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INTERNAZIONALE

NO DECISO ALLA GUERRA IN LIBIA. COINVOLGERE IMMEDIATAMENTE IL CONSESSO INTERNAZIONALE. FARE PERNO SUL RUOLO DEI PAESI “BRICS”.
(documento del Dipartimento Esteri Pcdi)

libiaLe dichiarazioni del Governo Renzi sulla Libia sono irresponsabili e sbagliate. La grave crisi che il Paese nordafricano sta vivendo è infatti il frutto della disgregazione dello stato voluta e favorita proprio da quei Paesi Occidentali (inclusa l’Italia) che oggi si dicono preoccupati per l’avanzare delle forze islamiche più oscurantiste e reazionarie.
In Libia, come in Siria e in Iraq, per anni i paesi della Nato hanno finanziato, protetto e aiutato logisticamente quelle forze che oggi si richiamano all’Isis e ad Al Qaida con la convinzione di poterne trarre vantaggio nell’obiettivo dichiarato di disgregare gli stati nazionali. In gioco non sono mai stati, quindi, né la democrazia, tantomeno i diritti e la libertà di quei popoli. Gli interessi erano e sono ben altri, a partire dallo sfruttamento delle preziose risorse energetiche presenti nei sottosuoli di quelle regioni.
Per queste ragioni sentir dire in queste ore che l’Italia deve intervenire perché avrebbe in Libia “i propri vitali interessi” rappresenta il perpetuarsi di quegli errori. Invece di parlare di “interessi” l’Occidente, e soprattutto l’Italia, dovrebbe riconoscere proprie “responsabilità”. Non scordiamoci che il nostro Paese per decenni ha colonizzato quella regione, sfruttandone le risorse e massacrandone il popolo.
Ma torniamo ai nostri giorni. Sicuramente l’avanzare dello Stato Islamico in Libia pone la comunità internazionale di fronte a scelte difficili. Pensare che queste scelte possano essere guidate dagli stessi soggetti che hanno favorito questo scenario è folle e sbagliato. Servirebbe un istituto delle Nazioni Unite credibile e rispettato, cosa che da anni non è più a causa di guerre, embarghi e silenzi, in deciso contrasto con i principi fondanti dell’Onu.
Il Pcdi condanna ogni iniziativa unilaterale volta a riaffermare “interessi” e logiche coloniali su quel Paese e auspica, al contrario, il coinvolgimento di tutta la comunità internazionale a partire dai paesi del Brics e del continente africano. Bloccare l’avanzata dell’Isis in Libia è infatti possibile solo se ci sarà la volontà di bloccarla anche in Siria ed in Iraq e soprattutto se verrà chiesta coerenza a quei paesi che a parole dicono di voler combattere questo fenomeno, salvo finanziarlo sottobanco o aiutarlo logisticamente favorendone gli spostamenti.
Altra cosa è il tema degli sbarchi degli immigrati sulle nostre coste. A questo proposito il Partito comunista d’Italia riafferma la necessità immediata di avere una nuova legge sull’immigrazione che attraverso politiche di inclusione e di legalità spezzi gli interessi mafiosi che si celano dietro questo fenomeno. Poniamo immediatamente fine alla carneficina in atto nel Mediterraneo attivando a livello europeo percorsi legali per la richiesta del permesso d’asilo. Il Pcdi sottolinea inoltre che se gli immigrati affollano le spiagge libiche in attesa di divenire carne da macello nelle mani di trafficanti e mafie senza scrupoli, le responsabilità e le cause vanno ricercate altrove: dalle condizioni di estrema povertà di alcune aree dell’africa sub sahariana sfruttate e depredate da una economia capitalista e imperialista, alle aggressioni verso gli stati siriani e iracheni, ai diritti negati verso i popoli curdi e palestinesi. Credere di poter fermare questi flussi senza dare risposta a queste cose rappresenta pura ipocrisia.

UNA FRAGILE TREGUA ARMATA CHE DOVREBBE SCATTARE DALLA MEZZANOTTE DI OGGI, FORSE SCONGIURA LA FOLLE SCELTA GUERRAFONDAIA. TUTTAVIA IL RISCHIO E’ ANCORA ALTISSIMO. In queste settimane decine di iniziative si stanno sviluppando in tutta Italia su temi internazionali: Grecia, Ucraina e l’annosa crisi Mediorientale rischiano di causare pesanti ripercussioni sul nostro Paese. L’Italia non ha alcun interesse ad entrare in conflitto con la Russia sulla vicenda Ucraina. La nostra Costituzione (art.11) dice, infatti, che “l’Italia ripudia la guerra”.

nowar ora

(ospitiamo da Cubadebate)
Venezuela e Grecia stabiliranno accordi di cooperazione bilaterale
traduzione di Ida Garberi

“Prepariamo un insieme di accordi di cooperazione bilaterale nel campo industriale, tecnologico, armatoriale, energetico e commerciale per unirci, insieme ad America Latina, a questo grande sforzo che dirige Alexis Tsipras per recuperare Grecia e dimostrare che un altro mondo se è possibile.”
Così ha affermato il presidente della Repubblica, Nicolas Maduro, che ha annunciato che nei prossimi giorni la cancelliera della Repubblica, Delcy Rodriguez, viaggerà in Grecia per stringere le relazioni.
“La Cancelliera andrà in Grecia e discuterà, con l’esperienza che abbiamo accumulato, un insieme di accordi di cooperazione, è un gran paese, ha una buona industria, un’industria armatoriale tremenda, con sviluppo tecnologico, Grecia ha tutto ciò che serve per svilupparsi” ha continuato.
Il capo di Stato ha sentenziato che il nuovo primo ministro della Grecia, Alexis Tsipras, sta dando una gran battaglia per la dignità, per l’indipendenza e per il diritto di vivere.
Ha precisato che Tsipras è stato vittima di una campagna brutale, “una campagna anti-chavista che noi conosciamo bene, hanno creduto di poter spaventare il popolo greco e risulta che a dispetto di queste campagne sporche ha vinto le elezioni ancora con più forza.”
Nel concludere, ha segnalato che ha invitato Tsipras in Venezuela, “bisogna dire all’Europa che un altro mondo è possibile, come l’ha abbiamo detto in America Latina 16 anni fa.”
da http://www.psuv.org.ve foto: Rete Solidarietà Rivoluzione Bolivariana

ELEZIONE CAPO DELLO STATO. ECCO CHI ELEGGERE SECONDO IL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA
(DICHRAZIONE DI Fausto Sorini, segreteria nazionale PCdI, responsabile Esteri)

Francesco, Papa Bergoglio

Francesco, Papa Bergoglio

Difficile non ricordare anche in questo caso il monito di Papa Francesco, che ancora di recente ha detto che “siamo già entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli”.
Siamo fortemente preoccupati per le sorti della pace mondiale, che vediamo oggi seriamente minacciata da una escalation di guerra economica e militare imperialista che, anche nella più recente crisi Ucraina, rivela un crescendo di ostilità nei confronti della Russia, della Cina, di tutte le forze che nel mondo fanno da contrappeso alla potenza Usa e atlantica.
Siamo anche preoccupati (a volte scandalizzati) per l’indifferenza o l’opportunismo con cui anche forze che si vorrebbero democratiche o di sinistra si sottraggono ad una precisa analisi e assunzione di responsabilità in materia di pace e guerra.
Invitiamo tutte le compagne e i compagni, tutte le forze progressiste e coerentemente contrarie a tale pericolosa escalation, a dare il loro contributo di informazione e orientamento lucido e responsabile sulle cause primarie dell’attuale tensione nel quadro internazionale.
L’Italia, membro attivo della NATO, non è certo estranea a questo teatro inquietante di escalation militare. I governi italiani che si sono succeduti in questi anni hanno pesantemente contribuito e avallato tale escalation: Iraq, Yugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina…
E’ necessario operare affinchè tutte le forze amanti della pace e contrarie a tale politica di aggressione, comunque collocate, diano il loro contributo per fermare questa marcia verso un conflitto globale, prima che sia troppo tardi.
La stessa elezione del nuovo Presidente della Repubblica può e deve essere innanzitutto l’occasione per favorire l’ascesa al Colle di una figura che – diversamente dal ruolo deteriore svolto da Giorgio Napolitano – possa dare un contributo almeno in parte favorevole ad una collocazione internazionale dell’Italia meno subalterna al sistema di guerra e di aggressione militare, più disponibile ad una linea di cooperazione internazionale multipolare. In coerenza coi valori e coi principi della nostra Costituzione.

PARLAMENTO EUROPEO: QUESTIONE UCRAINA, SINISTRA DIVISA E LISTA TSIPRAS ITALIA CON TRE POSIZIONI DIFFERENTI SU PUNTI QUALIFICANTI.
(qui di seguito l’ottima ricostruzione di Fausto Sorini)

ucraina cartaGià si è scritto molto sulla vergognosa risoluzione approvata a larghissima maggioranza dal Parlamento europeo, che suona come una dichiarazione di guerra alla Russia, di sostegno esplicito al governo nazional-fascista che si è insediato con un golpe in Ucraina e alla linea oltranzista degli Stati Uniti sulle sanzioni contro Mosca (le sanzioni sono, di fatto, un atto di guerra nei confronti di un Paese sovrano).
Questa risoluzione, sostenuta dalla quasi totalità dei parlamentari conservatori e socialdemocratici (con qualche lodevole eccezione), e con la sola contrarietà del GUE-NGL (comunisti e sinistre) e di alcuni settori nazionalisti di destra o regionalisti (tra cui la Lega), rappresenta l’ennesima genuflessione dell’Unione europea alla linea oltranzista degli Stati Uniti e della Nato.
E’ una linea che si predispone da tempo a creare un clima di ostilità e di conflittualità politica, economica e militare nei confronti della Russia di Putin, come primo passo volto ad un conflitto strategico più globale nei confronti dei BRICS e dell’asse russo-cinese che ne rappresenta il più robusto architrave economico, politico e militare.ucraina
Viene da sorridere, a tale proposito (se non ci fosse da piangere..) quando si ascoltano affermazioni ricorrenti da parte di alcuni esponenti europei ed italiani socialdemocratici (come lo stesso Massimo D’Alema, ma anche il greco Tsipras) secondo i quali sarebbe sufficiente dare maggiori poteri e qualche correttivo a questo Parlamento europeo per poter operare una “svolta democratica e di sinistra” nella politica economica dell’Ue in materia di Euro, di politica economica, di politica estera e di sicurezza.
Il voto a larghissima maggioranza su quella risoluzione demolisce affermazioni di questo genere, e indica che le questioni relative ad una svolta effettiva della politica dell’Europa (che non è solo la Ue, ma anche la Russia e altri paesi) richiede non già maggiori poteri del Parlamento Ue (che rappresenta solo una parte dell’Europa), bensì che vengano intaccati alcuni parametri strategici e strutturali su cui si è costruita l’Unione europea, tra cui l’appartenenza alla Nato, il predominio dei grandi gruppi monopolistici nella politica economica, il primato dell’Euro; e si affermino le modalità di una possibile concertazione monetaria continentale, paneuropea e globale, che non escluda, ma integri la salvaguardia di prerogative nazionali sovrane. Appunto: un’altra Europa, non una mera correzione di questa Ue strutturalmente irriformabile.
La discussione sulla mozione Ucraina al Parlamento europeo ha messo però in evidenza anche un confronto politico serrato, di natura strategica e non meramente tattico o congiunturale, nell’ambito della sinistra comunista e “alternativa” che si ritrova nel Gue-Ngl. Tale discussione ha provocato nei giorni scorsi un dibattito animato a sinistra e tra i comunisti anche in Italia, surriscaldato dal fatto che alcune notizie sul voto finale del Gue sono state riferite in modo inesatto da un sito da tutti considerato altamente professionale e indipendente, legato al Parlamento europeo (un errore tecnico peraltro subito corretto nel giro di poche ore con appropriate rettifiche, precisazioni e scuse per l’involontario errore da pare di chi ne aveva ripreso le informazioni).
Su questo aspetto della discussione va fatta però chiarezza politica, perchè nel vortice di precisazioni e controprecisazioni si rischia di smarrire e rimuovere (in modo non sempre innocente) il senso politico effettivo della discussione che vi è stata nel Gue, e le sue ragioni.
Va detto innanzitutto che sul voto finale del Gue sulla mozione del Parlamento europeo non esiste una registrazione ufficiale, perchè il voto si è svolto, curiosamente, con alzata di mano e non con una incontrovertibile registrazione elettronica ed ufficiale del voto, come invece è avvenuto per gli emendamenti.
Secondo una precisazione dell’on. Barbara Spinelli tale votazione conclusiva avrebbe visto tutti i deputati del Gue votare contro la mozione. Prendiamo per buone le sue parole, fino a prova contraria od eventuale dichiarazione difforme di altri presenti al voto. Ma non è questo il punto. Come vedremo infatti, non è nel voto finale, ma nella votazione su una serie di importanti emendamenti alla mozione, presentati e votati in modo difforme da gruppi non omegenei interni al Gue-Ngl, che si è manifestata la discussione vera, di sostanza strategica e assolutamente trasparente tra posizioni diverse e in alcuni casi opposte presenti nel gruppo e anche all’interno di alcune delle sue componenti nazionali.
Entriamo quindi nel merito, indicando – come correttamente ha fatto il sito di Marx21.it (e solo esso..) – i link e le fonti dove tali votazioni trasparenti e ufficialmente registrate in modo nominale, deputato per deputato, possono essere verificate in modo incontrovertibile (senza rimozioni interessate e niente affatto innocenti..).
Di seguito, tutta la documentazione sui risultati delle diverse votazioni e la posizione assunta dai deputati di tutti i gruppi sui vari emendamenti presentati:

http://www.votewatch.eu/en/term8-situation-in-ukraine-joint-motion-for-resolution-after-paragraph-1-amendment-7.html

http://www.votewatch.eu/en/term8-situation-in-ukraine-joint-motion-for-resolution-after-paragraph-1-amendment-8.html

http://www.votewatch.eu/en/term8-situation-in-ukraine-joint-motion-for-resolution-after-paragraph-1-amendment-9.html

http://www.votewatch.eu/en/term8-situation-in-ukraine-joint-motion-for-resolution-after-paragraph-1-amendment-10.html

http://www.votewatch.eu/en/term8-situation-in-ukraine-joint-motion-for-resolution-after-paragraph-1-amendment-11.html

http://www.votewatch.eu/en/term8-situation-in-ukraine-joint-motion-for-resolution-after-paragraph-1-amendment-12.html

http://www.votewatch.eu/en/term8-situation-in-ukraine-joint-motion-for-resolution-after-paragraph-3-amendment-6.html

http://www.votewatch.eu/en/term8-situation-in-ukraine-joint-motion-for-resolution-paragraph-6-amendment-2.html

http://www.votewatch.eu/en/term8-situation-in-ukraine-joint-motion-for-resolution-paragraph-7-amendment-13d.html

http://www.votewatch.eu/en/term8-situation-in-ukraine-joint-motion-for-resolution-after-paragraph-8-amendment-3.html

http://www.votewatch.eu/en/term8-situation-in-ukraine-joint-motion-for-resolution-paragraph-13-amendment-4.html

http://www.votewatch.eu/en/term8-situation-in-ukraine-joint-motion-for-resolution-paragraph-14-amendment-5.html

Vedi anche: http://www.marx21.it/internazionale/area-ex-urss/25003-ucraina-e-fascismo-la-discussione-al-parlamento-europeo.html#sthash.dKWNGZHA.dpuf

Lasciamo al lettore attento che abbia il tempo e la voglia di cercare la verità (anche il dettaglio) nella abbondante documentazione fornita, e ringraziamo quanti vorranno eventualmente mettere per iscritto un’analisi dettagliata del voto su ognuno di questi emendamenti, che risulterebbe senz’altra molto istruttiva. Ci limitiamo qui ad un solo esempio emblematico.
Uno degli emendamenti provenienti dall’interno delle diverse aree del GUE-NGL,
l’emendamento n.7 al paragrafo 1 – paragraph-1-amendment-7.html – recita testualmente:
“Il Parlamento europeo condanna con vigore il colpo di Stato condotto in Ucraina nel febbraio 2014 e denuncia il sostegno che esso ha ricevuto dall’Unione europea, dagli Stati Uniti e dalla NATO; denuncia le condizioni nelle quali si sono svolte le successive elezioni, in palese violazione dei diritti politici e civili e in concomitanza con un’estesa persecuzione e repressione della popolazione”.
Questo emendamento è stato presentato dai seguenti 11 deputati europei del Gue (tra cui 6 donne):
Inês Cristina Zuber, João Ferreira, Miguel Viegas (tutti e tre deputati del PC portoghese);

Javier Couso Permuy, Lidia Senra Rodríguez, Marina Albiol Guzmán, Paloma López Bermejo, Ángela Vallina (5 deputati di Izquierda Unida spagnola, di cui 4 compagne);

Fabio De Masi, Sabine Lösing (due degli 8 deputati della Linke tedesca, ed anche gli unici due tra questi che lo hanno sostenuto nel voto..);

Neoklis Sylikiotis (uno dei due deputati di AKEL di Cipro).

L’emendamento ha ottenuto, nel Palamento europeo: 63 voti a favore (9.5%), 71 astensioni (10,7%), 532 contrari (79,9%).

Tra i 52 deputati del GUE:

-22 hanno votato a favore (una minoranza del gruppo). E precisamente:

*2 dei 3 deputati del PC portoghese (il terzo, tra i presentatori e dell’emendamento, era assente giustificato o, come si dice nel linguaggio ufficiale del Parlamento europeo, assente documentato);

*i 2 deputati di AKEL di Cipro;

*i 5 deputati di Podemos spagnola;

*5 su 6 deputati di Izquierda Unida-Pce spagnola;

*1 deputata su 3 dell’italiana Lista Tsipras (la compagna del Prc, Eleonora Forenza, con la quale ci congratuliamo);

*1 deputato su 4 del Sinn Fein irlandese;

*2 deputati su 4 del Front de Gauche francese (il socialista Melenchon e la deputata dell’isola africana di Reunion);

*2 deputati su 3 del PC di Boemia e Moravia;

*2 deputati su 8 della Linke tedesca;

-6 hanno votato contro:

*4 degli 8 deputati della Linke tedesca;

*1 su 3 dell’italica Lista Tsipras (Barbara Spinelli..);

*l’unico deputato del Partito della Sinistra svedese;

-18 si sono astenuti (il voto di astensione ha qui una valenza più negativa perchè tecnicamente ostacola la possibilità all’emendamento di passare):

*tutti e 6 i deputati di Syriza;

*1 deputato (su 6) di Izquierda Unida spagnola;

*4 su 5 dei deputati del Sinn Fein irlandese;

*1 su 3 dell’italica Lista Tsipras (Curzio Maltese);

*i 3 deputati olandesi (lista rosso-verde);

*l’unica deputata danese (sinistra verde);

*l’unico deputato finlandese (sinistra verde);

*1 deputata su 4 del Front de Gauche francese (indipendente);

-2 non hanno partecipato al voto (pur essendo presenti):

*la presidente del Gue-Ngl, Gaby Zimmer (della Linke tedesca);

*1 su 4 del Front de Gauche, Patrick Le Hyaric, uno dei massimi dirigenti del PCF e direttore de l’Humanité;

-4 erano assenti:

*un deputato del PCP (di cui si è detto);

*1 deputato su 3 del PC di Boemia e Moravia (Miloslav Randsorf, leader della minoranza interna di “destra“ del KSCM, vicina alla Sinistra Europea);

*l’unica deputata del Bloco de Esquerda portoghese, e vice-presidente della Sinistra Europea, Marisa Matias;

*1 deputato su 8 della Linke tedesca.

Il lettore attento e informato avrà già tratto le sue conclusioni analitiche, quali che siano i suoi giudizi di valore; magari dopo avere riletto il testo dell’emendamento, che non lascia molti margini interpretativi sul significato politico dei diversi approcci.
Ci sia concessa una sola, sintetica valutazione conclusiva.
Il nuovo Gue-Ngl, uscito dalle elezioni dell’anno scorso, anche se assai più numeroso del precedente, appare segnato da una maggiore eterogeneità e da un minor peso politico dei comunisti e delle forze che si collocano su posizioni coerentemente antimperialiste, anti-Nato, non subalterne alle compatibilità strategiche dell’Unione europea.
L’uscita dal GUE dei due euro-deputati del KKE, confluiti in un gruppo misto tecnico senza alcun peso politico, non ha certo favorito le posizioni più avanzate all’interno del GUE (ma ognuno è responsabile delle proprie scelte sovrane).
All’interno del GUE-NGL sono oggi più forti le spinte che provengono dalla Sinistra Europea, e in particolare dalle sue componenti meno avanzate sul terreno antimperialista e di netta demarcazione dalla socialdemocrazia (come quelle prevalenti nella Linke tedesca e in Syriza), che sono oggi le due forze più influenti del Gue.
Interessante e positiva – oltre alla storica tenuta dei comunisti portoghesi e ciprioti – è l’evoluzione della componente spagnola, dove il riavvicinamento tra PCE e PCP ha sicuramente un’influenza benefica sulla sinistra spagnola; e dove va guardata con interesse la nuova dinamica prodottasi in Podemos: un’entità ancora magmatica e variegata, suscettibile dei più diversi sviluppi; ma il cui posizionamento unanime in questo frangente così complesso e delicato all’interno del GUE, sulla questione Ucraina, non può che essere apprezzato.
Non infieriamo sulla performance europea dell’italica Lista Tsipras: un esito annunciato dopo le note vicende dello scorso anno. Ci limitiamo ad apprezzare la scelta della esponente del PRC, come già detto.
Quanto al futuro del Gue-Ngl, della Sinistra Europea e dell’evoluzione in corso della sinistra comunista e alternativa, registriamo il manifestarsi di ulteriori segnali inquietanti di cedimento atlantico, che vi sono stati in questo caso in materia di pace e guerra, in una situazione così pericolosa del quadro internazionale e in presenza di pulsioni di guerra globale dei settori più oltranzisti dell’imperialismo. C’è ampia materia su cui riflettere e su cui operare per chi non vuole arrendersi e capitolare in questa parte del mondo.

P.S.
Ci attendiamo le scuse di quanti, mossi da inguaribile e patologica ostilità preconcetta nei confronti del nostro partito e delle nostre compagne/i che operano in Marx21, si sono abbandonati ad accuse infondate, insulti e offese personali: essi squalificano solo chi li compie.
di Fausto Sorini, segreteria nazionale PCdI, responsabile dipartimento esteri

ASCANIO CELESTINI SU STRAGI PARIGI:COMINCIAMO DAL RIFIUTO. NOI NON VOGLIAMO LA GUERRA!
di Ascanio Celestini

Ascanio Celestini

Ascanio Celestini

“Il massacro di Parigi è un attentato alla pace mondiale” dice Giulietto Chiesa “agli equilibri della pace internazionale” cioè è “la strattonata che punta a trascinare l’Europa in guerra”. Abbiamo alle spalle mezzo secolo di pace (condita di stragi e terrorismo, ma anche di benessere) e davanti un possibile conflitto? Continua Chiesa dicendo che “l’Isis è una trappola ben congegnata, una creatura inquinata e molto dubbia, ma molti non hanno ancora capito la lezione” e poi si chiede “chi paga un esercito di oltre 50mila uomini? E poiché non è né la Russia né l’Iran… restano pochi mecenati…” Quali?
Dunque: chi sta cominciando questa nuova/strana guerra mondiale? Chi la avalla?
Io credo che intanto abbiamo un impegno: non accettare la posizione dei commentatori europei che hanno tante risposte certe (e spesso inutili), ma cominciare a porci delle domande (leggi anche A chi serve questa guerra?), fare dei distinguo, avere dubbi.
E soprattutto dire, come tanti anni fa, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Non vogliamo essere colonialisti,
non vogliamo produrre e vendere armi,
non vogliamo mandare i nostri militari ad ammazzare gente in giro per il mondo,
non vogliamo continuare a bombardare i morti di fame in giro per il mondo,
i soldati ci piacciono di più quando spalano il fango e fanno attraversare le vecchiette sulle strisce pedonali,
non vogliamo chiudere le frontiere ai profughi disarmati,
non vogliamo dire che questi poveracci vengono nel nostro paese per spararci addosso
perché sappiamo che assistono i nostri anziani, puliscono le scale del nostro condominio e fanno la pizza sotto casa nostra,
non vogliamo avere rapporti commerciali con paesi ricchi, arricchiti, ma schiavisti,
non vogliamo, non vogliamo, non vogliamo,
noi non vogliamo!
La coscienza può cominciare anche dal rifiuto.

(Questo articolo, pubblicato con il consenso dell’autore, è apparso anche su un blog del fatto quotidiano.)

UNA NOTA DI INFOPAL, CHE PUBBLICHIAMO INTEGRALMENTE, SPIEGA L’USO IMMEDIATO POLITICO DI ISRAELE DOPO GLI ATTENTATI DI PARIGI.
PALESTINALIBERAIl primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha subito usato l’attacco alla rivista satirica francese Charlie Hebdo per invitare l’Occidente a sostenere l’occupazione israeliana delle terre palestinesi e per minare il voto europeo allo Stato palestinese nel nome della “guerra al terrorismo“.
Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri israeliano, ha chiesto all’Occidente di non essere debole davanti al “terrore islamico”, che, ha detto, Israele sta già combattendo. Diversi scrittori israeliani stanno usando l’attacco di Parigi come opportunità per incitare all’odio contro i Palestinesi, piuttosto che aiutarsi nella lotta comune contro l’estremismo.
Netanyahu ha invitato l’Occidente a intensificare il sostegno a Israele nella sua guerra contro gli islamisti, principalmente il movimento di resistenza islamica, Hamas, che resiste all’occupazione in corso in Palestina.
“Gli attacchi dell’islam radicale non conoscono confini”, ha dichiarato Netanyahu al presidente francese François Hollande parlando al telefono. “Questi sono attacchi internazionali e la risposta deve essere internazionale”.
Netanyahu ha anche espresso “la simpatia che tutti i cittadini di Israele sentono per il popolo di Francia e per le famiglie in lutto”, ricordando al mondo che “Israele ha sperimentato attacchi simili da parte di Hamas e Hezbollah”.
“Conosciamo il dolore, ma conosciamo anche la risolutezza con cui le società libere possono sconfiggere il terrore – quantunque terribile e minaccioso”, ha aggiunto.
“Israele è con la Francia in questo difficile giorno. Il terrore di Hamas, Hezbollah, ISIL e al-Qaeda non si fermerà finché l’Occidente non li combatterà fisicamente, piuttosto che combattere le loro false argomentazioni. Il terrorismo islamico non prende di mira solo Israele, ma l’Occidente e la sua civiltà”.
Netanyahu ha detto a Hollande che “la meta principale del terrorismo islamico è distruggere le nostre società e i nostri paesi. E’ sradicare la nostra cultura umanistica, basata sulla libertà e sulla scelta, e imporre al suo posto la dittatura fondamentalista che farà retrocedere l’umanità al passato. Per questa ragione, diciamo: ‘Non dobbiamo dare loro la possibilità di giustificare il terrore. Dobbiamo combatterlo”.
Lieberman, dal canto suo, ha dichiarato che “Israele simpatizza con il dolore della Francia”, secondo una nota del suo portavoce.
“Il mondo non deve permettere al terrorismo di intimidire il mondo libero e l’Occidente ha l’obbligo di rimanere unito e determinato contro questa minaccia”, ha aggiunto.
Lieberman ha sottolineato che “il mondo deve aiutare Israele nella sua guerra contro le fazioni palestinesi che condividono principi comuni con coloro che hanno eseguito l’attacco”.
I canali TV israeliani hanno descritto l’attacco come “l’11 settembre francese” e hanno definito le comunità islamiche in Europa “una bomba a tempo”.
Il pensatore israeliano Amos Biderman ha dichiarato che “i cattivi ragazzi hanno vinto”, e i terroristi islamici come ISIS e al-Qaeda “ci hanno battuti nella battaglia per la libertà di espressione”, sottolineando che molti scrittori e giornalisti occidentali non pubblicheranno mai più ciò che possa scatenare l’ira degli islamisti radicali.
© Agenzia stampa Infopal
E’ permessa la riproduzione previa citazione della fonte “Agenzia stampa Infopal – http://www.infopal.it”
Per parte nostra,a conferma di questa nota citiamo due fatti:1. Hamas ha condannato gli attacchi appena se ne è avuta conoscenza; 2. Abu Mazen presidente dei Palestinesi ha sfilato a Parigi. Nessuna delle due azioni è stata considerata dal governo israeliano.

GRECIA. QUAL E’ L’OPINIONE DEI COMUNISTI ITALIANI? SIAMO AL FIANCO DI SYRIZA O DEL KKE? ECCO LE RISPOSTE.
(Fausto Sorini, segreteria naz. PCdI, responsabile dipartimento esteri)

Fausto Sorini, segreteria nazionale P C d'I

Fausto Sorini, segreteria nazionale P C d’I

Alcuni compagni mi hanno scritto chiedendomi di chiarire meglio la posizione del partito sulle prossime elezioni in Grecia, e se avevamo cambiato posizione verso Tsipras e Syriza rispetto al recente passato.
Il sito del partito ha pubblicato pochi giorni fa una dichiarazione del nostro segretario in cui, sia pure succintamente, la nostra posizione in materia è espressa in modo chiaro.
Vediamo di evidenziarne i punti salienti.
Denunciamo e condanniamo “le istituzioni finanziarie internazionali che hanno avviato una campagna vergognosa di pressione e ingerenza per influenzare il voto” che cerca di impedire che la lista guidata da Tsipras, in testa nei sondaggi, si affermi rispetto alle forze subalterne alla politica dell’Ue.
Il nostro partito si augura, in tale contesto, una affermazione complessiva di tutta “la sinistra”, sia dei comunisti del KKE che della sinistra raccolta attorno a Syriza e a Tsipras (ovviamente consapevole che a sinistra l’unica lista che ha la possibiltà di ottenere la maggioranza relativa è Syriza: il che non è un giudizio, ma un fatto).
Il nostro partito auspica quindi “il successo di un fronte di sinistra includente” (cioè comprensivo di TUTTE le forze della sinistra, non della sola Syriza); il che “rappresenterebbe una spinta importante anche per l’Italia, per la costruzione di un fronte unitario della sinistra che non escluda, ma valorizzi le differenze e le diverse organizzazioni” che ne facciano parte.
Il che, come è noto, nell’orientamento del nostro partito significa autonomia del partito e del progetto comunista nell’ambito di un fronte unitario della sinistra.
Sappiamo molto bene che queste questioni, sia in Italia che in Grecia e altrove, sono oggetto di discussioni e divergenze anche profonde tra le diverse componenti della sinistra.
Noi rispondiamo delle nostre posizioni al nostro popolo, e ci asteniamo da ogni “ingerenza” nel dibattito che tali questioni suscitano in altri Paesi: non diamo lezioni a nessuno, nè intendiamo riceverne.
A tutti ricordiamo che – dopo le gravi responsabilità assuntesi da Tsipras per la nostra esclusione dalla lista “L’altra europa” alle elezioni europee – le nostre relazioni con Syriza sono di fatto congelate.
Ciò non ci impedisce – nell’interesse superiore del popolo greco nella sua lotta contro la politica dell’Unione europea – di augurargli una affermazione, nelle elezioni imminenti, delle forze che lottano, in vario modo e da sinistra, contro questa politica.
Non confondiamo i due piani del confronto (la natura delle nostre relazioni bilaterali col KKE e con Syriza e delle nostre divergenze con gli uni e gli altri) e le prospettive più generali delle prossime elezioni in quel paese. Non abbiamo e non intendiamo avere una visione autoreferenziale da piccolo gruppo.
Quanto al giudizio sulla politica e sulle scelte concrete in Grecia di questa o quella forza di sinistra, esso non spetta certo a noi, ma al popolo greco. Che ha il diritto di potersi esprimere liberamente, senza interferenze esterne.

IL FALLIMENTO STORICO DELLA AGGRESSIONE DEGLI USA A CUBA. IL PRESIDENTE CASTRO CONFERMA: CUBA E’ E RESTERA’ COMUNISTA!
(da Contropiano)

Il Presidente di Cuba, generale Raul Castro

Il Presidente di Cuba, generale Raul Castro

Mentre sulla stampa ufficiale o nei talk show televisivi (vedi l’orrido Gianni Riotta ospite dell’orrido Fabio Fazio) continuano ad essere avanzate congetture, ipotesi e chiavi di lettura “in libertà” (ma non certo nel senso positivo della parola), a Cuba questa tema viene declinato e precisato con molta concretezza e realismo. Ultimo in ordine di tempo è stato Raul Castro nel suo discorso di ieri all’Assemblea Nazionale del Poder Popular (il parlamento cubano). Il presidente Castro ha precisato in diversi passaggi la dinamica e le aspettative sulla nuova fase della relazioni con gli Stati Uniti. In questi casi è sempre meglio andare a leggersi e riflettere sull’originale invece che sulle congetture degli opinionisti embedded. Pubblichiamo qui di seguito un estratto dell’intervento di Raul Castro proprio nella parte dedicata alla questione:
(…..) “Il popolo cubano apprezza questa fiera decisione del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Questo ha eliminato un ostacolo nelle relazioni tra i nostri paesi. Il mondo intero ha reagito positivamente ai messaggi mercoledì scorso, valutando la loro importanza nelle relazioni internazionali e soprattutto per i legami degli Stati Uniti con la regione, che hanno visto le dichiarazioni favorevoli da parte di governi, presidenti e personalità riconosciute, li ringrazio sinceramente.
E’ il risultato di discussioni al più alto livello, tenute con la massima riservatezza e che hanno beneficiato dei contributi di Papa Francesco e dei servizi offerti dal governo del Canada.
Questo risultato è stato possibile anche grazie ai profondi cambiamenti in America Latina e Caraibi, dove i governi e i popoli condividono l’affermazione di una nuova politica degli Stati Uniti nei confronti di Cuba.
Accogliamo con favore l’approccio del presidente Obama di aprire un nuovo capitolo nelle relazioni tra le due nazioni e teso ad introdurre cambiamenti più significativi nella politica americana negli ultimi 50 anni. Riconosciamo inoltre la sua volontà di aprire il dibattito nel Congresso americano sull’eliminazione del blocco e il desiderio di un futuro migliore per entrambi i popoli, per il nostro emisfero e il mondo.
Un binomio inscindibile: Cuba e Ernesto Che Guevara

Un binomio inscindibile: Cuba e Ernesto Che Guevara


Condividiamo l’idea che sia possibile aprire una nuova fase tra gli Stati Uniti e Cuba, che ha avuto inizio con il ripristino delle relazioni diplomatiche, che dovrebbero basarsi sulle Convenzioni previste nelle relazioni diplomatiche e consolari che disciplinano lo svolgimento delle missioni diplomatiche e consolari e dei suoi funzionari.
Nei contatti ad alto livello tra i due governi, andremo con uno spirito costruttivo, con il rispetto e la reciprocità, al fine di procedere verso la normalizzazione delle relazioni bilaterali.
Come ho detto lo scorso 17 dicembre (il Presidente Obama, ndr) ha compiuto un passo importante, ma resta da risolvere l’essenziale, che è la cessazione del blocco economico, commerciale e finanziario contro Cuba, intensificato negli ultimi anni, in particolare nel campo delle transazioni e delle pesanti multe finanziarie, illegittimamente applicate contro le banche in diversi paesi.
La nostra gente deve capire che nelle condizioni annunciate, questa sarà una lotta lunga e difficile che richiede la mobilitazione internazionale insieme alla società americana che continua a chiedere la revoca del blocco.
Tutti i dati indicano che la maggioranza dei cittadini americani, e in modo ancora più ampio la migrazione cubana, è favorevole alla normalizzazione delle relazioni bilaterali. Così come fa l’opposizione politica nel Congresso degli Stati Uniti, che ha reso legge le disposizioni del blocco.
Ci auguriamo che il Presidente degli Stati Uniti usi il suo esecutivo per modificare sostanzialmente l’embargo, in quelle aree che non richiedono, come prerogativa, l’approvazione del Congresso.
Allo stesso tempo, studieremo la portata e le modalità di applicazione delle misure di esecuzione positive annunciate dal presidente Obama.
E’ incoraggiante la sua disponibilità per verificare l’ingiustificabile inclusione di Cuba nella lista dei stati sponsor del terrorismo internazionale. I fatti dimostrano che Cuba è stata vittima di numerosi attacchi terroristici, molti dei quali oggi godono dell’impunità. Come tutti sappiamo abbiamo avuto un costo di migliaia di morti e mutilati. I pretesti utilizzati per questa inclusione di Cuba nella lista sono semplicemente privi di fondamento, come l’intero pianeta sa. Servono solo a interessi politici come falso argomento per stringere il blocco, in particolare nel settore finanziario.
Da Cuba non è mai stato organizzato, finanziato e realizzato un atto terroristico contro gli individui, interessi o qualsiasi territorio degli Stati Uniti.. Ogni volta che abbiamo conosciuto tutte le informazioni su complotti terroristici contro gli Stati Uniti, abbiamo informato il suo governo, al quale per anni abbiamo proposto di istituire un accordo di cooperazione in questo campo.
Siamo sempre stati disposti a un dialogo rispettoso, sulla base di uguaglianza per trattare diversi argomenti su base di reciprocità, senza ombra della nostra indipendenza nazionale e l’autodeterminazione e, come Fidel ha sottolineato, senza rinunciare a nessuno dei nostri principi.
Ribadisco che è possibile passare solo attraverso il rispetto reciproco, che prevede il rispetto dei principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, tra cui l’uguaglianza sovrana degli Stati, pari diritti e l’autodeterminazione dei popoli, la risoluzione delle controversie internazionali con mezzi pacifici, astenendosi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza di qualsiasi Stato, e l’obbligo di non intervenire in questioni che sono di competenza interna degli Stati, il che implica che qualsiasi forma di interferenza o di minaccia per gli elementi politici, economici e culturali di uno Stato costituisce una violazione del diritto internazionale.
Coerentemente con la Proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi, come una regione di pace, firmato dai capi di Stato e di governo il 29 gennaio a L’Avana, durante il vertice di CELAC, ogni Stato ha il diritto inalienabile di scegliere il suo sistema politico, economico, sociale e culturale, senza interferenze in qualsiasi forma da parte di un altro Stato, che è un principio di diritto internazionale. Questo documento è stato firmato qui a L’Avana da tutti i capi di Stato e di governo del continente, con l’eccezione degli Stati Uniti e del Canada, che non sono stati invitati ad esso.
Tra i governi degli Stati Uniti e Cuba non ci sono differenze profonde ma diverse concezioni sull’esercizio della sovranità nazionale, la democrazia, i modelli politici e le relazioni internazionali.
Ribadiamo la nostra volontà di un dialogo rispettoso e reciproco sulle discrepanze. Abbiamo convinzioni forti e molte preoccupazioni su ciò che accade negli Stati Uniti, sulla democrazia e sui diritti umani e accettiamo di parlare sulla base indicata, su qualsiasi argomento, su cui tutti vogliono discutere, sia qui, ma anche negli Stati Uniti.
Per migliorare le relazioni con gli Stati Uniti, non dovrebbe essere previsto che Cuba rinunci alle idee che ha lottato per più di un secolo, per il quale il suo popolo ha versato sangue ed ha sopportato il rischio maggiore.
È necessario capire che Cuba è uno Stato sovrano la cui popolazione, in referendum libero per l’approvazione della Costituzione, ha deciso il suo corso socialista e il suo sistema politico, economico e sociale.
Nello stesso modo in cui non abbiamo mai suggerito che gli Stati Uniti debbano cambiare il loro sistema politico, Cuba richiederà il rispetto per il nostro.
Entrambi i governi devono adottare misure comuni per prevenire e evitare atti che possano influenzare i progressi nelle relazioni bilaterali sulla base del rispetto delle leggi e l’ordine costituzionale dei partiti.
Non ignoriamo la critica virulenta che ha dovuto sopportare il presidente Obama, a causa dei suoi annunci, da parte delle forze che si oppongono alla normalizzazione delle relazioni con Cuba, tra cui i congressisti cubani e i leader di gruppi controrivoluzionari che temono di perdere il sostegno di cui hanno goduto nei decenni di scontro tra i nostri paesi. Faranno tutto il possibile per sabotare questo processo, senza escludere azioni provocatorie di tutti i tipi. Da parte nostra prevarranno un comportamento prudente, moderato e riflessivo ma fermo.
A Cuba ci sono molte e varie organizzazioni di massa di lavoratori, contadini, donne, studenti, scrittori e artisti, sociali, anche rappresentati nel Consiglio di Stato, e di Ong, molte delle quali sono rappresentate da deputati di questo Parlamento, i quali si ritengono offesi da qualche centinaio di persone che ricevono denaro, istruzioni e ossigeno dall’esterno.
In organismi multilaterali come le Nazioni Unite continueremo la nostra difesa della pace, del diritto internazionale e della giusta causa tesa a denunciare le minacce per la sopravvivenza della specie umana che comportano i cambiamenti climatici e gli arsenali nucleari .
Continuare a promuovere l’esercizio dei diritti umani, compresi i diritti economici, sociali e culturali di tutti i popoli e il diritto alla pace e allo sviluppo dei popoli.
La Rivoluzione cubana deve profonda gratitudine al popolo, partiti e governi che hanno ricevuto la solidarietà permanente e continuano a dirigere la sua politica estera su solide fondamenta di fedeltà ai principi.
Simbolo di questo sono il rapporto speciale che abbiamo con la Repubblica Bolivariana del Venezuela che continuerà a fornire supporto contro i tentativi di destabilizzare il legittimo governo guidato dal compagno presidente Nicolas Maduro e respinge i tentativi di imporre sanzioni a questa nazione sorella.
Come ho sottolineato un paio di giorni fa, abbiamo mostrato disponibilità a collaborare con gli Stati Uniti nel livello multilaterale e bilaterale contro pericoli che richiedono risposte umanitarie collettive ed efficaci, e che non dovrebbe mai essere politicizzate.
Questo è il caso della prevenzione nelle Americhe e l’intervento sull’emergenza Ebola e i conflitti in Africa occidentale, come proclamato nel recente Vertice straordinario dell’ALBA che abbiamo tenuto a L’Avana sulla questione lo scorso ottobre.
Come ho affermato in occasione del recente vertice di CARICOM e ALBA, apprezzo l’invito del Presidente di Panama, Juan Carlos Varela, per partecipare al settimo vertice delle Americhe e confermiamo che vi saremo per esprimere le nostre posizioni, con sincerità e rispetto, per tutti Capi di Stato e di governo, senza eccezione. La partecipazione di Cuba è il risultato di una forte e unanime consenso dell’America Latina e dei Caraibi, che vive una nuova era ed è unita nella sua diversità, la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC) che Cuba è stato onorata di presiedere l’anno scorso. Non dimenticate che l’ALBA, con la sua azione permanente e il sostegno di tutti i paesi della regione, sono riusciti a eliminare quelle sanzioni vecchie e vergognose contro Cuba stabilite nel 1962 dall’Organizzazione degli Stati americani.
Tra pochi giorni festeggeremo il nuovo anno e il 56 ° anniversario del trionfo della Rivoluzione, e due giorni fa, il 18 dicembre, sono stati celebrati i 58 anni dell’incontro con Fidel a Cinco Palmas de Vicana nel cuore della Sierra Maestra, e la sua dichiarazione storica secondo cui, sapendo che complessivamente abbiamo avuto ben sette fucili e potevamo riprendere la lotta, dichiarò: “Ora possiamo vincere la guerra”!
La fede incrollabile nella vittoria come ci ha insegnato Fidel, significa continuare a guidare la nostra gente a difendere e migliorare il lavoro della Rivoluzione.
Congratulazioni per il nuovo anno!
Accogliamo con favore il nuovo anno 57 della Rivoluzione cubana!”

RILASCIATO GIULIETTO CHIESA. LO ANNUNCIA EGLI STESSO. IN QUESTE ORE CI SONO STATE: LA DENUNCIA DEI COMUNISTI ITALIANI, LA CONVOCAZIONE DELL’AMBASCIATORE ESTONE ALLA FARENSINA E IL LAVORO DELL’AMBASCIATORE CLEMENTE A TALLIN.

Giulietto Chiesa

Giulietto Chiesa


(da Oltremedia)Sono stato rilasciato alle 10 ora locale, circa. Grazie anche all’intervento deciso del nostro ambasciatore a Tallinn, Marco Clemente, che ringrazio e con cui mi complimento per la materia professionale. E’ lo stesso Chiesa a dichiararlo tramite la propria pagina facebook.
“Ringrazio tutti insieme – non potrei fare altrimenti – tutte le centinaia di persone che mi hanno scritto esprimendomi solidarietà. Davvero centinaia. Dall’Italia, dall’Europa, dalla Russia.
L’episodio è sicuramente grave. Ma è anche una lezione da imparare. Ci aiuta a capire che razza di Europa è quella che ci troviamo davanti ora. E che battaglia dovremo fare per cambiarla, per rovesciarla come un calzino. Se non vogliamo che questa gente rovesci noi.”
La domanda che Chiesa si è sempre posto: “Ma davvero il problema dell’Europa è la Russia?” a quanto pare una domanda sgradita ad un Europa sempre più tendente al fascismo. Non è l’Europa di Altiero Spinelli, non è l’Europa dei diritti dell’uomo che si sono violati in modo clamoroso ma è un Europa spregiudicata.

VERGOGNOSO! IL GOVERNO ESTONE (DI DESTRA) FA ARRESTARE GIULIETTO CHIESA (GIORNALISTA, SCRITTORE, GIA’ PARLAMENTARE DI SINISTRA) A TALLIN NEL SUO ALBERGO. IL PDCI INTERROGA IL GOVERNO AFFINCHE’ FACCIA IMMEDIATI PASSI UFFICIALI.

gIULIETTO cHIESA, GIORNALISTA, SCRITTORE, GIà EUROPARLAMENTARE DI SINISTRA

gIULIETTO cHIESA, GIORNALISTA, SCRITTORE, GIà EUROPARLAMENTARE DI SINISTRA


In un Paese come l’Estonia, il cui governo ha recentemente rivalutato il ruolo svolto dai battaglioni delle SS durante l’occupazione nazista, anche con monumenti e commemorazioni ufficiali, non sorprende che un giornalista come Giulietto Chiesa sia considerato “persona non grata”.
Chiediamo formalmente al governo italiano e al suo Ministero degli Esteri un intervento ufficiale presso le autorità estoni a tutela di un nostro connazionale.
Fausto Sorini, segreteria nazionale PCDI e responsabile affari esteri

RISULTATI IN MOLDAVIA PER LE ELEZIONI POLITICHE: VITTORIA DI SOCIALISTI E COMUNISTI (FILORUSSI); MA CI SARA’ LEGGERA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO A FAVORE DEI FILO UE.
(qui di seguito cronaca e analisi politica di Mauro Gemma. Più sotto la cronaca Ansa)

Igor Dodon, segretario dei Socialisti (primo partito in queste elezioni), che con i comunisti segue una politica filorussa

Igor Dodon, segretario dei Socialisti (primo partito in queste elezioni), che con i comunisti segue una politica filorussa

In Moldavia, Il Partito Socialista della Repubblica di Moldova (PSRM socialistii.md), fiero oppositore del recente Accordo di Associazione con l’Unione Europea, siglato dall’attuale governo, e che si pronuncia per l’Unione doganale con Russia e Bielorussia (la foto esposta in rilievo nel loro sito è emblematica), è al momento in testa nello scrutinio delle elezioni parlamentari svoltesi il 30 novembre. Con l’87% delle schede scrutinate, i socialisti raccolgono il 22% circa dei voti. Significativa la prima dichiarazione del leader socialista, Igor Dodon, secondo il quale “i cittadini si sono pronunciati per uno stato orientato socialmente e per un futuro di stabilità a fianco dei nostri tradizionali alleati strategici, con la Russia, nell’ambito dell’Unione doganale”.
Il Partito dei Comunisti della Repubblica di Moldova (PCRM http://www.pcrm.md) si attesta sul 18% dei consensi elettorali, scontando tra l’altro la presenza della “lista civetta” dei cosiddetti “comunisti riformatori” che, nonostante l’impressionante somiglianza del loro simbolo a quello del PCRM ha ottenuto la compiacente autorizzazione della commissione elettorale a presentarsi ugualmente alla consultazione.
I comunisti moldavi si pronunciano per la revisione dell’Accordo di Associazione con l’UE e una politica di buon vicinato con i paesi dello spazio post sovietico a cominciare dalla Russia. A somiglianza del partito comunista di Ucraina, il PCRM (che, nella sua campagna elettorale, ha ottenuto il sostegno di 17 partiti comunisti dell’ex URSS, compreso quello russo skpkpss.ru) da tempo propone, inascoltato, un referendum che permetta di far pronunciare i cittadini della piccola repubblica ex sovietica sulla linea che deve presiedere nelle scelte di politica internazionale del paese.
Dei partiti nazionalisti (alcuni dei quali fautori dell’annessione della Moldavia da parte della Romania), neoliberisti e filo-imperialisti che guidano il governo in carica, promotori della firma del recente accordo di collaborazione con l’UE, del tutto simile a quello siglato dalle autorità golpiste ucraine, e sostenuti apertamente, con finanziamenti e sfacciate ingerenze negli affari interni del paese, da USA, UE e NATO, superano lo sbarramento del 6% il Partito Liberal democratico (19%), il Partito Democratico (15%) e quello Liberale (10%).
Il dato più significativo di queste elezioni, e certamente non scontato, è rappresentato dal fatto che parte consistente del popolo moldavo (compresi alcuni partiti che non hanno superato la soglia e altri, come “Patria”, che sono stati esclusi dalla commissione elettorale con pretesti ridicoli e pretestuosi che hanno pregiudicato seriamente la possibilità del prevalere di una coalizione “filo-russa” nel nuovo parlamento), ha inteso pronunciarsi per una politica di amicizia e collaborazione con i paesi dello spazio post sovietico, nonostante la presenza di una campagna martellante giocata all’insegna della più tronfia retorica “europeista” e che ha fatto leva sui sentimenti di appartenenza nazionale della maggioranza della popolazione etnicamente e linguisticamente romena.
L’incertezza della situazione emersa dalle elezioni, l’ingerenza di USA, UE e NATO e la presenza assidua di dirigenti statunitensi (come quella Nuland che tanta parte ebbe nella preparazione del Majdan) nel corso della campagna elettorale, a sostegno dei propri alleati, fa ora temere il manifestarsi di scenari violenti simili a quelli che hanno portato al colpo di Stato in Ucraina. Qualunque sia il risultato finale, sul futuro della Moldavia si addenseranno nubi minacciose. L’imperialismo non è certo intenzionato a mollare l’osso e la storia recente dimostra fin troppo bene di quale cinismo e prepotenza sono capaci le potenze dell’Occidente.
Tutti i democratici e gli antifascisti del nostro continente devono seguire con attenzione l’evoluzione degli eventi in questa piccola repubblica post sovietica. E tutti devono sapere che la spazzatura informativa, improntata alla più sfacciata e vergognosa russofobia che viene diffusa con insistenza in questi giorni dal nostro apparato mediatico dominante, serve anche a prepararci a questa tragica eventualità.
Continui aggiornamenti e una ricca documentazione sulle elezioni moldave sono disponibili (purtroppo solo in russo) in ria.ru . Marx21.it, da parte sua, continuerà a seguire gli sviluppi della delicata situazione che si profila in Moldavia e intende fornire ai propri lettori documenti che ne favoriscano una maggiore comprensione.
di Mauro Gemma (da http://www.marx21.it)

ANSA: I PARTITI FILO-UE VINCONO DI MISURA.
Con l’86% dei voti scrutinati, tre partiti filo occidentali sono in testa con il 44% alle elezioni legislative svoltesi domenica in Moldova, contro il 40% dei due partiti di opposizione filorussi. Boom dei socialisti, primo partito al 22%. Difficile ora la creazione di una maggioranza. Probabile una grande coalizione tra partiti filo Ue e comunisti, non ostili all’integrazione con Bruxelles, ma per una revisione dell’accordo di associazione con la Ue.
Al secondo posto si piazza per ora il partito dei liberal democratici dell’ex premier Vlad Filat, col 19%, seguito dal partito comunista guidato dall’ex presidente Vladimir Voronin, col 17%. Il partito democratico di Marian Lupu e’ al 15%, quello liberale di Mihai Ghimpu – che sostiene anche l’unificazione con la Romania e l’accesso alla Nato – e’ al 9%. Gli altri partiti non hanno superato al momento la sbarramento elettorale del 6%. Il boom dei socialisti guidati da Igor Dodon, secondo gli analisti, si spiega in parte con l’ipotesi che avrebbero raccolto l’elettorato di Patria, il partito di un oligarca di origine russa escluso dal voto per presunti finanziamenti dall’estero e accreditato sino al 13% prima delle elezioni.
L’Osce, sulla base delle prime conclusioni degli osservatori europei che hanno seguito lo scrutinio, ha dichiarato che le elezioni sono state “democratiche e libere”

Palestina: attivista italiano seriamente ferito dai soldati israeliani
di Luca Fiore (contropiano)

PALESTINALIBERASi chiama Patrick Corsi, è milanese ed ha 30 anni l’attivista italiano rimasto ferito in maniera seria questa mattina nel corso della dura repressione scatenata dall’esercito occupante israeliano a Kfar Kaddum, nei pressi di Nablus, in Cisgiordania, contro i dimostranti palestinesi.
L’italiano è un membro dell’International Solidarity Movement, un’associazione internazionale di solidarietà con i palestinesi.
Secondo il Ministero degli Esteri di Roma l’italiano sarebbe stato ricoverato all’ospedale Rafidia di Nablus e poi trasferito in un altro ospedale a Ramallah. Anche se le sue condizioni sono state definite “critiche” dai sanitari ora sarebbe fuori pericolo e in via di stabilizzazione.
Secondo il ministero della Salute palestinese, Corsi stava partecipando alle proteste della popolazione locale contro l’occupazione israeliana e contro la chiusura della principale strada di collegamento tra il villaggio e Nablus quando è stato colpito allo stomaco e al petto di diversi proiettili sparati dai soldati israliani. Insieme a lui è rimasto gravemente ferito anche un manifestante palestinese. Altri palestinesi che protestavano sono stati intossicati dai gas lacrimogeni sparati dall’esercito occupante.
Il ministro della Sanità palestinese, Jawad Awwad, ha denunciato che “Sparare munizioni vere all’indirizzo della parte superiore del corpo dei manifestanti è (…) un deliberato tentativo di omicidio”. “Israele -ha proseguito il ministro- non fa differenza tra attivisti umanitari stranieri, palestinesi o anche giornalisti”.

VERGOGNOSO COMPORTAMENTO DEL GOVERNO (RENZI E GENTILONI) SU DOCUMENTO DI CONDANNA ONU CONTRO NAZISMO E RAZZISMO. IL TUTTO PER COMPIACERE GLI USA E L’UCRAINA!

di Paolo Ferrero e Fabio Amato

COMUNICATO STAMPA

RENZI E GENTILONI

RENZI E GENTILONI

«Vergognosa risposta data oggi dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sulle ragioni dell’astensione dell’Italia nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite nella votazione sulla proposta di risoluzione a proposito di «lotta alla glorificazione del nazismo, del neonazismo e delle altre tendenze suscettibili di alimentare le forme contemporanee del razzismo, della discriminazione razziale, della xenofobia e della connessa intolleranza».

La risoluzione contro il neonazismo è stata approvata dall’assemblea delle Nazioni Unite il 21 novembre 2014 con una larghissima maggioranza (115 voti a favore, incluso Israele), 55 astensioni e 3 no (Ucraina, USA e Canada). I paesi dell’Unione Europea – tra cui l’Italia – si sono astenuti. è davvero ripugnante che USA e paesi UE giungano a tale livello di spudoratezza per non delegittimare gli alleati ucraini tra le cui file abbondano i neonazisti che si sono resi protagonisti di crimini e violenze orribili in questi mesi.

Miserabile la giustificazione del Ministro Gentiloni che si è arrampicato sugli specchi del revisionismo storico affermando che l’astensione è stata motivata dal fatto che nella risoluzione non si condannavano altri totalitarismi del Novecento. Nella sottesa equiparazione tra nazismo e comunismo emerge la distanza ormai abissale tra il PD e la stessa cultura dell’antifascismo e della Resistenza».

PAOLO FERRERO
segretario nazionale di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

FABIO AMATO
responsabile Esteri di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea
– See more at: http://www.marx21.it/italia/antifascismo/24814-litalia-di-renzi-e-gentiloni-non-condanna-il-neonazismo.html#sthash.Hxiz7d72.dpuf

DALLA PALESTINA, IL FPLP PREVEDE NUOVA INTIFADA POPOLARE
Abu Ahmad Fuad:

Siamo sulla soglia di una nuova intifada popolare

“Siamo sull’orlo di una nuova intifada popolare”, ha affermato il compagno Abu Ahmad Fuad, vice segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

PALESTINALIBERAIn un’intervista con Al-Mayadeen TV, Ahmad Fuad ha dichiarato: “Gli eventi che si susseguono in Palestina, ivi comprese le operazioni effettuate dai giovani alla luce della crescente escalation di repressione israeliana e delle violazioni perpetrate contro il nostro popolo, dimostrano come si sia potenzialmente vicini ad una massiccia intifada popolare, come avremo modo di vedere nel prossimo periodo”.
Il compagno Fuad ha sottolineato che “La prossima intifada non sarà necessariamente come le precedenti, sarà possibile assumere nuovi metodi e strumenti di lotta. Viviamo una fase che ci impone di adoperare tutti i mezzi per far ritirare il nemico dai suoi piani a Gerusalemme e per difendere i diritti di tutti i palestinesi.
Il nostro popolo ha una grande creatività nello sviluppo di strumenti per affrontare l’occupazione. Siamo arrivati al punto di rabbia, abbiamo scoperto che la strada più adatta e conveniente per affrontare l’occupazione è la via della resistenza “.

( Fonte: palestinarossa.it )

UNIDAD POPULAR L’11 SETEMBRE DEL 1973 FU VITTIMA ECLATANTE E MANIFESTA DELL’AGGRESSIONE MILITARE USA NEL DISEGNO ECONOMICO DELLE MULTINAZIONALI (ITT IN TESTA) DI ACCAPARRARSI LE MATERIE PRIME CILENE (PRINCIPALMENTE MINIERE DI RAME) PER IL PROPRIO SETTORE IN OTTICA DI ESPANSIONE ECONOMICA INTERNAZIONALE

LINK A NOTIZIA ANSA SU RICORRENZA IN CILE: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/speciali/2013/09/08/Cile-Salvador-Allende-40-anni-fa-morte-sogno_9265316.html

(Invece che una rievocazione storica abbiamo scelto di inserire qui la parte iniziale del discorso di Fosco Giannini ad un recente Comitato Centrale del Pdci, perchè dà il senso della valenza, del corpo e del peso che legano gli eventi e le lotte nel mondo del movimento comunista internazionale per ogni comunista nel mondo)

Fosco Giannini

Fosco Giannini

Intervento di Fosco Giannini Inviato da : redazione | Martedì, 26 Marzo 2013 – 11:55
Il Partito comunista cileno, nel 1969, fa parte di Unidad Popular. Nel 1973, dopo il “golpe” di Augusto Pinochet contro il governo Allende, i comunisti sono massacrati e poi costretti dai fascisti all’illegalità. Da cui escono solo nei primi anni ’90, col ritorno della democrazia borghese. E torneranno in Parlamento, eleggendo tre deputati, solo nel 2009, dopo 36 anni di assenza. Dal 1973, dal momento del colpo di stato militare in poi, i comunisti cileni non hanno mai ceduto e oggi sono di nuovo in campo. Il Partito comunista portoghese fu messo al bando, dal regime fascista di Antonio De Oliveira Salazar, nel 1948 e riacquistò la propria legalità e libertà nel 1974, quando la rivoluzione dei garofani abbatté la dittatura di Marcelo Caetano, rientrando in Parlamento, dopo 26 anni di assenza, solo nel 1976, col 12% dei voti e 30 deputati. Oggi, quello portoghese, è tra i più forti partiti comunisti d’Europa. Il Partito comunista di Grecia ha vissuto in clandestinità, o semiclandestinità, dalla sua nascita sino al 1974, dalla dittatura fascista del generale Metaxas, nel 1936, sino alla caduta dei colonnelli greci, offrendosi sempre come il perno della resistenza e della lotta greca, prima contro l’occupazione di Mussolini (1940) e di Hitler (1941), poi contro l’intervento militare, in Grecia, degli inglesi e degli Usa (1946-1949). E, ancora, contro la dittatura dei colonnelli, dal colpo di stato del 21 aprile del ’67 alla rivolta del novembre 1973 al Politecnico di Atene, ove la dittatura militare cadde. Non aggiungo a queste storie quella, troppo conosciuta, del Partito comunista italiano, che, per vent’anni, si organizza e agisce sotto la dittatura di Mussolini.
Ho rievocato queste dure lotte comuniste per argomentare e rivelare ciò che ho in animo: non riesco ad essere troppo clemente, politicamente e moralmente, con quei compagni (fortunatamente, tra noi, pochissimi) che oggi, dopo la sconfitta elettorale, piagnucolano, si disperano, sino al punto da evocare un abbandono della lotta e della militanza comunista.
Il punto è che il partito comunista non è solo un partito, non è un partito tra gli altri: esso è un’opzione filosofica, sociale, politica, antitetica al corpo – quello capitalista – in cui è inserita. Il sistema capitalista vive il partito comunista come un corpo estraneo e tende, in tutti modi, sempre, a espellerlo da sé, a cancellarlo. Il sistema capitalista può sopportare Grillo, può persino evocarlo e costruirlo in sé; ma non sopporta un partito comunista. Per la borghesia un partito comunista, seppur piccolo, è sempre lo “spettro che s’aggira…”. E’ per questo che essere comunisti non è una passeggiata di salute. Chi crede che essere comunisti sia una scelta politica come un’altra, o chi crede che essere comunisti sia la strada per la propria autoaffermazione materiale, non ha capito quale partito, quale opzione filosofica ha scelto. Specie ora, e in questa parte del mondo.
Quei compagni (pochi, i pochissimi che ho sentito e conosciuto)che non hanno capito bene su quale fronte di lotta si sono collocati; che non hanno capito cosa vuol dire essere comunisti; che non hanno bisogno di versare il sangue, di conoscere la galera, di attendere 36 anni per tornare in Parlamento perché la loro saldezza d’animo si incrini; quei compagni che non hanno capito che essere comunisti non è mai un pranzo di gala, quei compagni, alle prime difficoltà, di fronte ad una sconfitta elettorale, solo per aver perso tre deputati, iniziano a cercare altre strade, più comode, altri partiti; iniziano a pensare che i comunisti non hanno altre possibilità che essere mosche cocchiere di altri partiti. Ma i comunisti italiani, con Antonio Gramsci in testa, ci hanno insegnato che resistere si può, anche per vent’anni, persino sotto il fascismo. E i nuovi comunisti italiani, i compagni del nostro Partito, so che sapranno resistere, stanno già resistendo. Lo dimostra, innanzitutto, questo straordinario Comitato centrale: 120, 130 compagne e compagni sono venute/i da tutt’ Italia, dopo la sconfitta elettorale, per due giorni, a loro spese ( viaggio, vitto, alloggio) a confrontarsi, discutere, cercare una linea comune, in un dibattito vasto, profondo, con ottanta/novanta interventi, certo preoccupati, certo, anche diversi nell’analisi, ma rispettosi gli uni degli altri, non animosi e – soprattutto – concordi su di un punto centrale: rilanciare il PdCI, ricostruire il partito comunista in Italia.cile-1973
Noi siamo parlamentaristi. Con Lenin, siamo perché il parlamento borghese divenga la cassa di risonanza della lotta di classe. Siamo con il capo della Rivoluzione d’Ottobre, che striglia il Bordiga dell’antiparlamentarismo. Noi dobbiamo tornare in Parlamento. E’ importante e molto più che importante. Per tornarci dobbiamo però svolgere un compito prioritario: ricostruire il partito comunista. Senza partito comunista, in Parlamento non ci torniamo più. E qui, oggi, io non sono particolarmente interessato a sapere cosa faremo alle prossime elezioni politiche; quali alleanze avremo. So che saremo guidati, come sempre, dalla nostra razionalità culturale e politica, dal nostro intento unitario e antisettario. So che i comunisti non debbono in nessun modo dividersi sulla questione della politica delle alleanze, che rimane questione meramente tattica. E sulla tattica si discute, non ci si divide, rispettando le altrui opinioni e assumendo, poi, la scelta della maggioranza che, come afferma il compagno Diliberto, non è più, a quel punto, la scelta della maggioranza ma è la scelta del Partito (è il valore, rivoluzionario, del centralismo democratico) Sulle questione tattiche non dobbiamo dividerci. Non dobbiamo farlo mai più. Dividerci su tali questioni sarebbe il segno di una labilità ideologica, culturale. Che non è cosa da partito comunista, non è cosa di questo Partito.

Maurizio Musolino, responsabile esteri Pdci

Maurizio Musolino, responsabile esteri Pdci

MINISTRO TERZI DIMESSO.
DICHIARAZIONE DI MAURIZIO MUSOLINO, COORDINATORE NAZIONALE DEL DIPARTIMENTO ESTERI DEL PDCI (27 Marzo 2013)

Il ministro degli Esteri Giulio Terzi si è dimesso. Una notizia questa che non può che farci piacere, visto che il suddetto ministro è stato certamente fra i peggiori responsabili della nostra politica Estera negli ultimi decenni. Terzi si è dimesso in polemica con la decisione di far rientrare i due marò accusati di aver ucciso poveri pescatori indiani, scambiati per terroristi, dopo che in una nota il governo aveva annunciato appena due settimane prima che i due fucilieri della Marina avrebbero disatteso gli accordi con il governo di Delhi restando in Italia. In questo modo l’ex ministro Terzi, ambasciatore di lungo corso con sedi prestigiosissime alle spalle come quella di Washington e Tel Aviv, si propone come campione di italianità e di nazionalismo, becero e arrogante aggiungo personalmente.

Manifestazione contro l'assassinio di due pescatori in India

Manifestazione contro l’assassinio di due pescatori in India


Avremmo voluto infatti in questi mesi ascoltare dai nostri rappresentati istituzionali parole di maggiore comprensione per le famiglie dei pescatori uccisi e soprattutto avremmo voluto capire meglio perché militari italiani erano imbarcati su una nave commerciale privata, come se fossero dei contrattors, in acque non nazionali. Ma su questo poco o niente è uscito. Al contrario abbiamo assistito ad una gara a dimostrarsi nazionalpopolari che a parole appariva come un sostegno ai due militari ma nei fatti appariva agli indiani come una ostentazione di una superiorità antico-coloniale.
Salutando quindi queste doverose dimissioni – Terzi in queste settimane è stato anche lo scellerato campione delle trame in favore dei rivoltosi siriani guidando una cordata filo interventista con Francia e Petrolmonarchie arabe – auspichiamo una azione che nel rispetto della legalità e del diritto internazionale possa riportare presto in Italia i due marò rendendo però nello stesso tempo giustizia e dignità ai pescatori indiani vittime del tragico incidente.

Il premier Victor Ponta, a capo del centrosinistra rumeno

Il premier Victor Ponta, a capo del centrosinistra rumeno

VOTO IN ROMANIA. Dagli exit pol vittoria schiacciante al centrosinistra
Romania: exit poll, centrosinistra 57.8% . Ai conservatori del presidente basescu va circa il 19%
Ansa – 09 dicembre, 20:31

Romania: exit poll, centrosinistra 57.8% (ANSA) – BUCAREST, 9 DIC – In Romania la coalizione di centrosinistra (Usl) che fa capo al premier Victor Ponta ha largamente vinto le elezioni politiche con il 57,58% dei voti, secondo gli exit poll diffusi dalla tv pubblica a Bucarest. Al fronte conservatore (Ard) guidato dal presidente Traian Basescu e’ andato il 18,87%. “E’ una chiara vittoria contro il regime di Traian Basescu”, ha detto a caldo Crin Antonescu, il presidente del Senato che è fra i leader dell’Unione sociale liberale (Usl).

Già il sole 24 ore nei giorni scorsi, appaiando le esperienze politiche e sitituzionali di Italia e Romania, aveva previsto il favore per il centrosinistra. Riportiamo di seguito un articolo pubblicato dal quotidiano.

La Romania litigiosa come l’Italia domenica va al voto (dopo un 2012 turbolento). Favorito il centrosinistra

di Guido De FranceschiCronologia articolo8 dicembre 2012

Badescu, il presidente uscente, sconfitto in queste elezioni

Badescu, il presidente uscente, sconfitto in queste elezioni


Quest’anno in Romania è successo di tutto. Tra diversi capi di governo in pochi mesi. Un ribaltone in Parlamento. Un presidente della Repubblica sfuggito per un soffio a un tentativo di impeachment, finito in un nulla di fatto a causa di un’affluenza di poco inferiore alla soglia del 50 per cento prevista (ma la stragrande maggioranza dei votanti si era espressa a favore della destituzione del capo dello Stato). Una lotta durata mesi tra premier e presidente, combattuta con grande sfoggio di mancanza di fair play e di scarso rispetto dei rispettivi ruoli, con conseguente irritazione da parte dei partner europei. Il turbolentissimo 2012, annus horribilis della politica romena, si chiude domani con le elezioni per il rinnovo del Parlamento.
La Romania, che ha come secondo partner commerciale l’Italia (il primo è la Germania) e da cui proviene la più numerosa comunità di stranieri residenti nel nostro Paese (circa un milione di persone), non vive un momento economico brillante. Bucarest ha ricevuto dal Fondo monetario internazionale, dalla Banca mondiale e dall’Unione europea 25 miliardi di euro negli ultimi tre anni, ma in cambio ha dovuto mostrarsi straordinariamente diligente quanto ad austerità, tagliando ad esempio del 25 per cento le paghe, già non generosissime, dei dipendenti pubblici e aumentando sensibilmente l’Iva. La disoccupazione, intorno al 7 per cento, appare sotto controllo soltanto per la robusta vocazione migratoria mostrata dai romeni nell’ultimo decennio. La valuta nazionale, il leu, si è deprezzata notevolmente. La crescita del Prodotto interno lordo ha rallentato negli ultimi mesi e il 2012 dovrebbe chiudersi con un +0,8 per cento, che è un dato modesto per il secondo Paese più povero dell’Unione europea.
La Romania arriva alle elezioni di domani divisa e confusa. Il rigorismo del governo di centrodestra fedele al presidente della Repubblica Traian Basescu, che è stato assai apprezzato nelle stanze della Trojka, non ha ricevuto altrettanti applausi nelle strade romene. E proprio in conseguenza del diffondersi delle proteste popolari l’ex premier Emil Boc nel febbraio scorso ha dovuto passare la guida del governo al compagno di partito Mihai Razvan Ungureanu. Dopo soltanto tre mesi, ecco un nuovo giro di danza, questa volta però assai più vorticoso. A maggio è sfiduciato anche Ungureanu e la guida del governo passa al socialdemocratico Victor Ponta, appoggiato da una maggioranza tutta diversa dalla precedente. La prima iniziativa di Ponta è il tentativo di impeachment nei confronti del presidente, che avrebbe travalicato le sue competenze. Tentativo che, come si è detto, non è riuscito per un soffio.
Intanto, mentre la lotta tra i due contendenti Basescu e Ponta si svolgeva con più di un colpo sotto la cintura e sul premier si abbatteva l’accusa di aver scopiazzato, con assai scarsa attenzione alla citazione delle fonti, la sua tesi di dottorato, è cresciuta la stella di Dan Diaconescu, recente fondatore del Partito del Popolo. Proprietario di una rete televisiva e protagonista in prima persona dei palinsesti più trash, Diaconescu circola su una Rolls-Royce bianca, che un paio di mesi fa, mentre era parcheggiata davanti a casa, è stata imbrattata da una mano ignota, che ha scritto con vernici multicolori sulla fiancata un beffardo invito da faro a faro a votare proprio il Partito del popolo. Questo nuovo movimento politico si profila come la next big thing della politica romena e fa rotta nei sondaggi verso il 15 per cento dei voti grazie al piglio ultrademagogico del suo leader. Le promesse di Diaconescu – ad esempio quella di tagliare l’IVA dal 24 al 10 per cento e quella di dare ventimila euro a ogni nuovo imprenditore – fanno breccia in una popolazione che, già piuttosto povera, si è vista ulteriormente depauperata dalle misure rigoriste degli ultimi anni.
Al di là del probabile successo da terzo incomodo di Diaconescu e del suo Partito del popolo, secondo i sondaggi più recenti le elezioni di domani dovrebbero essere stravinte con il 50 o addirittura il 60 per cento dei voti dall’Unione social-liberale del premier Victor Ponta. Questa coalizione è un bizzarro trio sinistra-centro-destra formato dal Partito socialdemocratico del premier uscente, dal Partito nazionale liberale e dal Partito conservatore, che appoggiano l’attuale governo e sono cementati soltanto dalla comune avversione per il presidente Basescu. Lo schieramento opposto di centro-destra, l’Alleanza per una Romania giusta, vicina al capo dello Stato, è invece accreditato di un risultato inferiore al 20 per cento.
Eppure, nonostante questi sondaggi e benché Ponta abbia affermato in un’intervista al Financial Times che «la lotta con Basescu è ormai un capitolo chiuso” e che entrambi sono intenzionati “a fare del proprio meglio per evitare ulteriori conlflitti», alcuni analisti sono convinti che anche il 2013 possa essere un anno difficile per la politica romena. Infatti, se l’Unione social-liberale di Ponta, pur vincendo le elezioni, non dovesse ottenere una maggioranza assoluta dei seggi, il presidente Basescu, a cui spetta il compito di dare il mandato per formare il governo, potrebbe tentare lo sgambetto, spingendo tutti gli altri partiti ad aggregarsi in un governo che tagli fuori il suo acerrimo avversario.
In ogni caso, mentre Diaconescu dalla sua candida Rolls lancia proposte col botto buone soltanto a riempire la propria cassa di voti di protesta, chiunque si troverà a governare non potrà prescindere dall’occhiuto controllo dell’Unione europea e del Fondo monetario internazionale, che premono per una rinnovata severità nei conti. E se il governo di Ponta ha potuto negli ultimi mesi allentare un po’ il morso dell’austerità grazie a un precoce raggiungimento degli obiettivi sul deficit che erano stati imposti a Bucarest dall’Fmi, non sarà facile per l’Unione social-liberale, anche in caso di una sua larga vittoria, portare il Paese su binari molto diversi da quelli rigoristi che hanno fatto perdere il consenso degli elettori al partito del presidente Basescu.

Dopo il voto ad Obama

di Fausto Sorini, segreteria nazionale, responsabile dipartimento esteri

La rielezione di Obama alla presidenza Usa induce – in prima battuta – le seguenti, parziali considerazioni:

-Le elezioni negli Stati Uniti sono sicuramente il processo elettorale più mediatizzato che esista al mondo e sono accompagnate nei nostri Paesi da una persistente campagna ideologica che presenta gli USA come una delle democrazie più avanzate al mondo. Ciò si sta verificando puntualmente anche in Italia, proprio nel momento in cui è in atto nel nostro Paese una campagna qualunquista e obbiettivamente reazionaria contro il finanziamento pubblico dei partiti che disinvoltamente dimentica che la campagna elettorale americana, fondata su finanziamenti esclusivamente privati, è costata stavolta la cifra record di 6 miliardi di dollari (circa 10 mila miliardi di vecchie lire…). Per cui solo dei miliardari (o amici dei miliardari…) possono aspirare a concorrere all’elezione. E dove il sistema politico ed elettorale (che alcuni vorrebbero introdurre anche in Italia: e siamo sulla buona strada…) è scientificamente programmato per mantenere intatto il potere delle classi dominanti e, nel caso degli Usa, per eternizzare il potere dei due grandi centri politici: il partito democratico e il partito repubblicano.

Essi competono, è vero, a volte anche ferocemente, su questo o quell’aspetto della politica contingente, ma dentro una dinamica di alternanza che infine converge nel sostegno bipartizan e concertativo ai capisaldi del sistema. Lo si è visto anche in questo caso nel discorso di commiato del perdente Romney, il candidato ultrareazionario del partito repubblicano (di cui certo nessun democratico al mondo si augurava la vittoria), che ha subito assicurato ad Obama la sua collaborazione leale e costruttiva nell’interesse della nazione (tanto più che i repubblicani mantengono alla Camera una solida maggioranza, in grado di condizionare pesantemente le scelte del presidente). Il che prevedibilmente collocherà più a destra la politica del secondo mandato di Obama rispetto al primo.

Lo si è visto del resto nei primi 4 anni della presidenza Obama, che pure era stata accolta – illusoriamente – da settori ampi del mondo progressista americano e internazionale come portatrice di un’autentica svolta progressiva (speranze e illusioni che si sono clamorosamente infrante – sono solo alcuni esempi – con la guerra di aggressione alla Libia, l’incipiente accerchiamento militare della Cina, le ingerenze militari in Siria (una guerra non dichiarata), le minacce di guerra aperta alla Siria e all’Iran, l’aumento sostanzioso delle spese militari (che solo negli ultimi 6 mesi sono cresciute del 13% e hanno “contribuito” al 50% della crescita del PIL..), o nell’incapacità (o impossibilità, o non volontà) di porre alcuni limiti seri allo strapotere del capitale finanziario negli affari interni e internazionali, che rimane una delle cause più profonde della crisi mondiale.

Non è certo un caso se la rielezione di Obama è avvenuta (con uno scarto minimo del 2%), più che sull’onda di speranze ed emozioni paragonabili a quelle del 2008, in buona parte per il timore che i settori più deboli della popolazione hanno avvertito nei confronti del’aggressività razzista e fascistoide degli oppositori di Obama, rispetto a quelle timide misure di protezione sociale (scampoli di un welfare ai minimi termini) che Obama aveva introdotto ad esempio in campo sanitario. Tanto è vero che Obama – che pure ha condotto una campagna elettorale con una retorica assai più moderata che nel 2008, ha avuto il voto contrario del 60% dei bianchi degli USA (sedotti dalla campagna ultrareazionaria della leadership repubblicana) ed è riuscito a evitare per un soffio la sconfitta grazie al consenso di una parte significativa dell’elettorato femminile (preoccupato tra l’altro, dell’ondata anti-abortista) e al 93% degli afro-americani, del 70% degli ispanici e del 73% degli asiatici. Il che dà la misura di quanto, complessivamente, la società americana si sia spostata a destra.

-In una situazione aggravata da una crisi economica mondiale del sistema capitalistico che ha basi strutturali, Obama si troverà ad affrontare una situazione interna segnata da una crisi profonda, con un debito pubblico interno salito a livelli astronomici; e un debito estero che è il più grande del mondo, una disoccupazione crescente che in termini reali può essere valutata attorno al 13-14%, una economia stagnante.

La situazione potrebbe aggravarsi e precipitare già nel primo semestre del prossimo anno, a fronte del cosiddetto “precipizio fiscale”, quando la prospettiva (su cui Obama sembra oggi convergere con i repubblicani) di un taglio drastico della spesa pubblica (non di quella militare…), potrebbe delineare un quadro di vera e proprio recessione economica nella più grande potenza imperialista del mondo, oltre che enormi sacrifici per la parte più povera del paese.

-Sul piano internazionale (escluso il governo israeliano che vedeva in Romney un più solido sostenitore della guerra all’Iran), la rielezione di Obama sembra essere stata accolta con un certo sollievo, sia pure per le motivazioni più diverse, dai governanti degli altri paesi:

-bene accolta in Italia dal tandem Monti-Napolitano (autentica direzione politica del Paese) che con Obama ha concordato direttamente e personalmente in questo anno le scelte principali riguardanti l’Italia;
-bene accolta dai dirigenti dei principali governi della Ue, che vedono in Obama un sostenitore dell’euro e della stabilità economica e politica dell’Ue, nel quadro di un forte asse euro-atlantico imperniato sulla Nato, rispetto a un Romney più isolazionista, meno attento ai destini dell’Ue, più rivolto al confronto in atto nell’area del Pacifico;

-considerata il male minore da Russia e Cina (e più in generale dall’area dei Brics e affini) anche per una maggiore disponibilità alla concertazione in sede Onu, pur nella contrapposizione, rispetto a un più marcato uilateralismo, ieri di Bush, oggi ripreso da Romney.

Rispetto alla Russia Romney annunciava una dura escalation contrappositiva, giungendo a definire la Russia di Putin come un “nemico geo-politico”. E rispetto alla Cina prospettava un indurimento e misure “più efficaci” rispetto alla contrapposizione già messa in atto da Obama, che ha già annunciato di voler concentrare nell’Asia Orientale i due terzi del potenziale militare aereo navale degli Stati Uniti e oltre mezzo milione di uomini.

Il mondo teme che il declino economico e politico della principale potenza imperialista possa indurre le sue componenti più reazionarie e oltranziste a risolvere la contraddizione ricorrendo in modo organico alla schiacciante superiorità militare che gli Usa conservano sul resto del mondo; ed a tentare di uscire per quella via dalla propria crisi economica e a recuperare così, “manu militari”, la propria leadership planetaria.

Non è un timore infondato. Il perseguimento organico di quella linea potrebbe portare il mondo sull’orlo di un nuovo conflitto globale.

(da Fori Sociali)

PIENO SOSTEGNO ALLA RIVOLTA LIBICA.
CONTRO GHEDDAFI E BERLUSCONI.

(20 Febbraio 2011)

La rivolta popolare della Cirenaica contro il regime di Gheddafi è la
continuità della rivoluzione araba iniziata in Tunisia e in Egitto. Un
regime sostenuto per dieci anni dai governi italiani di ogni colore sta
cercando di annegare nel sangue la rivolta di massa per la libertà. Tutte le
sinistre italiane hanno il dovere di sostenere tale rivolta contro Gheddafi
e contro il suo protettore Berlusconi, organizzando da subito il presidio
dell’ambasciata e dei consolati libici.
Berlusconi e Bossi sono i primi complici di Gheddafi e dei suoi crimini. Lo
hanno coperto di miliardi in cambio di commesse per i capitalisti italiani e
di campi di prigionia ( e di tortura) per i migranti d’Africa, col contorno
di amazzoni e scambi “culturali” tra Sultani. Il silenzio di Berlusconi
sulla strage in corso è solo la confessione ipocrita di questa complicità.
Per questo il sostegno alla rivoluzione libica è parte integrante della
lotta per rovesciare Berlusconi e aprire la via di una alternativa vera.

*PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

(da Paneacqua)

Mediterraneo in fiamme. L’Italia, il “fattore Berlusconi” e la fine dei regimi “amici”


Gianni Rossi,

La crisi di sistema che stiamo vivendo, dal 1998, sta ridisegnando nuove gerarchie del potere geopolitico, ma sta anche “risvegliando” masse oppresse che, grazie alle nuove tecnologie (TV satellitare, Internet e Telefonia mobile) ha preso coscienza del proprio stato di oppressione “semischiavistica”, nonostante i loro governanti, tiranni, regimi pseudo-democratici, siano stati riconosciuti e spesso apprezzati dalle “nazioni amiche”, dove invece vigevano sistemi istituzionali democratici solidi

Era dalla fine degli anni Cinquanta, dopo gli assestamenti geopolitici intervenuti a completare il quadro di stabilità disegnato dai paesi vincitori contro il nazifascismo e l’imperialismo nipponico, che non accadevano rivolgimenti così turbolenti nei paesi rivieraschi di quello che un tempo veniva chiamato “Mare Nostrum”. In quel periodo di “Boom economico” per l’Occidente, i paesi del Maghreb riscoprivano la voglia di indipendenza dalle potenze coloniali, di libertà dai regnanti corrotti. Con loro, anche altri popoli del Medio Oriente e poco più tardi dell’Africa intera sentirono questo vento caldo di libertà spirare sopra le loro teste e annidarsi nei loro animi. Nulla fu più come prima!

Sono passati 50 anni da quei sommovimenti che determinarono la fine di ogni colonialismo nel mondo, anche se le giovani nazioni libere, sia quelle del “Terzo Mondo”, sia quelle più sviluppate, furono tenute a freno dal “Tallone di Ferro” (dal titolo del libro fantapolitico di Jack London, che nel 1908 previde la nascita del “Patto di Acciaio” delle dittature nazifasciste, contrastato da un rivoluzionario di nome Ernest), o meglio ancora dalla “Cortina di Ferro” stesa sul mondo da Stati Uniti e Unione Sovietica per quasi un trentennio, insieme all’incubo della guerra nucleare. Dalla fine del 1989, con la caduta del Muro di Berlino, molta acqua è passata sotto i ponti. C’è stata la cosiddetta “fine delle ideologie”, tanto osannata dai media e dai politicanti di destra e di sinistra. In realtà si sono autodistrutte le due ideologie sorte alla fine dell’Ottocento e irrobustitesi nei primi del Novecento: il comunismo e il nazifascismo.

E’ rimasta ben salda la terza ideologia, quella del liberismo, strettamente legata al sistema economico dominante ovunque nel mondo: il capitalismo globalizzato. Ecco, oggi tutti i politici, gli intellettuali, i maitres à penser, gli opinionisti e gli editorialisti dalla penna facile e dai lauti guadagni si riempiono la bocca di quanto sia migliore questo mondo del Duemila senza ideologie, rispetto al Novecento “secolo breve”, dove le guerre fratricide hanno spazzato via oltre cento milioni di persone nei due conflitti mondiali e in quelli “regionali”. Eppure, da quella “deadline” dell’89 ad oggi, sono accaduti stravolgimenti dei sistemi economici, sociali e anche statuali proprio per colpa del sistema capitalistico e della sua ideologia basata sul liberismo, anzi sull’iperliberismo.

In quell’Autunno delle ideologie, furono i paesi d’oltre “Cortina” a ribellarsi, a liberarsi dalle catene del Pattodi Varsavia e non solo. fu come un “gioco del Domino” e nel volgere di un decennio l’Europa dell’Est e quella balcanica scelsero la difficile vita della democrazia e dei sistemi liberali, non senza contraddizioni e non senza aver ricreato al proprio interno regimi affaristici pseudo-democratici: alle oligarchie dei partiti comunisti si sono molte volte sostituite le oligarchie del potere affaristico-mafiose.

La crisi di sistema che stiamo vivendo, dal 1998, sta ridisegnando nuove gerarchie del potere geopolitico, ma sta anche “risvegliando” masse oppresse che, grazie alle nuove tecnologie (TV satellitare, Internet e Telefonia mobile) ha preso coscienza del proprio stato di oppressione “semischiavistica”, nonostante i loro governanti, tiranni, regimi pseudo-democratici, siano stati riconosciuti e spesso apprezzati dalle “nazioni amiche”, dove invece vigevano sistemi istituzionali democratici solidi.
E’ questa crisi dell’iperliberismo globalizzato che rimette in discussione i ruoli nell’immensa catena di montaggio del sistema capitalistico. La Cina “comunista” ha sposato il capitalismo di stato ed è diventata la seconda potenza economica mondiale dopo gli USA. Ma non c’è democrazia né sono rispettati i diritti umani e civili a Pechino: il regime non è più comunista ortodosso, si è trasformato in neocapitalismo militarizzato, a partito unico e con una capillare Nomenklatura che usufruisce di incontrastati conflitti di interessi, arricchendosi sempre più con gli stessi sistemi del malaffare imperante nei paesi da secoli orbitanti nel capitalismo liberista. In questa globale catena di montaggio i paesi a religione islamica, quelli che si affacciano sul Mediterraneo, ma anche gli altri del Medio Oriente, stanno vivendo i riflessi più contrastanti della crisi dell’iperliberismo. Finora si erano basati sullo sfruttamento dell’immense risorse energetiche, sulla forza lavoro che veniva fatta lavorare in regime di semischiavitù per i paesi più ricchi, o veniva “esportata” per rafforzare il sottoproletariato mal pagato in Occidente.

Le tecnologie avanzate hanno rotto l’incantesimo: il castello di Rosaspina (ricordate la favola di Perrault e dei fratelli Grimm de “La bella addormentata nel bosco”?) dopo 100 anni si sta risvegliando e nessun altro incantesimo potrà più far sopire gli abitanti del regno. Le fonti energetiche che hanno arricchito oligarchie militari o famiglie di regnanti dispotiche si stanno esaurendo e premono nuove forme di energie, rinnovabili e universalmente reperibili, che potranno nel volgere di un decennio far dimenticare la “dittatura del petrolio”.  Ai regimi islamici, di origine araba o turcomanna, sta letteralmente scivolando la sabbia sotto i piedi: i loro governati stanno da anni “respirando” via etere il profumo della libertà, della democrazia e della fine delle diseguaglianze. Non possiamo fare previsioni sui tempi, i modi e gli sviluppi istituzionali, che questi sconvolgimenti prenderanno, come si evolveranno e quanti morti ancora dovranno essere conteggiati nella clessidra della storia. Certo è che il movimento spontaneo che si è avviato nel Mediterraneo non solo creerà assetti geopolitici impensabili pochi mesi fa, ma influenzerà anche quei paesi rivieraschi che finora si consideravano da quest’altra parte: dalla parte dell’Europa “civilizzata, democratica e sviluppata”. Specie l’Italia!

E sì perché il nostro paese ha sempre giocato un ruolo di attrazione culturale, religiosa (il Vaticano è sempre stato molto “disponibile” verso l’altra grande religione monoteistica, quella profetizzata da Maometto, che discende dall’evangelizzazione del Cristo, molto più “diffidente” invece verso l’ebraismo), di ponte verso l’Europa, di “porta della speranza”, anche per la sua storica umanità, disponibilità a solidarizzare con tutte le minoranze etniche e ad accogliere profughi specie dal Nord Africa e dal vicino Oriente. Almeno questo fino a 15 anni fa, quando la Lega non aveva imposto le sue visioni apocalittiche sui “pericoli etnici”, quando da centro di accoglienza siamo diventati per legge “centro di respingimento”. Nello stesso tempo abbiamo avuto uno stravolgimento della politica di “buon vicinato” e di attenzione verso i diritti umani nei confronti proprio di quelle popolazioni che oggi si ribellano. Gli affari di Berlusconi hanno, in effetti, preso il sopravvento sulla politica diplomatica del nostro paese.

E così il Sultano di Arcore ha stretto amicizia verso i peggiori governanti, quei “vicini di spiaggia e di ombrellone” che potevano arricchire lui e la sua cerchia di “famigli”: sfruttamento delle fonti energetiche, infrastrutture, telecomunicazioni e media, società immobiliari, ecc… Ecco spiegata la diffidenza e lo scherno con cui viene giudicato il regime berlusconiano dalle amministrazioni americane, sia la repubblicana “dell’amico” George W. Bush, sia “dell’abbronzato” Obama, come i dispacci  diplomatici segreti pubblicati a Wikileaks certificano. Il regime autocratico del Sultano di Arcore è certo al tramonto, tanto che anche formalmente il governo italiano ha due presidenti: uno per l’interno, Berlusconi, con il suo carico di conflitti di interessi e le sue battaglie per la sopravvivenza scatenata contro i giudici e i media “nemici”; uno per l’estero, Tremonti, che ovunque vada a rappresentarci nei consessi più importanti, porta una ventata di “ribellismo” contro il sistema bancario internazionale, la speculazione finanziaria e le tassazioni di comodo, che privilegiano solo chi ha capitali da investire in operazioni “mordi e fuggi”.

Questa dicotomia nel modus operandi del governo italiano ha procurato non pochi disastri verso le “cancellerie” alleate e sta pregiudicando il livello di affidabilità del nostro “sistema paese”. Non aiuta, poi, l’assenza di ruolo internazionale nelle tormentate vicende dell’altra sponda, quella afro-araba, del Mediterraneo, i cui sistemi tirannici stanno cadendo o implodendo, lasciando per le strade centinaia di morti.  Anzi, le poche sortite pubbliche di Berlusconi sono solo di apprezzamento dei governanti contestati aspramente dalla piazza: il tunisino Ben Alì, l’egiziano Mubarak, il libico Gheddafi. Meglio per l’imbonitore televisivo mantenere ben saldi i legami con quei regimi dove sono ben oleati i comitati d’affari! Ma quello che succede sull’altra sponda del Mare Nostrum, è stato reso possibile sia dalla caduta di tutte le ideologie (questa volta anche il pernicioso liberismo capitalistico), sia da quello “chef geopolitico” di Obama, che ha tolto i coperchi malmessi sopra i pentoloni ormai sbuffanti di fumo e vapori bollenti, provenienti dai paesi islamici in fibrillazione.

Questa politica di intervento mediatico rapido e senza appelli di Obama può far sperare che, anche in una situazione analoga nel nostro paese, gli Stati Uniti facciano pressioni, affinchè il regime autocratico venga spazzato via da una nuova classe dirigente. Se nei paesi rivieraschi, i sistemi istituzionali sono sempre stati tenuti in piedi dal “protettorato militare”, anche laddove esistevano “democrazie a potere limitato”, in Italia questo ruolo di supplenza lo ha sempre svolto la magistratura: di mantenimento dello statu quo, durante gli anni bui dello stragismo e del terrorismo rosso e nero (allora predominava ancora un vertice giudiziario di provenienza neofascista); dagli anni Ottanta ( con lo scandalo P2) ai Novanta (lotta alla mafia di Falcone e Borsellino, “Mani pulite” del pool di Milano), fino ai nostri giorni con gli scandali sessuali del premier e lo scoprimento delle varie “cricche” affaristiche con protagonisti i suoi “famigli”.

Solo una difesa dei principi fondamentali come quelli sanciti dalla Costituzione repubblicana, le nostre laiche “Tavole delle leggi”, con la discesa in piazza del più vasto schieramento di popolo, potrà sbloccare questo “nodo gordiano” che sta soffocando la democrazia italiana, che sembra in preda ad un incubo senza via d’uscita. E solo con il superamento delle gelosie di appartenenza, della ricerca spasmodica e spesso fratricida di leadership antiberlusconiane, degli schieramenti tra destra e sinistra, oggi si potrà ottenere anche il sostegno fondamentale delle principali cancellerie del mondo, a partire da quella Obama. Poi, una volta terminata la fase del tourbillon iconoclastico, ognuno potrà ritornare a sentirsi di destra o di sinistra, ognuno potrà coltivare le proprie identità ideali e culturali. Poi, sarà salvata la Costituzione, la democrazia, la libertà e la dignità di un paese che ha inventato la giurisprudenza, è stata la culla del Cristianesimo, ha dato i natali ai più grandi geni dell’arte ed ha indicato al mondo intero che un’altra via è possibile per coniugare capitalismo, liberalismo, solidarietà e diritti sociali collettivi.
Stavolta il Vento della libertà non soffia dal Nord, come ai tempi del Risorgimento e della Resistenza,  ma dal caldo Sud desertico, da quella culla della civiltà per secoli oppresso e depresso da califfati, sultani e conflitti di interessi.



http://www.paneacqua.eu/notizia.php?id=17006

Gaza – Speciale InfoPal. Un clima di tensione e di attesa domina nella Striscia di Gaza, che segue in massa, e con apprensione, gli eventi della rivoluzione popolare egiziana.

In questi giorni, proprio sulla scia della rivolta egiziana, le notizie che ci sono giunte dal territorio palestinese assediato parlavano di chiusura ad oltranza del valico di Rafah (al confine con l’Egitto), di blocco delle attività dei tunnel “della sopravvivenza” e della possibilità che Israele rioccupasse il corridoio “Philadelphia“, passaggio tra la Striscia di Gaza e il settore settentrionale della penisola del Sinai.

La corsa per le scorte. Come accade in ogni guerra o invasione che si preveda, anche questa volta i palestinesi della Striscia di Gaza si sono mobilitati privatamente per rifornirsi di beni diprima necessità da utilizzare come scorte.

Ihab ad-Dayyah è uno di questi cittadini di Gaza accorsi al mercato. L’uomo ammette che i prezzi sono ancora sostenibili, tuttavia le previsioni mostrano una tendenza al rialzo, e questo, nonostante i moniti del ministro dell’Economia di Gaza rivolto ai commercianti locali.

Non approfittate della situazione politica“, aveva detto pochi giorni fa il ministro, quando aveva voluto rassicurare la popolazione di Gaza sulla buona capacità delle scorte disponibili sul territorio.

Il monitoraggio del governo contro abusi e monopolio. Il nostro corrispondente ha incontrato Ibrahim Jaber, sottosegretario al ministero dell’Economia di Gaza, il quale ha riconfermato i dati esposti dal suo ministro. “A Gaza disponiamo di scorte alimentari sufficienti per far fronte all’attuale chiusura del valico di Rafah e al fermo dei tunnel al confine con l’Egitto”.

“Il governo ha disposto misure preventive perché non si registrino rincari e ha distribuito su tutto il territorio degli agenti per il monitoraggio e per evitare che si creino situazioni di monopolio, soprattutto nel commercio all’ingrosso”.

“Tutti sono sotto controllo – dai panifici alle stazioni di carburante. Qualora dovessimo incontrare delle irregolarità, i responsabili saranno perseguiti per legge”.

La paura delle minacce israeliane. Oltre a timori di questa natura, i palestinesi di Gaza devono convivere con il terrore di un’offensiva israeliana, probabilità profilata da molti sin dallo scoppio della crisi in Egitto.

E con la solita motivazione di voler impedire il contrabbando di armi dai tunnel, Israele non ha fatto mistero delle proprie capacità di rioccupare il corridoio Philadelphia da un momento all’altro.

Un’occupazione via terra da parte israeliana darebbe un colpo di grazia al già debole transito di studenti, malati e sofferenti che, una tantum, hanno potuto attraversare il valico di Rafah.

“I tunnel, poi, rappresentano quasi un ‘polmone’, e senza dubbio, in un contesto di assedio, sono fonte di sostentamento per la popolazione”, afferma un cittadino per strada.

L’occupazione israeliana del confine Gaza-Egitto. Ai vari scenari che i palestinesi di Gaza si attendono, analisti e commentatori hanno aggiunto un’altra ipotesi: quella di una rioccupazioneisraeliana del confine tra Egitto e Striscia di Gaza.

D’altra parte, Israele ha sempre sostenuto che la sua sicurezza viene prima di tutto e, ora che viene meno la cooperazione della sicurezza egiziana, potrebbe non avere altra scelta all’infuori della rioccupazione fisica del confine nel Sinai settentrionale.

Ibrahim Abrash, docente di Scienze politiche all’Università di Gaza “al-Azhar”, ha spiegato al nostro corrispondente che già nel corso della guerra israeliana contro Gaza (Operazione “Piombo fuso”, 2008-2009), Israele aveva minacciato una rioccupazione del confine qualora l’Egitto non si fosse dimostrato capace di contrastare il contrabbando di armi verso la Striscia di Gaza, “verso Hamas.”

“Quello del contrabbando è una sorta di ‘spaventapasseri’ che Israele piazza al centro del conflitto per giustificare ulteriori restrizioni sulla Striscia di Gaza e per stringere la sua popolazione in un assedio sempre più disumano, con la speranza che tutti i cittadini di Gaza poi si rivoltino contro il Movimento di resistenza islamico, Hamas, che governa il territorio”.

Pur auspicando che la comunità internazionale intervenga per porre fine alle politiche israeliane contro Gaza, Abrash ammette che, una volta sedata la rivolta popolare egiziana, non è da escludere un maggiore accanimento israeliano contro la Striscia di Gaza.

S.O.S. GAZA
Raccolta di fondi per l’ospedale Al Awda di Jabalya
La feroce aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza arriva dopo anni di un embargo internazionale voluto da Israele, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Come conseguenza di questo embargo criminale, le strutture sanitarie e sociali di Gaza erano prossime al collasso già prima dell’ultima offensiva israeliana.In questo momento drammatico, la crisi umanitaria a Gaza è totale, ed è una crisi voluta dallo Stato sionista ed i suoi alleati, perché funzionale alla pulizia etnica, che continua ad essere il vero obiettivo strategico di Tel Aviv. 

Per dare il nostro contributo concreto alla lotta dei Palestinesi di Gaza contro l’annientamento, ci impegniamo in una campagna straordinaria di raccolta fondi, in collaborazione con l’Unione dei Comitati della Sanità di Gaza e l’ospedale Al Awda di Jabalya. Iniziamo ora questa campagna straordinaria per essere in grado di far pervenire i contributi non appena sarà possibile, coordinandoci con i comitati popolari che operano in Egitto, nel Sinai, nelle immediate vicinanze del confine con la Striscia di Gaza.

Abbiamo deciso di raccogliere contributi in denaro perché il materiale sanitario e umanitario di cui c’è bisogno a Gaza è reperibile in Egitto a costi inferiori rispetto a quelli italiani e perché questo consentirà una maggiora puntualità delle scelte, anche in relazione alla somma che riusciremo a raccogliere. Invitiamo dunque i comitati, le associazioni e chiunque voglia contribuire, anche attraverso l’organizzazione di iniziative specifiche, a far pervenire i contributi sul conto corrente postale n. 47209002, intestato a Monti Germano, con la causale S.O.S. Gaza.Il codice IBAN è IT59 C076 0103 2000 0004 7209 002. Si prega di dare comunicazione del versamento alla casella di posta del forum. In questo modo l’elenco dei contributi pervenuti sarà trasparente e verrà aggiornato in tempo reale sui siti www.forumpalestina.org ewww.udap.net.

Forum Palestina – Unione Democratica Arabo-Palestinese

Al 18 gennaio, la sottoscrizione per l’ospedale Al Awda di Jabalya, nella Striscia di Gaza, ha raggiunto i 2.700 euro. Si tratta di un primo risultato, ma bisogna continuare, per poter portare al più presto il massimo di solidarietà ad una struttura sanitaria colpita in maniera criminale dalle truppe di occupazione sioniste. Molti compagni ci hanno segnalato la preparazione di diverse iniziative di sottoscrizione, quali cene sociali, concerti e mostre, nei prossimi giorni, e la Federazione delle Rappresentanze di Base sta verificando la possibilità di destinare un’ora di lavoro al sostegno alle strutture di Gaza. Diamoci da fare.
 


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IL prEsidentE deLl’AssembleA gEnErale deLl’ONU INVITA AL boICOTTAGGIO dEL rEgime israEliANO DELL’APARTHEID… MA IN ITALIA NON SI DEVE SAPERE.

“Sono stupefatto che si continui ad insistere sulla pazienza mentre i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi sono crocifissi. La pazienza è una virtù nella quale io credo. Ma non c’è alcuna virtù nell’essere pazienti con la sofferenza degli altri”.

L’Assemblea generale dell’ONU ha esaminato il 24 e 25 novembre 2008 il rapporto del Segretario generale sulla situazione in Palestina.

Il Presidente dell’Assemblea, Miguel d’Escoto Brockmann (Nicaragua), ha fatto di questo dibattito una questione di principio. Aprendo la seduta, ha dichiarato: « Io invito la comunità internazionale ad alzare la sua voce contro la punizione collettiva della popolazione di Gaza, una politica che non possiamo tollerare. Noi esigiamo la fine delle violazioni di massa dei Diritti dell’uomo e facciamo appello ad Israele, la Potenza occupante, affinché lasci entrare immediatamente gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Questa mattina ho parlato dell’apartheid e di come il comportamento della polizia israeliana nei Territori palestinesi occupati sembri così simile a quello dell’apartheid, ad un’epoca passata, un continente più lontano. Io credo che sia importante che noi, all’ONU, impieghiamo questo termine. Non dobbiamo avere paura di chiamare le cose con il loro nome. Dopotutto, sono le Nazioni Unite che hanno elaborato la Convenzione internazionale contro il crimine dell’apartheid, esplicitando al mondo intero che tali pratiche di discriminazione istituzionale devono essere bandite ogni volta che siano praticate.
Abbiamo ascoltato oggi un rappresentante della società civile sudafricana. Sappiamo che in tutto il mondo organizzazioni della società civile lavorano per difendere i diritti dei Palestinesi e tentano di proteggere la popolazione palestinese che noi, Nazioni Unite, non siamo riusciti a proteggere. Più di 20 anni fa noi, le Nazioni Unite, abbiamo raccolto il testimone della società civile quando abbiamo convenuto che le sanzioni erano necessarie per esercitare una pressione non violenta sul Sud Africa. Oggi, forse, noi, le Nazioni Unite, dobbiamo considerare di seguire l’esempio di una nuova generazione della società civile chef a appello per una analoga campagna di boicottaggio, di disinvestimento e di sanzioni per fare pressione su Israele. Ho assistito a numerose riunioni sui Diritti del popolo palestinese.  Sono stupefatto che si continui ad insistere sulla pazienza mentre i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi sono crocifissi. La pazienza è una virtù nella quale io credo. Ma non c’è alcuna virtù nell’essere pazienti con la sofferenza degli altri. Noi dobbiamo agire con tutto il nostro cuore per mettere fine alle sofferenze del popolo palestinese (…) Tengo ugualmente a ricordare ai miei fratelli e sorelle israeliani che, anche se hanno lo scudo protettore degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, nessun atto di intimidazione cambierà la Risoluzione 181, adottata 61 anni fa, che invita alla creazione di due Stati. Vergognosamente, oggi non c’è uno Stato palestinese che noi possiamo celebrare e questa prospettiva appare più lontana che mai. Qualunque siano le spiegazioni, questo fatto centrale porta derisione all’ONU e nuoce gravemente alla sua immagine ed al suo prestigio. Come possiamo continuare così?».

L’ambasciatore Miguel d’Escoto Brockmann è un sacerdote cattolico, teologo della liberazione e membro del Comitato politico del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN). Personalità morale riconosciuta, è stato eletto per acclamazione, il 4 giugno 2008, Presidente dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

L’Anti-Defamation League (ADL) è stata la prima organizzazione sionista a reagire, chiedendo al Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki Moon, di mettere fine a questo « circo » così come alla « cosiddetta giornata di solidarietà con il popolo palestinese ». Infine, ha denunciato il carattere a suo dire « antisemita » delle proposte del Presidente Miguel d’Escoto Brockmann che essa ritiene ispirate da un secolare antigiudaismo cattolico.

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Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas quale legittimo rappresentante del popolo palestinese.

di Angela Lano (Infopal)

Ho iniziato a occuparmi di Palestina partendo da “sinistra”, negli anni ’80, studentessa di Orientalistica a Torino, e poi dopo, come giornalista. I miei interlocutori palestinesi erano amici del FPLP, sia in Italia sia in Palestina. A loro e al compianto prof. Ascanio Dumontel, intellettuale di sinistra, devo il mio interesse per la Questione Palestinese, oggetto di gran parte dei miei studi universitari e della mia tesi di laurea. Partendo da questa prospettiva, per anni ho “letto” Hamas come mera “reazione” alla corruzione palese della dirigenza di Fatah. Ne percepivo la popolarità nella Striscia di Gaza degli anni ’90 in quanto area depressa e povera. Insomma, era per me un fenomeno populista, e maschilista, da studiare con attenzione. Ma Hamas è qualcosa d’altro. È un movimento patriottico, di sostegno concreto, economico, politico, sanitario, morale al popolo palestinese oppresso e impoverito da embarghi, assedi, Muro, bantustan, e aggressioni. Una formazione politica che ha abbracciato il pragmatismo, che si è lasciata alle spalle la terribile, e discutibile, stagione degli attentati kamikaze (peraltro, organizzati da TUTTE le fazioni palestinesi, anche da quelle “laiche”), e imboccato la via del governo. Dall’altra parte, da anni, c’è un’ANP guidata da una leadership di Fatah corrotta, collaborazionista, anti-patriottica. Per tutte queste cose insieme, il Movimento di Resistenza islamica, il 25 gennaio del 2006, ha vinto forse le prime elezioni democratiche della regione, controllate da Osservatori internazionali. Pardon, le ha stravinte. Votato da musulmani, da cristiani – preti e suore comprese – entusiasti, atei, comunisti. Le elezioni erano  state incoraggiate da Europa e Stati Uniti, arrogantemente certi che avrebbe vinto Fatah. Gli osservatori hanno impedito eventuali brogli e la vittoria è toccata all’innominabile Hamas. Da lì, è nata la tragedia nella tragedia: il disumano embargo internazionale, economico e politico. Parallelamente, gli Usa hanno incrementato il loro sostegno a Fatah, attraverso ingenti finanziamenti, armi, addestramenti in campi allestiti dalla Cia. Come avvenne durante i famigerati regimi dittatoriali latino-americani degli anni ’70-’80, leader locali corrotti si sono dimostrati pronti, e senza tanti scrupoli, a svendere il proprio popolo e la propria terra in cambio di capitali, potere, legittimità che altrimenti non avrebbero posseduto. Squadroni della Morte, in stile salvadoregno, addestrati a uccidere e a terrorizzare, hanno iniziato a scorrazzare per la Striscia di Gaza fino alla “presa di potere” (perché, poi, usiamo questa espressione, visto che il potere ce l’aveva già avendo vinto le elezioni?) di Hamas, a giugno dell’anno scorso, e l’espulsione della frangia golpista di Fatah. Ecco allora che il mondo, a destra e a sinistra, ha gridato al “colpo di Stato”, dimenticando volontariamente, e in malafede, l’esito elettorale dell’anno precedente. A destra e a sinistra, in Italia, Hamas è considerata un’organizzazione terroristica. Nella migliore delle ipotesi, un movimento di pericolosi fondamentalisti, scellerati, misogeni, violenti e invasati. Una vera minaccia ai “valori secolari e democratici”…Ma non illudiamoci di essere in grado di pensare queste cose con le nostre illustri teste, l’imbeccata viene sempre dalle solite fonti: gli Usa e Israele, ovviamente. Per loro, il Movimento di Resistenza islamica NON deve essere riconosciuto in quanto unico vero ANTAGONISTA al progetto sionista di totale occupazione della Palestina, di pulizia etnica, di crimini di guerra rimasti impuniti. Il disegno è chiaro, ma c’è ancora chi crede, o fa finta di credere, per comodità, ignoranza, potere, carriera e altro, allo “scontro di civiltà”, alla “guerra globale contro il terrorismo islamico”, e, in nome della “democrazia” in stile Grande Fratello orwelliano, accetta le vergognose e dittatoriali black-lists made in Usa. Black-list in cui Hamas è stato inserito, a tutto vantaggio di Israele, appunto… Ma torniamo all’arena politica palestinese. Dall’anno scorso, e su base giornaliera, le forze dell’ANP in Cisgiordania aggrediscono, rapiscono e torturano membri o simpatizzanti di Hamas – intellettuali, professionisti, imam, studenti -, nel silenzio mondiale della maggior parte dei “sostenitori di sinistra” della Palestina. Sono forze di un’Autorità che collabora con l’occupante, che coordina la “sicurezza”, ma che, in realtà, perseguita la resistenza. Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas. Perché è il movimento che ha vinto democratiche e trasparenti elezioni, volute, incoraggiate, monitorate dall’Occidente. Perché la resistenza dei popoli oppressi è riconosciuta dalle leggi internazionali. Perché Hamas è un movimento di resistenza patriottica. Perché difende le istanze e i principi che un tempo erano retaggio dell’Olp, tra cui il “diritto al ritorno”. Perché attraverso una fitta rete di associazioni e organizzazioni (molte delle quali attaccate e chiuse dalle forze israeliani e dell’ANP) “dà da mangiare agli affamati” e non si costruisce i palazzi con i soldi destinati agli indigenti. Perché i suoi leader, a Gaza, conducono una vita onesta e frugale, lontano dagli sfarzi di altri capi, a Ramallah, rinchiusi in ville di holliwoodiana memoria. Il premier eletto, e dunque legittimo, Ismail Haniyah, abita ancora in un campo profughi, in mezzo alla sua gente. Perché ha leader carismatici, come Haniyah e Mesha’al, mentre dall’altra parte c’è l’insignificante Abu Mazen, pronto a “dialogare” con un Israele che vuole solo espandersi ai danni di ciò che resta della Palestina, che erige un Muro della Vergogna alto 8 metri e lungo 700 km, che ha ridotto i T.O. in tanti bantustan, ottenendo un’impotente condanna del Tribunale internazionale dell’Aja, che uccide civili, che usa armi di distruzione di massa e a micro-onde (contro Libano e Striscia di Gaza, nell’estate del 2006). Sulla Via di Damasco. I dubbi che, come persona, e donna, di “sinistra”, ancora potevo serbare, sono stati fugati dalla recente partecipazione, come membro della delegazione italiana, al Congresso arabo-internazionale sul Diritto al Ritorno, svoltosi dal 23 al 24 novembre a Damasco. La sera del 23 la nostra delegazione, insieme a quella parlamentare greca e britannica, ha incontrato l’Ufficio politico di Hamas al completo. È inutile nascondere l’ottima impressione personale che il gruppo ha dato a me e a tutti gli altri ospiti. Un’impressione di levatura intellettuale, morale, umana, di cordialità e rispetto al di là delle differenze culturali, religiose, di genere, ecc. Dunque, ci siamo trovati di fronte ai “terroristi”, secondo la dizione israelo-americana avallata dalla succube Europa, di Hamas, Khaled Mesha’al in testa, che, con toni pacati e con argomenti condivisibili e razionali, ci hanno spiegato la loro linea politica e di lotta contro una delle più feroci occupazioni militari contemporanee. Mesha’al ci ha ricordato che, pur essendo nato in Palestina, non vi può far ritorno, come milioni di altri palestinesi in diaspora. Ha sottolineato che il problema “non è con gli ebrei o con l’ebraismo, ma con l’occupazione israeliana” e che ognuno “è libero di professare liberamente la propria fede”.  Ha evidenziato come, pur avendo vinto regolari e democratiche elezioni, Hamas non abbia sedi diplomatiche in Occidente e ha chiesto all’energica e coraggiosa baronessa Jennifer Tonge di esercitare pressioni affinché il movimento, e il governo, siano riconosciuti ufficialmente. È questa, infatti, la grande sfida che l’Europa, antica patria storica del Diritto, deve lanciare a Israele e agli Usa: dimostrare concretamente, al di là dei proclami di principio sulla presunta “democrazia da esportazione” (nuovo volto e nuova semantica delle guerre di rapina e conquista), che sa essere giusta e civile. Che sa riconoscere la legittimità e la legalità che propaganda dai megafoni istituzionali dei governi e dell’Europarlamento. Che sa accettare l’esito elettorale dei Paesi del “Sud” del mondo, anche quando non combacia con le sue aspettative e previsioni. Che sa sdoganarsi dal giogo pesante delle scelte di politica estera statunitense e sa prendere le distanze dai crimini commessi da 60 anni a questa parte dallo stato amico israeliano. Domande retoriche. Perché noi ci ostiniamo a dialogare con questa forza, l’ANP di Ramallah, la cui dirigenza non è stata eletta, il cui premier, Salaam Fayyad, non è stato scelto dal popolo? Perché i nostri leader europei fanno loro visita, ma non accettano di essere ricevuti dal governo legittimo di Ismail Haniyah?  Perché non si battono per la liberazione dei loro colleghi palestinesi rinchiusi da tre anni, senza imputazione alcuna, nelle carceri di Israele? Sono domande che si pongono i cittadini comuni che hanno la fortuna e il privilegio di non informarsi attraverso i nostri sempre più illegibili e inguardabili quotidiani e tv – sguaiatamente di parte. Se lo chiedono uomini e donne onesti che hanno a cuore la Giustizia e la verità. Il buon esempio dovrebbe darlo la cosiddetta “sinistra” (lasciamo stare quella, ormai perduta, “per Israele”), alleata, a suo dire, dei popoli oppressi della Terra, mettendo da parte quell’aria di insopportabile snobismo politico che la porta ad accettare tutto ciò che sia solo e squisitamente “laico”. Che vi/ci piaccia o meno, Hamas è uno dei movimenti di resistenza più amato dai palestinesi. Forse uno dei pochi rimasti di autentica “resistenza” politica contro l’occupazione. La sinistra, in Italia, ha perso anche su questo fronte: non ha avuto il coraggio di prendere posizioni nette contro i crimini israeliani. Ha nicchiato, tergiversato, accennato e ritrattato, indugiato alla Don Abbondio dei nostri tempi. Ed è stata mandata a stendere dal suo elettorato. Giustamente. Anche su questo. Basta leggere i suoi quotidiani, per rendersi conto della débâcle: non sembrano più di sinistra, ma emanazione degli stessi padroni, delle stesse lobbies degli altri… L’orrido termine di “Hamastan” (territorio dominato da Hamas) è usato anche da loro, quale inno all’ignoranza e all’incapacità di capire dinamiche, percorsi e nuovi scenari. L’incapacità di leggere il presente e immaginare il futuro. Di cambiare, di modificare pensieri e visioni. Di crescere. Di testimoniare e accogliere realtà altre…In nome della democrazia e del diritto internazionale tanto propagandati, l’Europa e i suoi leader riconoscano Hamas quale legittimo rappresentante del popolo oppresso di Palestina. Abbiano il coraggio di riconoscerlo ufficialmente e cancellino quel nome dalla black-list imposta loro da Israele e dagli Stati Uniti d’America. Per coerenza, contro l’ipocrisia imperante.

 

Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas quale legittimo rappresentante del popolo palestinese.

di Angela Lano (Infopal)

Ho iniziato a occuparmi di Palestina partendo da “sinistra”, negli anni ’80, studentessa di Orientalistica a Torino, e poi dopo, come giornalista. I miei interlocutori palestinesi erano amici del FPLP, sia in Italia sia in Palestina. A loro e al compianto prof. Ascanio Dumontel, intellettuale di sinistra, devo il mio interesse per la Questione Palestinese, oggetto di gran parte dei miei studi universitari e della mia tesi di laurea. Partendo da questa prospettiva, per anni ho “letto” Hamas come mera “reazione” alla corruzione palese della dirigenza di Fatah. Ne percepivo la popolarità nella Striscia di Gaza degli anni ’90 in quanto area depressa e povera. Insomma, era per me un fenomeno populista, e maschilista, da studiare con attenzione. Ma Hamas è qualcosa d’altro. È un movimento patriottico, di sostegno concreto, economico, politico, sanitario, morale al popolo palestinese oppresso e impoverito da embarghi, assedi, Muro, bantustan, e aggressioni. Una formazione politica che ha abbracciato il pragmatismo, che si è lasciata alle spalle la terribile, e discutibile, stagione degli attentati kamikaze (peraltro, organizzati da TUTTE le fazioni palestinesi, anche da quelle “laiche”), e imboccato la via del governo. Dall’altra parte, da anni, c’è un’ANP guidata da una leadership di Fatah corrotta, collaborazionista, anti-patriottica. Per tutte queste cose insieme, il Movimento di Resistenza islamica, il 25 gennaio del 2006, ha vinto forse le prime elezioni democratiche della regione, controllate da Osservatori internazionali. Pardon, le ha stravinte. Votato da musulmani, da cristiani – preti e suore comprese – entusiasti, atei, comunisti. Le elezioni erano  state incoraggiate da Europa e Stati Uniti, arrogantemente certi che avrebbe vinto Fatah. Gli osservatori hanno impedito eventuali brogli e la vittoria è toccata all’innominabile Hamas. Da lì, è nata la tragedia nella tragedia: il disumano embargo internazionale, economico e politico. Parallelamente, gli Usa hanno incrementato il loro sostegno a Fatah, attraverso ingenti finanziamenti, armi, addestramenti in campi allestiti dalla Cia. Come avvenne durante i famigerati regimi dittatoriali latino-americani degli anni ’70-’80, leader locali corrotti si sono dimostrati pronti, e senza tanti scrupoli, a svendere il proprio popolo e la propria terra in cambio di capitali, potere, legittimità che altrimenti non avrebbero posseduto. Squadroni della Morte, in stile salvadoregno, addestrati a uccidere e a terrorizzare, hanno iniziato a scorrazzare per la Striscia di Gaza fino alla “presa di potere” (perché, poi, usiamo questa espressione, visto che il potere ce l’aveva già avendo vinto le elezioni?) di Hamas, a giugno dell’anno scorso, e l’espulsione della frangia golpista di Fatah. Ecco allora che il mondo, a destra e a sinistra, ha gridato al “colpo di Stato”, dimenticando volontariamente, e in malafede, l’esito elettorale dell’anno precedente. A destra e a sinistra, in Italia, Hamas è considerata un’organizzazione terroristica. Nella migliore delle ipotesi, un movimento di pericolosi fondamentalisti, scellerati, misogeni, violenti e invasati. Una vera minaccia ai “valori secolari e democratici”…Ma non illudiamoci di essere in grado di pensare queste cose con le nostre illustri teste, l’imbeccata viene sempre dalle solite fonti: gli Usa e Israele, ovviamente. Per loro, il Movimento di Resistenza islamica NON deve essere riconosciuto in quanto unico vero ANTAGONISTA al progetto sionista di totale occupazione della Palestina, di pulizia etnica, di crimini di guerra rimasti impuniti. Il disegno è chiaro, ma c’è ancora chi crede, o fa finta di credere, per comodità, ignoranza, potere, carriera e altro, allo “scontro di civiltà”, alla “guerra globale contro il terrorismo islamico”, e, in nome della “democrazia” in stile Grande Fratello orwelliano, accetta le vergognose e dittatoriali black-lists made in Usa. Black-list in cui Hamas è stato inserito, a tutto vantaggio di Israele, appunto… Ma torniamo all’arena politica palestinese. Dall’anno scorso, e su base giornaliera, le forze dell’ANP in Cisgiordania aggrediscono, rapiscono e torturano membri o simpatizzanti di Hamas – intellettuali, professionisti, imam, studenti -, nel silenzio mondiale della maggior parte dei “sostenitori di sinistra” della Palestina. Sono forze di un’Autorità che collabora con l’occupante, che coordina la “sicurezza”, ma che, in realtà, perseguita la resistenza. Perché è necessario che l’Europa riconosca Hamas. Perché è il movimento che ha vinto democratiche e trasparenti elezioni, volute, incoraggiate, monitorate dall’Occidente. Perché la resistenza dei popoli oppressi è riconosciuta dalle leggi internazionali. Perché Hamas è un movimento di resistenza patriottica. Perché difende le istanze e i principi che un tempo erano retaggio dell’Olp, tra cui il “diritto al ritorno”. Perché attraverso una fitta rete di associazioni e organizzazioni (molte delle quali attaccate e chiuse dalle forze israeliani e dell’ANP) “dà da mangiare agli affamati” e non si costruisce i palazzi con i soldi destinati agli indigenti. Perché i suoi leader, a Gaza, conducono una vita onesta e frugale, lontano dagli sfarzi di altri capi, a Ramallah, rinchiusi in ville di holliwoodiana memoria. Il premier eletto, e dunque legittimo, Ismail Haniyah, abita ancora in un campo profughi, in mezzo alla sua gente. Perché ha leader carismatici, come Haniyah e Mesha’al, mentre dall’altra parte c’è l’insignificante Abu Mazen, pronto a “dialogare” con un Israele che vuole solo espandersi ai danni di ciò che resta della Palestina, che erige un Muro della Vergogna alto 8 metri e lungo 700 km, che ha ridotto i T.O. in tanti bantustan, ottenendo un’impotente condanna del Tribunale internazionale dell’Aja, che uccide civili, che usa armi di distruzione di massa e a micro-onde (contro Libano e Striscia di Gaza, nell’estate del 2006). Sulla Via di Damasco. I dubbi che, come persona, e donna, di “sinistra”, ancora potevo serbare, sono stati fugati dalla recente partecipazione, come membro della delegazione italiana, al Congresso arabo-internazionale sul Diritto al Ritorno, svoltosi dal 23 al 24 novembre a Damasco. La sera del 23 la nostra delegazione, insieme a quella parlamentare greca e britannica, ha incontrato l’Ufficio politico di Hamas al completo. È inutile nascondere l’ottima impressione personale che il gruppo ha dato a me e a tutti gli altri ospiti. Un’impressione di levatura intellettuale, morale, umana, di cordialità e rispetto al di là delle differenze culturali, religiose, di genere, ecc. Dunque, ci siamo trovati di fronte ai “terroristi”, secondo la dizione israelo-americana avallata dalla succube Europa, di Hamas, Khaled Mesha’al in testa, che, con toni pacati e con argomenti condivisibili e razionali, ci hanno spiegato la loro linea politica e di lotta contro una delle più feroci occupazioni militari contemporanee. Mesha’al ci ha ricordato che, pur essendo nato in Palestina, non vi può far ritorno, come milioni di altri palestinesi in diaspora. Ha sottolineato che il problema “non è con gli ebrei o con l’ebraismo, ma con l’occupazione israeliana” e che ognuno “è libero di professare liberamente la propria fede”.  Ha evidenziato come, pur avendo vinto regolari e democratiche elezioni, Hamas non abbia sedi diplomatiche in Occidente e ha chiesto all’energica e coraggiosa baronessa Jennifer Tonge di esercitare pressioni affinché il movimento, e il governo, siano riconosciuti ufficialmente. È questa, infatti, la grande sfida che l’Europa, antica patria storica del Diritto, deve lanciare a Israele e agli Usa: dimostrare concretamente, al di là dei proclami di principio sulla presunta “democrazia da esportazione” (nuovo volto e nuova semantica delle guerre di rapina e conquista), che sa essere giusta e civile. Che sa riconoscere la legittimità e la legalità che propaganda dai megafoni istituzionali dei governi e dell’Europarlamento. Che sa accettare l’esito elettorale dei Paesi del “Sud” del mondo, anche quando non combacia con le sue aspettative e previsioni. Che sa sdoganarsi dal giogo pesante delle scelte di politica estera statunitense e sa prendere le distanze dai crimini commessi da 60 anni a questa parte dallo stato amico israeliano. Domande retoriche. Perché noi ci ostiniamo a dialogare con questa forza, l’ANP di Ramallah, la cui dirigenza non è stata eletta, il cui premier, Salaam Fayyad, non è stato scelto dal popolo? Perché i nostri leader europei fanno loro visita, ma non accettano di essere ricevuti dal governo legittimo di Ismail Haniyah?  Perché non si battono per la liberazione dei loro colleghi palestinesi rinchiusi da tre anni, senza imputazione alcuna, nelle carceri di Israele? Sono domande che si pongono i cittadini comuni che hanno la fortuna e il privilegio di non informarsi attraverso i nostri sempre più illegibili e inguardabili quotidiani e tv – sguaiatamente di parte. Se lo chiedono uomini e donne onesti che hanno a cuore la Giustizia e la verità. Il buon esempio dovrebbe darlo la cosiddetta “sinistra” (lasciamo stare quella, ormai perduta, “per Israele”), alleata, a suo dire, dei popoli oppressi della Terra, mettendo da parte quell’aria di insopportabile snobismo politico che la porta ad accettare tutto ciò che sia solo e squisitamente “laico”. Che vi/ci piaccia o meno, Hamas è uno dei movimenti di resistenza più amato dai palestinesi. Forse uno dei pochi rimasti di autentica “resistenza” politica contro l’occupazione. La sinistra, in Italia, ha perso anche su questo fronte: non ha avuto il coraggio di prendere posizioni nette contro i crimini israeliani. Ha nicchiato, tergiversato, accennato e ritrattato, indugiato alla Don Abbondio dei nostri tempi. Ed è stata mandata a stendere dal suo elettorato. Giustamente. Anche su questo. Basta leggere i suoi quotidiani, per rendersi conto della débâcle: non sembrano più di sinistra, ma emanazione degli stessi padroni, delle stesse lobbies degli altri… L’orrido termine di “Hamastan” (territorio dominato da Hamas) è usato anche da loro, quale inno all’ignoranza e all’incapacità di capire dinamiche, percorsi e nuovi scenari. L’incapacità di leggere il presente e immaginare il futuro. Di cambiare, di modificare pensieri e visioni. Di crescere. Di testimoniare e accogliere realtà altre…In nome della democrazia e del diritto internazionale tanto propagandati, l’Europa e i suoi leader riconoscano Hamas quale legittimo rappresentante del popolo oppresso di Palestina. Abbiano il coraggio di riconoscerlo ufficialmente e cancellino quel nome dalla black-list imposta loro da Israele e dagli Stati Uniti d’America. Per coerenza, contro l’ipocrisia imperante.

 

Valutazioni sulla manifestazione di sabato e indicazioni per il futuro

Con la manifestazione di sabato 29 novembre abbiamo concluso la campagna “2008 anno della Palestina”che avevamo aperto esattamente un anno fa esponendo una grande bandiera palestinese su via dei Fori Imperiali e al Colosseo.

L’obiettivo della Campagna, è stato quello di impedire che il 2008 vedesse solo le celebrazioni della nascita dello Stato di Israele omettendo completamente la Nakba palestinese e la pulizia etnica del ’48. Lo abbiamo fatto attraverso decine di assemblee in ventuno città grandi e piccole, attraverso la presentazione di libri sulla situazione palestinese, attraverso la campagna di boicottaggio dell’operazione “Fiera del Libro con Israele ospite d’onore” a Torino, lo abbiamo fatto attraverso tre delegazioni inviate una a Gaza (bloccata alla frontiera dalle autorità egiziane) e due nei campi profughi palestinesi in Libano, lo abbiamo fatto con due manifestazioni nazionali: una a maggio a Torino e l’altra sabato scorso a Roma.

a) La nostra valutazione sulla manifestazione di sabato 29 novembre è decisamente positiva sia per la partecipazione – le cinquemila persone in piazza c’erano veramente – che per la capacità di comunicazione messa in campo dal corteo. Se all’inizio del concentramento – come al solito – compagne e compagni rivelano sempre pessimismo (e ormai ne dovrebbero essere guariti) è stato evidente a tutti come a mano a mano che il corteo sfilava si sia ingrossato e arricchito.

La scelta di far aprire il corteo da una grande chiave a simboleggiare il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, il tintinnio di centinaia di chiavi durante il corteo, hanno spiegato e incuriosito molte persone che assistevano alla manifestazione. L’aver inaugurato Piazza Yasser Arafat con una targa in una piazza centrale di Roma;  il saluto fortemente sentito del presidente dei partigiani del Lazio, Rendina, al corteo (che gli è costata preliminarmente una dura discussione con gli ex combattenti della Brigata Ebraica);  il saluto di una compagna di Euskadi;  lo striscione calato dai ragazzi di Sport sotto l’assedio al passaggio del corteo;  l’aver megafonato durante tutto il corteo spiegando motivazioni e obiettivi della manifestazione ed infine gli interventi dal palco di due palestinesi provenienti da realtà significative come Gaza e Chatila – a parte la pioggia – sono tutti elementi che hanno consentito una buon risultato della manifestazione sotto molti aspetti.

b) Non possiamo sottovalutare l’assenza di settori di movimento (collettivi universitari, centri sociali) né che l’aumento delle adesioni e delle forze che – diversamente dagli anni scorsi – hanno aderito alla manifestazione non abbia prodotto molto sul piano della partecipazione numerica. Sono tutti elementi che dovremo discutere e del quale tener conto, ma che non potranno mai diventare degli alibi per cessare l’attività e le iniziative messe in campo questi anni. Se fossimo stati subordinati a questi parametri non avremmo mai fatto tutto il lavoro fatto dall’ottobre del 2001 a oggi.

c) E’ sempre bene ricordare che è assai diverso l’impatto di una manifestazione vista dall’Italia (e dagli articoli di merda dei suoi giornali) e vista dall’altra parte del Mediterraneo . Per la gente assediata a Gaza o nei campi profughi in Libano, per chi sta difendendo le sue case e i suoi ulivi in Cisgiordania, o per gli attivisti in tutto il Medio Oriente, vedere che nella capitale dello stato che ha come presidente della repubblica Napolitano c’è stata una manifestazione di migliaia di persone che dicevano cose completamente diverse su Israele e i diritti dei palestinesi, è estremamente importante.
Le immagini televisive e le foto della manifestazione di sabato stanno girando nelle televisioni e nei blog di tutto il mondo palestinese e  in Medio Oriente. Sono iniziative che rendono la solidarietà un fatto concreto e dinamico e che aiutano a resistere chi sta in prima fila.

d) Nelle due riunioni nazionali di ottobre (Roma) e di novembre (Firenze) ci si era detti molto chiaramente che la manifestazione del 29 novembre non poteva che essere uno sforzo della soggettività a fronte del completo silenzio, disinteresse e rimozione della lotta del popolo palestinese nel sistema dei mass media e nell’agenda politica anche della sinistra italiana. Infine, nessuno dovrebbe trascurare il dettaglio che ha visto l’intero establishment italiano – da Confindustria alle banche, dal Presidente della Repubblica al governo, fino a scrittori e artisti – andare in massa in Israele a celebrare una alleanza politica, economica, militare e culturale con uno stato colonialista e – pertanto – simile ed integrato a quelli europei e agli USA. L’iniziativa di solidarietà con il popolo palestinese in Italia ha dunque davanti un quadro politico e un blocco di potere interamente schierato – e senza grandi contraddizioni – a sostegno di Israele e contro i palestinesi se non nella dimensione di “problema umanitario” ma negandone ogni dimensione politica. La nostra  forza non potrà che essere fondata sulla realtà dei fatti e sul rapporto con la società, con i settori sociali che possiamo e dobbiamo raggiungere sul piano dell’informazione e della comunicazione sociale. Da questo punto di vista i limiti sono solo quelli che ci mettiamo da noi stessi.

e) Pensiamo di organizzare una riunione ai primi di febbraio per impostare il lavoro del prossimo anno sugli obiettivi in larga parte indicati alla conclusione della manifestazione:

–         Sviluppo del dibattito intorno al tema dello Stato unico per palestinesi e israeliani

–         Centralità della questione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi dentro qualsiasi ipotesi di negoziato credibile

–         Progetto di una casa per la memoria storica del popolo palestinese che ricostruisca e documenti la verità storica dai  primi del Novecento a oggi.

–         Messa in campo di una campagna di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro lo stato di apartheid israeliano in sintonia con quello che agisce nel resto d’Europa. Ai primi di aprile tra l’altro c’è la conferenza dell’ONU sul razzismo a Ginevra (Durban II). Sul sito del forum troverete il documento che varie organizzazioni palestinesi presenteranno a questa conferenza.  Il Forum Palestina

Invitiamo tutti coloro che vogliono intervenire con proprie  valutazioni a scrivere a :

forumpalestina@libero.it  e/o tastorosso@gmail.com

<!– By | –>La vittoria riportata alle elezioni regionali dalle liste che appoggiano il presidente venezuelano Hugo Chavez confermano alcune importanti cose. Innanzitutto, che – a dispetto di tutti gli osservatori internazionali che si aspettavano un crollo dei suoi consensi – la popolarità di Chavez è salda e stabile, nel suo paese, anche se in alcune realtà l’opposizione riscuote successi. Poi, che il presidente Chavez è un vero democratico, a dispetto di tutti quelli che lo dipingono – anche da noi in Italia – in modo caricaturale e che la sua esperienza di governo è, insieme, profondamente avanzata sul piano democratico e originale sul piano dell’affermazione di ideali rivoluzionari. Insomma, chi si aspettava per l’ennesima volta il “crollo” di Chavez, è rimasto deluso. Noi del Prc, invece, siamo contenti.

Palestina

Congresso arabo-internazionale sul diritto al ritorno

(Infopal) Damasco 24 novembre 2008

Da Damasco, Angela Lano. Infopal. Si è aperto ieri presso l’Umayyad Palace di Damasco, in Siria, il “Congresso arabo-internazionale sul Diritto al Ritorno”. I lavori sono stati aperti dalle relazioni degli organizzatori della conferenza e da leader e personaggi arabi e internazionali di spicco: Talal Naji, assistente – Segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – FPLP-CG, ‘Azmi Bishara, Faruq Qaddoumi, il capo dell’Ufficio politico di Hamas, Khaled Mesha’al, monsignor Capucci e molti altri ancora. Migliaia di persone provenienti da molti paesi arabi e islamici e dall’Occidente affollano le sale dell’Umayyad Palace per la due giorni dedicata al diritto al ritorno in Palestina dei profughi sparsi in tutto il mondo. Al termine, verrà rilasciata la “Dichiarazione di Damasco per il Diritto al Ritorno”. Il Congresso è parte delle celebrazioni commemorative per il 60° anniversario della Nakba, la Catastrofe che colpì il popolo palestinese nel 1948, con l’usurpazione delle terre, dei villaggi, delle città, delle proprietà da parte delle bande terroriste sioniste, e la conseguente creazione dello stato israeliano; nello stesso tempo, viene ricordata la risoluzione Onu n. 194 del 1948, che sancisce il diritto al Ritorno e alle compensazioni per i rifugiati palestinesi. Talal Naji, che presiede il Congresso, ha affermato che la “Palestina è afflitta da un’invasione coloniale, razzista che ha sottratto la sua terra e ha trasformato i suoi abitanti in rifugiati”. E ha sottolineato che i tentativi di spazzar via il diritto al ritorno sono stati sempre rifiutati dal popolo palestinese e che “la difesa di tale diritto è un dovere che dovrebbe essere incluso in ogni programma nazionale”. L’Ufficio politico di Hamas. Il discorso del leader del movimento di resistenza islamica, Khaled Meshaal, è stato accolto con molta partecipazione e interesse. Egli ha condannato la “inspiegabile indifferenza” araba e internazionale alla sofferenza dei cittadini di Gaza, definendone la tragedia una “grande vergogna per la Ummah araba”. Meshaal ha criticato la posizione del governo egiziano, che continua a tenere chiuso il valico di Rafah nonostante la catastrofe in cui si trova la popolazione della Striscia: “Non lasciate il mare ai sostenitori stranieri. Tutti gli stati arabi possono mandare navi a Gaza”, ha affermato, nel tentativo di scuotere l’orgoglio e il nazionalismo arabo. Negoziati inutili e pericolosi. Il capo politico di Hamas ha poi definito “inutili e infruttuosi” i negoziati tra l’ANP di Mahmoud Abbas e Israele, sottolineando che il suo movimento li condanna fermamente, anche perché avvengono “in mezzo alle divisioni politiche interne palestinesi”, che, dichiarerà poi in serata, durante una conferenza stampa con le delegazioni italiana, greca e britannica, “sono volute dagli Stati Uniti” che premono in tal senso sull’Autorità nazionale di Ramallah. “Per ciò che ci riguarda i colloqui palestino-israeliani – ha aggiunto – noi riteniamo che il negoziatore palestinese non è adatto e non è autorizzato a portarli avanti. Perché i negoziati si sono fermati cinque anni fa durante la presidenza di Yasser Arafat? E Perché sono rimasti congelati dopo che Hamas ha vinto le elezioni e sono iniziati solo dopo le divisioni politiche nell’arena palestinese? E’ chiaro che le divisioni politiche hanno l’obiettivo di coprire i negoziati e di dare ai negoziatori palestinesi mano libera per scendere a compromessi sui principi inalienabili palestinesi”. Dialogo nazionale. Meshaal ha spiegato che il suo movimento ha accolto con favore i tentativi egiziani di risanare la frattura tra Hamas e Fatah, ma ha aggiunto che essi sono falliti poiché “gli altri partiti non hanno mostrato interesse al dialogo”: “Essi volevano che Hamas criminalizzasse la resistenza, volevano imporre le condizioni del Quartetto”. Il leader di Hamas ha spiegato che “il problema non è con Fatah in generale, ma con una certa tendenza all’interno di una corrente di Fatah che ha cancellato la resistenza dalla carta dell’Olp e ha accettato di cedere Gerusalemme e altre terre palestinesi”. Rifiuto di compensazioni e naturalizzazioni, diritto al Ritorno. Meshaal ha spiegato poi che né Hamas né i rifugiati palestinesi intendono accettare compensazioni economiche o naturalizzazioni nei paesi ospiti come soluzione al problema dei Rifugiati, e ha aggiunto che “la resistenza è un diritto del popolo palestinese fino a quando non sarà posta fine all’occupazione” e che quello al ritorno è “un diritto inalienabile per qualsiasi palestinese espulso dalla propria terra”. Appello ai leader arabi. Meshaal si è poi rivolto ai leader e ai paesi arabi chiedendo loro di “aver compassione del popolo palestinese, garantendogli una vita onorevole e non costringendolo a cercare ospitalità in paesi stranieri. Il mondo arabo non è stato in grado di accogliere qualche centinaia di profughi palestinesi che sono fuggiti dall’Iraq distrutto dalla guerra e che hanno dovuto cercare rifugio in paesi scandinavi o in Sudamerica dopo che quelli arabi avevano chiuso loro le porte in faccia?”. Obama, il nuovo che nasce? Meshaal ha infine espresso dubbi sulla possibilità che il nuovo presidente Usa, Barack Obama, apporti cambiamenti nelle relazioni con il mondo arabo e nella gestione americana della Questione israelo-palestinese. Incontro tra l’Ufficio politico di Hamas e tre delegazioni europee. In serata si è svolto un cordiale incontro a porte chiuse tra le delegazioni di Gran Bretagna (guidata da Lord Nazir Ahmed e dalla Baronessa Jennifer Louise Tonge), Grecia e Italia (guidata dall’ex senatore Fernando Rossi), con dichiarazioni di sostegno alla causa palestinese, riconoscimento del ruolo di Hamas come legittimo rappresentante, democraticamente eletto, del popolo palestinese, della forte difficoltà nel veicolare informazioni corrette e veritiere sul conflitto tra il super-armato Israele e i palestinesi, sulla drammatica situazione nella Striscia di Gaza e sulle divisioni interne palestinesi alimentate dagli Stati Uniti. Il discorso della parlamentare britannica, la baronessa Jennifer Tonge, è stato “molto forte”: una denuncia dei meccanismi perversi della comunicazione mediatico-politica del conflitto, che vedono Israele come paese “vittima” del “terrorismo palestinese” e non viceversa, e il riconoscimento di Hamas quale rappresentante palestinese con cui dialogare. La Tonge ha sottolineato la necessità per l’Europa di relazionarsi a “tutte le parti palestinesi e non solo a una”. L’italiano Fernando Rossi, ex parlamentare e attuale coordinatore nazionale del PBC, ha definito il movimento di resistenza islamica “il legittimo rappresentante del popolo palestinese, in quanto partito eletto durante elezioni democratiche” e ha evidenziato l’importanza per le nazioni europee e la UE di esercitare pressioni su Israele al fine di sollevare l’ingiusto assedio alla Striscia di Gaza. Sia Rossi sia Tonge e lord Ahmed Nazir, hanno preso parte all’ultimo viaggio della nave Dignity, del Free Gaza mov., giunta a Gaza l’8 novembre scorso.

Pace in Medioriente

Per uno stato palestinese, adesso!

Venerdì 28 novembre 2008

Presso l’associazione bocciofila via Cisternense

Campoleone – Lanuvio

Ore 19,00

Dibattito

Kasem Al Aina, coord. Ong palestinesi in Libano

Giovannino Sanna, segretario Fed. Pdci Castelli

Sergio Cararo, Forum Palestina

Stefania Limiti, Comit. per non dimenticare Sabra e Chatila

Fabio Nobile, segreteria nazionale

Maurizio Musolino, responsabile Medioriente  Pdci

Ore 20,00

Cena di solidarietà

Per prenotazioni rivolgersi a Serafino Bossoletti 06.9390676

 

Palestina

palestinabandiera26Giorgio NapolitanoAppello al boicottaggio delle aziende italiane che andranno in Israele con Napolitano
Alla vigilia della visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano insieme ad una ampia delegazione di imprenditori italiani in Israele (26 e 27 novembre) il Forum Palestina lancia l’appello al boicottaggio delle “aziende italiane che scelgono di rendersi complici dell’economia di guerra israeliana”. Nel momento in cui le autorità israeliane continuano a strangolare un milione e ottocentomila palestinesi rinchiusi nella Striscia di Gaza, innescando quella che le stesse agenzie dell’ONU definiscono ormai una catastrofe umanitaria, “gli imprenditori italiani scelgono di collaborare sul piano economico, commerciale, tecnologico con questa politica di assedio e annientamento contro il popolo palestinese”. Il Presidente Napolitano sarà in Israele insieme con 300 imprenditori ma andrà da solo nei Territori Palestinesi amministrati dall’ANP. “La Confindustria ed alcuni enti locali come la Regione Emilia-Romagna scelgono dunque ancora i due pesi e due misure” dicono al Forum Palestina. Per questo motivo sul sito del forum compare una dettagliata lista delle aziende italiane che andranno in Israele – da colossi come la Fiat a piccole aziende come la FAMi di Vicenza o la Marpol di Sassomarconi – con l’esplicito invito a boicottare ogni acquisto o commessa in Italia di queste aziende. (per prendere visione delle aziende linkare http://www.forumpalestina.org/news/2008/Ottobre08/Aziendeitaliane/AziendeItaliane.htm)

Notazione: l’importanza dell’iniziativa risiede nel fatto che qualunque attività di scambio economico in una situazione di rapporti internazionali paritari, anche se una delle due parti fosse alle prese con situazioni di ordine pubblico interno, con le cautele del caso sarebbe “normale”. Ben sappiamo che così non è perchèe siamo in presenza: 1. di una situazione di belligenranza; 2. di una occupazione di uno stato nei confrotni del territorio di una altro stato; 3. della prosecuzione di un “programma” di intervento economico strutturale ed infrastrutturale che, escludendo la parte dello stato sottomesso, cerca in tal modo di realizzare con l’aiuto internazionale, ciò che forse non sarebbe in grado di compiere. Quindi, non di scambi economico-commerciali si parla, ma di aiuto alla economia utile alla sopraffazione di uno stato (Israele) su un territorio ed un popolo (palestinese). m.a.

 

 

Palestinapalestinabandiera25

Gaza, dalla prigione parla Vik, il pacifista italiano agli arresti

(l’Unità) di Rachele Gonnelli

Dal carcere israeliano di Ramle, parla Vittorio Arrigoni, il pacifista italiano arrivato a Gaza con la prima nave del movimento Free Gaza ad agosto e rimasto nella Striscia a tutelare i diritti dei palestinesi colpiti dall’embargo israeliano. Vittorio che ha 33 anni ed è di Cantù in Brianza è stato arrestato insieme a Darlene Wallach, americana, e Andrew Muncie, scozzese, tre giorni fa mentre si trovava con gli altri due osservatori internazionali indipendenti a bordo di un peschereccio palestinese a sette miglia dalla costa a largo della Striscia di Gaza. La sua voce dal carcere israeliano dove si trova arriva debole e piena di eco. Vittorio Arrigoni, Vik per gli amici, non è alla prima detenzione in Israele: è già incappato nelle maglie della sicurezza di Israele in passato facendo lo scudo umano nella West Bank. È più il tempo che passa in Medioriente a difendere i diritti dei palestinesi che quello che passa in patria, a Milano. Una tempra invidiabile, sempre sorridente, ironico. Ora però è un po’ provato. «No, senti, non va benissimo – dice – questo carcere è un posto veramente squallido dove i diritti umani vengono costantemente violati». Racconta. «Eh, ci sono un centinaio di persone, tutti rifugiati, molti eritrei, sì tutti rifugiati li hanno messi in questo blocco. Le celle sono lercie, piene di insetti di tutti i tipi e il personale calpesta i diritti qui, sai…Ho il corpo completamente coperto di piaghe e punture di insetti. Stamattina una ragazza è arrivata da Gerusalemme per portarmi le sigarette e una pomata per le punture degli insetti, ma non l’ hanno fatta passare, non hanno fatto passare niente. Per gli israeliani, hanno detto, questo carcere è pulitissimo e non ci sono problemi, negano tutto. Non lo so. Ho dovuto sospendere lo sciopero della fame sai perchè mi avevano tolto il cellulare e non potevo più comunicare neanche con il mio avvocato.» Ma leggendo il sito di Infopal vedo che forse vi espellono oggi tutti e tre, forse stai per uscire. «Non lo so, per tutto il pomeriggio abbiamo cercato di consultarci con gli altri attivisti negli Stati Uniti, in Francia e in Inghilterra per capire cosa fare. Alla fine credo che per domani – domenica ndr – pomeriggio sia previsto il mio rimpatrio forzato. Ma non finisce qui». Come non finisce qui, cosa farete? «I nostri legali stanno preparando un ricorso in grande stile contro le autorità israeliane perchè non si tratta di un arresto, siamo stati sequestrati. Non abbiamo commesso alcun crimine. Ma quando abbiamo annunciato lo sciopero della fame a me e Andrew ci hanno sbattuti in un cesso, perché non era una cella, senza acqua potabile, lurido. E ora mi deportano quando a Gaza ho lasciato tutto, compreso passaporto e soldi. L’ambasciata italiana mi ha dovuto fare un documento di accompagnamento e di identità perché altrimenti non avrei neppure potuto imbarcarmi sull’aereo che mi porterà a Roma».
E agli altri due cosa succederà? «L’ambasciata italiana si è mossa subito. Invece quelle della Gran Bretagna e degli Stati Uniti mi risulta che non abbiano ancora approntato questi documenti sostitutivi così per ora non saranno scarcerati. Credo che Darlene abbia anche lei smesso lo sciopero della fame per riavere il suo cellulare. Di Andrew invece non so nulla, nonostante le ripetute richieste ai miei carcerieri di avere notizie, di poterci parlare un attimo. Il suo cellulare non risponde quindi penso che non glielo abbiano ridato». Pensi che cercherai di tornare a Gaza? «Bè, mi hanno detto con un sms che ho vinto un biglietto gratis per una prossima nave di Free Gaza in partenza da Cipro. Vogliamo mandare una nave al mese a violare il blocco navale intorno alla Striscia che è illegale. Quanto a me, più mi feriscono e più aumentano la mia determinazione. Dal loro punto di vista sarebbe stato meglio lasciarmi libero». Vittorio Arrigoni, Darlene Wallach e Andrew Muncie avevano iniziato giovedì lo sciopero della fame per protesta contro la loro carcerazione ritenuta illegale. Le autorità israeliane, ha raccontato Wallach tramite un sito, «ci hanno abbordato a sette miglia dalla costa a bordo di tre navi e quattro zodiac. Sono saliti a bordo uomini-rana e hanno fatto indietreggiare Vik usando una pistola elettrica, un taser, che lo ha fatto sbattere contro un ferro tagliente. Vik si è buttato in mare  e loro puntandogli i fucili lo hanno preso. Andrew ha chiesto in base a quale legge ci arrestavano. Loro hanno risposto in base agli accordi di Oslo che non consentono ai palestinesi di pescare a sette miglia e mezzo dalla costa. Ma secondo illegale di Andrew negli accordi di Oslo è consentita la pesca ai palestinesi entro le 20 miglia». Perciò i tre attivisti per la pace hanno deciso di digiunare fino a che i pescherecci palestinesi confiscati dai soldati israeliani non verranno restituiti. Ma a quel punto le autorità del carcere hanno inasprito la loro reclusione, hanno denunciato gli attivisti.In particolare Vittorio che ha accettato di sospendere il digiuno per riavere in mano il suo telefono cellulare e il collegamento con il mondo. Vittorio Arrigoni è anche un blogger e usa Internet per far sapere sempre dei suoi spostamenti. Una protesta per la sua detenzione è stata intanto inoltrata all’ambasciata italiana a Gerusalemme.

 

 

 

Comunicato stampa di Vittorio Arrigoni.

(Infopal) “Ho deciso, contro la mia istintintività combattente razionalmente di non resistere alla deportazione”.

In queste ore convulse è stato per me difficile prendere la decisione giusta, coerente con quello in cui credo e il più possibile razionale. Quella razionalità di cui spesso sono sprovvisto essendo l’istinto e la passione la mia naturale bussola. Ho deciso, contro la mia istintività combattente, razionalmente di non resistere alla deportazione. E di farmi imbarcare domattina su un aereo diretto a Roma.
Spero che nessuno dei miei più cari amici da Rafah agli USA mi considerino un codardo per questa scelta. Ho valutato rischi e benefici. Nella stessa misura di quando nuotando verso Gaza nel tentativo di resistere alla cattura circondato da otto navi da guerra israeliane, ho visto le mie mani colorate di blu e ho desistito nella fuga. Forse sarò più utile alla causa fuori da queste mura sbarrate, forse qui dentro sarei addirittura più di danno che di beneficio per le nostre prossime valorose missioni.
Il tempo smentirà o confermerà i miei dubbi e le mie decisioni. Ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuto e consigliato in questa frenetica giornata fatta di caffè lunghi georgiani, di tè eritrei e sigarette etiopi (gli insetti, invece, gentilmente offerti da Israele). In particolare ringrazio:
–    Huweida dagli USA col suo accento yankee
–    Paul, per il consiglio sullo streaptease
–    Adam e Sacha dalla West Bank per le ricariche telefoniche e del morale
–    Daniela da Al Quds per le sigarette mai pervenute
–    Bianca dalla Francia per il vino bianco
–    Leila sempre empatica
–    Tutti i blogger guerrilleri della rete
–    Mahfus e tutti i gazawi (tranne un certo Jamal)
–    Fida, Donna, G., OJ (eat, eat!), Eva (sleep, sleep!) e la companera Cohime.
Ragazzi, sono orgoglioso di aver conosciuto e combattuto con esseri umani straordinari come voi, inshallah altre intifade marine nel nostro domani. Darlene, il migliore vino sta nelle botti piccole.
Andrei, mi devi sempre quella rivincita sul tavolo verde. E tutti coloro che colpevolmente ho dimenticato e che mi si sono dimostrati vicini in queste ore.

Il vostro mai domo Vik. Restiamo umani.

 

Flaviano Marrucci ci ha segnalato questo link che racchiude molte (tutte?) le informazioni relative ad un evento culturale (e dell’industria culturale): la programmazione del film sul Che che dovrebbe essere distribuito in due moduli separati…http://www.cineblog.it/tag/Che+Guevara

Palestinapalestinabandiera24

Continua, grazie alla collaborazione dell’Agenzia di stampa Palestinese Infopal,

abbiamo potuto operare una serie di notizie in evidenza. Pensiamo sia anche un modo per preparare meglio la manifestazione nazionale del 29 per la Palestina

Infopal, sabato 22 novembre 2008. Gli attivisti del Free Gaza movement e dell’International Solidarity Movement saranno scarcerati ed espulsi oggi.

Massiyahu Prison, Lida, Israel (20 November, 2008) – Tre osservatori per i Diritti umani dell’International Solidarity Movement domani inizieranno uno sciopero della fame per protestare contro la loro detenzione illegale da parte di Israele. I tre osservatori, Darlene Wallach, Usa, Vittorio Arrigoni, Italia, e Andrew Muncie, Scozia, martedì sono stati rapiti con la forza dalla Marina israeliana, mentre accompagnavano pescatori palestinesi disarmati al largo delle coste della Striscia di Gaza. Secondo Wallach, “Stavamo pescando a circa 7 miglia al largo di Gaza. I soldati israeliani sono arrivati a bordo di tre navi e di quattro Zodiacs. Uomini-rana sono saliti su ogni peschereccio. Hanno usato una pistola elettrica, taser, contro Vik mentre era ancora sulla barca, poi, hanno cercato di spingerlo all’indietro, contro un pezzo di legno tagliente. Lui si è buttato in mare per evitare di essere ferito ulteriormente ed è rimasto in acqua per un po’. Poi lo hanno raggiunto e costretto a salire sullo Zodiac puntandogli contro i fucili. Lo hanno rapito, insieme a Andrew e a Darlene e a tutti i pescatori palestinesi”.
Israele ha sequestrato e poi rilasciato 15 pescatori palestinesi e confiscato le loro imbarcazioni. Gli osservatori rifiutano di essere deportati e rifiutano di mangiare finché i pescherecci non verranno restituiti- intatti- ai loro legittimi proprietari a Gaza. In tribunale, oggi, Andrew Muncie ha chiesto al giudice in base a quale legge sono stati arrestati. Secondo il giudice, la loro detenzione è autorizzata dagli Accordi di Oslo in quanto “la legge militare ti proibisce di pescare a 7 miglia e mezzo dalla costa. Quella non è zona di pesca”. Tuttavia, gli Accordi di Oslo garantiscono ai palestinesi il diritto di pescare a 20 miglia al largo dalle coste gazesi. Quando l’avvocato di Andrew ha presentato al giudice una copia dell’Accordo di Oslo relativo a questo argomento, ella non ha fatto commenti. Il 23 agosto del 2008, Wallach, Muncie e Arrigoni erano tra i 44 membri del Free Gaza Movement, a bordo della prima imbarcazione entrata a Gaza via mare in 41 anni, per rompere l’assedio israeliano. Essi sono rimasti a Gaza per partecipare alle attività per i diritti umani dell’International Solidarity Movement. Hanno vissuto e lavorato a Gaza dall’estate, accompagnando i pescatori e i contadini palestinesi, e documentando gli abusi israeliani nella Striscia di Gaza. I tre inizieranno il digiuno domani mattina finché i pescherecci confiscati non verranno riconsegnati nelle stesse condizioni in cui si trovavano al momento del sequestro da parte degli uomini-rana e finché ogni danno non verrà riparato.

 

 

 

 

su VITTORIO ARRIGONI sequestrato articolo sul manifesto

http://www.infopal.it/testidet.php?id=9914

Comunicato stampa di Vittorio Agnoletto sul sequestro di VITTORIO ARRIGONI

http://www.infopal.it/testidet.php?id=9915

Bambini nel mirino di Israele: 8000 i minori arrestati dal 2000 ad oggi

http://www.infopal.it/testidet.php?id=9911

La striscia di Gaza a rischio di catastrofe umanitaria per mancanza di energia elettrica

http://www.infopal.it/testidet.php?id=9907

Esercito israeliano all’assalto di Deir al-Balah

http://www.infopal.it/testidet.php?id=9912

 

 

 

VENEZUELA

Chavez, domenica importante test sulle amministrative

Hugo Chavez

Hugo Chavez

Caracas, 21 nov. (Apcom) – Quasi 17 milioni di venezuelani sono chiamati alle urne domenica per rinnovare le amministrazioni del paese, appuntamento particolarmente sentito dal presidente Hugo Chavez che vede nel test elettorale un esame per la sua “rivoluzione bolivariana”. “In gioco c’è il futuro della rivoluzione, il futuro del socialismo, del Venezuela, del governo rivoluzionario e di Hugo Chavez”, ha detto il presidente. Dieci anni dopo l’elezione del presidente socialista, gli elettori dovranno scegliere 22 governatori, 328 sindaci e 233 membri dei consigli regionali, che resteranno in carica per quattro anni. Infaticabile, Hugo Chavez ha partecipato alla campagna elettorale come un vero e proprio candidato del partito socialista, percorrendo il Paese in lungo e il largo. Nell’ultima settimana il capo dello Stato è stato onnipresente arrivando ad avere anche tre passaggi televisivi al giorno e eclissando i temi tradizionali del dibattito politico delle elezioni regionali, come la sicurezza o l’efficacia dei servizi pubblici. “Chavez ha tentato di evitare questi argomenti, perché il bilancio della gestione del governo in questi settori è deficitario”, ha detto Luis Vicente Leon, dell’istituto di sondaggi Datanalisis. Il presidente ha preferito concentrare “l’attenzione su temi dove si sente più forte, come gli sventati tentativi di colpo di Stato e la rivoluzione bolivariana”, ha spiegato Leon. Ma Chavez ha anche inasprito i toni nei confronti dei suoi avversari, minacciando di rinchiudere in prigione gli oppositori e i dissidenti e di essere pronto a chiamare l’esercito nel caso in cui l’opposizione non dovesse accettare la sconfitta. “Chi tradisce Chavez è morto politicamente. Ma non tradisce me, tradisce il popolo venezuelano”, ha affermato il capo dello Stato aggiungendo di cercare “un gruppo veramente solido di governatori, di sindaci e di consiglieri regionali. Un gruppo, un governo”. Dagli ultimi sondaggi emerge che la sua popolarità – intorno al 55% di giudizi favorevoli nel suo partito – si è abbassata dal 2007 in particolare a causa delle polemiche sul mancato rinnovo della concessione alla televisione d’opposizione Rctv, che ha contribuito alla sconfitta del referendum costituzionale organizzato dal governo nel dicembre 2007. Chavez “sa di non essere più invincibile (…) e sa che la sua rivoluzione per avanzare ha bisogno di un solido consenso”, ha spiegato ancora Leon. In questo senso, le elezioni regionali saranno un test molto importante per la rivoluzione socialista del XXI secolo di Chavez, che dovrebbe lasciare il potere nel 2013. Se il partito socialista dovesse stravincere le elezioni regionali si aprirebbe la strada a un nuovo referendum costituzionale con cui assicurare la rielezione illimitata del presidente. (Fonte Afp)

 

 

Palestina

Prosegue la preparazione della manifestazione nazionale del 29 a Roma e, purtroppo si susseguono anche notizie drammatiche che quotidianamente investono i cittadini palestinesi in assedio delle forze armate israeliane. Sembrerebbe, secondo Infopal che anche attivisti di Free Gaza sia stati coinvolti. Un italiano, Vittorio Arrigoni, rapito dall’esercito. Solo attraverso una voce anonima in radio Israele ha reso noto di non saperne nulla. Di più non si sa.

Vittorio Arrigoni con bambini palestinesi

Vittorio Arrigoni con bambini palestinesi

 

http://www.forumpalestina.org/news/2008/Maggio08/11-05-08IntervistaJungeWelt.htm

(Dopo Torino prosegue la campagna “2008 anno della Palestina)

http://www.forumpalestina.org/news/2008/Novembre08/29-11-08MANIFESTO.htm

(Il manifesto di convocazione della manifestazione nazionale del 29 a Roma)

http://www.forumpalestina.org/news/2008/Ottobre08/08-10-08KillerWaelZwaiter.htm

(L’Italia sapeva chi erano i killer di Wael Zwaiter e non li ha arrestati)

 

 

Palestina

Grazie alla collaborazione dell’Agenzia di stampa Palestinese Infopal,palestinabandiera23

abbiamo potuto operare una serie di notizie in evidenza. Pensiamo sia anche un modo per preparare meglio la manifestazione nazionale del 29 per la Palestina.

http://www.infopal.it/testidet.php?id=9861 (attacco aereo a Gaza)

http://www.infopal.it/testidet.php?id=9860 (Israele contro i pescatori di Gaza)

http://www.infopal.it/testidet.php?id=9851 (Gaza nuovo ghetto di Varsavia?)

http://www.infopal.it/testidet.php?id=9855 (Una settimana di violazioni israeliane dei diritti umani)

 

Genovali: Europa. Ancora un voto contro blocco Usa su Cuba

Roma 29 ottobre 2008
Ancora una votazione plebiscitaria contro il blocco Usa a Cuba. La votazione di oggi ha dato 185 voti a favore della fine del blocco, 3 voti contro e 2 astenuti. E’ un nuovo grande risultato della diplomazia cubana che evidenzia l’isolamento evidente degli Stati Uniti. E’ un successo che segue il ripristino delle relazioni di cooperazione fra Cuba e l’UE di pochi giorni fa. Oggi l’Unione Europea dovrebbe finalmente avere il coraggio di dare sostanza a questa ennesima risoluzione dell’ONU imponendo agli Usa l’osservanza di questa risoluzione da troppi anni vergognosamente disattesa. Come Comunisti Italiani continueremo a lavorare perché questo avvenga e vogliamo esprimere al governo cubano e alla sua rappresentanza diplomatica in Italia i nostri rallegramenti per questa votazione che, ancora un volta, fa capire come la battaglia di Cuba contro questa aberrante ingiustizia sia condivisa dalla quasi totalità dei paesi della Comunità internazionale.

 

Oltre il nostro naso, c’è tutto il resto. Oltre il naso dell’Italia, c’è l’Europa e tutto il mondo. Oltre il naso del continente europeo c’è il medio oriente e il mondo arabo e ancora di più. Oltre c’è l’eurasia, sia passando dalla sterminata Russia che approcciata dall’oceano indiano. E oltre gli oceani pacifico e atlantico ci sono l’australia e le americhe (quella del nord e quella del sud). Questa pagina, sia con pillole di notizie che con commenti ci farà vedere proprio cosa c’è oltre il naso.

 

Palestina. I seri rischi dell’escalation in Cisgiordania e Gerusalemme

di Sergio Cararo*

Le notizie che giungono dai Territori Palestinesi Occupati (continuiamo a chiamarli così almeno finchè non saranno liberati), indicano una situazione niente affatto pacificata o in stallo. L’indolenza e la disattenzione dei mass media italiani, infatti, non devono trarre in inganno.

Al contrario, ci sono numerosi e crescenti fattori che fanno ritenere come la questione palestinese stia di nuovo per esplodere ed imporsi nell’agenda politica e informativa sulla realtà del Medio Oriente.

La politica e i mass media, durante l’estate, si sono dedicati alla realtà di Gaza quando sono stati sollecitati dall’iniziativa delle navi della solidarietà che hanno rotto l’assedio della Striscia decretato da Israele e dal vergognoso embargo internazionale a cui partecipano anche l’Unione Europea (inclusa l’Italia) e l’Egitto. Ma sul piano degli scontri tra i palestinesi di Gaza e l’apparato militare israeliano, possiamo ammettere tranquillamente che la tregua ha retto e non ci sono stati episodi gravi.

Se i riflettori della politica e dei mass media si fossero dedicati alla situazione in Cisgiordania e Gerusalemme, la realtà che avrebbero visto sarebbe stata del tutto diversi e per certi versi più inquietante.

Nel corso dell’estate, vari rapporti –anche di fronte israeliana – hanno confermato la pesante escalation degli insediamenti coloniali israeliani sia in Cisgiordania che a Gerusalemme Est.

Ciò ha significato la costruzione di centinaia di edifici e migliaia di appartamenti per i coloni israeliani e centinaia di ettari di terreni palestinesi espropriati.. Dopo il vertice di Annapolis, è stata così confermata quella “dottrina di Oslo” che vedeva crescere come funghi gli insediamenti coloniali israeliani mentre erano in corso le trattative con i negoziatori palestinesi. Non solo. Agli insediamenti autorizzati dal governo israeliano si sono aggiunti i cosiddetti “insediamenti illegali” sui terreni palestinesi portati avanti dai gruppi di coloni più aggressivi.

Questa escalation, ha visto aumentare esponenzialmente i punti di tensione e scontro tra i palestinesi e i coloni in gran parte della Cisgiordania, a Gerusalemme ed anche nelle città oggi israeliane dove vivono i palestinesi del ’48.

A conferma di una situazione esplosiva, non abbiamo assistito solo al solito e drammatico scenario dell’occupazione militare e coloniale israeliana (incursioni dei soldati, 7 palestinesi uccisi tra luglio e settembre, attacchi dei coloni) ma anche ad una reazione palestinese molto violenta contro soldati e coloni israeliani. Tra luglio e settembre i palestinesi della Cisgiordania, di Gerusalemme e del ’48, hanno condotto 5 attacchi contro i militari e i coloni che hanno portato al ferimento di una ventina di soldati – in attacchi isolati e non organizzati – e all’uccisione di un bambino israeliano in una colonia.

La tensione e gli scontri sono cresciuti quotidianamente intorno a Nablus, Hebron, Gerusalemme fino a sfociare negli scontri tra abitanti ebrei e palestinesi ad Acri, nel cuore dei confini del’48 imposti da Israele con la pulizia etnica dell’epoca.

 

A questa situazione sul campo sempre più tesa, si accompagnano due ulteriori elementi di tensione politica che riguardano le leadership israeliana e palestinese:

 

a) esiste ed agisce con evidenza una crescente crisi politica e morale delle  autorità israeliane. Presidenti e premier finiscono ripetutamente sotto inchiesta per scandali e fenomeni di corruzione, l’economia israeliana non potrà in alcun modo sottrarsi dagli effetti della crisi economica USA alla quale è legata a doppio filo, lo stesso progetto sionista della “Eretz Israel” sta entrando in crisi sotto i colpi del fallimento del progetto USA sul Grande Medio Oriente e della stessa ipotesi dei “due popoli due stati” dietro cui si sono nascosti i progetti israeliani di liquidazione della questione palestinese. Questa crisi strategica di Israele innesca tensioni e nervosismi all’interno stesso della società israeliana che vede scatenarsi i settori più aggressivi (i coloni, la destra sionista etc) che ne avvertono le difficoltà e cercano lo scontro diretto con i palestinesi per riproporre l’espulsione di tutti i palestinesi (inclusi quelli del ’48) come compimento della pulizia etnica iniziata nel ’48 e come soluzione ineluttabile per l’avvento di Israele come stato ebraico ed etnicamente “puro”.

Questo progetto vede con terrore il riaffacciarsi dell’ipotesi di uno Stato Unico per palestinesi ed ebrei, una ipotesi che comincia a guadagnare consensi ed interesse di fronte al fallimento sul campo di ogni possibilità degna di questo nome di uno stato palestinese a fianco di quello israeliano.

b) Una crisi diversa ma analoga investe anche la leadership palestinese. La crisi dell’ANP è evidente sul piano del fallimento dei negoziati con Israele  (che continuano a non produrre alcun risultato concreto o spendibile nella società palestinese), sul piano del perdurante dualismo di potere tra il governo di Ramallah e il governo di Gaza, sul piano della devastante liquidazione dell’OLP – soppiantata dall’ANP – che ha reciso i legami con i palestinesi della diaspora e dei campi profughi disseminati nei paesi arabi confinanti. L’avanzamento del processo di riconciliazione nazionale tra Hamas e Al Fatah emerso negli incontri del Cairo, dovrà trovare anche obtorto collo un aggiustamento credibile sul rispetto dei tempi per la fine del mandato presidenziale di Abu Mazen. Una forzatura mal posta potrebbe far precipitare nuovamente il movimento nazionale verso lacerazioni dolorose. Pesa infine la non convocazione del congresso di Al Fatah, la principale organizzazione su cui e dentro cui si scaricano gran parte delle tensioni esistenti nel campo palestinese. Si parla in queste settimane di un congresso nei prossimi tre/quattro mesi, ma è prematuro accontentarsi di una indicazione che ha stentato a concretizzarsi negli anni producendo danni politici enormi.

I molti fallimenti accumulati dalla leadership dell’ANP in questi anni e l’accresciuta escalation israeliana in Cisgiordania, a Gerusalemme e nei territori del’48, aumentano la tensione e la rabbia anche dentro il campo palestinese. La mancanza di risultati e di prospettiva, non può essere sostituita dalla garanzia di essere l’unico “interlocutore credibile” per USA e Israele, anzi, rischia di diventare un pericoloso boomerang.

Si ricava dunque la netta sensazione che la tensione si stia accumulando a tutta forza in tutti i punti di contatto e frizione tra i palestinesi e gli apparati coloniali israeliani cioè in Cisgiordania, Gerusalemme e all’interno stesso dei territori occupati da Israele nel ’48. Sono ancora in molti – nel governo della destra ed anche nella sinistra ex di governo – a sottovalutare compleramente i segnali che vengono da questa situazione esplosiva alle “porte di casa”. In questi anni abbiamo insistito su almeno due aspetti della questione:

a) Non è possibile alcuna pace in Medio Oriente senza giustizia per il popolo palestinese

b) Non è accettabile alcuna equidistanza tra occupanti ed occupati

 

Oggi, nonostante la questione palestinese stenti ancora a ripresentarsi con la dovuta attenzione nell’agenda politica, è necessario rimettere in campo l’iniziativa e l’informazione su quanto accade e svolgere la funzione che è propria della soggettività delle reti di solidarietà con le lotte di liberazione dei popoli: porre queste ultime all’attenzione pubblica anche quando tutti fanno finta di niente. Anche a questo, dopo lo straordinario successo della campagna e della manifestazione a Torino contro la Fiera del Libro dedicata a Israele, è importante tornare in piazza il 29 novembre per riaffermare il diritto alla vita, alla terra, al ritorno e alla libertà per il popolo palestinese.

 

* co-fondatore del Forum Palestina

Panorama al 9 ottobre 2008

Commenti in neretto a cura di maurizio aversa

Le vicende legate agli incontri diplomatici, mai come ora, sono legate a doppio filo non tanto e non solo alle specifiche vicende finanziarie che stanno mettendo alla corda tutti i paesi industrializzati e a capitalismo avanzato; ma soprattutto i ruoli della politica estera adottata, proprio in virtù del ruolo che si ricoperto o che si sta ricoprendo in questa parte di mondo. Le analisi di Sergio Romano, ad esempio, su questo punto sono condivisibili. In particolare sul fatto che c’è coscienza che lo sviluppo tumultuoso di tanta parte nuova dell’umanità (Cina India Brasile) coincide con la caduta del ruolo guida degli Usa e parzialmente dell’Europa e della Russia. Con una distinzione: Usa ed Europa hanno paura di perdere terreno e sanno che per quanta difesa adotteranno, alla fine dovranno capitolare. Al contrario, la Russia dimostra un dinamismo amicale e di buona vicinanza con tutte quelle realtà che si rifanno per l’attesa dei consumi o delle tecnologie e delle risorse prime proprio al poter svolgere un ruolo più complessivo nel nome del progresso e di maggiore peso internazionale con una impronta egalitaria. In sostanza, Romano crede che per poca esperienza o per mancanza di gruppi dirigenti adeguati, questi stati non ce la faranno e sarà la Russia a mediare per loro. Al contrario, pur col ruolo della Russia che vorrà esserci, non credo che Lula e Chavez o i burocrati di stato di Cina e India, non siano in grado di vedere scenari, scegliere in prospettiva e contrattare potere vero.

Ue-Russia: Medvedev discute con Sarkozy di sicurezza comune

Parigi, 8 ott – (Servizi-italiani.net) – Il presidente francese dell’Unione europea, Nicolas Sarkozy, nell’ambito di una conferenza internazionale ad Évian, incontrerà oggi l’omologo russo, Dmitri Medvedev, per discutere del dossier georgiano. Medvedev arriva in Francia, dove presenterà le sue “soluzioni” sui “problemi internazionali attuali”, con un atteggiamento più conciliante rispetto a quello avuto in questi mesi, dall’inizio della crisi in Georgia: “abbiamo tutti bisogno di fiducia reciproca”, ha dichiarato in previsione di questa visita. Il presidente russo difenderà il suo progetto di “trattato di sicurezza dell’Europa”, poiché “il vecchio sistema ha dimostrato la sua estrema inefficacia… in Iraq, Kossovo, Caucaso ed Afghanistan”. Per discutere di questo nuovo patto dalla “gestione collettiva”, i cui contorni non sono ancora stati resi noti e saranno sviluppati insieme con gli altri paesi, il Cremlino vuole tenere un esteso vertice. Da quando se ne è cominciato a parlare alcuni mesi fa, Parigi e l’Unione hanno però adottato una certa prudenza nei confronti di tale iniziativa.

Le cifre ufficiali ed ufficiose che stanno facendo giravolte sui tabloid inglesi per l’intervento dello stato in aiuto delle banche della Gran Bretagna sono insieme scandalose e significative. Drammatiche e rivelatrici. 50, 200 o 500 miliardi di sterline, questa è l’entità di cui si parla. Quel che non si dice è che banalmente sia il tatcherismo che il blairismo hanno negato ai sindacati inglesi quel ruolo sociale e politico che oggi sarebbe stata la vera soluzione economico-finanziaria. Infatti, negli utlimi anni non si è voluta soddisfare la richiesta di adeguamenti salariali avanzati dai sindacati. E, come nella peggior letteratura sociale, i drammi che sono stati fatti vivere in chiave politica, sociale, sindacale e quindi delle famiglie ha dato come risultato il restringimento della spesa. Di qualunque spesa. Con l’affanno a superare la terza settimana del mese. Ora ci si accorge che facendo una semplice operazione aritmetica, dividendo i cinquanta miliardi a fondo perduto che il governo sta gettando tra le fauci della borsa vorace, per il numero dei lavoratori attivi in Inghilterra, risulta un dato che equivale ad un aumento in quattro-cinque anni di circa ventimila euro. Se, quelle famiglie, quei cittadini, avessero avuto a disposizione quelle somme, che pensate che utilizzo ne avrebbero fatto? Sotto il mattone? O offshore? No, semplicemente avrebbero attivato il flusso virtuoso della spesa. Altro che speculazioni e truffe capitalistiche della finanza creativa che fanno soldi coi soldi promessi per acquisti futuri che non si sa se verranno. Sembra, secondo un economista globale come Rifkjn, che il valore circolare negli ambienti finanziari è sessanta volte superiore al valore reale di ciò che si sta commercializzando! Naturalmente ciò vale per l’inghilterra ma analoga realtà è quella di tutti i paesi europei.

Gran Bretagna, crisi finanziaria: pagheranno i servizi sociali

Londra, 8 ott – (Servizi-italiani.net) – Secondo alcuni dei maggiori esperti britannici in materia di economia e politiche sanitarie, è inevitabile che la crisi finanziaria porti ad una riduzione della spesa pubblica, in particolare per quanto riguarda la Sanità (Nhs), che ora è affidata parzialmente a fondazioni private. E fortunatamente, come ricorda il professor Robert Harris, responsabile delle politiche di Monitor (l’ente regolatore delle fondazioni), molte delle fondazioni che gestiscono gli ospedali pubblici possono contare su un bilancio positivo che le aiuterà nei momenti di difficoltà. “L’importante – afferma Harris – è che le fondazioni sappiano investire in servizi che attraggano il maggior numero di pazienti, come ad esempio quello per la prevenzione degli ictus”. A subire i maggiori effetti della crisi saranno invece i progetti di Partnership pubblico-privato (Ppp) secondo il professore John Tizard, del Centro per la partnership pubblica dell’Università di Birmingham: “le casse statali nel breve periodo saranno sotto forte pressione – afferma Tizard – e sarà difficile portare avanti dei progetti finché non si chiarirà quali sono le risorse a disposizione”. Secondo Tizard, non saranno solo i progetti sanitari ad essere colpiti, ma anche quelli scolastici e infrastrutturali che richiedono uno stanziamento di fondi pubblici.

L’Europa e la crisi finanziaria: tutta colpa di Berlino

Berlino, 8 ott – (Servizi-italiani.net) – Editoriale di Michaela Wiegel. I quotidiani francesi lanciano strali alla volta della Cancelleria tedesca: qualora la crisi dovesse degenerare fuori dal controllo dei governi europei – scrivono i francesi – la colpa sarà da attribuire anche all’ostinazione della Germania a voler perseguire una via solitaria verso la ripresa. A guidare le schiere degli anti-tedeschi è il giornalista economico Alain Minc – membro del team di consulenza del presidente Nicolas Sarkozy : “di norma si dice: la colpa è di Parigi”, ha dichiarato Minc in una trasmissione della rete privata Rtl (di proprietà del gruppo tedesco Bertelsmann), “adesso possiamo dire con certezza: la colpa è dei tedeschi; se gli ultimi giorni hanno portato un ulteriore crollo della fiducia nei cittadini”, commenta seccamente, “è perché Berlino ha voluto silurare lo scudo finanziario europeo”. La stampa di destra e di sinistra si unisce nel definire “suicida” la politica della cancelleria, imputando parte della responsabilità alle scarse doti diplomatiche del padrone di casa del recente G4, Nicolas Sarkozy. “Il cancelliere Merkel”, scrive Le Figaro, “con una mano addita l’assistzneialismo del governo irlandese, mentre con l’altra firma piani d’intervento volti a tuteloare solo e soltanto la salute degli istituti di casa”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Panorama al 29 settembre 2008

Commenti in neretto a cura di maurizio aversa

Le due prime notizie in sequenza, sugli attentati in Libano e Siria, confermano la drammatica instablità di qualsiasi processo di pace potrà attuarsi nella regione mediorientale, senza che sia risolta del tutto, definitivamente e col rispetto dei diritti internazionali dei palestinesi, la questione dell’usurpazione del territorio da parte di Israele. Il resto è direttamente o indirettamente il gioco internazionale del capitale aggressivo in cerca di fonti energetiche, o la liturgia della ricerca del paese forte che faccia il guardiano d’area, che utilmente strumentalizzano (esaltando o negando l’evidenza delle cose) il conflitto base.

Libano. Autobomba contro Pulman, almeno quattro morti.

 

TRIPOLI (LIBANO) – Almeno quattro persone, tra cui tre soldati, sono morte e almeno una ventina di altre sono rimaste ferite questa mattina nella città di Tripoli, nel Nord del Libano, in seguito all’esplosione di un ordigno.Le vittime, ha riferito l’emittente Tv Lbc, erano a bordo di un pullman militare, che era con ogni probabilità l’obiettivo dell’attentato, e sul quale viaggiavano circa 24 soldati. Il bilancio, hanno affermato fonti della sicurezza, è ancora “provvisorio”, mentre altre fonti forniscono cifre più gravi. Secondo l’emittente radio Voce del Libano, l’attentato è stato messo a segno con un’autobomba, apparentemente una Renault, esplosa poco dopo le 07:30 nel quartiere Bohsas.
L’intera zona è stata immediatamente isolata dalle forze di sicurezza ma le emittenti tv locali hanno comunque potuto cominciare a mostrare le prime immagini del pullman investito dall’esplosione, che appare seriamente danneggiato, con tutti i finestrini infranti, ma non completamente distrutto. Il ministro degli interni Ziad Baroud ha frattanto convocato per le prossime ore una riunione di emergenza del Consiglio per la sicurezza, che raggruppa tutte le agenzie della polizia e dell’esercito impegnate nella sicurezza.

Il 13 agosto scorso almeno 10 soldati e cinque civili sono morti a Tripoli per un attentato che aveva investito un autobus civile sul quale viaggiavano però numerosi militari. Tripoli è stata per numerose settimane nei mesi scorsi al centro di violenze tra gruppi musulmani sunniti e alawiti rivali, che hanno causato oltre 20 morti e che si sono placati quando i leader sunnita Saad Hariri e quello alawita Ali Eid hanno raggiunto un accordo all’inizio di settembre.

SIRIA: AUTOBOMBA A DAMASCO, 17 MORTI

 

DAMASCO –  Lo scoppio di un’autobomba, che aveva come obiettivo un centro di sicurezza, ha causato 17 morti e 14 feriti a Damasco. Lo ha detto la tv siriana.L’esplosione e’ avvenuta lungo la strada per l’aeroporto all’altezza del quartiere Saida Zenaib, nella parte sud della capitale, dove sorge un importante santuario sciita meta di pellegrini. La televisione siriana non ha ancora diffuso alcun immagine, limitandosi a tenere ancora la scritta in sovrimpressione che annuncia anche il ferimento di 14 persone. Altre fonti parlano di ”decine” di feriti.

L’emittente Tv al Jazira riferisce dal canto suo che l’intera zona e’ stata prontamente isolata dalle forze di sicurezza. Al Jazira riferisce anche che secondo alcune informazioni l’ordigno sarebbe stato confezionato con 200 kg di esplosivo, affermando pero’ che probabilmente si tratta di una stima esagerata. La stessa emittente ha anche affermato che le vittime sono tutti civili.

Per la vicenda degli ostaggi, inclusa la notizia, data, poi smentita ed infine corretta, del blitz nei confronti dei rapitori del gruppo, si è ad un vicolo cieco. Certo per la complessità ed anomalia dell’accaduto, ma anche, e non è un dato secondario da tenere in considerazione per eventuali altri accadimenti simili, per la mancanza di correlazione e di fiducia reciproca tra i massimi esponenti politici europei al proprio interno (vedi il ruolo tedesco ed italiano, che secondo i giornali hanno un po’ giocato a non dirsi tutto) e nei rapporti tra europa e paesi africani, che nella migliore delle ipotesi si sono appoggiati all’Egitto per trovare una mano a comprendere dove avesse inizio il bandolo della matassa.

Kuwait City, 25 set – (Servizi-italiani.net) – L’incertezza avvolge ancora il destino degli undici turisti europei e dei loro otto accompagnatori egiziani rapiti venerdì scorso in Egitto in una zona desertica vicino al confine con il Sudan. Si è appreso che l’incidente non è il primo in quello zona. Secondo il quotidiano tedesco “Tag Spiegel”, il rapimento si poteva evitare se un altro cittadino tedesco, sequestrato mesi fa dai predoni del deserto nella stessa zona, avesse denunciato alle autorità la sua disavvenutra, che comunque si concluse felicemente. Il turista in questione ha spiegato che non aveva fatto denuncia per non perdere tempo in interrogatori.

Il Cairo, 26 set – (Servizi-italiani.net) – Proseguono gli sforzi delle autorità dell’Egitto per arrivare alla liberazione dei turisti e delle guide egiziane sequestrati ormai da una settimana nella zona di confine e poi portati in territorio sudanese. Per liberarli, Egitto e Sudan agiscono in stretto coordinamento, mantendendo come priorità assoluta la necessità di non mettere a repentaglio la vita dgli ostaggi. Ieri però improvisamente un portavoce ufficiale del ministero degli Esteri sudanese ha annunciato che la banda di criminali che ha sequestrato i 19 malcapitati li avrebbe spostai di circa 13-16 chilometri, penetrando nel territorio della Libia. Continua anche il negoziato condtotto dalla Germania con la banda di rapitori, che avrebbero chiesto un riscatto attraverso il proprietario dellagenzia turistica che aveva organizzato il viaggio nel Deserto occidentale dove poi è avvenuto il sequestro. I portavoce ufficiali tedeschi ed italiani hanno detto che il governo egiziano non è coinvolto in nessun negoziato sul riscatto chiesto dai sequestratori. L’Italia, da parte sua, ha rifiutato di partecipare direttamente alle trattative, che perciò vengono condotte dalla Germania; sembra che invece il governo del Sudan intenda svolgere un ruolo più attivo per risolvere la crisi.

Sequestro in Egitto: la giostra della verità. Le autorità del Sudan dichiarano con insistenza che i sequestratori responsabili del rapimento-lampo dei turisti italiani e tedeschi, avvenuto negli scorsi giorni in Egitto, erano tutti cittadini egiziani; fonti giornalistiche parlano invece di quattro sudanesi ed un cittadino del Ciad. Secondo Khartoum, l’intenzione dei rapitori sarebbe stata quella di condurre gli ostaggi nell’impervia regione del Darfur (ovest del Sudan) per sfuggire alla caccia delle autorità.

Da Londra ci giunge notizia della iniziativa filo al Quaeda che la lotta politico-etnico-economico-sociale che si sta svolgendo in Iraq, sta ora assumendo. In particolare da quando, estromessi i sunniti, gli sciiti, ma non tutti, hanno fatto marcia indietro sulle alleanze e sui reciproci ruoli predeterminati secondo la preparazione dell’abbandono del suolo iraqeno da parte degli Usa e degli aggressori della coalizione.

Londra, 26 set – (Servizi-italiani.net) – Il lader dell’autoproclamato Stato islamico dell’Iraq (ombrello politico di al-Qaeda in Mesopotamia), Abu Omar al-Baghdadi, ha definito il defunuto presidente iracheno, Saddam Hussein, “un agente degli Stati Uniti”, insediato al potere dagli Usa allo scopo di combattere la fede islamica in Iraq. Al Baghdadi ha poi invitato i miliziani sunniti di al-Sahawa (“risveglio”), finanziati ed armati dagli Usa appunto per combattere al-Qaeda ed i suoi accoliti, ad unirsi a lui nella lotta contro gli Usa e contro l’empio governo degli sciiti al potere a Baghdad.

Mentre fervono i preparativi del Forum Palestina in Italia ed in Europa per una nuova stagione di impegno e di lotta a favore dei diritti palestinesi, il confronto e lo scontro duro all’interno del popolo palestinese, impersonato da un lato da Hamas e dall’altro da Al Fatah, sono lì a testimoniare i rischi di tale situazione e il punto debole a disposizione dei guerrafondai internazionali di turno.

Riad, 25 set – (Servizi-italiani.net) – “Il conflitto è l’elemento comune fra i politici palestinesi e israeliani, ma in Israele questo fenomeno è sotto controllo”. Editoriale di Saleh al-Qallab. Non c’è niente di peggio dell’odierna situazione palestinese, frantumata come un vaso di vetro scaraventato da una roccia da un’altezza di mille metri. La situazione dei partiti politici israeliani non è comunque migliore, dato che in Israele sono in lotta ben 14 formazioni politiche quasi tutte equivalenti in termini di peso nella Knesset (il Parlamento israeliano) dove ciascuna cerca di ricattare l’altra. Tutti questi partiti ora provano una grande soddisfazione per le dimissioni del premier Ehud Olmert che ha imboccato la strada desolata della corruzione e dell’immoralità sulla quale si erano incamminati in passato diversi altri leader israeliani.

Londra, 26 set – (Servizi-italiani.net) – Un deputato di Hamas al Parlamento palestinese ha accusato il governo dell’Egitto di ingannare il Movimento palestinese di resistenza islamica (Hamas), pur di costringerlo ad accettare una cessazione delle ostilità con lo Stato ebraico. Intanto i responsabili egiziani hanno rivelato di lavorare ad un piano per ottenere il rilascio del soldato israeliano Gilad Shalit, tenuto prigioniero a Gaza da oltre 2 anni, mettere fine all’embargo di Israele sulla Striscia e riconsegnare quella regione nuovamente nelle mani dell’Autorità Nazionale Palestinese (il cui presidente, Mahmoud Abbas, è anche il leader di al-Fatah, l’organizzazione rivale di Hamas, ndr).

Beirut, 26 set – (Servizi-italiani.net) – Il consigliere politico del presidente palestinese Mahmoud Abbas, Nemer Hammad, ha rivelato nel corso della sua attuale visita negli Stati Uniti il “raiss”, chiederà garanzie sull’istituzione di uno Stato palestinese indipendente entro le frontiere esistenti prima del 4 giugno del 1967, ovvero nella fase antecedente alla Guerra dei sei giorni.

Londra, 25 set – (Servizi-italiani.net) – L’Oxford Research group sta preparando una tavola rotonda per rimettere in moto l’iniziativa di pace araba per il conflitto israelo-palestinese. Alla conferenza, prevista per il mese prossimo, dovrebbero prendere parte accademici britannici, statunitensi, europei, israeliani e arabi.

Dal Venezuela, giunge una conferma del grande ruolo internazionale che il presidente Chavez intende svolgere a partire dal ruolo di difensore degli averi naturali della nazione consistenti nelle materie prime ed in particolare dal petrolio e dal gas.

Il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha firmato ieri un accordo importante con la Cina in materia di energia e difesa. In virtù del nuovo contratto, la Cina diventerà uno dei principali compratori del petrolio venezuelano, una volta che le sue importazioni di crudo dal paese latino-americano raggiungeranno il milione di barili al giorno nel 2012. Nel 2009, invece, Pechino consegnerà a Caracas i primi aerei da addestramento K-8, per le Forze Armate, che sostituiranno i caccia dotati di tecnologia statunitense ormai fuori servizio.

Il presidente venezuelano, Hugo Chavez, dev’essere ricevuto oggi nel tardo pomeriggio dall’omologo francese, Nicolas Sarkozy, per affrontare questioni politiche ma pure economiche. Quella all’Eliseo è la penultima tappa del giro internazionale di visite che, tra l’altro, ha condotto Chavez in Russia e Cina. Parigi e Caracas intrattengono da molto tempo buone relazioni.

Preoccupazioni e differenti reazioni al crac finanziario delle banche statunitensi che hanno sostenuto l’effimera politica liberista di concedere mutui anche a fronte di impossibilità di copertura nei prestiti tra banche e società finanziarie di investimento. La campagna elettorale si infiamma anche su questo. Chi ne sta facendole spese sono naturalmente le circa cinque milioni di famiglie a cui è stata promessa una casa e che ora si trovano nelle condizioni di avere un bene con valore reale al 40% e con l’impossibilità materiale di far fronte al pagamento della conferma perfino di quella casa deprezzata.

L’investimento di cinque miliardi di dollari in Goldman Sachs da parte della società di investimenti di Warren Buffett, Berkshire Hathaway, dice molto sulla pressione subita da Goldman, a lungo considerata una delle istituzioni finanziarie più solide di Wall Street. Ieri Goldman ha reso noto di aver concluso un accordo separato in azioni per altri cinque miliardi di dollari. Con il suo investimento Buffett ha scommesso nella ripresa del mercato; ha dichiarato, infatti, di credere che il Congresso approverà il disegno di legge del governo per il salvataggio del sistema finanziario.

Tre cattive notizie preoccupano l’economia Usa. Le vendite di case nuove sono diminuite del 15 per cento ad agosto. Gli ordini di beni durevoli hanno subito nello stesso mese una flessione del 4,5 per cento. Le condizioni del mercato del lavoro continuano a peggiorare: le richieste di sussidi di disoccupazione presentate per la prima volta sono state 493 mila la scorsa settimana, contro le 461 mila di quella precedente.

Articolo di George Soros, presidente del Soros Fund Management. Il Congresso degli Stati Uniti abdicherebbe alla sua responsabilità se desse al segretario al Tesoro, Hank Paulson, un assegno in bianco. Il piano salva-finanza proposto dal governo merita una revisione e i risultati di Paulson non ispirano la fiducia necessaria a dargli piena discrezionalità su un pacchetto da 700 miliardi di dollari.

La finanza Usa subisce un altro duro colpo: il fallimento di Washington Mutual, il più grave della storia bancaria nazionale, in seguito al ritiro in massa dei depositi dopo la crisi dei mutui “subprime”. La Federal Deposit Insurance ha concluso un accordo per la cessione del nucleo principale delle attività della banca di Seattle a J.P. Morgan Chase & Co.

Germania, sicurezza sul lavoro: non sempre “più regole” è uguale a “meno regole”. Il responsabile della produzione delle acciaierie Krupp, Peter Krupp, parla con orgoglio delle norme di sicurezza in vigore nell’azienda: “grazie alla de-regolamentazione”, dice Krupp, “abbiamo portato la quota annua di infortuni intorno allo 0,5 per cento”;. Non in tutte le aziende la deregulation ha prodotto simli miracoli; spesso sono persino gli imprenditori a chiedere allo Stato criteri più chiari. “Chi, come noi, conosce bene la sua azienda”, prosegue il rampollo del celebre casato dell’acciaio, “sa dove intervenire per garantire la massima sicurezza ai lavoratori; spesso”, conclude, “quando sono calate dall’alto, le regole sono un impaccio”. Parere positivo rispetto alla riforma tedesca delle norme anti-infortuni è stato espresso anche da Hans-Ulrich Schurig, direttore dell’Ufficio nazionale per la sicurezza sul lavoro: “la deregulation sta portando risultati: da un lato le aziende sono tenute a presentare piani dettagliati sulla sicurezza interna, dall’altro vengono rimossi molti vincoli di scarsa efficacia”. Di parere decisamente contrario è invece Klaus Peter Roeskes, imprenditore nel settore della logistica: “con la deregulation”, dice, “se ne va un pezzo importante del nostro apparato di sicurezza; le aziende”, prosegue, “iniziano a muoversi in un’area in cui i confini tra regole e doveri sono sempre più nebulosi”.

SPECIALE Elezioni in Baviera e Austria

La notizia, che è stata enfatizzata oltre che riportata da molti commentatori dei media europei e nel mondo, riprova, a prima vista due verità. La prima è che la Grosse Koalition, che ha – di fatto – snaturato il bipolarismo d’area che vigeva in questa regione europea austro-bavarese. La seconda è che senza una connotazione di sinistra delle riforme o dei semplici adempimenti di governo nel gestire la contingenza (o grossa crisi) economica internazionale, l’elettorato scinde immediatamente il voto centrista giudicandolo non sufficiente e sottolinea la preferenza alla destra aggressiva.

(maurizio aversa)

Elezioni in Baviera: la fortezza è caduta. La perdita del 19 per cento dei consensi nelle elezioni regionali bavaresi è forse il più duro banco di prova mai affrontato dalla Csu (Unione cristiano-sociale, branca bavarese del centrodestra tedesco insieme alla Cdu, Unione cristiano-democratica; ndr); mentre all’interno del partito si cercano i responsabili della disfatta, il presidente della Bassa Sassonia, Christian Wulff (Cdu), lancia un monito: “riducendo le differenze, la Grande coalizione ha di fatto ridotto il potenziale di convincimento dei partiti di governo”.

Elezioni in Baviera: giù la testa. Editoriale di Albert Schaffer. Mai fino ad ora Erwin Huber e Gunher Beckstein erano apparsi così fragili, stanchi e disperati: i due uomini, che si erano proposti di raccogliere il testimone ceduto da Edmund Stoiber, hanno accolto il dato delle elezioni bavaresi come una conferma della loro inappellabile sconfitta.

Elezioni in Baviera: cronaca d’una disfatta annunciata. Editoriale di Berthold Kohler. Nessuno nella Csu può permettersi di cadere dalle nuvole: la disfatta nelle elezioni regionali bavaresi era già scritta nei risultati dei sondaggi condotti negli scorsi mesi; come sempre in questi casi, le responsabilità spettano all’intero gruppo dirigente del partito, “orfano” dell’imponente figura di Edmund Stoiber.

Elezioni in Austria: un nuovo sistema di coordinate politiche. Editoriale di Reinhard Olt. E’ necessaria cautela nell’uso della definizione “deriva a destra”; quella cui si è assistito in Austria, piuttosto che una migrazione dell’elettorato verso frange conservatrici e xenofobe è una vittoria del voto di dissenso, orientato a colpire ogni proposta di ricostituzione d’una grande coalizione formata da Spo (Partito socialdemocratico austriaco) e Ovp (Partito popolare austriaco).

Crisi finanziaria: Germania, non solo banche. Quali sono stati i pacchetti azionari del Dax (l’indice della Borsa di Francoforte) più duramente colpiti dall’esplosione della crisi finanziaria? La risposta più ovvia si orienterebbe verso il settore creditizio, dominato da nomi come Commerzbank e Deutsche Bank. A sorpresa sono invece le acciaierie Krupp e il gruppo motoristico Man ad aver incassato la batosta più dura.

Mercato valutario: il calo dell’inflazione interviene nella partita euro-dollaro. La moneta europea inizia a perdere colpi nei confronti del dollaro; una congiuntura debole, unita alla prospettiva d’un abbassamento del tasso di sconto da parte della Banca centrale europea (Bce) provocheranno con ogni probabilità una perdita di valore della moneta unitaria.

Che Guevara per Cuba

Che Guevara per Cuba

Che Guevara per Cuba

Che Guevara per Cuba

Hugo Chavez

 

 


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