTE E COMUNISTI
COMINCIAMO DA NOI

Dopo il crollo della Sinistra Arcobaleno, ci rivolgiamo ai militanti e ai dirigenti del Pdci e del Prc e a tutte le comuniste/i ovunque collocati in Italia
Siamo comuniste e comunisti del nostro tempo. Abbiamo scelto di stare nei movimenti e nel conflitto sociale.
Abbiamo storie e sensibilità diverse: sappiamo che non è il tempo delle certezze. Abbiamo il senso, anche critico, della nostra storia, che non rinneghiamo; ma il nostro sguardo è rivolto al presente e al futuro. Non abbiamo nostalgia del passato, semmai di un futuro migliore.
Il risultato della Sinistra Arcobaleno è disastroso: non solo essa ottiene un quarto della somma dei voti dei tre partiti nel 2006 (10,2%) – quando ancora non vi era l’apporto di Sinistra Democratica – ma raccoglie assai meno della metà dei voti ottenuti due anni fa dai due partiti comunisti (PRC e PdCI), che superarono insieme l’8%. E poco più di un terzo del miglior risultato dell’8,6% di Rifondazione, quando essa era ancora unita.
Tre milioni sono i voti perduti rispetto al 2006. E per la prima volta nell’Italia del dopoguerra viene azzerata ogni rappresentanza parlamentare: nessun comunista entra in Parlamento.
Il dato elettorale ha radici assai più profonde del mero richiamo al “voto utile”, tra cui risaltano la delusione estesa e profonda del popolo della sinistra e dei movimenti per la politica del governo Prodi e l’emergere in settori dell’Arcobaleno di una prospettiva di liquidazione dell’autonomia politica, teorica e organizzativa dei comunisti in una nuova formazione non comunista, non anti-capitalista, orientata verso posizioni e culture neo-riformiste. Una formazione che non avrebbe alcuna valenza alternativa e sarebbe subalterna al progetto moderato del Partito democratico e ad una logica di alternanza di sistema.
E’ giunto il tempo delle scelte: questa è la nostra
Non condividiamo l’idea del soggetto unico della sinistra di cui alcuni chiedono ostinatamente una “accelerazione”, nonostante il fallimento politico elettorale. Proponiamo invece una prospettiva di unità e autonomia delle forze comuniste in Italia, in un processo di aggregazione che, a partire dalle forze maggiori (PRC e PdCI), vada oltre coinvolgendo altre soggettività politiche e sociali, senza settarismi o logiche auto-referenziali.
Rivolgiamo un appello ai militanti e ai dirigenti di Rifondazione, del PdCI, di altre associazioni o reti, e alle centinaia di migliaia di comuniste/i senza tessera che in questi anni hanno contribuito nei movimenti e nelle lotte a porre le basi di una società alternativa al capitalismo, perché non si liquidino le espressioni organizzate dei comunisti ed anzi si avvii un processo aperto e innovativo, volto alla costruzione di una “casa comune dei comunisti”.
Ci rivolgiamo:
– alle lavoratrici, ai lavoratori e agli intellettuali delle vecchie e nuove professioni, ai precari, al sindacalismo di classe e di base, ai ceti sociali che oggi “non ce la fanno più” e per i quali la “crisi della quarta settimana” non è solo un titolo di giornale: che insieme rappresentano la base strutturale e di classe imprescindibile di ogni lotta contro il capitalismo;
– ai movimenti giovanili, femministi, ambientalisti, per i diritti civili e di lotta contro ogni discriminazione sessuale, nella consapevolezza che nel nostro tempo la lotta per il socialismo e il comunismo può ritrovare la sua carica originaria di liberazione integrale solo se è capace di assumere dentro il proprio orizzonte anche le problematiche poste dal movimento femminista;
– ai movimenti contro la guerra, internazionalisti, che lottano contro la presenza di armi nucleari e basi militari straniere nel nostro Paese, che sono a fianco dei paesi e dei popoli (come quello palestinese) che cercano di scuotersi di dosso la tutela militare, politica ed economica dell’imperialismo;
– al mondo dei migranti, che rappresentano l’irruzione nelle società più ricche delle terribili ingiustizie che l’imperialismo continua a produrre su scala planetaria, perchè solo dall’incontro multietnico e multiculturale può nascere – nella lotta comune – una cultura ed una solidarietà cosmopolita, non integralista, anti-razzista, aperta alla “diversità”, che faccia progredire l’umanità intera verso traguardi di superiore convivenza e di pace.
Auspichiamo un processo che fin dall’inizio si caratterizzi per la capacità di promuovere una riflessione problematica, anche autocritica. Indagando anche sulle ragioni per le quali un’esperienza ricca e promettente come quella originaria della “rifondazione comunista” non sia stata capace di costruire quel partito comunista di cui il movimento operaio e la sinistra avevano ed hanno bisogno; e come mai quel processo sia stato contrassegnato da tante divisioni, separazioni, defezioni che hanno deluso e allontanato dalla militanza decine di migliaia di compagne/i. Chiediamo una riflessione sulle ragioni che hanno reso fragile e inadeguato il radicamento sociale e di classe dei partiti che provengono da quella esperienza, ed anche gli errori che ci hanno portati in un governo che ha deluso le aspettative del popolo di sinistra: il che è pure all’origine della ripresa delle destre. Ci vorrà tempo, pazienza e rispetto reciproco per questa riflessione. Ma se la eludessimo, troppo precarie si rivelerebbero le fondamenta della ricostruzione. Il nostro non è un impegno che contraddice l’esigenza giusta e sentita di una più vasta unità d’azione di tutte le forze della sinistra che non rinunciano al cambiamento. Né esclude la ricerca di convergenze utili per arginare l’avanzata delle forze più apertamente reazionarie. Ma tale sforzo unitario a sinistra avrà tanto più successo, quanto più incisivo sarà il processo di ricostruzione di un partito comunista forte e unitario, all’altezza dei tempi. Che – tanto più oggi – sappia vivere e radicarsi nella società prima ancora che nelle istituzioni, perché solo il radicamento sociale può garantire solidità e prospettive di crescita e porre le basi di un partito che abbia una sua autonoma organizzazione e un suo autonomo ruolo politico con influenza di massa, nonostante l’attuale esclusione dal Parlmento e anche nella eventualità di nuove leggi elettorali peggiorative.
La manifestazione del 20 ottobre 2007, nella quale un milione di persone sono sfilate con entusiasmo sotto una marea di bandiere rosse coi simboli comunisti, dimostra – più di ogni altro discorso – che esiste nell’Italia di oggi lo spazio sociale e politico per una forza comunista autonoma, combattiva, unita ed unitaria, che sappia essere il perno di una più vasta mobilitazione popolare a sinistra, che sappia parlare – tra gli altri – ai 200.000 della manifestazione contro la base di Vicenza, ai delegati sindacali che si sono battuti per il NO all’accordo di governo su Welfare e pensioni, ai 10 milioni di lavoratrici e lavoratori che hanno sostenuto il referendum sull’art.18.
Auspichiamo che questo appello – anche attraverso incontri e momenti di discussione aperta – raccolga un’ampia adesione in ogni città, territorio, luogo di lavoro e di studio, ovunque vi siano un uomo, una donna, un ragazzo e una ragazza che non considerano il capitalismo l’orizzonte ultimo della civiltà umana.

 

 

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1 commento

  1. betclic ha detto:

    mi e’ venuta una terribile nostalgia, ma come posso ridiventare attiva

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